Cosa c’è di vero nelle seguenti affermazioni?

“i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse”
“riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento”
“abbiamo gli universitari più finanziati del mondo”
“la spesa per studente è la più alta al mondo dopo USA, Svizzera e Svezia”
“L’Italia è l’unico paese al mondo dove esistono i fuoricorso”
“non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita”
“le università italiane sono cresciute troppo. Studiare per troppi anni non serve a nulla”
“che nell’università ci siano troppi professori è un fatto”
” l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale ”
“Italia maglia nera d’Europa. Il sistema della ricerca italiana – scientifica e umanistica – è crollato”
“Università italiana bocciata. Sorpassati anche dai turchi”
“L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo
le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo”
“Perchè pagare degli scienziati quando fabbrichiamo le più belle scarpe del mondo?”

Per rispondere, andiamo a vedere cosa dicono i numeri.

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Con la Legge di stabilità 2012, il calvario dell’università italiana giunge all’ultima stazione. La maggior parte degli atenei è ormai a rischio di default a causa della cura dimagrante imposta negli ultimi anni. Un indubbio successo della propaganda martellante che per anni ha denunciato i costi inusitati, l’irrilevanza scientifica e l’inutilità sociale dell’università italiana. Liberato da questa spesa parassitaria, il paese potrà finalmente risorgere investendo sul lavoro manuale, il turismo per i visitatori cinesi e indiani, senza scordare la fabbricazione delle “scarpe più belle del mondo”.

Nelle seguenti slides alcuni luoghi comuni di questa propaganda vengono messi a confronto con i fatti e con i numeri.

LINK: la presentazione in formato PDF

 

197 Commenti

  1. […] Giuseppe De Nicolao concorda: Con la Legge di stabilità 2012, il calvario dell’università italiana giunge all’ultima stazione. La maggior parte degli atenei è ormai a rischio di default a causa della cura dimagrante imposta negli ultimi anni. Un indubbio successo della propaganda martellante che per anni ha denunciato i costi inusitati, l’irrilevanza scientifica e l’inutilità sociale dell’università italiana. Liberato da questa spesa parassitaria, il paese potrà finalmente risorgere investendo sul lavoro manuale, il turismo per i visitatori cinesi e indiani, senza scordare la fabbricazione delle “scarpe più belle del mondo”. […]

  2. @Samuele UK:

    Caro Samuele, anche io ho passato qualche settimana all’estero e condivido alcuni dei tuoi discorsi. Tuttavia quello che i redattori del sito cercano di spiegarti è che qualsiasi analisi per avere una valenza scientifica deve essere supportata da dati verificabili. L’argomentazione “tutti i concorsi italiani sono truccati” potrebbe essere anche vera, ma se non la quantifichiamo non lo sapremo mai. Non si può partire da episodi ripresi della stampa.

    Fossi in te procederei in questo modo:
    Ipotesi: esiste il nepotismo scientifico nell’università italiana.
    Dimostrazione:
    1) prendiamo i vincitori di concorsi da ricercatore nel periodo 2001-2010, in un dato SSD, dati disponibili all’indirizzo
    http://reclutamento.murst.it/vincitori.html
    2) prendiamo i presidenti delle commissioni,
    3) vediamo su Scopus quante pubblicazioni hanno in comune i vincitori con i presidenti e decidiamo se c’è una correlazione statisticamente significativa.
    4) Vediamo se questa correlazione è costante o varia da settore a settore.
    Discutiamo i dati e traiamo le conclusioni.

    Forse potremmo trovare che c’è in Italia una correlazione più alta che nel Regno Unito tra candidati e selezionatori. Verificato questo, molti accademici britannici griderebbero allo scandalo (“inbreeding”!!!) Sarebbe questo un male? Molto probabilmente si, perché ci rende molto meno competitivi quando dobbiamo richiedere fondi europei, ad esempio tipo ERC-Starting Grant. Continuo a sottolineare che il divario economico tra i soldi che (non) riceviamo dall’Europa rispetto a quelli con cui finanziamo la ricerca in altri paesi Europei (UK in testa) è maggiore dei 400 milioni di taglio dell’FFO appena approvato.

    Tuttavia, da qui a dire che questa situazione, anche se non ottimale, ha portato alla costruzione dell’impero del male, ovvero l’accademia universitaria italiana, ce ne corre. Le analisi di De Nicolao, dimostrano che questo reclutamento pur fuori dagli schemi dei paesi del mondo occidentale ha inserito nel sistema universitario un sacco di persone valide. Certo, ci sono stati sicuramente errori, ma nessun sistema di reclutamento è perfetto. Nessuno dice che il sistema universitario italiano sia perfetto, ma considerando le risorse a disposizione si difende… penso questo sia il messaggio subliminale dei redattori…

    • Samuele,
      Se vuoi dimostrare qualcosa da un punto di vista quantitativo, questo si può fare e sarebbe di beneficio per tutti. Prova a testare il suggerimento che ti ho scritto sopra: richiede solo Scopus (di cui hai accesso) ed internet. Questo è il tipo di lavoro che nel mio campo svolgiamo ogni giorno. Ipotesi: a volte giuste, il più delle volte sbagliate. Le verifichiamo: non tramite 4,5 dati ma su un numero statisticamente significativo. Traiamo conclusioni. Se dimostri che un fenomeno esiste al 23% con dati robusti, questa è una informazione molto più attendibile che se “pensi” che quel fenomeno esista al 90% o al 100% basandoti su due dati.

    • Boh, noto che nel mio settore ci sono docenti, alla Cambridge Univ. ed alla Oxford Univ., piuttosto scarsetti in termini bibliometrici (citazioni, contributi individuali, h-index, e simili).

    • @Luca:
      Che questa sia una prova che giudicare i docenti solo in base a citazioni, H-index eccetera NON sia proprio una grandissima idea??

    • @Samuele:
      Bisognerebbe definire COSA SIA un “concorso truccato”. E soprattutto, bisognerebbe quantificare se i “concorsi truccati” abbiano portato all’assunzione di persone dannose per l’università, e giustifichino la “punizione collettiva” di tutto il sistema universitario…

    • Che in Italia ci sia molto inbreeding, non c’e’ dubbio, ma che sia un fenomeno peculiarmente universitario, non direi proprio (e’ generalizzato in molti altri campi, e in generale la mobilita’ geografica e’ molto poca: ma questo certo dipende da fattori che sono ben al di la’ dell’influenza baronale). Se venisse in qualche modo penalizzato (o comunque quando non lo si puo’ fare, e’ successo spesso all’epoca 382 con i concorsi nazionali), si troverebbero sicuramente sistemi “concordati” per risolvere il punto senza cambiare la sostanza.
      Anche l’osservazione che spesso (non saprei quantificare) sia largamente previsto l’esito di concorsi, mi sembra cosa diversa dalle porcate (che ci sono, ma pure andrebbero quantificate). Almeno in parecchi settori, e direi qualche decennio fa anche piu’ di adesso, c’e’ la tradizione di una certa “programmazione” del reclutamento, che di per se’ in un sistema di cooptazione (e almeno fin quando i possibili concorrenti sono generalmente conosciuti) puo’ avere la sua logica. Che vinca il “migliore” naturalmente e’ una bella idea, o un bello slogan, ma il problema e’ che e’ molto difficile (anzi in genere impossibile) concordare tra colleghi chi lo sia, essendo – almeno in alcuni campi – molto diversi i punti di vista, gli interessi di ricerca, i criteri di valutazione, ecc. E non concordano naturalmente nemmeno i candidati, su chi sia il piu’ bravo.
      “Programmare” un certo numero di persone e’ stato un modo di risolvere questo problema. (Non lo sto difendendo, ma mi capita di studiare come funzionano le organizzazioni o i gruppi). Sarebbe interessante (almeno per me) capire come programmino in altri paesi, perche’ ho fatto abbastanza comparazione internazionale da dubitare molto dell’idea che altrove non programmino affatto.

    • Si possono usare tutti i criteri del mondo, ma nel mio settore continuo a vedere docenti di Cambridge e Oxford scarsetti. Scarsetti rispetto a persone che sono in Italia nell’Univ. e negli Enti di Ricerca.

  3. Esistono casi di persone che, essendo molto brave e non avendo problemi economici, preferiscono stare a casa loro. Queste persone vincono i concorsi in Italia non perche’ “figli di accademici” (se fossero “figli di accademici” avrebbero problemi economici), ma semplicemente perche’ sono piu’ brave.

    Queste persone sono piu’ brave perche’ i loro genitori hanno pagato ripetitori privati fin da quando erano piccoli. E’ raro, ma a volte succede. Basta avere i genitori giusti con i soldi.

  4. Breve notazione a tutti coloro i quali si sono affaticati nel cercare di replicare con argomentazioni dettagliate alle reiterate asserzioni monotematiche di SamueleUK.
    .
    Esiste una differenza fondamentale, che bisogna tenere ben ferma, tra unità argomentative e pulsioni nevrotiche.
    .
    Le prime sono accessibili alla ragione discorsiva e consentono modifiche parziali o totali.
    .
    Le seconde sono impermeabili alla ragione discorsiva e si ripresentano costantemente identiche a se stesse, quali che siano le ragioni precedentemente addotte. Le pulsioni nevrotiche sono tipicamente fondate su di una condizione traumatica pregressa che il soggetto non è in grado di disinnescare e che lo riconduce a reiterare i medesimi meccanismi di difesa ed autoappagamento. Interventi di ordine discorsivo-argomentativo in presenza di una pulsione nevrotica sono quanto mai inopportuni, in quanto il soggetto li percepisce come aggressioni e distorce in modo manipolatorio gli argomenti creando un edificio sempre più impervio alla ricezione intersoggettiva. Per il bene stesso del soggetto nevrotico è dunque sconsigliato affrontarlo sul piano argomentativo.

    • Caro Andrea,

      Non ti nascondo che ho trovato il tuo post gustoso da leggere e come al solito scritto davvero bene. Spero davvero che Samuele non se la sia presa.

      Tuttavia, avrei due osservazioni:

      1) condivido al 100% l’invito del Prof. Figà Talamanca ad evitare personalismi, che non servono a nessuno.
      2) le slides di G. De Nicolao sono state viste fino a ieri da 5000 persone. I commenti su questo post sono circa 50.
      Tantissime persone leggono quello che scriviamo ma solo una piccolo parte lascia un contributo. Inevitabilmente, non tutti condividono le proposte del sito. Le osservazioni che scrive Samuele sono le stesse che ho sentito più volte all’estero riguardo all’accademia italiana. Sforzarsi di argomentarle, più che rispondere a Samuele, secondo me, è importante se desideriamo che l’università sia sentita come bene pubblico da tutti. Come docenti universitari, così come siamo capaci di scrivere un articolo scientifico su una prestigiosa rivista specialistica, dovremmo anche essere in grado di discutere efficacemente anche con la casalinga di Voghera per spiegarle in modo scientificamente corretto perché è un bene il fatto che paghi il nostro stipendio e quali vantaggi ne può avere. Gli universitari e gli altri dipendenti degli enti di ricerca in Italia sono molto pochi se confrontati con la popolazione totale. Se ci rinchiudiamo in quella che potrebbe essere vista come élite, o peggio “casta”, siamo solo destinati a ricevere altri tagli in futuro…

    • @ Marco Bella
      Hai perfettamente ragione e se un altro avesse scritto il mio post, magari gli avrei detto le medesime cose.
      Resta il fatto che in certi casi la difficoltà non sta nello spiegarsi con la ‘casalinga di Voghera’ o con altri rappresentanti del mitico ‘uomo della strada’ (personalmente non ho frequentazioni particolarmente altolocate né strettamente accademiche, e tuttavia non trovo mai grosse difficoltà a farmi capire); il problema sta nell’usare argomentazioni quando dall’altra parte non c’è alcun interesse a tenerne conto: chi lo fa corre il rischio di apparire un interlocutore debole e di farsene magari anche un cruccio, il che io trovo particolarmente spiacevole.
      Comunque sono d’accordo.

    • Caro Samuele,
      Il perché la gran parte dei ricercatori italiani all’estero sostenga tesi simili alle tue è chiarissimo: l’università italiana ha avuto in passato dei grossi problemi nelle procedure di reclutamento, il cui “esito non è stato esattamente ottimale”. Tuttavia, sono mesi che i redattori del sito sostengono questa tesi. Sono certo che Andrea Zhok non difenda per niente il sistema di reclutamento corporativo, anzi lo denuncia.
      Come ti ho già detto ho passato anche io qualche settimana di “vacanza” all’estero, e ho visto cosa significa presentarsi ad un concorso da esterno. La tua frustrazione e quella di tanti altri ricercatori bravi che non sono riusciti a tornare in Italia la capisco appieno.
      Detto questo, ti rinnovo l’appello di altri: volgiamo continuare a vivere nel passato o tutti assieme cercare una soluzione? L’università italiana non è perfetta ma neppure da buttare, altrimenti non si spiegherebbe come mai tanti Italiani bravi ricevono grant prestigiosi e occupano posizioni apicali nelle accademie di altri paesi. Forse, sarà stato merito anche in minima parte del sistema scolastico/universitario italiano, almeno su questo penso che possiamo concordare, che dici?
      Magari, nell’università italiana c’è il ricercatore che da tanti anni ha in affidamento gratuito un corso di 200 studenti al primo anno, e anche se non passa le mediane ANVUR il suo contributo alla crescita del paese lo ha dato davvero.
      Per questo, sarebbe davvero importante identificare la parte sana dell’università italiana. Se hai un dolore alle articolazioni della mano, cosa penseresti di un dottore che senza una diagnosi approfondita ti consiglia di amputare il braccio?
      Ritengo che se desideri portare un contributo propositivo al dibattito la tua esperienza può essere preziosa. Però, cerchiamo di essere propositivi e sviluppare argomenti nuovi e non personalistici…

    • @Marco Bella: e’ proprio qui dove sta la mia critica a ROARS. Io credo che, rispetto al sistema di reclutamento “passato” che anche tu denunci, le procedure previste dalle Gelmini (inclusa la valutazione bibliometrica ANVUR) siano un passo avanti. Non pretendo di essere popolare su ROARS, pero’ neanche essere tacciato come psicotico. In un sito con commenti un po’ a senso unico, penso sia utile avere una prospettiva diversa visto anche che, come dici tu, e’ una prospettiva condivisa da molti dei miei colleghi all’estero.

    • Voglio precisare che la redazione di Roars non difende i concorsi locali pre-Gelmini ed è favorevole all’abilitazione nazionale e che le riserve più pesanti riguardano l’uso automatico di indicatori bibliometrici, una prassi priva di riscontri scientifici e precedenti internazionali.

  5. Io credo poco alle “classifiche internazionali” ma chi ci crede dovrebbe consultare il paragrafo 7.4 (pag.209 della versione in mio possesso) dello “Undicesimo rapporto sullo stato del sistema universitario” (gennaio 2011) del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (il predecessore della ANVUR). In questo paragrafo si discutono le classsifiche prodotte dal QS World University Ranking e dal Times Higher Education. Nel rapporto CNVSU si nota non solo che nella classifica QS ben 15 università italiane risultano tra le prime 500 università del mondo, ma che queste 15 università rappresentano il 41,8% del sistema in termini di studenti ed oltre il 46,5% in termini di docenti. Il rapporto cita anche il ranking QS SAFE dei sistemi nazionali dove il sistema italiano si colloca al decimo posto al mondo e al quinto in Europa. Esso risulta però il quarto al mondo ed il primo in Europa, sulla base del criterio di “accessibilità” cioè la percentuale degli studenti che frequenta una università che risulta tra le prime 500. Mi sembra però di ricordare che tra le università meridionali solo la “Federico II” risultasse tra le prime 500. Forse chi crede nelle classifiche internazionali dovrebbe proporre al ministro una politica che porti tutte le università statali italiane tra le prime 500. Di scarso rilievo, invece, per la crescita del paese mi sembrerebbe comunque la comparsa di qualche università italiana “tra le prime cento” come voleva quel ministro che si è recato a Catanzaro per sostenere l’esame di accesso all’ordine degli avvocati.

  6. Con 7.129 viste, le slides sono entrate nella top-20 settimanale delle slides più viste di Slideshare (classifica mondiale). Di questo passo, ROARS comincerà a parlare bene dei rankings internazionali … ;-)
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  7. In-topic.
    Ho letto in ritardo l’articolo di Giuseppe de Nicolao e mi associo ai complimenti di tutti.
    Condivido i suoi rilievi: ci sono troppi apprendisti stregoni, non danzanti in Fantasia ma convinti di rivelare la Realtà, che sembrano quasi compiaciuti di dipingere l’Università italiana come una sorta di avamposto dell’inferno, aprendo la strada alla giustificazione di qualsiasi diluvio universale (anvurizzazioni, privatizzazioni, debito-merito-crazie) che travolga la (presunta stragrande) maggioranza di corrotti, di inetti, di mangiapane a tradimento asserragliati nelle moderne Sodoma e Gomorra delle troppe sedi universitarie. L’acqua sporca sarebbe tale e tanta che il sacrificio dei bambini ivi immersi sarebbe ormai un gesto di lungimiranza e pietà nei confronti di questi ultimi.
    Il problema, come nota sarcasticamente De Nicolao, è che non si possono manipolare dati scientifici e statistici per rendere credibile la retorica del “dice mio cuggino”.
    Canta il poeta Elio:
    «Mi ha detto mio cuggino
    che una volta ha trovato in spiaggia
    un cane e invece era un topo
    […]
    Mi ha detto mio cuggino
    che sa un colpo segreto
    che se te lo dà dopo tre giorni muori,
    mio cuggino mio cuggino.
    Mi ha detto mio cuggino
    che da bambino una volta è morto».
    Off-topic.
    Segnalo una notizia che potrebbe interessare:
    http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=salento&docid=131982&pageIndex=0&doclang=it&mode=req&dir=&occ=first&part=1&cid=1852256#ctx1
    Si tratta di un’importante sentenza della Corte di Giustizia (19 dicembre 2012).
    La sentenza riguarda la compatibilità con il diritto comunitario degli accordi di collaborazione che le Università stipulano, dietro compenso, con altre amministrazioni pubbliche (regioni, province, comuni, ASL, ministeri, enti pubblici, etc.).
    Questa sentenza (è significativo, in particolare, il punto 37 della motivazione) costringerà le Università di tutti i paesi europei a distinguere in maniera molto chiara, nella stipulazione di accordi di cooperazione con altre amministrazioni pubbliche, tra le attività che sono genuina «ricerca scientifica» (di base o applicata) e le attività che non lo sono (servizi di studio, consulenza, progettazione, etc., erogati dalle Università in favore di enti pubblici, ma che potrebbero essere erogati anche da liberi professionisti privati).
    Si crea un doppio binario: solo la vera «ricerca scientifica» potrà entrare nel partenariato pubblico-pubblico sottratto alla concorrenza; tutto ciò che non può ascriversi strettamente e rigorosamente alla «ricerca scientifica» dovrà, invece, seguire le rigide regole sulla concorrenza di cui alle Direttive sugli appalti (in altre parole, le Università dovranno partecipare a gare d’appalto per ottenere l’incarico, competendo in condizioni di parità con altri operatori, privati professionisti o imprenditori).
    Da qui l’importanza di ridiscutere del perimetro e dell’identità di ciò che è davvero «ricerca scientifica» nelle Università, ad esempio distinguendo ricerca da professionalizzazione, il produrre conoscenza dal produrre semplicemente innovazione immediatamente “commestibile” per il mercato.
    ROARS ha già contribuito a questo dibattito e sicuramente continuerà a farlo.

    • Grazie per aver ripreso Elio (nelle slides ogni riferimento alla canzone “Mio cuggino” era puramente intenzionale: http://www.youtube.com/watch?hl=it&v=AFW81wHXcbE&gl=IT). Tra tutte le forme di supplizio l’anvurizzazione è certamente una di quelle più contrarie all’umanità. Una miscela letale di burocrazia vessatoria, caos giurisdizionale e incompetenza scientifica, il tutto condito con abbondanti dosi di teatro dell’assurdo alla Jonesco (le riviste pazze sono degne delle migliori avanguardie del ‘900). Confidiamo in qualche presa di posizione da parte dell’ONU e dei tribunali internazionali.

    • JUS: “Il problema, come nota sarcasticamente De Nicolao, è che non si possono manipolare dati scientifici e statistici per rendere credibile la retorica del “dice mio cuggino”.”
      Non ne sarei cosi’ sicuro. E poi e’ stato lo stesso De Nicolao a criticare i dati (ugualmente scientifici e statistici) di Perotti. Diciamo che siamo nel campo delle opinioni supportate da dati presi ed interpretati ad hoc. Non e’ mica scienza sperimentale questa.

  8. Carissimo De Nicolao,

    come Trilussa ho un grosso problema con i tuoi dati: sono delle medie!!!.
    Nel mio dipartimento negli ultimi 5 anni le pubblicazioni su rivista sono state molto poche. Di fronte a 37 strutturati (a cui aggiungere i dottorandi e gli assegnisti) in 5 anni risultano 92 items su Scopus. Non solo ma 44 di questi items vanno attribuiti ad un solo docente!!! Ancora di questi 44 items solo 3 sono in collaborazione con altri membri del mio dipartimento. Se vai a vedere ancora meglio 3 docenti hanno quasi 80% di questa magra produzione.

    Questa situazione è abbastanza diffusa nell’ambito della statistica descrittiva. Per esempio il 10% delle aziende agricole italiane detiene
    il 90% della produzione totale (il famoso decimo eminente). Vi potete divertire (con Web of Science è molto facile) di vedere per gli articoli totali pubblicati in un anno su Nature dove si localizzano le citazioni. Vedrete un fenomeno molto simile. L’Impact Factor di molte riviste è di fatto dovuto solo ad una minima parte degli articoli pubblicati. Anche su Nature molti articoli rimangono con poche citazioni.

    Quindi la tua “difesa” dell’accademia italiana basata sulle medie è quanto meno ingenua ed inoltre molto ingiusta: spalma il lavoro di alcuni su tutti. Anche su quelli che non hanno fatto nulla che in alcuni dipartimenti, lo sappiamo tutti è inutile nasconderlo, sono veramente tanti.

    Anche sulla didattica abbiamo la stessa cosa. Non per tutti gli studenti abbiamo lo stesso costo. Il costo medio dice pochissimo. Prendi per esempio le sedi distaccate. In queste sedi il costo aumento anche di 10 o 20 volte. Basti pensare che esistono interi corsi di laurea magistrale con uno o due studenti. Di nuovo una grande ingiustizia.

    Tutti i miei colleghi confermano in diverse sedi che questo problema degli inattivi o quasi inattivi e dei parassiti (mettere le firme su lavori ai quali di fatto non si partecipa) è un fenomeno di proporzioni immense.

    Personalmente preferisco gli attacchi, forse populisti, all’università che tu combatti, piuttosto che vedere il mio lavoro spalmarsi a beneficio di chi vede l’università un secondo lavoro oppure non facendo il suo dovere passa il tempo solo dietro alla politica accademica.

    Saluti e Auguri Peppe Saccomandi

    PS perché i politecnici non sono università statali?

    • Urca una logica ferrea: poiché sono stati mostrati dati che riguardano l’intero sistema, che dunque tengono in conto la distribuzione sottostante ma non la fanno vedere direttamente, allora sono meglio “gli attacchi, forse populisti, all’università che tu combatti” che usano dati inventati o normalizzati a piffero. Mah !

    • Non sono esperto di statistica ma forse lo scarto quadratico dal valor medio (non chiamiamolo “spread”, chiamiamolo “standard deviation”) puo’ aiutare a capire quanto il valor medio e’ rappresentativo del campione.

    • @ peppesacco
      Come nota Sylos-Labini, nel tuo ragionamento c’è una inconseguenza piuttosto macroscopica: se il problema che rilevi è quello delle difformità nella produttività tra vari membri del corpo docente, ebbene una soluzione dovrebbe aiutare a discernere tra nullafacenti e produttivi. Un attacco generico al sistema è semplicemente uno sfregio addizionale a quelli bravi, e non un raddrizzamento di torti, non trovi?
      .
      Dopo di che avrei personalmente alcuni dubbi relativi alla realtà generale di queste macroscopiche difformità nella produttività (scientifica e didattica), ma mi baso sull’esperienza limitata del mio settore. Se il problema, sul piano statistico, fosse davvero quello che segnali la cura non sta comunque certo nel mettere alla fame l’intero sistema.
      .
      Ad ogni modo i dati di De Nicolao sono una risposta a chi ha adoperato dati di natura affine relativi ad altri paesi per sostenere una tesi a discredito dell’università italiana, dunque gli scherzi eventuali della media di Trilussa valgono per tutti, così come valgono le considerazioni comparative relative a finanziamento, salari, produzione, rapporto docenti/studenti, ecc.

    • Analisi più dettagliate richiedono uno studio molto approfondito del sistema, ed è certamente vero che una delle caratteristiche dell’accademia italiana è l’etereogenità della qualità sia tra una disciplina e l’altra che all’interno di una stessa disciplina. E’ comunque ovvio che se una disciplina (ad es. fisica o matematica) si posiziona globalmente al 4/5 posto al mondo come Hindex o numero di cits. o numero di articoli, questo non può essere dovuto ad una frazione piccola di persone produttive quanto ad un buon livello medio del campo in Italia. Il che non implica che non ci siano improduttivi, ma tutte le stime che ho visto dicono che non superano il 10% (in media tra le varie discipline). Inoltre da notare che qui si sta parlando di campi censiti da Scopus per quelli non censiti le cose sono più complicate e meno quantificabili.

    • Prendiamo un dipartimento a caso e facciamo l’esercizio statistico. Vediamo come di distribuisce la produzione in quel dipartimento. Datemi il dipartimento la lista dei suoi membri e vediamo. Io ho provato con diversi e sostanzialmente il risultato è sempre lo stesso. Naturalmente ho provato con diversi ma non con tutti.
      Tra l’altro la Matematica e la Fisica italiana non posso fare la fogli di fico di un sistema. Non mi sembra che la Matematica e la Fisica siano trattate molto bene nel sistema università.
      Naturalmente la logica della mia ultima frase è di ottone, ma dare a pioggia soldi al sistema attuale non è una soluzione. Rischia di far solo ingrossare i soliti problemi. Mi sento a disagio a difendere genericamente un sistema perché ci piazziamo mediamente bene. Soprattutto quando la mia busta paga è identica a quella del vicino che non ha fatto nulla per anni e continua a non fare nulla.
      Non mi sembra che il sistema abbia mai reagito virtuosamente ai suoi scandali. Martone ordinario con una sola pubblicazione, me lo sono trovato dopo poco sottosegretario. Complimenti.
      Quanti rettori attuali delle università italiane sono capaci di fare un discorso in inglese a braccio?
      Tanto per dirne una!!!

      Ciao

    • “Tra l’altro la Matematica e la Fisica italiana non posso fare la fogli di fico di un sistema.”
      ______________________________________
      Nel caso dell’Italia, il modo migliore per verificare che il buon posizionamento della nazione non dipende da pochi settori eccellenti che mascherano un degrado generale è consultare le statistiche di SCImago: http://www.scimagojr.com/countryrank.php
      Infatti è possibile specificare la “Subject Area” (per una granularità più fine c’è anche la “Subject Category”). Vediamo le posizioni in classifica dell’Italia che a livello globale è ottava (periodo considerato. 1996-2011, dati: Scopus):
      _________________________________________
      Agricultural and Biological Sciences: 12
      Arts and Humanities: 8
      Biochemistry, Genetics and Molecular Biology: 7
      Business, Management and Accounting: 14
      Chemical Engineering: 12
      Chemistry: 10
      Computer Science: 8
      Decision Sciences: 9
      Dentistry: 6
      Earth and Planetary Sciences: 7
      Economics, Econometrics and Finance: 9
      Energy: 10
      Engineering: 9
      Environmental Science: 11
      Health Professions: 8
      Immunology and Microbiology: 6
      Materials Science: 10
      Mathematics: 6
      Medicine: 6
      Multidisciplinary: 12
      Neuroscience: 7
      Nursing: 11
      Pharmacology, Toxicology and Pharmaceutics: 7
      Physics and Astronomy: 8
      Psychology: 9
      Social Sciences: 10
      Veterinary: 13
      ____________________________
      Naturalmente sarebbe affrettato dare le pagelle in base a queste posizioni in classifica. Infatti, i risultati andrebbero rapportati alle risorse dedicate sia da noi che dalle altre nazioni nelle aree specifiche. A prima vista l’impressione è di una ricerca universitaria italiana con risultati relativamente uniformi: l’Italia si colloca tra la sesta e la decima posizione in 21 aree su 27.
      ====
      Nota (cone osservato da Luca Salasnich non era stato specificato in base a quale parametro bibliometrico è stilata la classifica): la classifica è basta sui “documents” (articoli scientifici).

    • “Non mi sembra che il sistema abbia mai reagito virtuosamente ai suoi scandali. Martone ordinario con una sola pubblicazione, me lo sono trovato dopo poco sottosegretario. Complimenti.”
      _______________________________
      Martone è stato fatto sottosegretario dallo stesso governo che ha proseguito la linea della Gelmini sia ideologicamente che con i fatti:

      – Monti: “le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili, http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_02/monti-meno-illusioni-per-dare-speranza-editoriale_07bad636-1648-11e0-9c76-00144f02aabc.shtml

      -la conferma del taglio di 300 mln del FFO.
      Sarebbe interessante domandarsi come mai chi giustifica i tagli all’università in nome dell’efficienza finisca per sponsorizzare proprio Martone.

    • “ma dare a pioggia soldi al sistema attuale non è una soluzione. Rischia di far solo ingrossare i soliti problemi.”

      1. chi ha mai detto o scritto di dare soldi a pioggia?

      2. non si fanno concorsi dal 2008, l’FFO è dimunito del 20% in 4 anni, i docenti del 15%, ci sono 20,000 precari in meno e un paio di generazioni di giovani studiosi stando andando al macero con quel che rimane del sistema.

      Dunque il mio suggerimento spassionato è cercare di essere analitici e non parlare per slogan insulsi. Grazie.

    • La risposta è semplice: i dati sono delle medie anche per le altre nazioni. Oppure dobbiamo pensare che nel resto del mondo la media sia perfettamente rappresentativa dei singoli soggetti e che solo in Italia si applichi il paradosso di Trilussa?
      __________________________
      I politecnici sono atenei statali. Infatti il sito “Banche dati ed Analisi Statistiche” scrive:
      “61 Atenei statali di cui 3 politecnici”.

    • @ peppesacco
      Insomma, per fare una sintesi: “Visto che è per me insopportabile avere lo stesso salario del mio collega nullafacente, che muoia il Sistema con tutti i Filistei!”
      .
      Grabatamente dissento.

    • @De Nicolao: riporto la mia esperienza in UK. Sicuramente anche li’ c’e’ una grossa variabilita’ di produzione scientifica tra accademici. Ci sono pero’ due grosse differenze:
      1) Quelli che producono poco non fanno carriera. Spesso vengono anche licenziati. Invece in Italia uno che produce poco puo’ diventare tranquillamente ordinario e di sicuro non ho mai sentito di nessun professore/ricercatore licenziato perche’ poco produttivo. Quindi, secondo me, la percentuale di fancazxxxx dovrebbe essere piu’ alta in Italia.
      2) Quelli che producono poco si vedono caricati di piu’ ore di insegnamento e/o management. Anzi spesso, gli si da un cosidetto “teaching-only contract” in modo che non debbano neanche, per contratto, fare ricerca.

    • “in Italia uno che produce poco puo’ diventare tranquillamente ordinario”
      ___________________________________________
      Nel mio SSD, pur con le ovvie variabilità, ciò non accade “tranquillamente”. Nel momento in cui si fanno analisi di sistema gli aneddoti si elidono a vicenda e bisogna usare un approccio scientifico basato su dati aggregati. Nessuno nega che ci siano casi di fannulloni, ma è sicuramente falso che complessivamente il sistema universitario italiano sia da buttare. Questo è un punto essenziale perché tale convinzione è alla base di politiche che stanno uccidendo l’università italiana, sia quella buona (che in base ai dati non è per nulla irrilevante) che quella cattiva. A qualcuno sfugge il punto che nel 2013 si chiude bottega e che la fuga dei giovani è ormai inarrestabile. Se chiudiamo le università avremo certamente risolto il problema dei fannulloni. Quello di Roars è un estremo tentativo di far rinsavire il paese dalla sua furia autodistruttiva. Non c’è da essere ottimisti. Lo scenario più probabile è lo strangolamento del sistema e lo scivolamento verso il basso della ricerca italiana. Quando cominceranno a vedersi gli effetti dei tagli Tremonti-Gelmini (c’è un ritardo di almeno 3-4 anni tra finanziamenti e dati bibliometrici) i flagellatori del sistema potranno documentare le loro tesi anche con le statistiche bibliometriche e supportare in modo scientifico i tagli finali. A quel punto avremo riprodotto in una nazione occidentale quanto successo alla scienza sovietica dopo il crollo dell’URSS. I redattori di Roars avranno sprecato qualche anno della propria vita, ma ci sono battaglie di civiltà che vanno combattute anche solo per potersi guardare allo specchio alla mattina.

    • de Nicolao: “Nel mio SSD, pur con le ovvie variabilità, ciò non accade “tranquillamente”. ”
      Magari non accade tranquillamente, pero’ accade. Non parliamo di eccezzioni che confermano la regola, per lo meno nei settori che conosco io (biomedici).

    • Io non conosco i settori biomedici. Potrei avere dei pregiudizi negativi in base quanto sento raccontare, ma sui pregiudizi non si costruisce niente di scientifico. Se guardo le statistiche bibliometriche i settori biomedici italiani vanno fortissimo. Sono scarsi e si dopano gli indicatori bibliometrici con le note tecniche (citazioni incrociate ecc.)? Non avendo elementi, mi astengo dal dare giudizi. Per quanto sorprendente, i dati sembrano mostrare che l’inbreeding esistente in Italia non ha gli effetti devastanti sulla produttività scientifica che qualcuno si aspetterebbe. Vuol dire che il fenomeno è meno rilevante della sua percezione? Vuol dire che la correlazione con la produttività non è così diretta?

    • Domanda a De Nicolao: su quale parametro bibliometrico sono calcolate le classifiche di settore che riporti?
      Dove si possono trovare dati su finanziamento assoluto (non in % PIL) alle universita’ di ogni paese?

    • Caro peppesacco, il tuo intervento andrebbe girato all’ANVUR che ha raccolto i dati personali di tutti i docenti PO e PA e non li vuole mostrare. ROARS e non solo hanno chiesto all’ANVUR di mostrare i dati in suo possesso ma inutilmente.
      Riguardo al tuo intervento non capisco se fai riferimento a colleghi di uno stesso dipartimento, di dipartimenti diversi, di università diverse o di aree diverse.

  9. Forse c’è una maniera molto semplice di chiarire i termini della faccenda. E’ sufficiente classificare i partecipanti alla discussione (cioè voi) e verificare quanti abbiano “vinto” il proprio posto (di ricercatore o di professore) da interno, insomma da vincitore predestinato per il quale il posto era stato bandito, e quanti invece da esterno, strappando il posto al predestinato di turno. Il giudizio degli interni, si può ben immaginare… E’ chiaro che solamente i vincitori esterni hanno la giusta serenità per giudicare dell’incidenza del fenomeno inbreeding, e di come vi si può mettere rimedio (e certamente hanno una casistica personale più significativa, mentre i vincitori “interni”, di solito, danno un solo concorso; anche per non rovinare il meccanismo). Allora, dunque: chi di voi ha vinto il posto togliendolo al candidato “locale”? Samuele UK è uno, credo. Sentiamo gli altri.

    • Io non ho mai superato valutazioni comparative per posti banditi nella mia sede. Nel 1991 ho conseguito l’idoneità nel concorso nazionale da professore associato essendo all’epoca ricercatore CNR a Milano e sono stato chiamato a Pavia. Nel 2000 la mia Facoltà mi ha “promosso” alla prima fascia dopo che avevo conseguito un’idoneità in un concorso bandito da un’altra sede. Sono però convinto che molti colleghi che hanno vinto da interni siano ottimi (come pure che siano state commesse molte ingiustizie) e che la causa di moltissimi problemi è la mancata distinzione tra reclutamento e progressione di carriera. A me non interessa spargere fango sull’accademia e nemmeno la sua difesa ad oltranza. Mi interessa capire cosa può essere fatto per migliorarla senza inseguire ricette magiche che poi si rivelano disastrose (a turno i concorsi locali e poi la bibliometria di stato sono stati spacciati come pozioni miracolose). Ho sempre contestato fieramente i guasti dei concorsi locali esponendomi in prima persona nel mio SSD proprio perché l’inbreeding correva il rischio di guastare tutto (ai tempi delle idoneità multiple per far passare un candidato di sede che era debole potevano formarsi cordate che proteggevano altri candidati altrettanto deboli: un orrore). Pur avendo avversato tutto ciò, non sono così ideologico da affermare che sono stati reclutati solo incapaci. Un sistema perverso ha reso più difficile tenere alto il livello del reclutamento e l’unico modo per valutare come sono andate le cose è ricorrere alla statistica. Sorprendentemente, non è andata così male come si pensava e questo può voler dire che, pur con tutti i limiti di scuole molto chiuse in se stesse, c’è un tessuto scientifico che tiene e che va sanato e rafforzato. La proposta di Roars (https://www.roars.it/universita-e-ricerca-prime-proposte-roars-per-una-discussione/) mette il problema dell’inbreeding ai primi posti e propone una soluzione radicale con concorsi riservati a candidati esterni giudicati da commissari per 4/5 esterni all’ateneo. Difficile fare meglio. Per concludere, anche chi pensa che i concorsi locali degli ultimi 12 anni fossero deleteri (e io sono tra questi) non può esimersi da una valutazione scientifica della ricerca italiana. I dati sono quelli riportati nelle slides. Adattare i dati ai pregiudizi non è scienza ma ideologia.

    • Mi sembra una indagine interessante. Pero’, come dice De Nicolao, in Italia tutto viene confuso dal fatto che molti prendevano (previ accordi chiaramente, non certo dopo una valutazione comparativa) l’idoneita’ fuori sede per poi essere promossi in sede. Piuttosto mi piacerebbe sapere quanti sono diventati associati o ordinari (grazie ad una valutazione comparativa del loro merito rispetto a quello degli altri candidati) in sedi diverse da quelle dove erano ricercatori/associati, e ci sono rimasti.

    • Beh, anche io ero CNR. Ho preso l’idoneita a Roma e mi hanno chiamato a Padova.

      Il messaggio di ROARS e’:
      i) il sistema universitario italiano sostanzialmente funziona;
      ii) il problema e’ la dirigenza.
      Conclusione:
      iii) lasciate fare a ROARS la dirigenza.

      Quasi quasi mi stanno convincendo.

    • De Nicolao dice: ” I dati sono quelli riportati nelle slides. Adattare i dati ai pregiudizi non è scienza ma ideologia.”
      Ma scusa, non e’ la stessa cosa di cui hai accusato Perotti? Chi decide quali sono i dati “giusti”? Diciamo che questo tipo di dati si presta molto ad essere selezionato e presentato in modo da dare una visione distorta (in un senso o nell’altro) della realta’.

    • “Adattare i dati ai pregiudizi non è scienza ma ideologia.” Ma scusa, non e’ la stessa cosa di cui hai accusato Perotti?”
      _____________________
      Esattamente: Perotti ha preso il dato dell’Italia che non si accordava alle tesi del suo libro e ha corretto *solo quello*. Nelle mie slides i dati sono sempre quelli originali. Anche i grafici sono riprodotti tali e quali dai report ufficiali fornendo fonte e link. Niente di speciale: solo normale rigore scientifico. Se i dati ufficiali non sono giusti, bisogna dimostrarlo in modo scientifico e le correzioni vanno applicate in modo uniforme e non solo ad alcuni numeri scelti appositamente.

    • Salasnich: io ero CNR. Ho preso l’idoneita a Roma e mi hanno chiamato a Padova.
      Il tuo caso mi sembra un buon esempio di come la riforma Gelmini sia un passo avanti rispetto al passato. E’ infatti assurdo che la valutazione comparativa si faccia a Roma e poi uno viene chiamato a Padova senza valutazione comparativa (sto parlando di procedura chiaramente). Se lo dico in UK non ci credono a ste cose. Almeno con la Gelmini, dopo la fase preliminare di scremazione, le universita’/dipartimenti si prenderanno la responsabilita’ dello loro scelte perche’ la valutazione comparativa la faranno loro, non altri. Io auspicherei che, quando i fondi verranno distribuiti sulla base di una valutazione dei dipartimenti (e non delle universita’ come adesso) si possa addirittura eliminare la fase d’idoneita’ nazionale. In pratica, il sistema diventerebbe identico a quello UK (cioe’ il sistema sicuramente piu’ efficiente al mondo, su questo anche De Nicolao sara’ d’accordo).

    • Beh, se mi abilitano PO, sono disposto ad andare ovunque, se qualcuno mi vuole. E’ per questo che sto diventando piu’ buono. Ma credo che prima del 2017, come dice Monti, sara’ quasi impossibile. Sigh.

    • Aggiungo che, anche quando si tiene conto dei ricercatori attivi, bisogna distinguere tra ricercatori accademici (nei quali, in UK, rientrano anche i professori associati e ordinari, non so in Italia) e quelli nell’industria. Questi ultimi pubblicano poco. Quindi normalizzare i dati bibliometrici per ricercatori accademici avvantaggia un paese come l’Italia dove di ricercatori nell’industria ce ne sono pochi. Insomma e’ un gran casino confrontare diversi sistemi universitari.

    • “Aggiungo che, anche quando si tiene conto dei ricercatori attivi, bisogna distinguere tra ricercatori accademici (nei quali, in UK, rientrano anche i professori associati e ordinari, non so in Italia) e quelli nell’industria. ”
      ________________
      Assolutamente vero, bisogna contare solo i ricercatori accademici, altrimenti l’Italia schizza al primo posto mondiale perché siamo agli ultimi per ricercatori nelle aziende. Personalmente diffido delle misure di produttività pro-capite (in cui l’Italia di solito se la cava bene anche distinguendo tra accademia e aziande) perché credo risentano molto delle convenzioni usate per definire il numero di ricercatori. Per fare un esempio, bisogna capire se e come contare i dottorandi e gli assegnisti. Ho anche il sospetto che le definizioni non siano uniformi tra le diverse nazioni. Non mi piace fornire dati poco affidabili e facilmente contestabili. Per tale ragione, ove possibile uso solo misure di produttività basate sulla spesa per ricerca (che è poi quello che interessa al contribuente).
      ============
      Insomma e’ un gran casino confrontare diversi sistemi universitari.
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      Sante parole. Infatti, non difenderò mai a spada tratta la precisa posizione in classifica dell’Italia (troppe incertezze). Quello che si può però smentire con delle basi scientifiche è che il nostro sistema universitario e della ricerca nel suo complesso sia tra i più costosi e irrilevanti nel panorama internazionale. Spendiamo poco rispetto agli altri e siamo ragionevolmente efficienti. Se i dati mostrano che la nostra ricerca è più efficiente di quella di Germania, Francia e Giappone, ci sarà pure un margine di errore ma si può affermare con una certa sicurezza che non siamo molto peggio come invece vogliono farci credere per giustificare delle politiche che hanno basi essenzialmente ideologiche.

    • @De Nicolao: su una cosa posso darti la certezza: l’Italia ha il sistema di reclutamento e promozione peggiore nel mondo occidentale !!! Sta idoneita’ ANVUR spero sia solo un passo intermedio che porti, alla fine, ad un sistema anglossassone.

    • @samueleuk: Per rispondere dovrei studiare tutti i sistemi del mondo occidentale, ma la sensazione è che potrebbe anche essere vero. Ma è bene non usare un orrore per giustificarne un altro. Concordo sulla necessità di cambuiare. È il come che mi preoccupa.

    • @De Nicolao: allora non siamo concordi solo sul COME. Non penso che l’idoneita’ nazionale “alla ANVUR” (pur con tutti i limiti e le problematiche procedurali) avra’ degli effetti cosi’ negativi, anzi. Staremo a vedere.

    • scusate, intendevo “normalizzare i dati bibliometrici per ricercatori ATTIVI avvantaggia un paese come l’Italia “

    • @De Nicolao: il problema sta’ proprio nelle normalizzazioni. In base alla normalizzazione che si scieglie esce tutto e il contrario di tutto. A chi credere? In questa confusione, io credo alla logica che vede impossibile, per un sistema gestito male in termini di assunzioni/promozioni e distribuzione dei fondi, essere tra i piu’ efficienti al mondo.

  10. Certamente l’Italia ha una ottima tradizione accademica nonostante tutto.
    Infin dei conti siamo un paese europeo con un PIL non proprio indifferente e non siamo, con tutto rispetto, la Tanzania. Sono anche d’accordo nel riconoscere che gli attacchi all’università sono spesso approssimativi e portati avanti da pulpiti che nascondono anche peggio. Ma l’università ha un ruolo particolare in un sistema nazione. Le cose non vanno bene nel nostro sistema universitario e credo sia inutile cominciare la lista. Il punto fondamentale del mio dubbio è il seguente: se le medie sono buone è grazie a pochi che fanno per molti. Insomma la varianza è alta. Ora mi va bene che si confuti l’uso sbagliato dei dati fatti dai media e da vari opinionisti. Ma non mi va bene che grazie alla media tutto diventi bello e buono, perché la realtà è evidentemente un’altra. Io sono stato in tre atenei diversi ed è sempre stata la stessa cosa. Le medie sono usate ovunque nelle liste, ma anche se l’Italia fosse prima in queste liste questo sistema universitario rimane ingiusto ed inefficiente.

    • “Ma non mi va bene che grazie alla media tutto diventi bello e buono, perché la realtà è evidentemente un’altra.”

      Mi spiace che non ci stiamo capendo su questo punto fondamentale. Nessuno usa le medie per dire che la realtà sia bella e buona: dove sarebbe scritto?. I dati vanno considerati e analizzati ma non manipolati a piacimento, questo è tutto.

      In ogni caso la varianza si può stimare con un’analisi approfondita e analitica che ancora manca. Ci sono dei casi in cui le distribuzioni degli Hindex dei docenti sono state stimate e non mi sembra che siano così anomale (almeno per quanto riguarda i campi censiti da Scopus). Se lei ha altre fonti, oltre la sua percezione, ci farà piacere saperlo.

    • A me pare che non dovremmo perdere di vista il problema. Alcuni opinionisti, e anche certi ambienti politici e imprenditoriali, hanno usato dati medi inaffidabili per sostenere interventi legislativi punitivi dell’università nel suo complesso (se la media non è buona, bisogna punire tutta la categoria per renderla più produttiva). Noi sosteniamo, e fino a ora non mi pare che qualcuno abbia confutato la nostra tesi, che la premessa fattuale da cui partono costoro è falsa. Ciò non vuol dire che problemi non ci siano, ma non è certo punendo l’intera università italiana, o imponendole controlli irragionevoli, che si risolvono.

      Inoltre, a costo di ripetere l’ovvio, ribadisco una cosa che ho già detto in passato. Non c’è correlazione stretta tra produttività scarsa, o di scarsa qualità, e moralità dei comportamenti personali. Ci sono state, e probabilmente ci sono, persone disinvolte nell’uso del proprio potere che hanno performance alte, secondo gli indici disponibili. Contrariamente a quel che sostengono certi trinariciuti della bibliometria, un h-index alto non è un indice di moralità personale.

  11. Buon Natale,

    mi piacerebbe avere i riferimenti bibliografici di dove è stata analizzata la varianza. Grazie.

    Che l’uso delle medie in una certa direzione siano implicitamente una difesa del sistema attuale è chiaro non bisogna scriverlo in corsivo.

    Come ho detto la mia percezione è basata su alcuni casi. Se vuole in privato (via e-mail) possiamo fare degli esercizi espliciti assieme. Dico in privato perché scegliendo un dipartimento di fatto è facile risalire ai nomi, quindi se non si ha tempo di fare un’analisi completa non è possibile sbandierare i nomi. Per il mio dipartimento ho comunque dato i dati.

    Ciao Peppe

    • Riguardo al dibattito media vs varianza, confesso di non avere dati da mostrare, ma avanzo due considerazioni:
      ________________
      1. Sarei sorpreso che l’Italia costituisse un caso unico nella distribuzione degli indicatori bibliometrici, ovvero che sia l’unica nazione il cui CV (coefficiente di variazione = rapporto tra deviazione standard e media) è decisamente più alto della norma. Certamente, l’ultima parola spetta ai dati.
      ________________
      2. Ammesso e non concesso che esista un’anomalia nel CV dell’Italia, il fatto che la media della produttività (in termini di papers o citazioni per dollaro speso) sia in linea se non più alta di nazioni come Canada, Germania, Francia e Giappone vorrebbe dire che i fannulloni italiani (che altrove non esisterebbero) sono compensati da un ceppo di eccezionali stakanovisti della ricerca (che altrove non esisterebbero). Può anche darsi che sia così, ma fino a quando non vedo i dati mi sembra una leggenda accademica in attesa di riscontro, un po’ come i coccodrilli bianchi nelle fogne di New York (che qualcuno sostiene esistano veramente).

    • Scusa, ma i coccodrilli bianchi esistono veramente. Io li ho visti|
      Cordialmente
      ANnunziata VURace
      :-)

    • Forse non c’e’ un caso unico. E forse nei casi piu’ alti della norma non c’e’ l’Italia.
      Almeno in certi settori.

      La Fisica che conosco ha un CV di circa 0.1 per i PA e di 0.2 per i PO.

      Ma queste sono cose da ANVUR.

    • In Italia CHI SBAGLIA NON PAGA. Quindi molti corsi e sedi inutili sono stati fatti per accontentare la politica universitaria o territoriale. Invece in UK CHI SBAGLIA PAGA. Se metto in piedi un corso di laurea economicamente insostenibile, lo chiudono (magari anche licenziando professori) e ci faccio anche una figuraccia, i.e. ci rimetto come progressione di carriera.

    • Ho mostrato con i numeri che diversi corsi di laurea sono stati chiusi e che il numero di atenei, sedi universitarie e corsi di laurea non è anomalo nel confronto con altre nazioni europee. Che poi ci siano problemi nell’assunzione delle responsabilità (a partire da MIUR, ANVUR e fino scendere ai rettori, CdA, Senati accademici, dipartimenti e ai corsi di laurea) è purtroppo vero. Ma ogni diagnosi deve essere realistica e non mitologica. Nessuna idealizzazione ma nemmeno demonizzazione: è necessario un approccio scientifico basato sui dati e sui confronti internazionali. Mi permetto anche di dubitare che il Regno Unito sia la perfezione sotto ogni punto di vista. Per alcune cose, non ho dubbi che sia meglio. Ma ci sono episodi inquietanti che evidenziano la deriva verso uno strapotere manageriale a scapito dell’autonomia accademica. Un caso recente è la sospensione di un docente “for raising issues over “secrecy” in his department”: http://www.timeshighereducation.co.uk/story.asp?storycode=421530


    • Per definizione, ogni sistema fatto da essere umani (compresi gli inglesi !!!) non e’ perfetto. Ma che il sistema della ricerca universitaria britannico sia piu’ virtuoso di quello italiano e’ fuori da ogni dubbio.
      Io comunque ho fatto una critica proprio sui dati “scientifici” che hai citato. Infatti in UK ogni universita’ puo farsi tutti i corsi di laurea che vuole. Il sistema e’ liberalizzato. Pero’, se si va a vedere la sostanza, decine (se non centinaia!) di diversi corsi di laurea nel mio campo possono essere comparati a 3-4 corsi di laurea in scienze motorie italiani. Quindi le statistiche che hai mostrato non rispecchiano la realta’, e soprattutto non danno risposta ai problemi evidenziati da peppesacco di corsi e sedi di laurea inutili fatti solo per far contenti i baroni e/o i politici locali.

    • Gentile samueleuk, si vede che lei vive in uk e che la sua valutazione soggettiva non le permette di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, per esempio quanti corsi di laurea sono stati chiusi e quanti docenti sono usciti (senza ricambio) dal sistema universitario negli ultimi anni.

    • Ma cosa c’entra il mancato ricambio con il licenziamento? Io stavo parlando di Professori (anche giovani) licenziati in tronco perche’ poco produttivi scientificamente o perche’ l’universita’ chiude interi dipartimenti o corsi di laurea.

    • Io sto invece parlando dell’Italia. Dove non è possibile licenziare dipendenti pubblici. E dove negli ultimi anni nel mondo universitario non ci sono stati apparentemente licenziamenti. Solo riduzioni di personale. E una riduzione drastica di corsi di studio. Ed una riduzione di tutto quel lavoro “flessibile” che introno a quei corsi girava. Nessun licenziamento. Solo una intera generazione lasciata fuori dall’università (e anche dal mondo del lavoro). Noi in Italia questa cosa la chiamiamo riduzione delle rendite parassitarie nell’università e dei privilegi dei baroni.

    • “Io sto invece parlando dell’Italia. Dove non è possibile licenziare dipendenti pubblici”.
      E dice poco? La sicurezza di non poter essere licenziato anche se non si fa il proprio dovere e’ uno dei mali dell’universita’ italiana.
      E poi scusate, in Italia ci sono universita’ che spendono l’80% o piu’ in personale. C’e’ qualcosa che non va.

    • E poi scusate, in Italia ci sono universita’ che spendono l’80% o piu’ in personale. C’e’ qualcosa che non va.
      —————————————–
      samueleuk che stai a dire? Gli assegni fissi sono ben oltre 80% del FFO dell’intera università italiana.

    • per “assegni fissi” intendi “spese per il personale”? Se e’ cosi’ allora siamo messi anche peggio di quello che pensavo. Nella mia universita’ in UK quest’anno si sono felicitati perche’ la spesa per il personale e’ calata dal 53 al 51% della spesa !!!

    • Quando si da una percentuale si deve sempre dire di cosa. Le entrate sono FFO, tasse studenti, contributi di enti vari ecc… Rispetto al totale delle entrate può accadere anche da noi di avere spese per il personale (assegni fissi) ben sotto l’80%. Ma se ricevo soldi per una cosa non li posso spendere per un’altra.

  12. Scusate se insisto. Ho appena calcolato per tutti gli ordinari del mio SSD il numero di items in Scopus dal 2008. Il mio SSD è composto da 101 ordinari. La media di items è di poco superiore a 10 ma ben 35 (quindi possiamo dire il 35%) ha meno di 5 items (con alcuni zero). Mentre 14 ne hanno oltre 20. Credo che queste siano code non trascurabili. Forse non drammatiche, ma sicuramente non possono essere nascoste. Tra l’altro ritengo che il mio SSD sia particolarmente “virtuoso” e quindi penso che in altri SSD la situazione sia ancora più terribile.

    Ribadisco che il problema della varianza risulta fondamentale. Non importa se altri paesi hanno lo stesso problema. In Italia questa eterogeneità ha un impatto fondamentale nella vita accademica. In altri paesi lo stesso fenomeno potrebbe avere un impatto molto più mitigato perché esistono sistemi compensativi. Per esempio, chi pubblica poco magari ha un carico didattico o amministrativo (di servizio non di potere) maggiore. Magari non partecipa al reclutamento e così via.

    Ovviamente sono completamente d’accordo nel ritenere che la produttività scientifica non garantisce la moralità, ma la non produttività scientifica garantisce la scarsa professionalità (sempre in media perché ci possono essere casi speciali). Questo è secondo me un problema non trascurabile.

    Io non ho idea se affamare il sistema universitario italiano sia una buona strategia. Ma faccio un esempio concreto. La mia facoltà (tra poco ex) gestisce 5 corsi di primo livello. Uno in una sede distaccata. Mentre i 4 corsi della sede principale si dividono 450 matricole quello nella sede distaccata (80Km dalla principale) solo 36. Se i costi per corso di laurea sono gli stessi (anzi in una sede distaccata sono solitamente maggiori per via della mancanza di un economia di scala) ecco un altro problema di varianza: il corso della sede distaccata costa a studente oltre tre volte quello nella sede principale. Il corso nella sede distaccata è tra l’altro un doppione di uno della sede principale. Come mai se siamo affamati ancora non si chiude il corso nella sede distaccata?

    Siccome ogni anno si piange che mancano i soldi, la mia ingenua risposta è perché esiste un deficit di professionalità. Siccome esiste una grossa fetta di accademici con una professionalità universitaria bassa per loro i soldi servono non per la didattica e la ricerca ma per altre cose. Quindi si piange, ma per i motivi sbagliati. Insomma, fino a quando non vedrò chiudere un doppione in una cattedrale del deserto io non potrò mai pensare che i soldi in cassa sono pochi. Ovviamente, potete pensare che sono uno sfigato e me ne capitano di tutti i colori. Forse è vero. Però vi dico che in un Senato Accademico di un altro ateneo con le mie orecchie ho sentito dire ai senatori che cercavano di risparmiare qualcosa per aumentare i fondi per la ricerca che stavano sbagliando tutto lavorando in modo troppo assennato “perché in Italia i soldi prima si spendono e dopo che sono stati spesi si devono piangere presso lo Stato”. Quindi i nostri ragionamenti di risparmio erano inutili e stupidi. Chi parlava era preside ed era stato rettore ed ovviamente ha avuto la meglio: il consesso ha deliberato nella direzione della spesa.

    In definitiva penso che senza un idea nuova di Università ogni difesa rimane vana e non giustificabile anche se gli attacchi vengono da pessimi pulpiti.

    Quindi i dati devono supportare una valida alternativa.

    • Confermo che, in UK, a chi pubblica poco viene solitamente dato un carico didattico o amministrativo maggiore. Inoltre, a differenza dell’Italia, chi pubblica poco non viene promosso se non per meriti didattici o amministrativi veramente eccezzionali.

    • Non si capisce proprio dove si vuole andare a parare con queste considerazioni, se non alimentare una polemica sterile e includente. Lei è partito dicendo che è meglio chi spara balle a chi fa le analisi corrette. Poi ha detto che sì le analisi sono corrette ma la media può non essere rappresentativa della distribuzione se la varianza è troppo grande e che forse noi siamo un caso unico al mondo in quanto ad eterogenità. Poi ci spiega che nel suo SSD ha fatto l’analisi del numero di pubblicazioni e che il 35% sono inattivi: una vqr fatta in casa diciamo così.

      Lei non ha ancora capito il punto fondamentale. Una cura sensata può essere fatta solo da una diagnosi giusta e corretta. Che ci siano problemi nell’università italiana qui nessuno lo nega e che questi problemi siano stati generati dall’azione congiunta di una classe politica irresponsabile e da una classe diriginziale accademica che ha pensato in primo luogo a farsi gli affari propri non c’è ombra di dubbio.

      Penso che i dati sono i dati ed è meglio che non siano né falsi né manipolati. Il problema è quale sia la soluzione: il consiglio è di leggere un po’ quello che scriviamo e rifletterci sù.
      Vari della redazione, me compreso ci hanno anche dedicato un libro, e comunque ci dedicano parecchio tempo a questo problema: è ovvio che le scelte dissennate sia della politica sia dell’accademia sono deleterie per le nuove generazioni e per il futuro dell’università stessa.

    • Aggiorniamo i punti cardine di ROARS:

      i) il sistema universitario italiano sostanzialmente funziona;

      ii) il problema e’ la dirigenza e la politica;

      iii) solo ROARS sa fare le analisi statistiche.

      Conclusione:

      iv) lasciate fare a ROARS le analisi statistiche,
      la dirigenza e la politica.

    • Il punto iii), se non è una battuta, è palesemente falso. Chiunque può fare riportare dati corretti e analizzarli in modo rigoroso. Basta seguire le usuali regole adottate in ambito scientifico. Quando contestiamo dati e analisi altrui, documentiamo sia le fonti che le procedure adottate. Le nostre conclusioni fondano la loro validità sugli argomenti scientifici e non sulla pretesa (assurda) che solo noi sappiamo maneggiare i dati.

    • “Insomma, fino a quando non vedrò chiudere un doppione in una cattedrale del deserto io non potrò mai pensare che i soldi in cassa sono pochi”
      ____________________________________
      La chiusura dei doppioni è documentata nella Tabella 2.24 nell’Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario (2011) del CNSVU (http://www.cnvsu.it/publidoc/datistat/default.asp?id_documento_padre=10874):


      Dal conteggio andrebbero esclusi i corsi di studio delle professioni sanitarie che meritano un discorso a parte (a tale proposito Figà Talamanca scrive: “una recente legge ha imposto l’obbligo della laurea per esercitare la professione di infermiere, stabilendo anche che la metà dei crediti impartiti per il conseguimento di questa laurea sia impartito da personale ospedaliero. A questo punto è divenuto conveniente aprire i corsi di laurea per infermieri e professioni equivalenti nelle strutture ospedaliere che ospitavano le vecchie scuole per infermieri di livello non universitario. Quando si parla degli “sprechi” associati alla apertura di sedi distaccati bisognerebbe escludere i corsi di laurea di discipline infermieristiche per i quali la sede distaccata dà luogo ad un risparmio piuttosto che a uno spreco.”, http://noisefromamerika.org/c/5236/56612).
      Escludendo le professioni sanitarie, abbiamo 222 comuni sede di corsi di studio universitari. Vuol dire circa 3,8 comuni sede di corso di studi per milione di abitante. Tanti o pochi? Per fare un confronto:
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      Germania: 3,9 atenei per milione di abitanti (il numero di comuni sedi di corso di studi sarà ovviamente maggiore)
      Francia: 8,4 atenei per milione di abitanti
      USA: 14,5 atenei per milione di abitanti
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      (Fonte: Malata e Denigrata, Donzelli, 2009)
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      Per essere al corrente della cura dimagrante che riguarda i corsi di laurea basta leggere i quotidiani:


      I 4.830 corsi di studio attuali (2.706 di I livello o a ciclo unico + 2.124 di II livello) corrispondono a circa 84 corsi di studio per milione di abitante. Per fare un paragone riporto alcuni dati europei:
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      72.8/milione in Spagna (sottostimato non considerando le università private, [1/3 del totale])
      77.4/milione in Francia (sottostimato perché mancano i dati sui corsi nelle Grandes Ecoles)
      107.2/milione nei Paesi Bassi
      154.1/milione in Germania (sottostimato perché calcolato considerando solo i corsi universitari)
      610.0/milione nel Regno Unito (sovrastimato perché al posto dei corsi considera una stima dei cosiddetti “programmes”, più o meno equivalenti agli indirizzi).
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      (Fonte: Malata e Denigrata, Donzelli, 2009)

    • “La media di items è di poco superiore a 10 ma ben 35 (quindi possiamo dire il 35%) ha meno di 5 items (con alcuni zero). Mentre 14 ne hanno oltre 20. Credo che queste siano code non trascurabili. Forse non drammatiche, ma sicuramente non possono essere nascoste. Tra l’altro ritengo che il mio SSD sia particolarmente “virtuoso” e quindi penso che in altri SSD la situazione sia ancora più terribile.”
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      Può darsi che sia terribile, ma bisognerebbe sapere di che SSD si tratta per capire:
      1. In che misura la copertura di Scopus è esaustiva (dando per scontato che non si siano perse per strada pubblicazioni, cosa che nelle ricerche sui database è sempre possibile).
      2. fare una comparazione con la produttività internazionale nella stessa area scientifica. L’esame di SCImago ristretto ad aree o sotto-aree mostra che la posizione dell’Italia è abbastanza stabile.
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      “Ribadisco che il problema della varianza risulta fondamentale. Non importa se altri paesi hanno lo stesso problema. In Italia questa eterogeneità ha un impatto fondamentale nella vita accademica. In altri paesi lo stesso fenomeno potrebbe avere un impatto molto più mitigato perché esistono sistemi compensativi.”
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      Continua a valere il discorso dei “coccodrilli bianchi”. Se da noi la varianza è molto più elevata che altrove vuol dire che, essendo la media paragonabile o persino superiore, in Italia siamo riusciti a generare la razza superiore dei super-accademici che con prestazioni olimpioniche compensano i fannulloni. Prima di credere ai coccodrilli bianchi vorrei vedere dei dati solidi e comparati a livello internazionale.
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      Io non ho idea se affamare il sistema universitario italiano sia una buona strategia.
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      Io sì: è una pessima strategia che ci fa sprofondare nel terzo mondo.
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      “ecco un altro problema di varianza: il corso della sede distaccata costa a studente oltre tre volte quello nella sede principale. Il corso nella sede distaccata è tra l’altro un doppione di uno della sede principale. Come mai se siamo affamati ancora non si chiude il corso nella sede distaccata?”
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      Le università statali devono rispettare D.M. 76 che pone vincoli severi (in termini di docenti di ruolo) per mantenere attivati i corsi di laurea. A meno che non si tratti di una truffa (e in tal caso la inviterei a denunciarla al ministero), il corso della sede distaccata deve essere “coperto” da un certo numero di docenti che possono anche essere docenti “in eccesso” perché nella sede principale sono attivati meno corsi di quelli potenzialmente attivabili (una specie di compensazione). Rinunciare ad attivare un corso (o addirittura chiuderne) nella sede principale per tenere aperta una sede distaccata può essere una scelta più o meno sensata (potrebbe essere una “scommessa” legata a certe caratteristiche del territorio oppure potrebbe essere un errore). Di sicuro richiede un risparmio nella sede centrale. Se la scelta non è giustificata, sarebbe bene sollevare la questione in ambito dipartimentale per concentrare e arricchire l’offerta formativa nella sede principale. Di sicuro, la sede periferica non è “gratis”: se la si tiene aperta vuol dire che si tira la cinghia nella sede centrale, quanto meno limitandone l’offerta didattica.
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      Siccome ogni anno si piange che mancano i soldi, la mia ingenua risposta è perché esiste un deficit di professionalità. Siccome esiste una grossa fetta di accademici con una professionalità universitaria bassa per loro i soldi servono non per la didattica e la ricerca ma per altre cose. Quindi si piange, ma per i motivi sbagliati.
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      I dati internazionali mostrano che si spende poco per l’università e che anche la spesa per studente è inferiore alla media OCSE. Mostrano anche che la produttività (papers o citazioni per dollaro speso) è superiore a quella di nazioni come Francia, Germania e Giappone. Non c’è evidenza scientifica che la distribuzione degi indici di produttività sia diversa da quella delle altre nazioni (e se lo fosse, vorrebbe deire che abbiamo generato una razza superiore di super-accademici che compensano i fannulloni). A me sembra un ragionamento che parte dalle conclusioni. Chi vuole giustificare una politica di ulteriori tagli, visto che i dati medi non offrono alcun appiglio, deve postulare che ci siano molti più fannulloni che nel resto del mondo e che si possano effettuare tagli chirurgici che colpiscono solo loro in modo da non far collassare didattica e ricerca. Insomma, i “coccodrilli bianchi” devono esistere perché altrimenti bisognerebbe ammettere che la politica di tagli degli ultimi anni non era giustificata.
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      Forse è vero. Però vi dico che in un Senato Accademico di un altro ateneo con le mie orecchie ho sentito dire ai senatori che cercavano di risparmiare qualcosa per aumentare i fondi per la ricerca che stavano sbagliando tutto lavorando in modo troppo assennato “perché in Italia i soldi prima si spendono e dopo che sono stati spesi si devono piangere presso lo Stato”. Quindi i nostri ragionamenti di risparmio erano inutili e stupidi. Chi parlava era preside ed era stato rettore ed ovviamente ha avuto la meglio: il consesso ha deliberato nella direzione della spesa.
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      Mi sembra giusto che per le carenze etiche di quei senatori si abbatta una punizione collettiva su tutta l’accademia italiana (buona o cattiva che sia) ed anche sui giovani che aspirano ad una formazione universitaria. Nell’episodio biblico di Sodoma e Gomorra, Dio era più misericordioso. A parte gli scherzi, sulla base di questi argomenti aneddotici possiamo giustificare punizioni collettive nei confronti di qualsiasi categoria professionale. Potremmo raccontare raccapriccianti storielle sui notai, i commercialisti, i commercianti, i tassisti, etc.
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      In definitiva penso che senza un idea nuova di Università ogni difesa rimane vana e non giustificabile anche se gli attacchi vengono da pessimi pulpiti.
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      Questo è un altro argomento classico: fino a quando non ci purificheremo non saremo degni di chiedere la fine delle purghe. Dato che non si è mai puri abbastanza l’epoca delle purghe può durare all’infinito. Immaginiamo che la categoria i medici ospedalieri abbia qualche problema di produttività. Chiudereste gli ospedali in attesa che facciano pulizia al loro interno? Soprattutto nell’ipotesi che i dati sulla produttività indichino che è mediamente buona e che i fautori della chiusura (non potendo negare che le medie sono buone) invochino le purghe assumendo che gli ospedali italiani soffrano di mali unici al mondo e che i medici italiani si dividano tra fenomeni del tutto al di sopra della media mondiale e nullafacenti più o meno totali? Io mi affiderei a qualche studioso serio dei sistemi sanitari e farei di tutto per non chiudere troppi ospedali dato che, prima o poi, capita a tutti di aver bisogno di essere curati.

    • Diciamo che e’ alquanto singolare che ROARS bocci una valutazione meramente quantitativa degli aspiranti docenti in quanto solo una valutazione soggettiva puo’ tenere conto della complessita’ di un profilo accademico MENTRE, allo stesso tempo, usa statistiche opinabili per dimostrare il contrario di quello che e’ sotto gli occhi di tutti (valutazione soggettiva appunto): l’universita’ italiana e’ gestita male, chiusa in se stessa, e non meritocratica. Questa statistica sul numero di corsi di laurea per studente mi sembra un buon esempio. Infatti non ha senso comparare i corsi di laurea UK (totalmente liberalizzati) con quelli italiani (regolamentati per legge). Stiamo veramente comparando le pere con le mele. Quindi il messaggio che si vuol dare presentando questi dati e’ totalmente misleading.

    • Per quanto riguarda le valutazioni bibliometriche è stato ripetuto molte volte che, mentre il loro uso per la valutazione individuale di singoli articoli o ricercatori non ha credito dal punto di vista scientifico, quando invece ci si muove su scala aggregata (pur con le dovute cautele) le statistiche bibliometriche sono utilizzabili per studiare il comportamento complessivo dei sistemi nazionali di ricerca. Il metodo scientifico non si basa su “quello che e’ sotto gli occhi di tutti (valutazione soggettiva appunto)”, ma utilizza i dati disponibili accompagnandoli con tutte le informazioni (anche qualitative) che possano servire ad arrivare ad un giudizio informato. Nel giudicare un candidato io non mi permetterei mai di bocciarlo facendo appello al fatto che la sua irrilevanza scientifica è “sotto gli occhi di tutti”, anche se la sua reputazione fosse debole. Sarebbe altrettanto arbitrario che escludere gli storici delle matematiche dalle commissioni di concorso perché non pubblicano su riviste indicizzate da Scopus o WoK. La serietà scientifica mi imporrebbe di raccogliere tutti i dati e di leggere anche i suoi lavori per formulare un giudizio che è inevitabilmente qualitativo sulla sua maturità scientifica e che ha degli inevitabili margini di soggettività ma che non per questo fa a meno di dati numerici (numero delle pubblicazioni, distribuzione temporale, citazioni ricevute, titoli scientifici, premi, etc). Lo stesso approccio va usato per il sistema universitario: raccogliere tutti i dati ed interpretarli con tutte le informazioni al contorno. Un esempio di informazione al contorno che non può essere fatta rientrare in un banale schema quantitativo è la specifica natura dei corsi di studio delle professioni sanitaria evidenziata da Alessandro Figà Talamanca (http://noisefromamerika.org/c/5236/56612). È un lavoro che richiede accuratezza e precisione nella raccolta dei dati numerici ma anche attenzione a tutti gli aspetti che numerici non sono. Le mie affermazioni cercano di essere il più possibile prudenti. Mi limito a dire che l’idea che il numero di atenei italiani sia esorbitante non è supportato dai confronti internazionali. Naturalmente, i numeri sono solo un punto di partenza, ma se non si conoscono o si manipolano si parte con il piede sbagliato. Se poi si pensa di conoscere già la verità, ci muoviamo su un piano non scientifico e più consono al “bar sport” (che ha pure i suoi pregi in termini di sfogo, ma non per elaborare scelte decisive per il paese).

    • Allora, visto che siamo d’accordo che per analizzare i fenomeni sociali complessi i numeri non bastano, andiamo a vedere come e’ messa l’Italia in una classifica (quella del Times Higher Education, rivista del settore che voi citate molto quando vi fa comodo) dove insieme ai numeri la classifica viene fatta sulla base di ratings soggettivi dati da professori selezionati in tutto il mondo.

    • Nella slide 32 della mia presentazione vengono mostrati i punteggi medi di reputazione (indicata come “peer review”) per la classifica Times QS (progenitrice delle classifiche Times Higher Education sulle cui falle metodologiche, al limite se non oltre il ridicolo, ho già commentato in precedenza: https://www.roars.it/universita-e-ricerca-prime-proposte-roars-per-una-discussione/comment-page-2/#comment-9405). I punteggi medi riguardano le università che entrano in classifica per le seguenti nazioni: Italia, UK, Germania, Francia, Spagna , NL). Come si può vedere il punteggio medio degli atenei italiani in classifica supera quello medio degli atenei francesi e tedeschi ed è superato nettamente solo dagli atenei dei Paesi Bassi. Ritengo che le basi scientifiche di queste classifiche siano del tutto precarie, ma chi le invoca come giudizio di Dio tenga presente che nemmeno queste classifiche (fortemente sbilanciate a favore di chi ha più risorse) avvalorano la tesi di un’università italiana da buttare.


      Per quanto riguarda la modalità con cui vegono condotti i survey, mi era arrivata la richiesta di compilarne uno. Dato che non credo in queste classifiche non ho risposto, ma non posso fare a meno di osservare che non vedevo alcuna forma di controllo sulla qualità del dato raccolto e sulla rappresentatività (un survey raccolto su base volontaria comporta delle ovvie distorsioni).

    • peppesacco:”Scusate se insisto. Ho appena calcolato per tutti gli ordinari del mio SSD il numero di items in Scopus dal 2008. Il mio SSD è composto da 101 ordinari. La media di items è di poco superiore a 10 ma ben 35 (quindi possiamo dire il 35%) ha meno di 5 items (con alcuni zero). Mentre 14 ne hanno oltre 20. Credo che queste siano code non trascurabili. Forse non drammatiche, ma sicuramente non possono essere nascoste. Tra l’altro ritengo che il mio SSD sia particolarmente “virtuoso” e quindi penso che in altri SSD la situazione sia ancora più terribile. ”
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      Fare supposizioni sugli altri senza i dati accurati non è molto elegante. Occorrerebbe anche validare bene i propri. La mediana di 01/A4 è 15 il che vuole dire che il 50% del settore ha fatto più di 15 articoli ISI negli ultimi 10 anni. Nel settore 03/A2 il 90% dei PO ha fatto più di 20 lavori dal 2002, come il 78% dei PA e il 73% dei RTI. E 2 lavori ISI l’anno non sono proprio il confine con l’inattività.

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