Spendiamo troppo per l’università? E per ogni studente? Troppi professori? Un’università quasi gratuita? I fuoricorso: un fenomeno solo italiano? Troppi dottori di ricerca? Troppi laureati? Vale la pena di laurearsi? Cerchiamo le risposte a queste domande nell’edizione 2013 del rapporto OCSE Education at a Glance facendoci guidare da un “dream team” di esperti italiani.
[In fondo all’articolo è visualizzabile la presentazione PowerPoint, liberamente scaricabile da SlideShare]
Il 25 giugno è stata pubblicata la nuova edizione del rapporto OCSE
La messe di dati contenuta nelle 440 pagine del rapporto dipinge un affresco dello stato dell’istruzione a livello mondiale. Per quanto riguarda l’università italiana è una buona occasione per rivedere ancora una volta le statistiche comparative sulla spesa, il numero e le caratteristiche dei laureati e i benefici socioeconomici dell’istruzione universitaria. Lasciando a chi fosse interessato il compito di procedere ad una lettura più dettagliata, ci limiteremo a estrarre alcuni grafici che appaiono particolarmente significativi nell’ambito del discorso pubblico sulle emergenze e le prospettive del sistema universitario. In quella che può dirsi una “visita guidata” attraverso l’inferno in cui versa l’università italiana non ci accontenteremo di un solo Virgilio, ma ci faremo guidare da un’intera squadra di esperti di politica universitaria, ovvero (in ordine di apparizione):
- Mariastella Gelmini
- Francesco Giavazzi
- Roberto Perotti
- Francesco Profumo
- Michel Martone
- Andrea Ichino
- Oscar Giannino
- Sergio Benedetto
In particolare, le domande che porremo al rapporto OCSE nasceranno proprio da altrettante citazioni dei nostri esperti.
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1. Quanto spendiamo per l’università rispetto alle altre nazioni?
È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea)
Mariastella. Gelmini, Corriere della Sera, 8-10-2009
Dall’esame del seguente grafico si vede che, ad eccezione di Repubblica Slovacca e Ungheria, l’Italia spende meno di tutte le altre nazioni europee (61% della media OCSE, 69% della media EU21).
Mentre la maggior parte delle altre nazioni hanno riconosciuto la natura strategica delle spese per istruzione, l’Italia, con la sola eccezione dell’Ungheria, è la nazione che ha effettuato i tagli più pesanti (il rapporto OCSE non fornisce il dato relativo alla sola spesa per università, ma un dato aggregato relativo all’intera spesa per istruzione).
Se si considera la percentuale della spesa pubblica destinata all’istruzione, l’Italia è ultima su 32 nazioni.
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2. Quanti professori abbiamo rispetto alle altre nazioni?
che nell’università ci siano troppi professori è un fatto
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 24-10-10
Su 26 nazioni considerate dall’OCSE solo 5 nazioni hanno un rapporto studenti/docenti peggiore del’Italia:
- Indonesia
- Repubblica Ceca
- Arabia Saudita
- Belgio
- Slovenia.
Dato che Indonesia e Arabia Saudita sono paesi non-OCSE, l’Italia risulta essere quart’ultima tra i paesi OCSE per rapporto docenti/studenti.
3. Quanto spendiamo per ogni singolo studente?
la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia
Roberto Perotti, L’università truccata, 2008
Il numero riportato da Perotti è il risultato di una correzione”fai-da-te” della spesa per studente riportata nell’edizione 2007 di Education at a Glance. Tuttavia, il rapporto OCSE, già nel 2007 come pure quest’anno (pp. 167-168), spiega chiaramente che la spesa per studente non è utilizzabile per scopi comparativi:
Given that the duration and intensity of tertiary education vary from country to country, differences in annual expenditure on education services per student (Chart B1.2) do not necessarily reflect differences in the total cost of educating the typical tertiary student. For example, if the usual duration of tertiary studies is long, comparatively low annual expenditure per student by educational institutions can result in comparatively high overall costs for tertiary education. Chart B1.4 shows the average expenditure per student throughout the course of tertiary studies. The figures account for all students for whom expenditure is incurred, including those who do not finish their studies.
Come osservato dall’OCSE, l’indicatore corretto per effettuare comparazioni è la spesa cumulativa per studente lungo la durata media degli studi: infatti, essa prescinde dalla durata e dalla velocità nella progressione degli studi ed ha quindi il pregio di non richiedere correzioni per il fenomeno degli studenti fuori corso e inattivi. A tale indicatore di spesa cumulativa non si applicano pertanto gli argomenti addotti da Perotti per giustificare l’aggiustamento, da lui operato relativamente al solo dato italiano, della spesa annuale per studente. Il grafico B1.4 a cui fa riferimento il testo è riportato qui sotto e mostra che la spesa media per studente lungo la durata media del suo corso di studi, lungi dall’essere la quarta al mondo, è invece 14-esima con un valore pari al 75% della media OCSE.
Potrebbe sorgere il dubbio che, pur spendendo meno della media OCSE, la spesa italiana potrebbe essere alta se venisse rapportata al PIL pro capite. Che non sia questo il caso, è possibile vederlo dal seguente grafico in cui la spesa per studente italiana giace al di sotto della curva che caratterizza la relazione tra spesa e PIL pro-capite desunta dai dati delle altre nazioni.
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4. Quante tasse pagano gli studenti?
non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 24-10-10
Il grafico precedente mostra che le nazioni che impongono tasse universitarie significativamente più alte dell’Italia sono quelle in cui il finanziamento degli atenei è in buona parte privato e gli studenti fanno largo uso dei prestiti d’onore per coprire le spese universitarie. Si tratta dei paesi anglosassoni (USA, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda) a cui vanno aggiunti il Cile, la Corea e il Giappone. Nell’ambito dei rimanenti paesi europei solo i Paesi Bassi fanno pagare più dell’Italia, mentre per molte nazioni le tasse sono assai ridotte o persino nulle.
Se poi si va a considerare la percentuale di studenti che beneficia di interventi a sostegno del diritto allo studio (prestiti, ma anche borse di studio) si vede che l’Italia si trova agli ultimi posti, con una percentuale di beneficiari inferiore al 20%.
Negli ultimi anni si è verificato un aumento del contributo richiesto ai privati, tipicamente sotto forma di incrementi delle tasse universitarie. L’aumento della percentuale di spesa privata, vede infatti l’Italia in quarta posizione. Nella parte sinistra del grafico, il balzo, superiore a 40 punti, compiuto dal Regno Unito è spiegato dalla riforma Cameron che ha innalzato in maniera brusca le tasse universitarie fino a 9.000 sterline
Non è pertanto sorprendente che per percentuale di spesa privata l’Italia sia al secondo posto in Europa preceduta, appunto, dal solo Regno Unito.
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5. L’età media dei laureati è alta rispetto alle altre nazioni?
«I fuori corso all’università esistono solo da noi» … «All’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi. Credo che la scuola sul rispetto delle regole debba dare un segnale forte» perché «gli studenti fuori corso hanno un costo, anche in termini sociali»
Francesco Profumo, Corriere della Sera 15-10-2012
il problema dell’età media dei laureati in Italia esiste
M. Martone, Repubblica 24-01-12
In realtà, come discusso altrove, il mancato rispetto dei tempo nominali è un fenomeno diffuso a livello mondiale:
Throughout the world, a large fraction of students remain in educational programs beyond their normal completion times and this tendency appears to have increased in recent years.
Garibaldi, P., F. Giavazzi, A. Ichino, and E. Rettore (2012), “College Cost and Time to Complete a Degree: Evidence from Tuition Discontinuities”, The Review of Economics and Statistics 2011
Tornando al rapporto OCSE, il seguente grafico mostra che l’età media dei laureati italiani è più bassa della media OCSE.
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6. Sforniamo troppi laureati?
Siamo sicuri che questo paese davvero abbia bisogno di più laureati?
Francesco Giavazzi, Lavoce.info, 28-11-2012
Come percentuale di laureati nella fascia più giovane (25-34 anni) l’Italia è all’ultimo posto in Europa (21% contro 39% della media OCSE). Se si considera che il Brasile è una nazione non-OCSE, l’Italia è al penultimo posto tra i paesi OCSE dato che solo la Turchia (19%) ha meno laureati di noi.
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7. È vero che i benefici sociali della laurea sono trascurabili?
Uno dei nostri argomenti, però, è che chi ha provato a misurare empiricamente la presenza di questi benefici sociali [della laurea], aggiuntivi rispetto a quelli privati, ha trovato poco o nulla.
Andrea Ichino, ROARS 18-02-2013
Andrea Ichino e Daniele Terlizzese nel loro libro “Facoltà di scelta” hanno proposto di innalzare le tasse universitarie italiane seguendo l’esempio inglese. Una delle motivazioni è che i benefici del conseguimento di una laurea sarebbero essenzialmente privati, ragion per cui gli studi universitari dovrebbero essere a carico dei diretti beneficiari e non della spesa pubblica. Al contrario, il rapporto OCSE valuta che i benefici sociali, dovuti per esempio ai maggiori introiti fiscali e contributivi provenienti dai laureati, siano tutt’altro che trascurabili. Infatti, non solo supererebbero di gran lunga quelli relativi all’istruzione primaria e secondaria, ma sarebbero decisamente superiori ai costi pubblici dell’istruzione universitaria:
In most countries, the public returns from tertiary education are substantially higher than the public returns from upper secondary or post-secondary non-tertiary education. This is because of the higher taxes and social contributions that flow from the higher incomes of those with tertiary qualifications. On average across OECD countries, the public net return from an investment in tertiary education is over USD 100 000 for a man and over USD 57 000 for a woman. Taking into account direct costs, foregone earnings, and public grants, the public benefits from a man in tertiary education are four times higher than the public costs, and from a tertiary-educated woman, more than two times higher (Tables A7.4a and b).
OCSE Education at a Glance 2013, p. 131
Il seguente grafico mostra che per l’Italia i benefici sociali conseguenti da un laureato maschio sono 3,7 volte maggiori dei costi pubblici (media OCSE: 3,9). Nel caso di una laureata femmina essi sono 2,4 volte maggiori (media OCSE: 3,0), vedi Table A7.4b, p. 147.
Il seguente grafico pone a confronto i ritorni economici (= benefici – costi), sia pubblici (169.00 USD) che individuali (155.000 USD) per i laureati maschi, mostrando non solo che sono di entità paragonabile, ma che in Italia il ritorno per la collettività sarebbe superiore a quello individuale.
Nel caso delle laureate italiane, il ritorno pubblico è 70.000 USD (Table A7.4b, p. 147), mentre quello individuale è 77.652 (Table A7.3b, p. 145).
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8. Laurearsi è inutile?
Cinquantamila universitari in meno vuol dire che i giovani non sono fessi, vedono l’università senza merito come inutile
Oscar Giannino, Twitter 31-01-2013
Nel seguente grafico viene rappresentato il maggior guadagno percentuale che deriva dall’essere laureati rispetto a possedere un diploma di istruzione secondaria. Per i laureati italiani tale maggior guadagno (+48%) non appare trascurabile, anche se negli altri paesi OCSE tende ad essere ancora maggiore (media OCSE: +57%).
Tra chi ha conseguito la laurea si osserva anche una minore probabilità di disoccupazione. Il tasso di occupazione per i laureati italiani è pari al 79% (media OCSE:84%) contro il 75% dei maturati (media OCSE: 84%) ed il 58% per chi si è fermato alla media inferiore (media OCSE: 58%). Se da un lato, la situazione italiana è peggiore della media OCSE, il diffferenziale di quattro punti percentuali tra laureati e maturati è identico.
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9. Troppi dottori di ricerca?
Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta
Sergio Benedetto, Repubblica 4-02-2012
Nel seguente grafico viene riportata la percentuale di studenti che proseguono i loro studi fino al conseguimento del dottorato di ricerca. L’Italia è al di sotto della media OCSE e si colloca in 21-esima posizione su 32 nazioni. Per la spiegazione delle età medie di entrata particolarmente elevate in alcune nazioni (Islanda, Spagna, Portogallo, Corea, …) si veda la discussione a p. 296 di Education at a Glance.
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10. Conclusioni
Una nazione che investe poche risorse umane e finanziarie nell’istruzione universitaria e che negli ultimi anni ha tagliato ulteriormente nel contesto di un generale disinvestimento riguardante l”intero settore dell’istruzione. Una percentuale di laureati che ci vede ultimi in Europa e penultimi nell’OCSE. Una spesa per studente che è sotto la media mentre è in aumento la percentuale di costo scaricata sulle spalle degli studenti e delle loro famiglie. Per l’Italia, i dati OCSE dipingono con efficacia il quadro di una nazione che ha intrapreso con decisione la via del declino civile, culturale ed economico.
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Non capisco l’origine di tutto questo pessimismo: adesso ci pensa il ministro Carrozza.
Con un tweet.
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Questa è la realtà. E’ ora che il Paese si svegli dal lungo sonno trentennale.
Vorrei 0scar Giannino e tutti i bocconiani al governo.
In realtà son già tutti lì.
Per il momento il governo da il bonus se si assume uno senza diploma.
Avere il diploma è una nota di demerita in questo paese.
Oggi ho letto su repubblica di una prof che ha ricevuto la telefonata di un padre di un maturando pregandola di bocciare il figlio altrimenti il ragazzo non sarebbe stato assunto. Ma che paese è questo???
nota di demerito :-) sorry
Ho l’impressione che i dati sull’età dei laureati nei diversi paesi dell’OCSE non tengano conto della durata ufficiale del “first degree”. Se così fosse l’età dei laureati (triennali) italiani dovrebbe essere confrontata con l’età dei laureati (triennali) dei paesi dove esiste una laurea triennale. Le statistiche OCSE da questo punto di vista sono piuttosto carenti. D’altra parte sarebbe difficile raccogliere dati confrontabili più aderenti alla realtà, quando c’è molta variabilità non solo nella durata ufficiale del “first degree” ma anche nell’età di accesso all’istruzione universitaria (ad esempio, mi pare, 19 anni in Inghilterra e 18 anni in Scozia).
Questo tipo di statistiche pone degli ovvi problemi di comparazione. Va anche detto le problematiche relative al calcolo di questo indicatore sono discusse nazione per nazione da p. 29 a p. 51 del Chapter A dell’Annex 3: Sources, methods and technical notes (http://www.oecd.org/edu/EAG2013_Annex3_ChapterA.docx). Pur con tutte le cautele, il dato mostra che non ha fondamento ritenere che l’Italia costituisca un’anomalia mondiale (“I fuori corso all’università esistono solo da noi”) quando si analizza il ritardo nel conseguimento dei titoli di studio universitari. Un approccio “mitologico” ai problemi viene di solito usato per promuovere provvedimenti “emergenziali” privi di paragoni internazionali che vengono giustificati in nome dell’eccezionalità italiana. Abbiamo molti e gravi problemi (e i fuori corso sono uno di questi) ma dobbiamo analizzarli razionalmente sulla base dei numeri e tenendo conto delle difficoltà e dei rimedi che caratterizzano il quadro internazionale.
Tabella A1.1
Sarebbe più corretto confrontare i laureati con la triennale in Italia e all’estero e quelli con la magistrale in Italia e in altri paesi OSCE.
Nel rapporto OCSE, purtroppo, questo tipo di dato non è disponibile. Viene solo fatta la distinzione tra istruzione terziaria di tipo A e di tipo B.
Tertiary-type A education (ISCED 5A): Largely theory-based programmes designed to provide sufficient qualifications for entry to advanced research programmes and professions with high skill requirements, such as medicine, dentistry or architecture. Duration at least 3 years full-time, though usually 4 or more years.
Tertiary-type B education (ISCED 5B): Programmes are typically shorter than those of tertiary-type A and focus on practical, technical or occupational skills for direct entry into the labour market, although some theoretical foundations may be covered in the respective programmes. They have a minimum duration of two years full-time equivalent at the tertiary level.
Non risulta formazione di tipo B in Italia. Per quella di tipo A, la media OCSE della % di laureati nella fascia 25-34 anni è 30% contro il 21% italiano (Table A1.3a, p. 37).
Grazie per il chiarimento
C’è una lezione da imparare da questi confronti internazionali. I risultati, come è ovvio, dipendono dalle definizioni delle unità e unità omogenee per i diversi paesi sono molto difficili da definire. Fino alla comparsa massiccia dei laureati triennali l’Italia era in effetti un fanalino di coda quanto ad età dei laureati. Infatti mentre molti paesi prevedevano lauree brevi (perfino di due anni) e un ingresso negli studi universitari all’età di diciotto anni, in Italia quasi tutte le lauree avevano una durata ufficiale di almeno cinque anni, nessuna di meno di quattro, e si iniziavano gli studi universitari a diciannove anni.
Oggi sul Corriere tre articoli contro l’istruzione:
uno questionava sulla scuola pubblica, proponendo scuole gestite da consorzi di genitori;
uno era contro l’esame di maturità (meglio come fanno in Inghilterra etc.);
uno promuoveva atenei americani non costosi in cui non si conseguono titoli di studio ma si promuovono progetti “start up” …
[…] at a Glance, i cui risultati sono sintetizzati e discussi da Giuseppe De Nicolao su «Roars»: Education at a Glance 2013: cosa dice l’OCSE dell’università italiana? Da tale studio risulta che l’Italia è la 30° su 33 Paesi dell’OCSE nella spesa per […]
L’articolo di ROARS sulla situazione dell’università italiana letta attraverso il rapporto OCSE “Education at a Glance 2013” è stato ripreso punto per punto sulla prima pagina del Fatto Quotidiano on-line del 29 giugno 2013.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/29/universita-ocse-sbugiarda-stampa-politica-troppi-costi-studenti-falso/640014/
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Da notare i 400 e più commenti dei lettori, un vero spaccato sociologico degli umori (non sempre limpidi) dell’opinione pubblica nei confronti dell’università: molti luoghi comuni, ma anche una palpabile difficoltà a difenderli di fronte all’evidenza dei numeri. C’è chi nega i dati OCSE affermando di conoscere con certezza la realtà grazie alla sua esperienza personale: baroni come divinità onnipotenti, parentopoli dilagante e studentesse che vendono il loro corpo per superare gli esami (e poi si firma con un nickname, “Preliator”):
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Preliator, qui si parla di merito, tu fai del moralismo. Certo che esistono i baroni, certo che esistono studenti e studentesse disonesti. Certo che sono fenomeni da combattere. Ma quand’anche tu riuscissi a decapitare l’ultimo barone e a rapare a zero e mettere alla gogna le studentesse che si vendono per passare agli esame (e i professori che ne abusano, direi) non saresti ancora entrato nel merito della questione.
Perché la grande maggioranza dei professori non sono baroni, la grande maggioranza delle studentesse non si da via: tutto quello che si chiede, nel merito, è di poter lavorare e studiare, e il moralismo a questo non ha risposte.
Non per niente, tutto l’ambaradan messo su per limitare e distruggere l’università italiana è sostenuto entusiasticamente proprio da chi è più vicino alle baronie, CRUI in testa.
Ultimamente, anche la CRUI manifesta qualche perplessità sulla bontà dell’ambaradan:
https://www.roars.it/la-crui-si-rivolge-al-nuovo-governo-e-prende-posizione-sullimu/
[…] degli altri paesi sono stati resi noti. La notizia è ststa ripresa in maniera estesa in Education at a Glance 2013: cosa dice l’OCSE dell’università italiana? (De Nicolao – ROARS) e in Università, l’Ocse sbugiarda stampa e politica. “Troppi costi […]
[…] interessante commento all’intero rapporto è consultabile in italiano sul sito Return on Academic Research Questo articolo è stato pubblicato in Formazione e lavoro e taggato come education at a glance […]
[…] un network di ricercatori ha analizzato a fondo Education at a Glance, il rapporto OCSE, ne vengono fuori dati di indubbio interesse che vanno analizzati con calma, […]
[…] Education at a Glance 2013: cosa dice l’OCSE dell’università italiana?. Condividi:FacebookLinkedInTwitterEmailGoogle +1Mi piace:Mi piace Caricamento… Lascia un commento […]
[…] https://www.roars.it/education-at-a-glance-2013-cosa-dice-locse-delluniversita-italiana/ Vota:Condividi suStampaEmailFacebookTwitterLinkedInGoogle +1Mi piace:Mi piace Caricamento… […]
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[…] troppi laureati, non possiamo più permetterci di far iscrivere chiunque all’università. Falso: l’Italia è uno dei Paesi in Europa con il più basso numero di laureati fra i 25 e i 34 anni. Solo il 19% (al pari di Slovacchia, Romani e Repubblica Ceca), contro una […]
[…] non possiamo più permetterci di far iscrivere chiunque all’università. Falso: l’Italia è uno dei Paesi in Europa con il più basso numero di laureati fra i 25 e i 34 anni. Solo il 19% (al pari di Slovacchia, Romani e Repubblica Ceca), contro una […]