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Agenda Monti per università e ricerca: l’abbiamo letta. Ma non riguarda il futuro.

Anzi, sembra scritta diversi anni fa. Redatta da qualcuno che di recente non si è occupato di università e ricerca, o è affetto da un deficit di attenzione nei confronti dei dati e del dibattito internazionale: ignora i tagli appena approvati, parla di facoltà che non esistono più, non sa che l’ANVUR è oggetto di critiche anche oltre l’Atlantico. Dice che è prioritario accrescere gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, ma soltanto nel settore privato. Ripropone luoghi comuni sull’economia della conoscenza, e trascura l’allarme che alcuni dei più autorevoli pensatori liberali hanno lanciato da tempo riguardo alla tendenza a subordinare università e ricerca alle esigenze della produttività, rinunciando al ruolo centrale che esse hanno avuto storicamente – e dovrebbero avere ancora – nel favorire la fioritura di una sfera pubblica plurale e di istituzioni politiche autenticamente democratiche. Un testo reticente, ma il vero messaggio è tra le righe. Basta saperlo leggere.

Il 23 dicembre, è stata pubblicata la cosiddetta Agenda Monti. Nelle parole del suo eponimo essa contiene dei punti programmatici attorno ai quali si auspica la formazione di “coalizioni ampie”:

Non mi schiero con nessuno ma la mia agenda è chiara ed è aperta a tutti per coalizioni ampie. Alle forze che manifesteranno adesione convinta e credibile all’agenda Monti, sono pronto a dare il mio incoraggiamento e, se richiesto, anche la guida, e sono pronto ad assumere un giorno, se le circostanze lo volessero, responsabilità che mi venissero affidate dal Parlamento.

Da parte nostra, c’è ovvio interesse per i contenuti riguardanti l’università e la ricerca. Del Monti opinionista ricordiamo il sostegno pieno alla riforma Gelmini, che avrebbe “ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti” (Il Corriere della Sera, 2 gennaio 2011). Del Monti capo del governo non potremo dimenticare facilmente la fiducia apposta a una legge di stabilità che ha confermato 300 mln di tagli sul Fondi di Finanziamento Ordinario riducendo di soli 100 mln i tagli “ad orologeria” che erano stati programmati dal precedente esecutivo. Non si tratta di cifre piccole per un sistema già pesantemente penalizzato nel corso degli ultimi anni. Si tratta di una stangata dagli effetti presumibilmente letali, come hanno sottolineato sia la stampa sia gli addetti ai lavori. Per sventarla, con un appello congiunto, la Conferenza dei Rettori, il Consiglio Universitario Nazionale e il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari avevano lanciato con forza:

l’allarme sul collasso che colpirà inevitabilmente la maggior parte degli Atenei italiani se il Senato della Repubblica non provvederà a ripristinare questi 400 mln di euro necessari alla sopravvivenza delle Università già pesantemente sottofinanziate.

Difese corporative? Improbabile, visto che persino Francesco Profumo, il ministro in carica del MIUR, che all’inizio del proprio mandato aveva affermato che “La riforma Gelmini non si cambia, bisogna solo oliare il sistema, ha infine levato un grido di dolore attraverso la stampa per ottenere l’ascolto che i colleghi di governo gli stavano evidentemente negando:

i 100 milioni sono assolutamente insufficienti e finiranno con il mandare in default più della metà degli atenei, che non potranno così fare fronte alle spese per il funzionamento

La fine è nota. Monti ha preso sul serio le dichiarazioni di Profumo sulla riforma Gelmini, e ignorato il suo grido di dolore. Un esito che forse sancirà anche la fine della carriera politica di un ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che si è rivelato privo della credibilità necessaria per difendere la sopravvivenza di una delle istituzioni di cui era responsabile.

A valle dell’approvazione della legge di stabilità, il 20 dicembre, la CRUI ha approvato all’unanimità una dura mozione in cui si parla di “politica nemica del sapere”. In particolare, la Conferenza dei Rettori evidenzia la continuità tra governo Berlusconi e governo Monti affermando che:

le gravissime e irresponsabili scelte del Governo e del Parlamento contenute nel DDL di stabilità risultano perfettamente coerenti con il piano di destrutturazione del sistema iniziato con le LL. 133/2008 e 126/2008.

Queste sono le premesse storiche e il contesto in cui va letta la parte dell’Agenda Monti che riguarda l’università.

 

 1. Agenda Monti: cosa dice?

Se passiamo all’esame del testo, la prima cosa che salta all’occhio è che a università e ricerca vengono dedicate poche righe inserite nell’ambito delle indicazioni relative alle politiche per la formazione (nell’estratto dell’agenda riportato più sotto, i grassetti sono quelli del testo originale).

dall’AGENDA MONTI

Bisogna prendere sul serio l’istruzione, la formazione professionale e la ricerca

La scuola e l’università sono le chiavi per far ripartire il Paese e renderlo più capace di affrontare le sfide globali. A livello collettivo, investire in capitale umano è la strada per sfuggire alla morsa della competizione di Paesi con costi di manodopera più bassi. A livello individuale, avere un grado di istruzione adeguato e competenze appropriate è una carta fondamentale per trovare lavoro, realizzare le proprie aspirazioni. Eppure l’Italia ha un elevato tasso di abbandono scolastico precoce, un livello di performance scolastica più basso rispetto alla media dei Paesi OCSE e un numero di laureati lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione europea.

C’è bisogno di invertire la rotta. Per questo bisogna prendere l’istruzione sul serio. Serve rompere uno schema culturale per cui il valore dello studio e della ricerca e il significato della professione di insegnante sono stati mortificati [...]

Man mano che si riduce il costo del debito pubblico e si eliminano spese inutili, possiamo creare nuovi spazi per investimenti nell’istruzione. La priorità dei prossimi cinque anni è fare un piano di investimenti in capitale umano. In materia di ricerca, occorre proseguire e affinare il progetto avviato dall’ANVUR per il censimento e la valutazione sistematica dei prodotti di ricerca. Bisogna inoltre rilevare per ogni facoltà in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea, rendendo pubblici i risultati.

E’ prioritario accrescere gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, incentivando in particolare gli investimenti del settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università. Bisogna rendere le università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei, sulla scorta del lavoro avviato nei mesi passati.

In sintesi, i contenuti si possono riassumere nei seguenti cinque punti

1. Si riconosce che abbiamo pochi laureati e che bisogna invertire la rotta, ma subordinando gli spazi per investimento nell’istruzione alla preliminare riduzione del debito pubblico e all’eliminazione di spese inutili.
2. Si propone la prosecuzione del progetto di censimento e valutazione dei prodotti della ricerca condotto dall’ANVUR.
3. Si propone il rilevamento e la pubblicizzazione per ogni facoltà della coerenza degli esiti occupazionali dei laureati. Salta all’occhio che l’estensore del documento non è al corrente che la riforma Gelmini ha abolito le facoltà sostituendole con strutture di raccordo la cui istituzione è peraltro opzionale (Legge n. 240/2010, art. 2, comma 2: “previsione della facoltà di istituire tra più dipartimenti, raggruppati in relazione a criteri di affinità disciplinare, strutture di raccordo, comunque denominate, con funzioni di coordinamento e razionalizzazione delle attività didattiche“). Pensare a una rilevazione sulla base di strutture che non esistono più e che saranno (eventualmente) sostituite da strutture di raccordo non solo è velleitario, ma denota scarsa conoscenza della legislazione universitaria.
4. Si propone l’accrescimento prioritario degli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, in particolare a favore del settore privato, anche tramite agevolazioni fiscali. L’università è menzionata solo in funzione del rafforzamento del dialogo con le imprese.
5. Si conclude con un enigmatico accenno al proseguimento di un lavoro già avviato per rendere università e centri di ricerca italiani più competitivi nel reperimento di fondi di ricerca europei.

Va anche segnalato che il blogger Massimo Mantellini, esaminando le proprietà del file pdf dell’agenda pubblicata dal Corriere della Sera, ha scoperto che l’autore sarebbe Pietro Ichino, senatore del Partito Democratico. Pietro Ichino ha tentato un’imbarazzata difesa sostenendo che la traccia sul file fosse il risultato del riutilizzo di un documento pubblicato sul suo sito il 29 settembre scorso. Tale giustificazione non è stata contestata dal Corriere della Sera, ma appare smentita dalle schermate pubblicate da Mantellini che mostrano che il file pdf dell’agenda è stato creato il 23/12/2012 alle 21:56:57 e modificato per l’ultima volta alle 21:56:59. A implicita conferma del ruolo non secondario di Ichino si possono menzionare due fatti:

  1. Ichino, che aveva già dichiarato di non volersi più candidare nelle fila del PD, subito dopo la pubblicazione dell’agenda ha annunciato che guiderà una lista per l’Agenda Monti in Lombardia.
  2. Sebbene Ichino dichiari al Corriere della Sera di aver “solo fornito il mio contributo per la parte inerente alle tematiche del lavoro”, si nota che anche la parte di agenda relativa all’università in cui si parla di ANVUR e di valutazione degli esiti occupazionali coincide in modo pressoché letterale con il documento presente sul sito del senatore PD. A lui si deve, tra l’altro, il passo che riguarda l’ANVUR. Altre coincidenze riguardano le proposte per la scuola.

2. Cosa si legge tra le righe dell’agenda?

Il primo elemento che colpisce è proprio ciò che non è scritto nell’Agenda Monti. In particolare, colpisce che non ci sia alcuna traccia di ripensamenti rispetto al taglio di 300 milioni che, secondo lo stesso ministro Profumo, espone al default la metà degli atenei statali italiani. Anzi, il problema dell’inevitabile dissesto di buona parte del sistema universitario nazionale, oltre a non essere smentito, non viene nemmeno menzionato. Come se CRUI, CUN, Consiglio Nazionale degli Studenti e Ministro uscente fossero altrettanti mitomani. Come spiegare questa singolare assenza? Quando abbiamo letto il testo, uno di noi, per sdrammatizzare la solennità del momento, ha esclamato:  “si sono sbagliati, hanno caricato l’agenda dell’anno scorso”. In realtà, non si era sbagliato del tutto, ma questa non è certo una giustificazione per ignorare un problema così grave. Tra l’altro, è singolare che l’eponimo (o il suo ghost writer) eludano la questione, visto che si tratta della conseguenza di una decisione eminentemente politica dell’esecutivo Monti. Agli studenti, e alle  loro famiglie, il documento riserva le consuete formule da convegno lacustre: si parla di “capitale umano”, “chiavi per far ripartire il Paese” e  “sfide globali”, ma nulla si dice dell’imminente collasso del sistema universitario che avrà un impatto pesante sulle opportunità dei meno abbienti, con ricadute sui singoli e sulle famiglie. Si nota, insomma, un’evidente reticenza rispetto al “morto in casa” il cui decesso chiama in causa proprio Monti e il suo esecutivo.

 

La cosa è sorprendente anche perché gli effetti socialmente negativi di un sistema di Higher Education in cui le migliori università rimangono fuori dalla portata di chi non ha un reddito elevato sono oggetto da anni di attenta considerazione in paesi, come gli Stati Uniti, dove questa dimensione della diseguaglianza è molto avvertita. Un particolare che difficilmente può essere sfuggito a chi ha scritto le pagine dell’Agenda che riguardano università e ricerca. Anche perché a segnalare il problema non è l’arretrata sinistra italiana cui Monti ha riservato uno dei passaggi più intensi della sua conferenza stampa di fine anno. Non stiamo parlando di Vendola, ma di Joseph Stiglitz, che nel suo ultimo libro scrive:

If America were really a land of opportunity, the life chances of success – of, say, winding up in the top 10 percent – of someone born to a poor or less-educated family would be the same as those of someone born to a rich, well-educated, and well-connected family. But that’s simply not the case, and there is some evidence that it’s getting less so. (Joseph E. Stiglitz, The Price of Inequality, W.W. Norton & Company, New York 2012, p. 18)

Insomma, l’America rumoreggia, ma l’eponimo (o il suo ghost writer) sono duri d’orecchi.

Veniamo ora all’interpretazione dei cinque punti precedentemente elencati.

1. È significativa la reticenza riguardo alle cause del “numero di laureati lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione europea”. Le statistiche OCSE mostrano che l’Italia è in significativo ritardo sia nella spesa  per l’università (32° su 37 nazioni in percentuale sul PIL) sia nella spesa media per studente (16° su 25 per spesa cumulativa lungo il corso degli studi). Piuttosto, gli investimenti vengono subordinati all’eliminazione delle spese inutili. Sorge il sospetto che Monti si muova nel solco di quelle analisi che, travisando e manipolando le statistiche internazionali, sostengono che non esiste un problema di finanziamento (“la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia“, scriveva Perotti dopo un’acrobatico “aggiustamento” dei dati OCSE sulla spesa media per studente).

Abbiamo già visto che parte dell’agenda deriva dalla sforbiciatura di un documento presente sul sito del senatore PD Pietro Ichino. A fronte delle reticenze dell’agenda Monti, sembra legittimo interrogare l’originale. Leggendo quanto scrive Ichino troviamo la possibile spiegazione del perché l’imminente dissesto di metà degli atenei non sia visto come un problema:

 3j.6. Tagliare sprechi e rendite parassitarie: si possono liberare rilevanti risorse tagliando chirurgicamente i molti sprechi e rendite che pullulano nelle nostre università: per esempio dimezzando (o comunque riducendo in misura apprezzabile) lo stipendio a professori e ricercatori la cui attività di ricerca negli ultimi cinque anni sia valutata “zero”.

Che il “non detto” dell’Agenda Monti sia che c’è ancora grasso da tagliare? Se così fosse, vorrebbe dire che l’eponimo o il suo “ghost writer” sono all’oscuro delle già citate statistiche internazionali dell’OCSE. Inoltre, vorrebbe dire che sono poco informati sulla percentuale di “professori fannulloni”, dato che l’ANVUR ha reso noto che nel periodo 2004-2010 il numero dei professori non ha prodotto alcuna pubblicazione non supera il 5,3%.

Monti ama richiamare il motto caro a Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”. Avere maggiori delucidazioni su questo punto sarebbe utile per chiarire le idee agli elettori.

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2. Non è chiarissimo il significato del suggerimento di “proseguire e affinare il progetto avviato dall’ANVUR per il censimento e la valutazione sistematica dei prodotti di ricerca”. Verosimilmente, si sta facendo riferimento alla procedura di Valutazione della Qualità della Ricerca che l’ANVUR sta conducendo, ma, per quanto meno probabile, potrebbe anche essere un riferimento ai criteri bibliometrici elaborati per le abilitazioni scientifiche nazionali. Anche su questo punto, l’agenda appare reticente, in quanto ignora o fa finta di ignorare che lungo tutto il 2012 l’attività di ANVUR è stata oggetto di numerose critiche sia sul piano scientifico sia su quelli dell’etica pubblica e del diritto.

Immaginiamo che l’eponimo non legga il nostro blog, ma è difficile pensare che una persona della sua preparazione sia disattenta a ciò che scrivono grandi quotidiani italiani, e alcune tra le più prestigiose riviste del settore. La vicenda delle “riviste pazze” è arrivata sulla prima pagina del Corriere della Sera ed è stata ripresa da Times Higher Education mentre l’intero operato di ANVUR è finito sotto i riflettori della rivista Science. Sul piano della regolazione, l’ANVUR ha precipitato l’università italiana nel caos al punto da indurre Sabino Cassese a dichiarare che non solo l’ANVUR “ha ucciso la valutazione” ma che ha anche “ucciso se stessa, consegnando il compito di dire l’ultima parola sulla valutazione ai giudici amministrativi“. A fronte di queste macroscopici problemi, non si capisce se mettere accanto all’incoraggiamento a “proseguire” anche l’esortazione ad “affinare” sia dovuto alla semplice ignoranza dei fatti o se sia frutto di uno spettacolare understatement.

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3. Si è già detto dell’impossibilità di procedere alla rilevazione degli esiti occupazionali “per ogni facoltà”, visto che a seguito della riforma dell’università le facoltà non esistono più e vengono sostituite da strutture di raccordo la cui esistenza è opzionale. D’altronde spostare tale rilevamento a livello di dipartimento o addirittura di corso di laurea solleva problemi di comparabilità tutt’altro che banali, venendo a mancare l’uniformità delle definizioni sul territorio nazionale. Di nuovo sembra esserci un problema di reticenza. Perché tanta enfasi su queste rilevazioni a sei mesi e tre anni senza chiarire a fondo il potenziale uso di queste informazioni? Ci si limiterà a renderle pubbliche come guida per gli immatricolandi? Non sarebbe stato meglio chiarire che queste informazioni, indubbiamente utili, non saranno usate per giustificare il ritiro del sistema universitario dalle aree socialmente più svantaggiate o dagli studi che non hanno un ritorno economico immediato?

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4. Sembra che non ci sia spazio per la ricerca pubblica e ancor meno per quella di base. I soldi pubblici per la ricerca e l’innovazione sono destinati prioritariamente a un sistema produttivo agli ultimi posti mondiali sia per numero di ricercatori che per spesa in ricerca e sviluppo, facendo ricorso allo strumento degli sgravi fiscali che forse più di altri è sottoposto al rischio di essere usato per assorbire risorse modo improprio. Allo stesso tempo, si profila un ruolo subalterno dell’università, che viene citata solo in funzione del suo dialogo con le imprese.

Di nuovo, stupisce la disattenzione al dibattito internazionale. Commentando la tendenza a subordinare l’università all’impresa, Martha Nussbaum ha scritto:

We should have no objection to good scientific and technical education, and I shall not suggest that nations should stop trying to improve in this regard. My concern is that other abilities, equally crucial, are at risk of getting lost in the competitive flurry, abilities crucial to the health of any democracy internally, and to the creation of a decent world culture capable of constructively addressing the world’s most pressing problems. (Martha Nussbaum, Not For Profit, Princeton University Press, Princeton and New York 2010, p. 7)

Considerazioni simili sono state espresse con forza crescente da diversi altri studiosi di fama internazionale, come Stefan Collini,  Keith Thomas, Quentin Skinner, Ronald Dworkin e gli promotori del Council for the Defence of British Universities (anche in questo caso appare difficile ipotizzare un collegamento con Vendola). Tutti preoccupati delle conseguenze che il modo di concepire il rapporto tra università e impresa che l’estensore di questa parte dell’Agenda Monti candidamente propone possa erodere nel tempo caratteristiche delle università indispensabili per preservare la sfera pubblica che ha accompagnato la fioritura della democrazia dei moderni.

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5. Il quinto punto è il più enigmatico. Si vogliono rendere università e centri di ricerca più competitivi per i fondi di ricerca: ma di nuovo manca ogni accenno a interventi e risorse. Sembrano echeggiare le parole del Ministro Profumo che riferendosi ai bandi PRIN e “Smart cities” parlava di una “palestra per allenarsi in vista dei bandi europei Horizon 2020, che usciranno nel 2014”. Nel caso dei PRIN, la metafora era del tutto pretestuosa e copriva una cervellotica procedura a due stadi in cui le preselezioni di ateneo implicavano complicati intrecci di scienza e politica accademica da giocare sullo scacchiere nazionale per evitare scontri frontali e ottimizzare la distribuzione dei progetti nei diversi atenei. Nulla in questi giochi di potere che potesse minimamente aiutare i ricercatori a divenire più competitivi a livello europeo, al punto che la stessa CRUI si è espressa in modo fortemente negativo nei confronti della ripetizione di questa anomala procedura di selezione dei progetti. Sembra piuttosto che la metafora della palestra venga usata a copertura dell’accentramento delle risorse in mega-progetti, una scelta che premia i giochi politici e penalizza la ricerca di base e quella condotta da piccoli gruppi indipendenti.

 

3. Agenda Monti o “hidden agenda”?

Per quanto riguarda l’università e la ricerca, l’agenda Monti si caratterizza più per la reticenza che per i progetti concreti. È del tutto anomalo che l’agenda non faccia cenno ai tagli appena approvati. Una decisione politica di questa portata, che sancisce la piena continuità con le politiche di dismissione operate da Berlusconi, non viene difesa, ma nemmeno messa in discussione. Semplicemente, non se ne parla. Dato che più che le parole contano i fatti, la vera agenda sembra essere quella nascosta nel testo, ma evidente per chi abbia seguito la cronaca dell’ultima settimana. Come se la vera linea politica di Monti fosse elettoralmente impresentabile: avere il coraggio di difendere i tagli già decisi significherebbe ammettere esplicitamente ciò che un osservatore attento ha definito

un orientamento che ritiene sufficiente un sistema universitario più piccolo dell’attuale. Dall’economia italiana, infatti, viene una domanda di formazione e di ricerca inferiore alla media europea e di conseguenza il fondo per l’università può essere anche ridotto e molte sedi possono chiudere.

Esporre la vera agenda vorrebbe dire regalare al PD argomenti troppo forti per rimarcare la sua distanza da Monti. A costo di sembrare evasivi, si è preferito nascondere la continuità con le politiche dell’esecutivo Berlusconi, che d’altronde traevano ispirazione dalle analisi e dalle ricette elaborate da economisti culturalmente vicini a Monti.

Svanisce del tutto, quindi, il dubbio che Monti abbia messo in circolazione un’agenda degli anni scorsi. La realtà è che il messaggio sta scritto tra le righe. Basta saperlo leggere.

 

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22 Comments

  1. La versione breve è:
    “La bestia è impallinata, adesso basta prendere tempo con un po’ di fuffa copia-incolla e, senza neanche gualcire il loden, ce la troviamo morta dissanguata nel paniere.”

  2. Marco Bella says:

    Per come prospettato il menù Mari-o-Monti mi sembra un geniale e generoso regalo di Natale ai ricercatori.

    Ai ricercatori degli altri paesi europei, ovviamente, che si vedrebbero eliminato un concorrente fastidioso come l’Italia nelle competizioni per i fondi europei. Se fossi parte della squadra tedesca mi rallegrerei molto nel vedere che l’allenatore della nazionale italiana pensa di ideare un nuovo modulo il quale preveda:

    -schierare la squadra con scarpe vecchie e rotte perché quelle nuove costano troppo (tagli alla ricerca).

    - 8 calciatori anziché 11, (tagli agli organici)

    -scegliere questi 8 in base alla decisioni più o meno chiare delle squadre di appartenenza (la preselezione FIRB/PRIN)

    -mettere gli atri 3 calciatori per il bene della squadra a vendere popcorn anziché in campo. (impropria collaborazione con privati)

    Anche i fondi europei per il programma Horizon 2020 vedranno probabilmente una significativa riduzione:

    http://www.no-cuts-on-research.eu/

    Se non prendiamo correttivi rischiamo di regalare un sacco di altri soldi in più per finanziare la ricerca degli altri paesi europei, non essendo competitivi:

    http://www.roars.it/online/i-criteri-di-valutazione-individuale-e-dei-progetti-di-ricerca-dellerc/

    Pensiamo davvero di migliorare continuando con le politiche attuali?

  3. Marinella Lorinczi says:

    Negli studi sul linguaggio politico, il risultato di far uso di slogan, formule fisse e vuote di significato referenziale, cioė scollegate dalla realtà, di nascondere o ignorare la realta (volutamente o meno) , ė normalmente denominato LINGUAGGIO DI LEGNO (langue de bois, wooden language). E’ tipico di chi persegue uno scopo diverso da quello dichiarato a parole. Non si deve leggere tra le righe, bisogna confrontare la predica col razzolare.

  4. Plymouthian says:

    Senza girarci troppo intorno il progetto che si sta portando avanti da anni è chiaro: trasformare l’università italiana in una di tipo anglosassone.
    Su pro e contro della scelta si può e deve discutere, anche perchè non si capisce come mai bisogna distruggere un sistema che sforna cervelli apprezzati in tutto il mondo in favore di un altro che principalmente li importa.
    E l’articolo di Ichino sul corriere ne è una ulteriore prova.
    Aspettiamoci il populista di turno che un bel giorno dirà che sarebbe possibile tagliare l’odiata IMU semplicemente cancellando il finanziamento pubblico alle università…

    • Ma per piacere.
      Questo è quello che dicono i consigli per gli acquisti della ditta Monti & Co; è un pio desideratum, cui non vuole far seguire niente sul piano dell’investimento infrastrutturale e del finanziamento ordinario. Questi vogliono avere Oxford con le infrastrutture di Tirana e i salari di Ulan Bator.

    • Non se ne può più con questa propaganda da quattro soldi fatta da gente che conosce la ricerca per sentito dire dal barbiere.

  5. Proposte irrealizzabili:

    i) aumentare del 10 per cento i finanziamenti al MIUR;

    ii) aumentare gli stipendi ai docenti e ricercatori degli EPR, ma non al personale ATA+dirigenti;

    iii) sbloccare il turnover per docenti e ricercatori degli EPR, ma non per il personale ATA+dirigenti;

    iv) diminuire del 10 per cento i finanziamenti nei ministeri dell’interno e della difesa.

  6. Oltre al taglio del Fondo di Finanziamento Ordinario per le Università di 300 milioni effettuato da Monti, non dimentichiamo l’ulteriore blocco del turn over imposto da Monti con la spending review. Il Governo Berlusconi prevedeva un blocco del turn over fino al 2012, Monti ha esteso il blocco fino al 2016 e pensare che nella sua Agenda Monti parla di investire in risorse umane e formazione. Riguardo al blocco del turn over riporto parte di una interessante nota tecnica alla spending review di Luciano Modica:

    “Con il comma 3 del decreto-legge “spending review” si interviene di nuovo sulla legge 133/08, riportando al triennio 2009-2011 le sue norme (ormai ininfluenti) come modificate dalla legge 1/09, ma aggiungendo un nuovo comma, il 13-bis, all’articolo 66 della legge 133/08.
    Questo nuovo comma ristabilisce nuove e più pesanti forme di blocco del turn-over per gli anni dal 2012 in poi (senza alcun limite temporale!). Si ritorna, per le università, ad un turn-over massimo del 20% per il triennio 2012-2014 (taglio dell’80% del personale cessato), ad un turn-over massimo del 50% nel 2015 e del 100% dal 2016 in poi, applicando però sempre il criterio budgetario e non quello sulle unità di personale.

  7. Grazie ROARS,
    Una analisi simile sarebbe utile averla per tutte le forze “scese o salite” in campo.
    Sarebbe anche opportuno far pervenire ai vari partiti una proposta di 4-5 punti programmatici da parte di ROARS & friends.

  8. Pingback: Lavori in corso « La politica in pagelle

  9. indrani maitravaruni says:

    Ma questo è un disastro. Ci vuole un Mattei dell’università? (So la fine che ha fatto …)

  10. nicola bern says:

    Plaudo alle proposte di Luca Salasnich…
    Mi sembra che la situazione sia ormai chiara. Questa ed altre analisi convergono nel dimostrare che saranno veramente tempi cupi.
    Credo che la domanda che dovemmo farci è: noi, ora, cosa vogliamo/possiamo fare per contrastare quello che sta succedendo?

  11. Pingback: TubeMy - Università, arrivano critiche dure all’agenda Monti

  12. Per quanto riguarda università e ricerca l’agenda Monti è semplicemente vuota. Hanno provveduto a riempirla almeno in parte sul Corriere di oggi Alesina e Giavazzi. Il modello è la Bocconi: “non riceve sussidi pubblici, si finanzia con rette scolastiche che sono modulate in funzione del reddito [...].Riprodurre questo modello altrove non è impossibile.”
    Alesina e Giavazzi hanno ragione purché si interpreti correttamente la parola “altrove”: la Bocconi è forse la migliore “business school” italiana e potrebbe costituire un modello per gli altri corsi di laurea in economia aziendale. Certamente il modello non può reggere per (quasi tutti) gli altri corsi di laurea. Ad esempio non può adattarsi ai corsi di laurea per maestri, e quelli per infermieri, che non promettono lauti guadagni al laureato, ma anche il modello non regge per i corsi di laurea scientifici, ad esempio fisica, chimica, ed ingegneria che richiedono costosi laboratori, e talvolta ingentissime spese di ricerca. Un caso a parte è quello della facoltà di medicina che, seondo calcoli a suo tempo fatti dal cnvsu comporta a livello nazionale una spesa pari almeno al 7% dello FFO per l’erogazione di assistenza sanitaria. Anche i corsi di laurea letterari ed umanistici farebbero fatica a riconoscersi nel modello Bocconi. Aspettiamo quindi che l’agenda Monti sia riempita per quanto riguarda l’università da chi non conosce solo i corsi di laurea in economia aziendale. Forse non è facile indicare tutti i rimedi necessari per far funzionare meglio l’università. Possiamo però indicare alcuni problemi: 1) Come ridurre i ritardi negli studi? 2) come aumentare il numero dei laurreati? 3) come promuovere una migliore distribuzione del carico didattico e quindi delle risorse di personale? 4) come riprendere un ragionevole reclutamento di giovani docenti dopo il fallimento della “tenure track” alla Gelmini (solo una dozzina di concorsi per ricercatore di tipo B) in tutta Italia)? Come regolare in modo trasparente ed efficiente rapporti tra università e sistema sanitario nazionale? Ovviamente, a questi problemi non si risponde solo aumentando il finanziamento come vorrebbero i rettori.
    Qualcuno dovrebbe anche riempire il vuoto dell’assenza di indicazioni sul sistema di ricerca finanziato dallo stato. Questo riguarda sostanzialmente la fisica e la biomedicina, che da sole coprono almeno due terzi della spesa pubblica. Per la medicina dovrebbe essere riesaminato il sistema degli IRCCS. Per la fisica dopo l’errore rappresentato dalla soppressione dello INFM come ente autonomo, bisognerebbe promuovere, in collaborazione con la comunità scientifica una discussione seria sulla possibilità di riunificare tutti gli istituti di fisica ed astrofisica. Infine si dovrebbe chiarire il ruolo e la funzione dello IIT che è l’unico ente di ricerca finanziato con denaro pubblico che non è soggetto alle valutazioni della VQR.

    • Infine si dovrebbe chiarire il ruolo e la funzione dello IIT che è l’unico ente di ricerca finanziato con denaro pubblico che non è soggetto alle valutazioni della VQR.
      —————————————–
      1.000.000.000 di euro in 10 anni (siamo quasi alla fine). Qualcuno sa che fine hanno fatto nel dettaglio?

    • Nicola Laurenti says:

      Mah, a parte la dubbia eleganza di incensare il proprio Ateneo (su cui a dire il vero gli stessi autori mettono in guardia), anche l’affermazione che la Bocconi “non riceve sussidi pubblici” è un po’ esagerata. Il DM495 del 21/11/12 assegna alla Bocconi un contributo di poco più di 14 milioni di Euro per l’anno 2012 (Fonte http://attiministeriali.miur.it/anno-2012/novembre/dm-21112012.aspx). Ok, non sarà una cifra folle, ma per un’Ateneo medio/piccolo con (credo) circa 13mila studenti, sono comunque più di mille Euro all’anno per studente, pagati dal contribuente.

      (cifre simili si hanno anche per gli altri atenei non statali, mentre per gli atenei statali, credo siano attorno ai cinquemila Euro per studente all’anno).

    • In media gli Atenei statali ricevono 3.784 euro per studente (FFO 2012: 6.833.151.697; studenti iscritti alle università statali nel 2011 1.805.679).

  13. Pingback: Dreaming spires » Ocasapiens - Blog - Repubblica.it

  14. Nicola Laurenti says:

    Mah, a parte la dubbia eleganza di incensare il proprio Ateneo (su cui a dire il vero gli stessi autori mettono in guardia), anche l’affermazione che la Bocconi “non riceve sussidi pubblici” è un po’ esagerata. Il DM495 del 21/11/12 assegna alla Bocconi un contributo di poco più di 14 milioni di Euro per l’anno 2012 (Fonte http://attiministeriali.miur.it/anno-2012/novembre/dm-21112012.aspx). Ok, non sarà una cifra folle, ma per un’Ateneo medio/piccolo con (credo) circa 13mila studenti, sono comunque più di mille Euro all’anno per studente, pagati dal contribuente.

    (cifre simili si hanno anche per gli altri atenei non statali, mentre per gli atenei statali, credo siano attorno ai cinquemila Euro per studente all’anno).

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