Cosa c’è di vero nelle seguenti affermazioni?

“i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse”
“riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento”
“abbiamo gli universitari più finanziati del mondo”
“la spesa per studente è la più alta al mondo dopo USA, Svizzera e Svezia”
“L’Italia è l’unico paese al mondo dove esistono i fuoricorso”
“non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita”
“le università italiane sono cresciute troppo. Studiare per troppi anni non serve a nulla”
“che nell’università ci siano troppi professori è un fatto”
” l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale ”
“Italia maglia nera d’Europa. Il sistema della ricerca italiana – scientifica e umanistica – è crollato”
“Università italiana bocciata. Sorpassati anche dai turchi”
“L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo
le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo”
“Perchè pagare degli scienziati quando fabbrichiamo le più belle scarpe del mondo?”

Per rispondere, andiamo a vedere cosa dicono i numeri.

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Con la Legge di stabilità 2012, il calvario dell’università italiana giunge all’ultima stazione. La maggior parte degli atenei è ormai a rischio di default a causa della cura dimagrante imposta negli ultimi anni. Un indubbio successo della propaganda martellante che per anni ha denunciato i costi inusitati, l’irrilevanza scientifica e l’inutilità sociale dell’università italiana. Liberato da questa spesa parassitaria, il paese potrà finalmente risorgere investendo sul lavoro manuale, il turismo per i visitatori cinesi e indiani, senza scordare la fabbricazione delle “scarpe più belle del mondo”.

Nelle seguenti slides alcuni luoghi comuni di questa propaganda vengono messi a confronto con i fatti e con i numeri.

LINK: la presentazione in formato PDF

 

197 Commenti

  1. Grazie a De Nicolao per la mirabile sintesi.

    Tra i fatti incontestabili c’è che in Italia è attiva una lobby di economisti, prevalentemente operanti presso università private o all’estero, che hanno operato e continuano ad operare scientemente per uno smantellamento dell’istruzione pubblica, in particolare universitaria. Questi economisti, prego di notare, occupano praticamente ogni spazio mediatico, con rarissime eccezioni (per quanto ricordo tutti i nomi che vengono consultati come esperti dai media sono di Bocconi, Luiss o Cattolica, talora di sedi estere). Ovviamente i giornalisti sono sempre troppo occupati a spremere lacrime poetando su qualche evento di cronaca nera per poter andare a cercare esperti al di là del solito circolo di ‘accreditati’ (accreditati all’italiana: grazie all’amico dell’amico dell’amico).
    .
    In vista delle prossime elezioni non sarebbe male rammentare che il prealtro stimabilissimo prof. Monti appartiene precisamente a quello stesso entourage.
    .
    Sempre in vista delle prossime elezioni sarebbe il caso, ora, non domani o dopodomani o ad urne chiuse, far sapere a quei pochi partiti che hanno manifestato almeno verbalmente un interesse per le vicissitudini dell’istruzione pubblica in Italia, che è giunto il momento di far vedere da che parte stanno. A fronte di un silenzio si devono aspettare un eguale silenzio nelle urne.
    .
    Infine. Gli importi di cui parliamo come decisivi per il funzionamento dell’università italiana sono importi relativamente esigui rispetto al budget complessivo. Non si tratta di tirare fuori sull’unghia, per dire, tre miliardi e mezzo per il Monte dei Paschi di Siena. Se non si fanno passi in questa direzione si tratta di manifesta volontà politica, non di impossibilità. Devono sapere che lo si sa e che seguiranno comportamenti conseguenti.

    • Vorrei aggiungere: a “prevalentemente operanti presso università private” la seguente frase “che presentano livelli di internazionalizzazione e riconoscimento internazionale praticamente nullo. Oltre ad aver prodotto una classe di laureati (dai lori ranghi) assolutamente non considerata nel profilo internazionale e non adeguatamente preparata al mondo del lavoro”.

      Insomma le università italiane private sono l’aspetto piu’ deteriore dell’accademia italiana.

  2. Che tristezza… E’ la solita storiella dell’apparire e dell’essere.
    Quanti danni ha prodotto la mala-politica di questi ultimi venti anni!
    Ci riprenderemo mai? Siamo un Paese narcotizzato da stregoni e finti dottori.
    Complimenti per l’articolo.

  3. Bravissimo de nicolao. Amici e colleghi se vogliamo difendere l’universita’ e lavorare per migliorarla dobbiamo contrastare dappertutto queste lobbies. Bisogna conquistare i media. Bisogna andare nelle televisioni. Bisogna inseguire e precettare i candidati alle elezioni. Bisogna portare qualcuno in parlamento. Dobbiamo tutti fare la nostra parte. I docenti universitari devono avere visibilita’. Il momento e’ unico, dobbiamo muoverci.

    • È vero: siamo già oltre l’orlo del baratro. C’è un’unica speranza: che il nuovo governo inverta la rotta e decida di investire in formazione e ricerca. Aspettare ancora significa recidere il filo del ricambio generazionale. Con le nuove generazioni sta accadendo qualcosa di simile alla fuga degli scienziati sovietici dopo la caduta dell’URSS. Una volta depauperata l’accademia della sua linfa vitale, si innesca un processo di decadenza difficilmente reversibile. È importantissimo far pressione sui partiti per influenzarne i programmi e per farcela bisogna costruire un fronte comune che parta dagli studenti (e le loro famiglie) e comprenda il personale amministrativo, i ricercatori e i docenti. Ormai è in gioco la sopravvivenza stessa dell’istituzione.

  4. Dichiarazione di voto per le prossime elezioni politiche:

    Prendero’ in considerazione per assegnare il mio voto nelle prossime elezioni politiche soltanto quel partito o quei partiti che dichiareranno pubblicamente di voler INCREMENTARE il livello di finanziamento REALE per scuola, universita’ e ricerca PUBBLICHE in Italia, costantemente almeno del 5% all’anno per ogni anno della prossima legislatura, usando come base di riferimento il 2009.

    Riflessioni:

    Quanti sono i votanti nell’indotto di scuola, universita’ e ricerca pubbliche?

    Se tutti facessero analoga dichiarazione “ad evidenza pubblica” (penso che la maggior parte abbia ormai accesso a qualche forma di “presenza digitale suila rete”) potrebbe forse cambiare davvero qualcosa.

  5. Qui a destra c’è una lista di siti e blog relati all’università e al mondo dell’istruzione in generale.
    Potremmo (ovvero la redazione di Roars potrebbe) inviare sistematicamente un breve comunicato da diffondere o sottoscrivere dal contenuto più o meno di questo tono:
    .
    “Visto il predurante definanziamento di università, ricerca ed istruzione in Italia (link alla presentazione di De Nicolao), e considerato l’approssimarsi incombente di una soglia critica di degrado non più emendabile
    .
    SI CHIEDE
    .
    alle forze politiche che desiderino il voto di chi ha a cuore l’istruzione e la ricerca in Italia di impegnarsi pubblicamente al raggiungimento nel prossimo quinquennio di un livello di finanziamento in percentuale al PIL eguale o superiore alla media dei paesi OCSE.”
    .
    Trattandosi di una richiesta relativa ad una proporzione rispetto al PIL ogni argomentazione del tipo ‘non ci sono quattrini’ sarebbe strumentale ed infondata. Si tratterebbe di una richiesta (moderata) di segnalare una precisa volontà politica.

    • Pazzesco che sia l’ANVUR, un’agenzia di valutazione del sistema universitario, a chiedere il ripristino dei finanziamenti! Francamente, in Italia la confusione dei ruoli ha raggiunto livelli parossistici.
      Veramente ottimo l’articolo di De Nicolao, io l’ho girato a un po’ di colleghi, perché francamente ne ho piene le scatole di sentire a scadenze fisse nei corridoi accademici rispuntare giudizi qualunquistici tipo “siamo in troppi”, “l’università la pagano i poveri ai ricchi” (ma chi sarebbero poi questi “ricchi” che mandano i loro figli nelle università pubbliche? boh), ecc.
      Da questa piattaforma di REALTà assodate si dovrebbe ripartire, ben più che da promesse elettorali, per un’analisi seria della situazione dell’Università in Italia e per un piano – qualsiasi esso sia – di riforma. Qualsiasi promessa di aumento del finanziamento che non parta dalla presa d’atto della sitazione così com’è sarebbe inane. I disinformatori sono i veri nemici, ormai lo sappiamo.

  6. Il documentino di Anvur? Lacrime di coccodrillo,con un elogio della (loro) valutazione. Articoli intelligenti come questo di De Nicolao consentono immediatamente il passaggio al piano politico. Lo testimoniano i commenti. [Di milioni ce ne restituiranno forse un centinaio. Sarà il magro bilancio di questa legislatura].

    • Perche’ ROARS non si fa promotore (è un’ipotesi modestamente suggerita…) di stilare una decina di domande PUNTUALI (ergo SCIENTIFICHE) da inoltrare ai vari schieramenti politici e poi pubblicare le risposte????
      Non sarebbe male…

    • Non e’ questione di dati, e’ questione di come si normalizzano. Il finanziamento del sistema universitario italiano (statale nel vero senso della parola) e’ diverso da quello anglosassone (privato con fondi, parzialmente, statali). Per esempio, i costi e i finanziamenti per la ricerca sono calcolati in maniera diversa per quanto riguarda soprattutto gli “indirect costs”. Quindi vengono fuori dati che non riflettono la realta’ dei fatti. Voi veramente ve la sentireste di invitare un collega americano o britannico a venire in Italia per vedere come e’ organizzato uno dei sistemi universitari piu’ efficienti al mondo? Se stiamo ai dati presentati, questa sarebbe la logica conclusione. Invece voi sapete meglio di me quanta inefficienza e non meritocrazia ci sia in Italia. Certo, ci sono gruppi di ricerca (soprattutto in certe materie come la fisica) di eccellenza, ma sono basati o su di una tradizione antica, o su capacita’ e motivazioni individuali. Di certo il successo di questi gruppi di ricerca non e’ facilitato (anzi spesso viene frenato) dal sistema universitario nel suo complesso.

    • I dati OCSE comprendono finanziamenti privato e pubblici. Nella Chart B2.3 (slide #9) Stiamo parlando della spesa globale per l’università comprensiva di R&D universitaria. Per avere lo scorporo tra finanziamento pubblico e privato, basta considerare la Chart B2.2 che riporto qui sotto per comodità. Come si vede, Italia e UK presentano una diversa proporzione tra spesa pubblica e privata, ma ciò non cambia il dato aggregato. L’approccio scientifico si basa sui dati, non sui pregiudizi. I dati ufficiali sono questi. Ripeto l’invito: se qualcuno ha dei dati diverso, li presenti.


    • aggiungo un altro esempio di normalizzazione che crea dati non validi: normalizzare la spesa universitaria per numero di studenti. In Italia ci tantissimi studenti fuori corso, mentre nel sistema anglossassone il fuori corso e’ un concetto quasi sconosciuto.

    • Chi ha la pazienza di leggere le slides, vede che il problema dei fuori corso è trattato nelle slides 72-78. L’OCSE sa bene che la durata dei corsi di studio varia da nazione a nazione (anche a causa delle diverse proporzioni di fuoricorso):
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      “Given that the duration and intensity of tertiary education vary from country to country, differences in annual expenditure on educational services per student (Chart B1.2) do not necessarily reflect differences in the total cost of educating the typical tertiary student. For example, if the typical duration of tertiary studies is long, comparatively low annual expenditure per student by educational institutions can result in comparatively high overall costs for tertiary education. Chart B1.4 shows the average expenditure per student throughout the course of tertiary studies.”
      ______________________________
      La Chart B1.4 è mostrata nella slide 78 e mostra che l’Italia è 16° su 25 nazioni con una spesa per studente inferiore alla media OCSE.
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      Un’ultima raccondazione: i lettori sono caldamemte invitati a leggere gli articoli prima di commentarli. I redattori cercano di limitare la moderazione al minimo indispensabile e, personalmente, cerco di avere la pazienza di rispondere in modo molto didattico alle obiezioni che vengono sollevate. Tuttavia, ciò richiede molto tempo ed è più che legittimo cestinare commenti la cui risposta è già contenuta nell’articolo. Sarebbe controproducente ingolfare il blog di materiale che non aiuta la discussione e rende più difficile rintracciare le osservazioni intelligenti.

    • ma lei si rende conto di scrivere senza mai, dico mai, portare un dato che sia uno e che non sia quello che riguardi il suo personale concorso? Ma si rende conto di quale immagine sta trasmettendo dell’accademia UK che ha avuto la bontà di assumerla?

    • Caro Professor Labini, le assicuro che in UK le persone non le assumono per “bonta’”. Solo in Italia mi hanno detto che hanno fatto vincere un concorso da associato ad un ricercatore perche’ era “un caso umano”. Come un sistema del genere possa essere tra i piu’ efficienti al mondo (secondo i dati presentati da De Nicolao), veramente mi sfugge.

    • Sul discorso della normalizzazione delle spese per studente, ma voi veramente pensate che un fuori corso italiano che fa due esami all’anno e non frequenta va considerato come un undergraduate inglese o americano? Non so voi, ma io sono stato studente in tre sistemi universitari diversi (Italiano, USA e UK) e affermare che in Italia per gli studenti sono underfunded sulla base di questi dati non ha senso. Gli studenti italiani costano molto meno di quelli UK e USA.

    • ma non siete voi quelli che ritengono imperfette le analisi quantitative ? ah aha ah Almeno gli indici bibliometrici sono gli stessi in tutto il mondo. Invece mi sembra che voi, pur di vendere la favola che il sistema universitario italiano e’ tra i piu’ efficienti al mondo, comparate le arance con le pere.

    • Nel paragone di paesi diversi si sono usati i dati Ocse che sono infatti fatti in modo da “normalizzare” i diversi sistemi d’istruzione ognuno con le sue particolarità. La differenza tra la “casalinga di voghera” e uno studioso è esattamente nel capire la differenza tra dati scientifici e leggende metropolitane.

    • va beh, vedo proprio che non capisce. La spesa cumulativa per studente non tiene conto delle differenze tra un paese dove ci sono molti studenti che frequentano poco e possono prolungare gli studi per molti anni (l’Italia) rispetto ad altri paesi dove gli studenti frequentano assiduamente e non possono proloungare gli studi all’infinito. La casalinga di Voghera questa cosa la capirebbe.

    • L’uso della spesa cumulativa serve esattamente ad effettuare confronti sensati quando la durata (e l’intensità) degli studi varia da una nazione all’altra. Non posso che ricopiare una seconda volta la citazione di OCSE Education at a Glance:
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      “Given that the duration and intensity of tertiary education vary from country to country, differences in annual expenditure on educational services per student (Chart B1.2) do not necessarily reflect differences in the total cost of educating the typical tertiary student. For example, if the typical duration of tertiary studies is long, comparatively low annual expenditure per student by educational institutions can result in comparatively high overall costs for tertiary education. Chart B1.4 shows the average expenditure per student throughout the course of tertiary studies.”

    • Come fa vedere nelle sue slides, l’efficienza e’ data da input e output. E l’output necessario per assistere uno studente fuori corso italiano intento a memorizzare libri a casa di mamma e’ molto diverso dall’output necessario per assistere uno studente undergraduate britannico che fa tante esercitazioni, laboratori, tutoraggio 1-on-1 etc. frequentando assiduamente un campus.

    • Comunque la leggenda metropolitana (supportata da dati che comparano arance e mele) e’ quella che l’Italia ha uno dei sistemi universitari piu’ efficienti al mondo. Ci credete solo voi.

    • samueleuk: “Comunque la leggenda metropolitana (supportata da dati che comparano arance e mele) e’ quella che l’Italia ha uno dei sistemi universitari piu’ efficienti al mondo. Ci credete solo voi.”
      ___________________________
      Cerchiamo di non deformare i fatti e di non falsificare le opinioni altrui. Andiamo per ordine:
      ____________________________
      1) Le citazioni riportate nell’articolo mostrano che l’opinione pubblica, lungi dal pensare che quello italiano sia uno dei sistemi universitari più efficienti al mondo, è convinta che l’Italia abbia un sistema universitario estremamente costoso (“la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia”) e inefficiente (“l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale”).
      ____________________________
      2) Non mi risulta che i redatttori di Roars e nemmeno alcuno dei lettori creda che quello italiano sia uno dei sistemi universitari più efficienti al mondo. Quello che abbiamo documentato è che il sistema funziona in modo non troppo diverso dai sistemi universitari di altre nazioni europee di dimensioni paragonabili. Stabilire in dettaglio se e quanto siamo più efficienti dei francesi o dei tedeschi ci interessa relativamente poco. Ci interessa il fatto la ricerca italiana *non è* la pecora nera mondiale o europea. L’università italiana sarà un po’ più oppure un po’ meno efficiente delle altre nazioni (che di norma investono più di noi), ma di sicuro il massacro che sta subendo si fonda su giustificazioni ideologiche che poco hanno a che vedere con i fatti.

    • Caro De Nicolao, la UK e’ una nazione che, per dimensioni. e’ paragonabile all’Italia. Eppure le assicuro che il sistema UK funziona in maniera molto diversa da quello italiano. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

    • Samuele, c’è un problema di dati. O sono falsi (e sono falsi per tutti) oppure bisogna farci i conti. Decidi tu. Naturalmente sappiamo benissimo che il sistema è perfettibile, non siamo né sciocchi ne ciechi. Che ci sia qualcosa di mezzo fra “fa schifo” ed “è perfetto”?
      A.

    • E chi dice che sono dati falsi? Dico solo che sono dati poco validi per supportare la tesi che l’Italia produca tanto e ben pur ricevendo pochi fondi (mi ricordo il boato dopo che il vice presidente della CRUI disse la stessa cosa durante un incontro di accademici/ricercatori italiani in UK organizzato dall’ambasciata italiana. Almeno non sono da solo). La poca validita’ dei dati deriva dal fatto che queste normalizzazioni non tengono conto delle diversita’ tra paesi nel modo di studiare e di finanziare la ricerca.

    • samueleuk: “La poca validita’ dei dati deriva dal fatto che queste normalizzazioni non tengono conto delle diversita’ tra paesi nel modo di studiare e di finanziare la ricerca.”
      ____________________________
      I dati sono quelli accettati ed usati dalla comunità scientifica internazionale (fonti: Scopus per la bibliometria e OCSE per i dati economici). Dividere pubblicazioni e citazioni attribuibili ai ricercatori universitari per l’HERD (Higher education Expenditure on R&D) è la misura di produttività standard. Se è al corrente di altri dati o di altre misure, le presenti.

  7. Volevo ringraziare sinceramente il Professor Giuseppe De Nicolao perché mi ha davvero fatto ricredere su molti aspetti dell’università italiana. “Professore” in questo caso non è un semplice titolo accademico ma un riconoscimento verso qualcuno che mi ha insegnato qualcosa. Come ha convinto me, c’è speranza che qualcun altro che ha maggior potere decisionale di me si interessi alle sue argomentazioni. Le 85 slides sono molto ben fatte, e sicuramente ne sfrutterò qualcuna presto…

    Detto questo, ci sono ancora punti sui quali non condivo le conclusioni.
    L’università italiana non è affatto l’impero del male, è un bene pubblico e beneficia anche chi non ne usufruisce direttamente. OK. Tuttavia, al momento è una élite: ci sono classi di persone che non sono in grado di averne un beneficio diretto. Penso ad esempio allo studente “capace e meritevole ma privo di mezzi” a cui non interessa quanto siano le tasse universitarie, tanto non si potrà permettere mai i cinque anni di Università perché non può permettersi il vitto, alloggio e spese per I libri. Penso ad esempio agli studenti figli di immigrati che affollano le classi delle elementari e spariscono nelle aule universitarie. Perché sono meno capaci degli italiani “doc”?
    Da un altro lato, penso anche a persone come SamuleleUK, che ti dice giustamente che lui di fatto è stato tagliato fuori senza appello dalla possibilità di entrare nell’accademia italiana. La situazione che descrive è la stessa di tanti ricercatori all’estero che sono trovati impossibilitati a ritornare in Italia, a dispetto del merito.
    A tutte queste persone le tesi degli Ichinos, come sono stati nominati in questo sito, piacciono, perché tramite I prestiti di onore e l’aumento delle tasse per finanziare le borse di studio vedono almeno la possibilità teorica di beneficiare in modo diretto dell’università. Idem l’ANVUR: quanti saranno realisticamente le posizioni per prof associato destinate a persone che non sono già ricercatori? 400 secondo le stime di un articolo di questo sito? Ovvero uno per settore scientifico disciplinare? Bene, tante persone apprezzano che almeno loro il biglietto della lotteria grazie all’ANVUR adesso lo possono comperare. Iniziative demagogiche? Forse. Che tuttavia hanno un loro logica. Il potenziale improbabile beneficio diretto del singolo contro il possibile danno alla collettività.

    • bisogna procedere per gradi e capire bene la situazione attuale che nessuno sta difendendo. però è ovvio che si fa la caricatura di qualcosa è difficile intervenire in maniera adeguata. dunque il primo passo è la diagnosi, perché se questa è sbagliata o peggio ancora è deliberatamente manipolata allora la cura sarà ovviamente sbagliata. E questo accade anche se la cura solletica la pancia a tanti perché propone soluzioni semplici e demagogiche, e dunque in realtà sbagliate, a problemi complessi. Siamo una comunità di accademici, in principio abituati a pensare in maniera critica ai problemi, e non le famose casalinghe di voghera che si fanno abbindolare dalla vanna marchi di turno: o no ?

    • “Penso ad esempio allo studente “capace e meritevole ma privo di mezzi” a cui non interessa quanto siano le tasse universitarie, tanto non si potrà permettere mai i cinque anni di Università perché non può permettersi il vitto, alloggio e spese per I libri”
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      Questo è un problema gravissimo e la soluzione più ovvia è quella seguita nella maggior parte dei paesi europei in cui le tasse universitarie sono più basse che in Italia (o addirittura nulle) ed in cui una larga proporzione di studenti beneficia di sostegni economici (borse di studio, per esempio). Come scritto nelle nostre proposte (https://www.roars.it/universita-e-ricerca-prime-proposte-roars-per-una-discussione/):
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      “Il sistema di finanziamento dovrebbe essere modificato in modo tale che gli studenti aventi diritto alla borsa abbiano la garanzia di riceverla su tutto il territorio nazionale, con condizioni di accesso uniformi”
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      “penso anche a persone come SamuleleUK, che ti dice giustamente che lui di fatto è stato tagliato fuori senza appello dalla possibilità di entrare nell’accademia italiana. La situazione che descrive è la stessa di tanti ricercatori all’estero che sono trovati impossibilitati a ritornare in Italia, a dispetto del merito.”
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      Anche questo è un problema grave e ci sembra che il modo più efficace per risolverlo è avere una congrua percentuale di posizioni coperte mediante concorsi riservati ad esterni. Come scritto nelle nostre proposte (https://www.roars.it/universita-e-ricerca-prime-proposte-roars-per-una-discussione/):
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      “D) Sono necessarie misure per favorire la mobilità dei docenti fra le sedi. Tra queste, occorre considerare un incremento della quota riservata nel reclutamento locale a soggetti esterni che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’Università stessa (L. 240/2012, art. 18 comma 4), applicando tale quota separatamente per ciascuna delle fasce e per le posizioni di ricercatore a tempo determinato di tipo B.”
      ______________________________________
      In ogni caso è chiaro che questi diventano discorsi puramente accademici nel momento in cui il finanziamento scende al di sotto delle spese fisse e molti atenei sono destinati al default.

  8. I dati mostrati sembrano indicare che l’universita’ italiana in media non stia andando male tuttavia non danno indicazioni comparative rispetto ad altri paesi su rare punte di eccellenza che poi possono diventare trainanti, “fare scuola” e produrre benefici a lungo termine. Fa un po’ “tifo da stadio” ma se si va a vedere la lista dei premi Nobel nelle discipline scientifiche (+ medaglia Fields), negli ultimi 30 anni ci sono 2 premi Nobel “italiani” (fra virgolette perche’ mi pare che Rubbia non avesse una cattedra in Italia e Levi Montalcini lo vinse per ricerche credo avesse fatto a St. Louis, potrei sbagliarmi ma non cambia la sostanza). Paragonati a Francia, Germania e UK questi numeri sono molto bassi.
    Al di la’ dell’aspetto di tifo, forse questa e’ un’indicazione di un sistema che non riesce a curare e promuovere gli scienziati eccezionalmente dotati o molto creativi? Fermi la prenderebbe ancora la cattedra a 24 anni?

    • Il Chievo non ha mai vinto lo scudetto e non può vantare il palmarès della Juventus o del Milan. Che ci sia una correlazione con le risorse economiche? Credo che valga la pena di riguardare la slide #9 (spesa per università). Se avessimo gli stessi premi Nobel di Francia, Germania e UK, non si parlerebbe di “Italian paradox” (slide #39), ma di “Italian Miracle” (e nemmeno un miracolo basterebbe a far fiorire questi premi in una nazione dove il presidente del CENSIS afferma che studiare troppi anni non serve a nulla ed il premier si domanda perché dovrebbe pagare uno scienziato quando fabbrichiamo le scarpe più belle del mondo). I premi Nobel e le medaglie Field, proprio perché hanno a che fare con l’eccellenza, mal si prestano ad analisi statistiche. Chi si occupa di scientometria usa misure aggregate come pubblicazioni e citazioni che sono statisticamente più robuste. L’università italiana è piena di problemi ed è un posto tutt’altro che ideale per chi vuol fare ricerca. Però, di una cosa si può stare certi: non meritava le diffamazioni grottesche che l’hanno bersagliata e che stanno legittimando la sua uccisione per soffocamento.
      Mi chiedo anche se i tagli della Gelmini ci aiuteranno a vincere più premi Nobel. Al momento, stanno facendo emigrare i giovani migliori.
      Su Fermi la risposta è semplice: se non si bandiscono i concorsi, la cattedra non la prende nemmeno Einstein a fine carriera.

    • Basare una valutazione sui Nobel potrebbe essere pericoloso. Soprattutto se fra scoperta e premio passano 20 anni. E’ pure evidente che non poche importanti scoperte scientifiche non vengono mai prese in considerazione per il Nobel. Infine, il nome dei candidati viene tenuto segreto o, comunque, non compare in un elenco ufficiale. Quanti candidati avremo avuto?

    • “una nazione dove il presidente del CENSIS afferma che studiare troppi anni non serve a nulla ed il premier si domanda perché dovrebbe pagare uno scienziato quando fabbrichiamo le scarpe più belle del mondo”
      ———————-
      Questa e’ (penosa) storia recente, non gli si puo’ incolpare tutto cio’ che li precede!

      “I premi Nobel e le medaglie Field, proprio perché hanno a che fare con l’eccellenza, mal si prestano ad analisi statistiche.”
      ———————————–
      Appunto, le analisi statistiche non consentono di mettere in luce un aspetto che a mio avviso e’ importante, cioe’ le punte di eccellenza che “sfondano” e creano nuove discipline o generano notevole progresso scientifico. Ammesso che premi come il Nobel o la medaglia Fields (sarebbe interessante vedere altri premi internazionali) riconoscano scoperte importanti o epocali, l’Italia non sembra essere presente al livello degli altri paesi paragonabili (dal 1982 a oggi Germania, ho contato ~18 Nobel, Francia ~10, UK~19).
      Lei ipotizza che questo distacco abbissale sia dovuto alle risorse economiche ma questo non si puo’ dedurre dai suoi dati e dubito sia cosi’ semplice. La slide #9 dice che la spesa per l’universita’ e’ piu’ bassa in Italia che in Germania ma la #13 dice che in Italia ci sono anche meno ricercatori che in Germania su cui spendere.
      Ci potrebbe essere anche la questione di aver creato un ambiente che coltiva e favorisce idee eccezionali e questo non e’ solo un fatto di soldi ma anche di cultura accademica.

    • GRANDE De Nicolao!

      @samueleUK/exIT

      Se lei è così bravo, il merito sarà anche un pò di qualche prof e qualche università italiana dove si è formato, o no? o lei è nato “imparato”? come si dice a napoli.

  9. L’ universita’ italiana e’ stata massacrata negli ultimi anni da una lobby molto potente intorno alla Confindustria, che aveva a disposizione giornali (Sole24ore, Corriere, Repubblica) e televisioni, cui si e’ aggiunta la demagogia nazional populista della destra berlusconiana. Quest’ ultima non aveva una sua agenda in materia di ricerca/universita’ essendo per loro il problema di interesse non primario. La ministra Gelmini ha fatto essenzialmente da passacarte di questa lobby.
    Hanno usato come argomenti polemici reali problemi legati alle clientele ed alla corruzione di parti del mondo accademico. Fenomeni che in realta’ sono assolutamente speculari a quanto accade nel resto della societa’ italiana e non certo tipici dell’ universita’.

    I manganellatori sono stati gruppi di economisti, alcuni dei quali residenti all’ estero, ai quali si devono le forzature sulle bibliometrie e sulle mediane. La cosa ridicola e che taluni di costoro con acrobazie da veri cialtroni hanno poi chiesto che i loro settori fossero considerati NON bibliometrici, insomma bibliometria si ma per gli altri.
    Responsabilita’ enormi sono dei Rettori che sono stati complici e talvolta conniventi di tutti gli scempi che il governo e parlamento
    hanno perpetrato. Se avessero un briciolo di dignita’ si dimetterebbero in blocco.

    Certamente il sistema universitario ha bisogno di valutazioni, va detto pero’ che si potevano fare meno cervellotiche, meno complicate e anche meno costose. In Francia AERES valuta le organizzazioni (laboratori, dipartimenti, istituti tramite panel inviati in loco, in UK per anni nel RAE (ora REF) i dipartimenti sottoponevano a valutazione solo una parte dei loro membri. In ogni caso nessun paese evoluto usa la bibliometria in modo cosi’ predominante.

    Oggi abbiamo valutazioni che non avranno alcun effetto per mancanza di risorse con cui premiare i migliori, di filtri bibliometrici per i concorsi che porteranno a idonei che non saranno mai assunti. abbiamo come al solito fatto ” molto rumore per nulla”.

    In realta’ ho l’impressione che l’eventualita’ di un tracollo del sistema universita’/ricerca trovi la classe dirigente e larga parte dell’opinione pubblica largamente indifferenti.
    Forse tra qualche anno lo stato del sistema produttivo italiano sara’ arrivato al punto per cui si potra’ fare tranquillamente a meno di qualsiasi istruzione superiore.
    Chicca finale: il ministro Profumo non puo’ neanche dimettersi per protesta, poiche si dimettera’ a breve l’intero governo. Una vera jattura…

  10. Primo punto: Tutti gli accademici dovrebbero impegnare almeno la prima lezione dei loro corsi universitari presentando le slide del Prof De Nicolao, se si vuole ripristinare un “minimo” di “verità” agli studenti e famiglie.

    Secondo punto: la politica sta ridicolizzando l’Università basandosi sul nulla. Perchè l’Università non ridicolizza la politica ripagandola con la stessa moneta?

    • Sono ovviamente d’accordo sul primo punto. Se non si ristabilisce la verità, ogni battaglia è persa in partenza. Sono d’accordo anche sulla seconda idea (ripagare con la stessa moneta) ma con una precisazione fondamentale: a chi si basa sul nulla dobbiamo replicare basandoci sui fatti.

  11. Sinceramente non capisco la polemica. I dati presentati dal Prof. De Nicolao mostrano CHIARAMENTE un malato che peggiora sempre più e che forse è allo stadio terminale!
    Non ci si deve rallegrare di alcuno dei dati presentati…
    I danni di questi ultimi anni di tagli, si vedranno solo fra qualche anno (i prodromi sono già evidenti!) e non mi rallegro nemmeno del “paradosso italiano”!
    Dire che l’Italia, NONOSTANTE i continui sottofinanziamenti e gli INTRALLAZZI e le BARONIE (che sono una piaga da non dimenticare!), non sta messa poi cosi’ male, deve solo far incazzare per le tante occasioni che si stanno sprecando!!!
    I Nobel (a parte qualche eccezione), NON nascono a caso, ma sono frutto di FINANZIAMENTI, team, scuole e sforzi comuni e interdisciplinari! E questo in Italia non accade soprattutto perche’ NON si investe e perche’ NON esiste un tessuto industriale a supporto di tutto cio’.
    Forse un dato (che non possiedo) potrebbe “certificare” la nostra scarsa “eccellenza” e il nostro progressivi scivolamento verso il basso: vorrei cioe’ sapere se esiste una statistica sul numero di articoli pubblicati su Science e Nature di gruppi italiani rispetto alla media europea o mondiale… Come stiamo messi?
    Per favore: risparmiatemi commenti del tipo che Science o Nature non rappresentano l’eccellenza (posso essere d’accordo ma con tanti distinguo…).
    Credo che su certe riviste NON riusciamo ad arrivare proprio a causa della nostra situazione FINANZIARIA ormai da terzo mondo…

    • L’Italia è ottava anche in questa statistica. La concordanza delle diverse classifiche aggregate nel porre l’Italia al settimo-ottavo posto è rimarchevole (articoli, citazioni, articoli nel topo 1%, etc). Per chi conosce queste statistiche è quasi divertente (si fa per dire) rileggere le acrobazia che deve fare Perotti nel suo libro “l’Università truccata” per poter giungere alla conclusione che “l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale”. In realtà c’è molto poco da sorridere perché gli effetti collaterali sono stati molto reali e quel libro ha dato la copertura ideologica ad un processo di dismissione che sarà probabilmente decisivo per il declassamento del nostro paese che sembra destinato ad uscire dal novero delle nazioni culturalmente e scientificamente avanzate.

  12. Ovviamente il dibattito è importante, anzi tanto più importante, quando ci sono divergenze e pluralità di visioni. Quindi lungi da me voler imporre uno sguardo semplificatore ad una situazione complessa.
    .
    E tuttavia.
    .
    Continuo a vedere e sentire (su questo blog ed altrove) argomenti che suonano più o meno così: sì, sì, ti concedo che il finanziamento è quello che è, ma converrai che c’è il problema X, laddove X sta di volta in volta per:
    – ci sono università di periferia piccole e malconce
    – abbiamo pochi Nobel
    – c’è nepotismo
    – c’è poca mobilità
    – c’è poca internazionalizzazione
    – ci sono studenti capaci e meritevoli che non possono permettersi gli studi
    – siamo scarsetti nei ranking internazionali, ecc.
    .
    Ora, tutti questi argomenti mi suonano un po’ come se qualcuno di fronte ad un atleta a digiuno da qualche tempo dicesse che, sì, capisce il problema, ma non si può negare che questo atleta abbia prestazioni subottimali, scarsa lucidità e mostri una disdicevole ingordigia in presenza di cibo…
    .
    Ma di che MI…A stiamo parlando?
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    E’ tanto difficile capire che un sistema che è nelle condizioni finanziarie di cui sopra e lo è non da ieri, ma da decenni, non può presentare un quadro significativamente differente? Provate ad immaginare un’internazionalizzione di didattica e ricerca a costo zero, una garanzia del diritto allo studio senza addebiti per l’erario, laboratori di eccellenza fatti coi pezzi portati da casa, vivacità del mercato del lavoro universitario senza concorsi, università di periferia brillanti senza la possibilità di acquistare libri e riviste, ecc.
    Ed anche quanto al tema del nepotismo, è ora di darci un taglio con questa visione guercia:
    Che ci siano spinte e promozioni su base non anonima-neutrale e non esclusivamente meritocratica è un fatto. Che questa forma di promozione sia onnipresente e sostitutiva del merito è falso, visto il livello più che dignitoso della produzione scientifica italiana.
    Che questo modo di procedere sia indipendente dalla restrizione nei finanziamenti è parimenti falso: in un sistema dove di necessità, a causa del collo di bottiglia dei finanziamenti, un certo numero di persone capaci e meritevoli sono sistematicamente tagliate fuori, la ricerca di ‘supplementi’ di tipo non meritocratico è destinata ad emergere inevitabilmente (devi pure scegliere, anche quando sulla base del merito la situazione è indecidibile). Questo vale nell’università come sul lavoro nell’ambito privato: se i posti sono pochi le ‘raccomandazioni’ diventano determinanti. Se un sistema del genere invece di presentarsi episodicamente diviene costante, ciò implica che costante divenga il ruolo determinante delle ‘raccomandazioni’.
    Questo non significa che laddove si aumentassero i finanziamenti automaticamente gli aggiramenti delle procedure meritocratiche si estinguerebbero, ma vale certamente la conversa: in assenza di finanziamenti adeguati pensare che il fair play meritocratico e la trasparenza universale possano magicamente imporsi è una fiaba.
    .
    Insomma, l’autocritica va bene, però che palle! Con un ceto politico infingardo, vorace ed incapace, ed una classe imprenditoriale neghittosa, passiva, familistica ed ignorante, beccarmi le critiche sull’inefficiente contributo alla nazione da parte dell’università italiana è davvero troppo!

    • Concordo in tutto con Zhok, tranne che la raccomandazione non sia poi tutto questo male. Mettiamoci nei panni di chi si vede superare da un raccomandato che gli toglie ciò che la vittima di turno si meritava con dispendio del suo sangue e sudore.

    • @Zock
      Questo passagio “Che ci siano spinte e promozioni su base non anonima-neutrale e non esclusivamente meritocratica è un fatto. Che questa forma di promozione sia onnipresente e sostitutiva del merito è falso, visto il livello più che dignitoso della produzione scientifica italiana” sembra suggerire che reclutare per merito o su “spinta” è la stessa cosa: il risultato (produzione più che dignitosa) non cambia. Se ho capito male chiedo scusa.

    • A me sembra che Zhok affermi chiaramente che il livello della produzione scientifica italiana è più che dignitoso NONOSTANTE esista qualche sacca di nepotismo e clientelismo, non grazie a questo.

    • Appunto. Quello che dico io è invece che non bisogna dire NONOSTANTE, ma MALAUGURATAMENTE.
      Bisogna fare di tutto per eliminare il nepotismo!

  13. Sulla spesa per studente universitario viene citato e riprodotto in una “slide” un articolo su Il Riformista di Luca Tedesco. In realtà Tedesco (che non è un economista, ma uno storico) ha pubblicamente riconosciuto il suo errore che era quello di prendere per buoni i dati di Roberto Perotti. Non dovrebbe quindi essere più annoverato tra i manipolatori di dati.

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