Un appello al Sign. Ministro Francesco Profumo

“[…] lo spavento gelò la stazione, quando vide passare, in una vertigine di fumo e di fiamme, quel treno fuori controllo, quella macchina senza macchinista né conduttore […] adesso, tutti i telefoni suonavano, tutti i cuori battevano, alla notizia di un treno fantasma che si era visto passare a Rouen e a Sotteville […] Quel treno, come un cinghiale in una foresta, continuava la sua corsa, senza tenere conto né dei segnali rossi, né dei petardi. Stava quasi per fracassarsi, a Oissel, contro una locomotiva; seminò il panico a Pont-de-L’Arche, perché la sua velocità non sembrava in alcun modo rallentare. Di nuovo, sparito nel nulla, correva, correva nella notte nera, nessuno sapeva dove. E che importava delle vittime che il treno calpestava nel suo cammino! Non andava comunque esso verso l’avvenire, incurante del suo incedere cruento? Senza nessuno che lo guidasse, nel mezzo delle tenebre, come una fiera cieca e sorda abbandonata al suo destino fatale, il treno correva, correva, carico di carne di cannone, di quei soldati, già storditi dalla fatica, ed ebbri, che cantavano”.

(Émile Zola, La Bête humaine, epilogo del romanzo [ns. trad.])

Come la scena-madre di un drama/thriller. C’è un treno che corre su un binario morto. Pochi chilometri più avanti, dove quel binario si interrompe, si spalanca un baratro in cui il treno è destinato a precipitare. Occorre tentare, immediatamente, di arrestarlo in tempo o di deviarlo su un altro binario. C’è solo un ultimo scambio che può essere azionato prima del punto di non ritorno. Tra i passeggeri del treno, alcuni sono in allarme. Altri, fiduciosi, credono (o vogliono credere) che non accadrà nulla: dopotutto, si tratta di un treno di nuovissima concezione, al suo viaggio inaugurale, di un prodigio della tecnica che ha promesso la massima sicurezza per i clienti.

Del treno atteso per anni …

I protagonisti della scena finale sono due. Il macchinista sul treno. Forse non resosi ancora conto di quanto sta realmente accadendo ed accadrà, il macchinista continua ad aumentare la velocità. Pare che il collegamento radio con il centro di controllo del traffico ferroviario non funzioni, o sia disturbato da interferenze. E poi c’è il dirigente del centro di controllo.  L’uomo che potrebbe azionare lo scambio a distanza. Ogni decisione è cruciale.

1. La spada di Damocle dei ricorsi

Con questo articolo rivolgiamo un appello al Ministro Francesco Profumo per un suo immediato intervento. Senza alcuno spirito di contrapposizione con ANVUR, ma per costruire una soluzione urgente, il più possibile condivisa e ragionevole, per uscire da una situazione ormai ad altissimo rischio.

La cronaca delle ultime settimane ha consegnato novità importanti.

Al momento, per quanto se ne sa, sono stati depositati tre ricorsi, che a vario titolo attaccano il sistema delle abilitazioni nazionali. Il ricorso dell’A.I.C. avverso l’allegato B del D.M. 76/2012, il ricorso degli Storici delle Matematiche contro l’uso dei criteri bibliometrici, e da ultimo il ricorso promosso da 130 docenti di diverse aree bibliometriche contro il criterio della mediana e numerosi altri aspetti del D.M. 76 (Affondiamo le mediane!).

Altri ricorsi sono probabilmente in gestazione.

Il TAR del Lazio si è già pronunciato in sede cautelare “ai sensi dell’art. 55 comma 10, del Codice del processo amministrativo” sul ricorso dell’Associazione Italiana Costituzionalisti (AIC).

È bene ricordare, per fugare equivoci, quale sia il significato tecnico dell’art. 55, comma 10, del nuovo Codice del processo amministrativo. Il TAR applica questa norma quando fa propria

una prognosi sommaria accentuata sulla favorevole conclusione del ricorso a favore del ricorrente (citazione tratta da M.V. Lumetti, Processo amministrativo e tutela cautelare, Padova, 2012, pag. 121)

e fissa con anticipo l’udienza di merito per la decisione definitiva della causa con sentenza.

Secondo il TAR, dunque, ad un primo esame in sede cautelare, il ricorso AIC presenta il fumus boni iuris di fondatezza.

L’udienza per la decisione di merito della causa è stata fissata dal TAR per il 23 gennaio 2013.

Ipotizziamo che il ricorso AIC venga accolto il 23 gennaio. In tal caso, il D.M. 76/2012 sarebbe annullato nella parte in cui stabilisce la terza mediana per i settori non bibliometrici: l’intera classificazione delle riviste di fascia A cadrebbe per illegittima retroattività.

Ipotizziamo ancora che, al 23 gennaio, la procedura di abilitazione risulti già conclusa o quasi.

Si aprirebbero problemi gravissimi.

L’utilizzo determinante di una mediana illegittima (la terza mediana, quella relativa alle riviste di fascia A) avrà ormai falsato l’avvio e lo svolgimento della procedura per i settori non bibliometrici: la terza mediana, infatti, avrà influito sia sul procedimento di formazione delle commissioni, sia sulla valutazione dei candidati.

Se la sentenza del TAR accerterà l’illegittimità originaria della terza mediana, sul piano oggettivo anche gli esiti della procedura condizionata dall’applicazione di quella mediana verranno colpiti da illegittimità derivata ad effetto viziante. Tutto rischierebbe di essere travolto, a quel punto, da nuovi ricorsi che facciano valere l’illegittimità derivata.

Per questo, subito dopo l’ordinanza del TAR, molte voci si sono levate per raccomandare al Ministero e all’ANVUR un gesto di prudenza.

 

2. Cassandra crossing?

Anziché lanciare il treno dell’abilitazione in velocità – è stato osservato – meglio sarebbe sospendere temporaneamente la procedura fino alla sentenza del TAR, per evitare l’effetto “tela di Penelope”. Nel frattempo, l’ANVUR potrebbe prendere più tempo per discutere con la comunità scientifica le proprie scelte, ad esempio lanciando una consultazione on line (come fanno le autorità amministrative indipendenti) aperta alla partecipazione di tutti per discutere della tanto contestata classificazione delle riviste.

Questo primo appello è caduto nel vuoto. E così il treno ha proseguito la sua corsa, senza fermarsi in alcuna stazione.

Poi, è iniziato il rincorrersi degli equivoci sul carattere “prescrittivo” o “indicativo” di tutte le mediane stabilite dagli Allegati A e B del D.M. 76/2012.

Sì: proprio quelle mediane il cui calcolo, compresa la classificazione delle riviste, ha impegnato l’ANVUR e i suoi gruppi di lavoro per mesi, determinando la spesa di denaro pubblico (che si assumeva investito per un fine importante, sul presupposto che le mediane avrebbero giocato un ruolo decisivo nella procedura di abilitazione) per rendere possibile la complessa attività dei diversi soggetti impegnati nell’opera.

Inutile ricordare che l’attività di produzione delle mediane e delle classificazioni delle riviste si è sviluppata, peraltro, in maniera piuttosto opaca, tanto che ancora oggi l’ANVUR non ha consentito, pur a fronte di numerose richieste, l’accesso all’intera serie di dati e di atti utilizzati per il calcolo e per la classificazione, nonostante gli obblighi di trasparenza che dovrebbero valere per ogni pubblica amministrazione.

Senza preavviso, sono circolate alcune dichiarazioni a mezzo stampa secondo le quali ANVUR avrebbe ritenuto ammissibile la partecipazione all’abilitazione anche di candidati collocati al di sotto delle mediane, a discrezione delle singole commissioni.

A questo punto è intervenuto il CUN, ricordando che le mediane sono state previste da un regolamento ministeriale, ossia il D.M. 76/2012.

Trattandosi di un atto normativo, ha osservato il CUN,  vi è un solo modo di stabilirne in maniera giuridicamente vincolante l’esatto significato: l’adozione, da parte del Ministero, di un regolamento di interpretazione autentica.

Perciò il CUN, con una mozione formale indirizzata al Ministro Profumo, ha chiesto l’interpretazione autentica del D.M. 76/2012 per chiarire

se il superamento dei valori mediani degli indicatori quantitativi abbia o meno natura vincolante ai fini del conseguimento dell’abilitazione;

questo  “nell’intento di far sì che tutta la procedura dell’abilitazione scientifica nazionale si svolga con univoca chiarezza e generalità delle regole, a garanzia dei principi generali della democrazia amministrativa e dei diritti degli interessati, ridimensionando i rischi di contenzioso giudiziario”.

Anche sull’interpretazione autentica è opportuna una precisazione.

L’interpretazione autentica di un regolamento ministeriale (atto normativo) è categoria giuridica che va affrontata rigorosamente. Non si può assolutamente fare con comunicati stampa, o con semplici lettere, o con documenti pubblicati su un sito internet: questa non sarebbe interpretazione autentica del D.M. 76/2012, non potrebbe mai esserlo giuridicamente, non vincolerebbe nessuno, alimenterebbe solo ulteriore confusione.

Invece, l’interpretazione autentica di un regolamento, come ha confermato una recente sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (n. 9 del 4 maggio 2012), deve avvenire con un nuovo regolamento, da adottarsi seguendo lo stesso procedimento che è stato seguito in precedenza per l’adozione del regolamento da interpretare.

L’Adunanza Plenaria ha affermato che un regolamento può essere interpretato autenticamente solo da un nuovo regolamento, “in base al principio dell’identità formale del contrarius actus”, il che comporta la necessità di ripetere “lo stesso procedimento che già era stato adottato per l’atto su cui si andava ad incidere …  seguendo il medesimo procedimento già seguito in occasione dell’emanazione del primo” regolamento.

Quindi, il Ministero potrà fornire l’interpretazione autentica soltanto con un nuovo D.M. che ripeta il procedimento seguito per l’adozione del D.M. 76/2012. Ciò significa che dovranno essere nuovamente acquisiti dal MIUR i pareri del CUN, dell’ANVUR, del CEPR e, soprattutto, il parere del Consiglio di Stato (Sezione Consultiva per gli Atti Normativi), i quali furono acquisiti prima dell’adozione del D.M. 76/2012. Il nuovo D.M. di interpretazione autentica dovrebbe poi essere registrato alla Corte dei Conti e pubblicato in Gazzetta Ufficiale (come il D.M. 76).

A questo punto, dopo la mozione del CUN che ha chiesto al MIUR l’interpretazione autentica  del D.M. 76/2012 sul carattere prescrittivo o indicativo delle mediane, si sono levati nuovi richiami alla prudenza indirizzati al Ministero e all’ANVUR.

Si è detto: ad oggi non si sa neppure, con certezza, in assenza di un’interpretazione autentica, se le mediane siano sbarramenti inderogabili o derogabili per poter partecipare alla procedura. L’interpretazione autentica influisce su una regola fondamentale rilevante per la partecipazione e, dunque, deve intervenire prima che quest’ultima si svolga. Considerando i tempi necessari per ripetere il procedimento di interpretazione autentica (acquisizione dei pareri CUN, ANVUR, CEPR e soprattutto del parere del Consiglio di Stato), sarebbe prudente una sospensione temporanea della procedura di abilitazione per il periodo necessario a concludere il procedimento di interpretazione autentica.  In questo modo si potrebbe anche conoscere, nel frattempo, il responso del TAR Lazio sul ricorso AIC, per poter poi assumere decisioni responsabili, con cognizione di causa, sulla prosecuzione corretta della procedura di abilitazione.

Questo sempre per evitare il deragliamento del treno. Basti solo immaginare quale formidabile argomento fornirebbe, ai contenziosi giudiziari, un MIUR che non risponda alla richiesta formale di interpretazione autentica formulata, con apposita mozione, dal suo principale organo consultivo, eletto dalla comunità scientifica e rappresentativo di quest’ultima, ossia il CUN.

Anche questo secondo appello sembra essere caduto nel vuoto. E il treno ha proseguito ancora la sua corsa, sempre più vicino al punto di non ritorno.

3. La “confessione” dell’ANVUR

Siamo ad oggi. L’ANVUR, con una serie di documenti pubblicati in convulsa successione sul proprio sito tra il 14 e il 20 settembre (analiticamente commentati da ROARS) ha fatto, in sostanza, tre cose.

(1)  Ha messo nero su bianco una sorta di “confessione”.

Le mediane di agosto sono state calcolate male, per la fretta di doverlo fare.

Male sul piano metodologico, perché, a dire della stessa ANVUR, sono state elaborate: sulla base di dati di partenza (siti docente CINECA) non affidabili; con impostazioni statistiche contraddittorie, che si sono succedute nelle diverse “versioni” delle mediane; muovendo da interpretazioni perplesse del D.M. 76/2012, che la stessa ANVUR qualifica come dato normativo ambiguo e fonte di dubbi quando si tratta di applicarne il dettato; redigendo (per la terza mediana nei settori non bibliometrici) una lista di riviste di fascia A che la stessa ANVUR afferma (solo oggi) essere incompleta e bisognosa di rettifiche, in quanto non include alcune riviste di alto livello mentre ne include altre che forse dovrebbero essere riclassificate, etc.

Questo ha comportato l’adozione di mediane pubblicate e poi modificate; la pubblicazione di una lista originaria di riviste di fascia A che (incredibilmente) “resta invariata per il calcolo delle mediane”, alla quale seguirà però, in un preannunciato e prossimo futuro, una nuova lista di riviste di fascia A, diversa dalla precedente, che verrà utilizzata per la valutazione dei candidati da parte delle commissioni.

Un guazzabuglio.  Soprattutto, un “regalo” involontario di ANVUR  a tutti gli avvocati dei ricorrenti che, adesso o in futuro, impugneranno gli atti della procedura di abilitazione. I legali non dovranno più sforzarsi di dimostrare al giudice che le mediane ANVUR sono illegittime (eccesso di potere per illogicità, carenza istruttoria, erronea presupposizione in fatto, contraddittorietà, etc.) perché calcolate su dati incompleti e con metodi contraddittori. Questo sforzo è stato semplificato da ANVUR, che ha apertamente ammesso e scritto tutto ciò, peraltro addebitando (fra le righe) la maggior parte delle responsabilità al Ministero. Contro le intenzioni dell’Agenzia, essa stessa ha fornito un incentivo e spalancato la strada ai ricorsi.

(2) L’ANVUR ha poi preteso di fornire l’interpretazione del D.M. 76/2012, affermando che le mediane avrebbero carattere non prescrittivo, bensì indicativo, sicché le commissioni potranno a propria discrezione, caso per caso, decidere di attribuire l’abilitazione anche ai candidati che non superino le mediane. Sembra invece di capire che, per l’ANVUR, quelle stesse mediane si trasformino in prescrittive per la selezione degli aspiranti commissari. Mediane che condurrebbero una sorta di “doppia vita”, insomma: all’alba inderogabili, al tramonto derogabili.

È lecito chiedersi: che pensa il Ministro del fatto che l’ANVUR abbia ritenuto di poter rispondere, in sua vece, alla mozione di interpretazione autentica del CUN? È noto all’ANVUR che l’interpretazione autentica di un regolamento ministeriale deve essere fornita, giuridicamente, con nuovo regolamento che segua il medesimo procedimento del precedente, non già con un documento di ANVUR pubblicato sul sito di quest’ultima?

Preoccupa, soprattutto, il clima di confusione che si sta lasciando crescere, in una ridda di dubbi, ipotesi, timori, dichiarazioni.

E dovrebbe preoccupare anche un altro fatto. La Corte dei Conti vigila sul modo in cui le pubbliche amministrazioni spendono il denaro pubblico, soprattutto in questo tempo di crisi, sanzionando severamente scelte non oculate di utilizzo di risorse pubbliche. Che cosa significa affermare che le mediane, frutto di un processo di elaborazione durato mesi e non certo a costo zero per le casse dello Stato, sono oggi dequotate a criteri “indicativi” e derogabili dalle commissioni, che potranno anche non tenerne conto? Non significa forse che tutte le risorse, umane, strumentali, temporali, finanziarie, investite per calcolare quelle mediane, erano prive di un’adeguata giustificazione? E di questo non occorreva rendersi conto, con prudenza e diligenza, prima di iniziare quel percorso?

(3) L’ANVUR, da ultimo, ha pubblicato la Lista delle riviste da essa ritenute “scientifiche” per le diverse Aree della conoscenza.

È inutile ritornare ancora sull’improbabile e (se non fosse tragica) spiritosa serie di inclusioni in quella Lista.

Vi compare di tutto. La griffe ANVUR di scientificità ai fini accademici (come dire: “è rivista scientifica, perché lo garantisce l’ente pubblico italiano preposto per legge alla valutazione della ricerca universitaria”) è stata apposta a periodici che, nel resto dell’orbe terracqueo conosciuto, sarebbero considerati comuni quotidiani in edicola, siti di divulgazione politica o partitica, edificanti guide per la catechesi, ordinarie pubblicazioni informative di associazioni di categoria, riviste per amatori di barche, magazines di costume, riviste per il tempo libero, etc. Fino all’incorporazione della pur nobilissima suinicoltura (lungi da noi il criticarla, sia ben chiaro) nel vasto seno della cultura scientifica di livello universitario (qui, però, forse potrebbe aver giocato un qualche ruolo  un involontario scambio tra vocali).

Dal suolo italiano, evidentemente, nasce il germe di una rivoluzione culturale guidata da ANVUR, che potrebbe in futuro trasformare le coordinate della scientificità finora conosciute ed elaborate, facendo evolvere gli angusti confini di ciò che si riteneva “scienza” verso magnifiche sorti e progressive. Ferma l’evidenza di tutto ciò, ci sono alcuni aspetti, tuttavia, che potrebbero sfuggire all’attenzione e che è bene sottolineare con chiarezza.

L’ANVUR è giuridicamente un ente pubblico, istituito per legge, riconducibile alla responsabilità (indirizzo e vigilanza) dello Stato, attraverso il Ministero competente. Quando l’ANVUR “parla” con i propri atti è lo Stato italiano a “parlare”, agli occhi delle comunità scientifiche dei diversi Paesi del mondo.

Se l’ANVUR incorre in simili (come dire?) “infortuni”, all’estero il discredito ricade sullo Stato italiano, prima, e sulla comunità accademica italiana, poi. È facile pensare: se questo è l’ente pubblico valutatore, quale sarà il livello dei valutati?  Non solo. Proprio perché si tratta di un ente pubblico, gli atti dell’ANVUR sono giuridicamente qualificabili come atti amministrativi.

Quando l’ANVUR pubblica sul proprio sito documenti denominati “Liste”, “Comunicati”, “Chiarimenti” etc., bisogna aver chiaro che si tratta di atti amministrativi, che hanno un peso e una forza giuridica. Non possono essere pubblicati, poi ritirati, poi di nuovo rettificati, poi accompagnati da mille “però”, “se”, “avremmo voluto”, “secondo noi”.

Questo non sembra, francamente, il modo più corretto di amministrare la cosa pubblica.

Di più. Anche se a formare quelle Liste infarcite di paradossi, nella fase istruttoria, hanno contribuito soggetti dei quali l’ANVUR si è avvalsa, la legge assegna all’ente pubblico ANVUR, non già ai suoi consulenti o collaboratori, la piena titolarità della fase decisoria, perché l’atto amministrativo finale (la Lista pubblicata) è imputabile giuridicamente all’ANVUR e ad essa soltanto. Imputabile in termini di potere (l’ANVUR poteva stabilire di non pubblicarla in quella forma) e quindi di responsabilità (l’ANVUR risponde in  proprio per aver deciso di pubblicarla in quella forma).

Le Liste ANVUR delle riviste scientifiche preoccupano non solo per le numerose incomprensibili inclusioni, ma anche perché non hanno incluso, viceversa, alcune riviste sicuramente di carattere scientifico (internazionali, spesso in lingua inglese, dirette da professori di Università europee ed extra-europee, dotate di autorevoli comitati scientifici, che selezionano i contributi da pubblicare con peer review a doppio cieco, etc.).

I lettori di ROARS hanno già segnalato alcuni casi, e ce ne sarebbero altri ancora più inspiegabili. Solo per fare un esempio, abbiamo constatato che vi è una rivista internazionale ed interdisciplinare, affiliata a due università statunitensi, in lingua inglese, con double blind peer review, che integra i punti di vista della filosofia, delle scienze “dure” e del diritto, del cui Editorial Board fanno parte, tra gli altri, un Premio Nobel per la fisica (Leon M. Lederman), il Responsabile dello “Scientific Freedom, Responsibility and Law Program” (ora denominato “Scientific Responsibility, Human Rights and Law Program”) della American Association for the Advancement of Science (AAAS, che pubblica la rivista “Science”), insieme a professori universitari di diritto, di medicina, etc. La rivista è “The Journal of Philosophy, Science & Law” (ISSN 1549-8549), sito http://www6.miami.edu/ethics/jpsl/. Per l’ANVUR, questa rivista non sarebbe degna (ed infatti non compare nella Lista) del crisma della scientificità, della dignità scientifica minimale.

Ne sarebbero a pieno titolo meritevoli, invece, Libertiamo.it, La Vita CattolicaLeadership Medica, etc. Il problema che tutto ciò pone non è solo quello del carattere obiettivamente sconcertante di queste esclusioni.

Potrebbero esserci problemi ancor più gravi.

Riviste di questo tipo potrebbero subire un danno di immagine da uno Stato (l’Italia) che attraverso il suo ente pubblico (ANVUR) decida di non includerle nella Lista, con ciò, in sostanza, dichiarandole non scientifiche nel territorio italiano con la forza di un atto amministrativo (la Lista ANVUR). [1]

Si aprono potenziali scenari, sotto il profilo della responsabilità, che non possono essere ignorati. C’è da sperare che queste riviste non si accorgano di quanto sta accadendo in Italia. Sarebbe infatti un po’ difficile spiegare al Responsabile dello “Scientific Responsibility, Human Rights and Law Program” della American Association for the Advancement of Science che la scienza non potrebbe avanzare di un millimetro con gli articoli pubblicati sulla rivista di cui Egli fa parte, dato che non sarebbe neppure una rivista scientifica in base alla Lista ANVUR; o spiegare al vincitore del Premio Nobel che la sua presenza nell’Editorial Board non basta a garantire un minimum di scientificità della rivista.

[1] Dato che il D.M. 76 specifica che “l’ANVUR […] effettua una suddivisione delle riviste su cui hanno pubblicato gli studiosi italiani in tre classi di merito“, si potrebbe obiettare che l’esclusione dalle liste possa derivare dal fatto che non vi hanno pubblicato studiosi italiani. A tale proposito, va notato che nella sua Delibera 50/2012, l’ANVUR ha interpretato il D.M. in senso persino più riduttivo: “Allo scopo di pervenire alla suddivisione, il CINECA consegna all’ANVUR la lista ufficiale delle riviste presenti nel sito docente di tutti i docenti attivi alla data del decreto abilitazione.“, cosicché l’incompleto popolamento dei siti docente potrebber avere ulteriormente impoverito la lista delle riviste scientifiche. Ai fini dei parametri ministeriali, sembra che un candidato straniero (o italiano non strutturato nell’università) non possa vedere comunque riconosciuta la scientificità di lavori apparsi su riviste su cui gli studiosi universitari italiani non hanno mai pubblicato. Inutile dire che questa giustificazione puramente burocratica del mancato riconoscimento di scientificità risulterebbe assai poco soddisfacente, oltre che per i candidati, anche per le case editrici delle riviste escluse.

4. Ultima fermata prima del disastro

Ultimo aspetto, ma forse il più rilevante in questo momento. L’ANVUR, come è noto, ha pubblicato gli elenchi degli aspiranti commissari per ogni Settore Concorsuale. Da quegli elenchi si attingerà per il sorteggio e per la nomina delle Commissioni. Tuttavia, per poter presentare la domanda di inserimento in quegli elenchi, gli aspiranti commissari dovevano superare le mediane ANVUR. Molti commissari che non superavano le mediane si sono perciò astenuti dal presentare domanda e per questo motivo non compaiono negli elenchi.

Oggi, però, è ormai chiaro che le mediane ANVUR sono illegittime, anche perché basate su Liste di riviste scientifiche a dir poco “bizzarre” (o imbizzarrite), quelle che abbiamo conosciuto in questi giorni. Le mediane delle pubblicazioni scientifiche, infatti, cambiano a seconda di quali pubblicazioni (e dunque di quali riviste) siano qualificabili come scientifiche o non scientifiche. Perciò, se le Liste delle riviste scientifiche sono da rifare, tutti gli elenchi dei commissari sono da rifare. Non sarebbe possibile andare avanti se non ripetendo, dall’inizio, il bando per la selezione degli aspiranti commissari: ma sulla base di quali mediane, se quelle di agosto sono illegittime? Sulla base di quali Liste di riviste scientifiche, se quelle di settembre sono (per usare un eufemismo) errate?

Non c’è più tempo per soluzioni di fortuna in grado di “rattoppare”, a trenta secondi dalla fine, le lacerazioni ormai insanabili nell’intera architettura del D.M. 76. Non scongiurerà  i contenziosi, a questo punto, neppure un’interpretazione autentica del D.M. 76 che (in ipotesi) dichiari le mediane “indicative” per i candidati, ossia derogabili caso per caso dalle commissioni.

Lasciamo un attimo da parte l’arbitrio che si assegnerebbe a ciascuna commissione e le disparità di trattamento tra i candidati da settore a settore della stessa Area (“Deroga sì o deroga no? Dipenderà dalla gentile disposizione d’animo dei commissari del tuo settore, audace candidato: perciò spera, se sei sotto le mediane, che ti tocchi in sorte la commissione magnanima incline alla deroga, anziché quella più severamente intransigente che sia contraria alla deroga”).

Lasciamo ancora da parte lo spreco di denaro pubblico investito per elaborare mediane applicabili “forse che sì forse che no”, derogabilmente ed indicativamente mobili quali “piume al vento”.  Al punto in cui ormai siamo dopo gli ultimi atti dell’ANVUR, un’interpretazione autentica di questo tipo non risolverebbe comunque il problema dei ricorsi, perché ormai quelle stesse mediane (illegittime) hanno già operato come mediane prescrittive per la formazione degli elenchi degli aspiranti commissari: gli elenchi dai quali, con il sorteggio, si formeranno le commissioni per valutare i candidati. A mediane illegittime utilizzate per selezionare gli aspiranti commissari corrisponderanno commissioni illegittime, aggredibili dai ricorsi di tutti coloro che intenderanno contestare i giudizi di commissioni, appunto, illegittime per la loro genesi.

Da qui l’appello che rivolgiamo al Ministro:

Le abilitazioni possono ancora essere salvate,
prima che sia troppo tardi.

Per prima cosa, occorre frenare la corsa verso il baratro: è necessario arrestare temporaneamente la procedura, rispetto sia al sorteggio dei commissari che alla presentazione delle domande dei candidati, attraverso un provvedimento di sospensione di entrambi i bandi (lo consente l’art. 21-quater della legge sul procedimento amministrativo, purché si fissi un termine alla sospensione).

Sfruttando il periodo di sospensione temporanea, occorre avviare un’immediata riflessione su come modificare o sostituire il D.M. 76/2012 con un nuovo regolamento. La strada migliore, che metterebbe il nostro Paese su un percorso di autentica innovazione,  potrebbe essere quella di lanciare una consultazione pubblica on line su una proposta di criteri rigorosi di accesso all’abilitazione, non più basati su mediane instabili, ma su cifre e definizioni precise, determinate, condivise con ANVUR, CUN e soprattutto con la comunità scientifica “dal basso”, la quale potrà partecipare alla consultazione on line inviando le proprie osservazioni sulla proposta.

Definito lo schema del nuovo D.M. dopo la consultazione pubblica, si potrebbe decidere di abrogare il precedente D.M. 76/2012 o almeno di sostituirlo nelle parti relative alle mediane (questo potrebbe far venir meno i contenziosi volti all’annullamento del D.M. 76 rispetto alle mediane).

A questo punto, pubblicato il nuovo regolamento, si potrebbero pubblicare nuovi e conseguenti bandi, sostitutivi dei precedenti, che diano avvio a una procedura di abilitazione sana, corretta, saldamente fondata.

Se questo processo si avvierà subito, i nuovi bandi potrebbero vedere la luce nel giro di alcuni mesi.

L’alternativa è quella dell’altissimo rischio di un “disastro ferroviario colposo”.

Di una pioggia di ricorsi da parte di chi, non avendo ottenuto l’abilitazione, impugni in toto la procedura dimostrando l’illegittimità delle mediane (grazie alle “confessioni” di ANVUR), l’illegittimità in via derivata del procedimento di selezione degli aspiranti commissari che è stato determinato dall’applicazione di quelle mediane e, a cascata, l’illegittimità in via derivata del sorteggio, della nomina dei commissari sorteggiati, fino ai giudizi di merito espressi da commissioni illegittimamente formate.

Questo perché, come si è già sottolineato, se si dimostra al giudice amministrativo che una commissione è stata formata con procedure viziate da illegittimità, allora qualsiasi giudizio di quella commissione risulta inficiato da illegittimità per derivazione, sotto il profilo formale e procedurale, indipendentemente dalle motivazioni e dai contenuti del giudizio di merito espresso da quei commissari su ciascun candidato.

Senza poter escludere, poi, eventuali profili di responsabilità di competenza della Corte dei Conti. Far naufragare la procedura andando dritti verso il muro dei contenziosi giurisdizionali (nei diversi gradi di giudizio che questi ultimi comporteranno) significherebbe anche mettere a rischio i pochi fondi finora destinati al reclutamento, paralizzandone l’utilizzo sino alla fine di quei contenziosi, dopo anni, quando ormai quei denari, forse, non ci saranno più.

Nel caso dei drama-thriller sui disastri ferroviari, le responsabilità giuridiche ricadono sempre su coloro che abbiano lasciato proseguire la corsa del treno senza curarsi dei segnali, dei richiami, degli allarmi e, soprattutto, degli incolpevoli passeggeri a bordo.

Nella realtà, siamo ancora in tempo.

Cooperiamo tutti per uscirne insieme, senza arroccamenti, pregiudizi, alterigia, caparbietà, timore. Sarebbe una prova autentica della volontà (che il Ministro ha più volte ribadito) di dare all’Università il cambiamento radicale promesso.

 

223 Commenti

  1. Il punto fondamentale non sta nel chiedere questa o quella classificazione delle riviste ma dei criteri di selezione che siano condivisi a livello internazionale ed in genere degli standards delle altre agenzie di valutazione sparse per il mondo e che l’Anvur dovrebbe avere. Non si capisce perche’ questo aspetto non venga richiesto a gran voce da coloro che in qualche modo dicono “meglio un criterio che niente”. Se si vogliono raggiungere gli “standards” di altri paesi perche’ non si chiede che questi standards siano innazitutto necessari per chi valuta e per i criteri che adopera?

  2. A Gianni 44.
    “il dato che viene chiaramente esplicitato e reso chiaro a tutti è che una fetta molto ma molto congrua di docenti sono professionalmente improduttivi”.
    Vorrei capire come le mediane ed il “sistema anvur” abbiano chiaramente esplicitato e reso chiaro a tutti che una fetta molto ma molto congrua di docenti sono professionalmente improduttivi.
    Non lo capisco. Il problema è, a mio parere, proprio l’opposto, tutta la confusione prodotta da base dati non attendibili, popolamento non certo dei siti docenti, elenco arraffazonato delle riviste “scientifiche”, età accademica (meno i periodi di congedo, mi raccomando) permetterà ai soliti furbi (docenti professionalmente improduttivi) di continuare ad essere “furbi” ed autoreferenziali.

  3. Buoni standards sono già presenti in moltissime discipline. Non siamo certo gli ultimi. Il problema non è quello degli standards, il problema è quello di eliminare la pletora di chi è improduttivo e che danneggia tutti quelli che si impegnano bloccando iniziative e progressione che loro non gradiscono. In molti dipartimenti c’è gente che a molti anni dal pensionamento dice che non se ne frega di nulla, non vuole fare nulla, pretende che gli altri non facciano nulla, affossano le idee e i tentativi altrui, godono di fiumi di danaro e tentano di prevaricare i più giovani facendosi mettere i nomi sui lavori con le buone o con le cattive. Ditemi che la vostra carriera si è svolta in un dipartimento in cui questo non esiste.

    • Non mi riferivo alla qualita’ della ricerca ma alla qualita’ dei criteri adottati e al fatto che i criteri ed i metodi usati da Anvur siano stati utilizzati anche da altre agenzie nel mondo. La valutazione non si improvvisa, e’ un campo del sapere con le sue riviste. Ci sono state esperienze di vario tipo all’estero alcune migliori ed altre peggiori e non capisce perche’ l’Anvur non debba prendere ad esempio quello che e’ gia’ successo. Perche’ nessuno utlizza criteri del genere!!

    • @ gianni 1944
      1) “citazioni, numero di lavori e progressione temporale della produzione sono certamente parametri validi, universalmente riconosciuti”.
      2) “In molti dipartimenti c’è gente che a molti anni dal pensionamento dice che non se ne frega di nulla, non vuole fare nulla, pretende che gli altri non facciano nulla, affossano le idee e i tentativi altrui, godono di fiumi di danaro e tentano di prevaricare i più giovani facendosi mettere i nomi sui lavori con le buone o con le cattive.”

      Come stanno insieme le due affermazioni, dal momento che quelli che si fanno “mettere i nomi sui lavori con le buone o con le cattive” avranno un buon h-index?

    • Ed, infatti, ci sono elementi anche di questo genere (casi rari, ma ci sono!), cioè con alto h-index frutto del “proprio team di ricerca”.

      Due però le considerazioni:
      1) i casi del genere sono pochi e rari; chi ha bassi indicatori bibliometrici (qualunque essi siano) guarda caso è anche “scientificamente scarso” (basta assistere a qualche convegno nazionale, senza scomodarsi molto, per rendersene conto). Non è certo vero il viceversa, ovvero che chi ha alti indicatori bibliometrici non è detto che sia “bravo”, ma può “esserlo”.
      2) ammettiamo pure che gli indicatori bibliometrici di un docente siano merito del “proprio team di ricerca”, va comunque detto che in questo caso il docente ha il merito di aver “costruito e messo su” un team valido; a mio modesto avviso, sempre meglio di non fare nulla!

    • C’è anche il caso di chi va al traino del team. E in ogni caso, chi lavora da solo viene tagliato fuori senza nemmeno avere il diritto di essere valutato.

  4. Credo che la posizione di Giorgio Israel sia inattaccabile nella sostanza, anche se forse espressa in modo troppo netta per non esporsi ad una critica circostanziale.

    Il punto centrale che non mi pare controverso è che il criterio principe per valutare una candidatura può e deve essere una valutazione da parte di soggetti competenti selezionati in modo da garantire che essi abbiano tutto l’interesse a dare il proprio giudizio al meglio delle proprie competenze. Questa strada banale non è MAI stata percorsa fino in fondo e qui ci sarebbe molto da fare.

    Detto questo, credo che un uso circoscritto di dati ‘bibliometrici’ possa essere utile sia come filtro abilitativo di minima che come fonte di dati su cui la commissione possa poi esercitare il proprio giudizio. Così come non è scandaloso che si richiedano spesso certi titoli (es.: laurea) per poter concorrere a certe posizioni, si può parimenti richiedere che qualcuno abbia almeno qualche pubblicazione di peso (peso da definire secondo gli usi dei vari settori) per poter accedere alle valutazioni comparative. Se è vero che non possiamo escludere in linea di principio che un garzone geniale con la quinta elementare dimostri un prodigioso teorema su di una carta di formaggio, non possiamo neppure pensare che tutti coloro i quali si reputino garzoni geniali pretendano di essere valutati nel merito sottoponendo scarabocchi su carte di formaggio…

    Ciò che a mio avviso è fondamentale e che è stato rimosso in tutta questa procedura abilitativa sin dall’inizio è la sua natura impropriamente comparativa: l’idea del superamento della mediana è incompatibile con l’idea di abilitazione, che deve valutare solo il minimo livello che rende un soggetto plausibilmente capace di svolgere il proprio compito. Si è voluto introdurre impropriamente un criterio draconiano comparativo (il superamento della mediana delle pubblicazioni della fascia per cui si richiede l’abilitazione) attribuendo alla procedura il senso di una resa dei conti con i ‘fannulloni’ di ciascun settore e, come prevedibile, ci si è trovati con criteri colabrodo incapaci di svolgere neppure quell’opera di filtro di minima che erano chiamati a fare.

  5. Non bisogna mescolare i problemi. Questo è stato determinato dalla non osservanza in modo corretto da parte dell’ANVUR delle regole e, pertanto, su questo è necessario ricorrere formalmente per ottenere un meccanismo che funzioni correttamente (secondo le regole) evitando cose arraffazzonate e imprecise. Un’altra cosa è un sistema corretto di valutazione internazionalmente riconosciuto (vedi Sylos Labini)che sgama chi lavora poco. Comunque, si gira la torta, anche se scendiamo la mediana di un 20%, il numero che viene fuori è sempre inaccettabile.

  6. Credo che gianni 1944 abbia centrato il punto…
    I problemi in questa abilitazione nazionale sono tanti (e forse voluti), ma questa procedura ha avuto il merito di far venire a galla i tanti difetti della “casta” accademica italiana. Per i settori bibliometrici “grossi” problemi non ce ne sono: citazioni, h-index e numero di pubblicazioni sono parametri utilizzati da sempre e la semplice pubblicazione di queste mediane è bastata per scatenare all’interno delle università il giochetto voyeristico del “chi sta sopra e chi sotto” col GROSSO merito di portare alla luce situazioni vergognose! (del tipo: 5 pubblicazioni in 10 anni con mediana fissata a 30, ma ci sono anche degli zeri!).
    Eppure queste persone occupano una cattedra universitaria (e sono tanti!) e, fino ad oggi, erano passati indenni da qualunque raffronto all’interno del proprio SSD solo perche’ fino ad oggi una simile valutazione non era mai stata fatta!
    Lungi da me l’idea di voler salvare il soldato ANVUR (e il generale PROFUMO: tanti gli errori e troppo grossolani), ma il “bravo” Fantoni (fisico di chiara fama…lo dico senza ironia) potra’ un giorno sempre dire che DOMUS e CASABELLA sono in quella lista semplicemente perche’ tanti PROFESSORONI (in casa loro) su quelle riviste pubblicano e non su altre!
    Cosi’ come potra’ sempre dire che alcune mediane sono pari a zero perche’ tutta la classe docente nazionale in quel SSD ha zero! (spero di aver capito male…)
    E di chi è la colpa? Di Fantoni che ha 5000 citazioni e un h-index di 36?
    Bisognerebbe anche ragionare su questo e avere il coraggio di dire che le “mediane” sono importanti proprio per far venire a galla situazioni simili! Magari bastava utilizzare mediane statiche (e non dinamiche) e bastava non chiamarle mediane ma “ragionevoli requisiti
    minimi” per candidarsi a rivestire il ruolo di professore universitario…
    Ripeto: il sistema utilizzato è un “aborto”, ma buttare il bambino con tutta l’acqua sporca sa molto di pratica italica di mandare tutto alla malora perche’ niente cambi e che, non a caso, mi sembra il risvolto della medaglia gelminiana del cambiare tutto per non cambiare niente.
    Intanto il tempo passa e a farne le spese sono, come al solito, soprattutto i precari. Oltre a questa nostra povera patria.

    • sargenisco: “potra’ un giorno sempre dire che DOMUS e CASABELLA sono in quella lista semplicemente perche’ tanti PROFESSORONI (in casa loro) su quelle riviste pubblicano e non su altre!”

      Potrà un giorno dire che il Mattino di Padova e il Sole 24 Ore sono in quella lista perché il gruppo di lavoro nominato dall’ANVUR li ha ritenuti “riviste scientifiche”. Distrazione? Chi ha scorso le liste ha impiegato pochi minuti a trovare questi quotidiani.

      sargenisco: “Cosi’ come potra’ sempre dire che alcune mediane sono pari a zero perche’ tutta la classe docente nazionale in quel SSD ha zero!”

      Tra “liste fluttuanti” e “mediane ballerine”, prima di pronunciare giudizi sarebbe bene che l’ANVUR rendesse disponibili i dati con cui ha calcolato le mediane. In tal caso potremo verificare se è vero che interi SSD stanno a zero, cosa che non è deducibile dalle sole mediane (ammesso che siano affidabili). Va anche detto che molte mediane nulle sono relative agli articoli su riviste di fascia A, la cui scelta non mi è sembrata priva di controversie.

      sargenisco: “E di chi è la colpa? Di Fantoni che ha 5000 citazioni e un h-index di 36?”

      Se le abilitazioni stanno andando a rotoli in modo tragicomico, qualche domanda il Presidente dell’ANVUR dovrà pur farsela. Avere un h-index elevato non significa essere esperti di valutazione.

      sargenisco: ” bastava non chiamarle mediane ma “ragionevoli requisiti minimi” per candidarsi a rivestire il ruolo di professore universitario”

      Il CUN ci ha provato, ma l’ANVUR ha preferito il treno in corsa.

      sargenisco: “ma buttare il bambino con tutta l’acqua sporca sa molto di pratica italica di mandare tutto alla malora perche’ niente cambi”

      Appunto, l’articolo rivolge un appello al Ministro proprio per salvare le abilitazioni senza rinunciare ai requisiti minimi.

    • Ribadisco con fermezza e chiarezza: il lavoro di “ROARS” è meritorio e puntuale. Indispensabile insomma. Se valutazione deve essere, che valutazione sia, ma con la massima trasparenza tanto più che si parla della vita di tante donne e uomini.
      Pero’ queste “mediane” ballerine inducono a più di qualche riflessione e la levata di scudi di tanti accademici sa tanto di reazione scomposta di chi è stato colto in fallo.
      Quanto ai requisiti CUN beh…erano troppo minimi. Tanto valeva non metterli.

  7. Ripropongo qui un mio commento inviato in un altro post a proposito di valutazione e attinenza dei parametri definiti nel DM 76.

    La Legge Gelmini ( art. 16, comma 3) recita:
    “I regolamenti di cui al comma 2 prevedono: a) l’attribuzione dell’abilitazione con motivato giudizio fondato sulla valutazione analitica dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche, PREVIA SINTETICA DESCRIZIONE DEL CONTRIBUTO INDIVIDUALE ALLE ATTIVITA’ DI RICERCA E SVILUPPO SVOLTE, ed espresso sulla base di criteri e parametri differenziati per funzioni e per area disciplinare, definiti con decreto del Ministro;”

    Qui siamo nel campo del buon senso: la valutazione degli individui non può che effettuarsi sulla base del contributo che ciascuno di essi ha fornito ai lavori presentati.

    Ora nei parametri del DM 76 per la determinazione delle mediane non c’è alcun riferimento al contributo individuale ai lavori e questo è in EVIDENTE CONTRASTO CON LA LEGGE.

    Ammettiamo pure che l’ANVUR abbia preso una cantonata nel non indicare tra i parametri il contributo individuale; il fatto è che il Ministero con il DM 76 HA FATTO PROPRIA L’IMPOSTAZIONE ANVUR assumendosene la piena responsabilità.

    Credo che di fronte a questo evidente stravolgimento della legge sia DOVEROSO ricorrere.

  8. Sono d’accordo con “sargenisco”: “Bastava non chiamarle mediane ma ragionevoli requisiti minimi”. Renderle meno dinamiche e suscettibili di variazione ogni due anni, ed evitare così lo sconcio dello zero. Nessuno poteva accettare come requisito minimo zero.
    Devo dire che è quello che aveva fatto il CUN almeno nei settori bibliometrici che conosco meglio.

  9. Come avevo detto in un post precedente,
    l’abilitazione di fatto è solo a titoli e non a titoli ed esami.
    Con questo sistema di reclutamento una candidato può tranquillamente “assoldare” (non voglio utilizzare altri termini) qualcuno per fare pubblicazioni a suo nome.
    La commissione, non esistendo una discussione sui titoli, come può “certificare” che l’articolo sia scritto dal candidato e non da altri ?
    Quindi come si può essere certi del “contributo individuale” che impone la legge (art. 16 comma 3)?
    Personalmente proprio per questo motivo avrei lasciato almeno la discussione dei titoli.

    • Faccio notare che alcune commissioni potrebbero avere centinaia se non migliaia di candidati. Prevedere una discussione orale dei titoli significa prolungare i lavori per mesi se non per anni…

    • Ma sì, facciamo anche la prova didattica, e poi ripetiamo tutta la manfrina a livello di concorsi locali: è proprio di questo che ha bisogno questo paese.

  10. Credo che però l’oggetto primario di questo articolo sia stato un po’ perso di vista. Il punto è: che fare per salvare le abilitazioni?

    Un passo è già l’invio della missiva di cui sopra al ministro, ma a mio avviso è insufficiente perché l’esperienza mi dice che ad un certo livello ci si muove con efficacia e celerità solo quando esposti al pubblico ludibrio dei media.

    Perciò credo che la redazione di Roars potrebbe farsi carico di una seconda missiva, in forma di lettera aperta a qualche giornale a tiratura nazionale, magari aggiungendovi un poche di firme di adesione attraverso una preliminare sottoposizione del testo ad approvazione su questo sito.

    A mio avviso, ma potrei sbagliarmi, in una tale lettera aperta dovrebbero comparire almeno i seguenti contenuti:

    1) Sottolineare la volontà di gran parte dell’accademia italiana di non sottrarsi alla valutazione.

    2) Spiegare succintamente perché il treno, in mancanza di correttivi è destinato a deragliare con grave danno per l’intero sistema universitario, da anni in attesa di un riavvio delle procedure di reclutamento.

    3) Sollevare il sospetto che si voglia far deragliare il treno di proposito (l’Artefica).

    4) Chiedere con forza che il ministero ponga rimedio in forme legalmente capaci di resistere ai ricorsi (quanto a proposte specifiche, possiamo legittimamente lasciarli a grattarsi, almeno nei limiti espositivi di una tale lettera.)

    Se facciamo questo almeno non si potrà dire che il problema non è stato sollevato e che l’accademia ha, come al solito, taciuto “perché-tanto-fa-comodo-a-tutti-è-tutto-un-magna-magna, ecc. ecc.”

    • Caro Eugenio, se mi nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata un tram. Far fluttuare accuse vaghe con insinuazioni ancor più vaghe è cattiva educazione e, soprattutto, non è un modo costruttivo di relazionarsi in un forum di discussione.

  11. Cari amici (posso chiamarvi così?), il problema non è la mediana o l’approccio bibliometrico o quello che cavolo volete, è che anche se ammettiamo grossi errori nelle valutazioni (ci sono e vanno combattuti) il numero di chi campa sulle spalle (dovrei dire sulla mente) di chi lavora rimane sempre alto. Non servono dotte discuisizioni sul contro o a favore di questo o di quel metodo di valutazione che sanno molto di provincialismo culturale. La realtà, che tutti quelli che operano seriamente nell’università conoscono bene, è che c’è molta autoreferenzialità, molta prevaricazione e sfruttamento soprattutto dei più giovani. Questo è intollerabile e ci ha portato allo sfascio attuale. Nei gruppi dove si fa ricerca onestamente e seriamente questo accade di rado ed è sotto gli occhi di tutti. Nei gruppi dove arrivano fiumi di danaro quasi mai la produttività è pari alla quantità dei fondi percepiti. Non faccio il caso di singoli ma di quello che mediamente accade. Questo dobbiamo dircelo con chiarezza. I baroni di una volta erano, con tutti i loro difetti, uomini che avevano un chiaro codice di comportamento che era ben noto ai loro interlocutori. Molti loro discendenti sono individui che non hanno il coraggio di dire apertamente quello che pensano ai loro interlocutori. Questi individui sono quasi sempre autoreferenziali, collusi con tutti i tipi di poteri, interni ed esterni all’università, di questi l’università si deve liberare al più presto. Per farlo, usate tutti i criteri internazionali che volete ma, una cosa queste ultime penose esperienze ci dicono: molti non hanno mai fatto nulla e si agitano con dotte discuisizioni semplicemente per proteggersi e fare fumo. Di questi l’università non ha bisogno, ma bisogna sapere che esistono e chi sono, anche se i metodi per individuarli sono traballanti. Se so chi sono, posso difendermi. Ora, nonostante tutto, si incomincia a capire chi sono e questo non era mai successo. Ho l’impressione che molti di voi, forse di discipline esoteriche, abbiano pochi contatti con l’università reale, o mi sbaglio ?. Vi ringrazio dell’attenzione e della pazienza. Cordiali saluti a tutti. Giovanni Colonna

    • i metodi traballanti servono solo per mettere al posto delle vecchie baronie quelle nuuove….

    • Caro Giovanni,

      non c’è dubbio che la sua diagnosia inquadri una parte importante del problema, sopratutto per quel che riguarda lo sfruttamento dei giovani e le assenze di prospettive. La domanda è se la Legge Gelmini, di cui l’Anvur è una conseguente propaggine, abbia migliorato la situazione o meno. La risposta giusta, mi sembra evidente, è quella negativa.

      E’ necessario dunque chiedere che una agenzia di valutazione faccia il suo lavoro in modo professionale ed è quello che qui stiamo facendo e chi scrive non è affatto sorpreso dal fatto che la parola Gelmini con la parola valutazione non vada tanto d’accordo (e l’ha scritto due anni fa, d’altronde non ci voleva Leonardo da Vinci). Ma è anche e sopratutto necessario chiedere un drastico cambio di politica universitaria per far sì che tra qualche lustro non si perda per sempre un patrimonio di conoscenze che è un patrimonio del paese.

  12. A sostegno di quanto scritto da Giorgio Israel, riporto la testimonianza di un amico inglese, da diversi anni impegnato come esperto valutatore per la letteratura inglese nell’ambito del Research Assessment Exercise (l’equivalente britannico della VQR, ora sostituito dal Research Excellence Framework [REF]). L’ho contattato per chiedergli delucidazioni su quanto mi aveva detto a un recente convegno a proposito delle nuove linee guida impartite ai valutatori. Ecco la sua risposta (la frase con cui esordisce è in risposta alla notizia che anche noi ci siamo conformati al “modello anglosassone” tanto caro ai nostri ministri-riformatori):

    “My commiserations!

    There is no secret about it: the RAE Panel for English in 2008 read every item submitted, and judgement was based on the quality of the item not on the publisher, the journal or the place of publication. The same rules go for the REF 2012. The official website should say this.

    Modern Languages in the RAE went by the same rules.

    The danger otherwise is that a handful of editors are otherwise making the decision – either journal editors or publishers’ editors. We know that publishers are not making their decisions on the academic quality but on likely sales, and there is a danger of fossilising knowledge: new developments are unlikely to come from staid old journals…”.

    (“Non posso che commiserarvi!

    Non è un segreto: La Commissione RAE per la letteratura inglese del 2008 ha letto uno per uno tutti i prodotti presentati, e il giudizio si è basato sulla qualità del prodotto e non già sull’editore, la rivista o il luogo di pubblicazione. Le stesse regole valgono per il REF 2012. Il sito web ufficiale dovrebbe specificarlo.

    Il pericolo, altrimenti, è che sia un ristretto numero di editori a prendere tutte le decisioni – che siano direttori o redattori di riviste o di case editrici. Sappiamo che gli editori non prendono le decisioni basandosi sulla qualità accademica ma sulle previsioni di vendita, e si correrebbe il rischio di fossilizzare il sapere: è poco probabile che nuovi sviluppi giungano da riviste di lunga tradizione”.)

    Mi è sembrata rilevante questa testimonianza, perché documenta come già quattro anni fa l’ormai collaudato modello di valutazione della ricerca britannico (1986-2010) aveva fatto tesoro della sua esperienza pluridecennale riconoscendo che, se di valutazione si tratta, essa comunque richiede la lettura uno ad uno dei prodotti di ciascun singolo studioso. (E stiamo parlando di un modello pieno di difetti, che gli umanisti e i social scientists considerano una iattura: si veda ad esempio questo bell’articolo che credo di aver scoperto grazie a ROARS: http://www.nybooks.com/articles/archives/2011/jan/13/grim-threat-british-universities/)

    P.S. Tengo celato il nome del collega, per tema che qualche sadico gli invii l’elenco delle riviste scientifiche riconosciute dall’ANVUR: preferisco tenere per me quale siano le strategie adottate in Italia per sfuggire al pericolo di una fossilizzazione della ricerca…

    • Caro Richard, avendo partecipato a due RAE, ho già fatto in passato interventi “demistificatori” riguardo ai confronti internazionali. Alcuni esempi:
      Nell’ultimo RAE britannico in molti settori disciplinari – per lo più scientifici – i punti assegnati (aggregando per dipartimento, visto che in UK non sono disponibili dati individuali) correlavano perfettamente con i ranking di riviste e impact factor. Molti hanno concluso che in questi panel si facesse bibliometria di nascosto.
      Nel panel di filosofia dell’ultimo RAE (2009), TUTTI i membri tranne due avevano un PhD (anzi, D.Phil) di Oxford. Alla faccia dei “gruppi di potere”.
      Torno adesso dalla Finlandia, dove mi hanno raccontato che nel loro RAE si fa uso di liste di riviste. Alla faccia del “si fa solo da noi”.
      Sempre in Finlandia, il comitato direttivo dell’Academy of Finland, che seleziona e finanzia i Centri di Eccellenza, è nominato dal governo. Alla faccia dell’ “indipendenza dalla politica”.
      Che cosa concludere? Che tutto il mondo è paese? No: piuttosto che ormai ci siamo infilati in un buco di sfiducia reciproca che non ci permette di lavorare e lasciare lavorare serenamente i nostri colleghi. Ovviamente ci sono buone ragioni storiche che spiegano questo fenomeno. Alcune delle cose successe ultimamente (compreso il grande casino delle abilitazioni) hanno peggiorato le cose, essendo molto difficile separare incompetenza, inefficienza, e pura malafede. Sarebbe bello avere una formula magica; purtroppo non c’è. Ma cerchiamo di uscire dal buco prima che sia troppo tardi.

    • Inoltre e’ dato sottolineare che l’ anvur non e’ membro del European Association for Quality Assurance in Higher Education (ENQA) http://www.enqa.eu/index.lasso in quanto non soddisfa il criterio di indipendenza dal ministero e dalla politica richiesto ai membri”

      ENQA Criterion 5 – Independence (ESG 3.6)

      An agency will need to demonstrate its independence through measures, such as: its operational independence from higher education institutions and governments is guaranteed in official documentation (e.g. instruments of
      governance or legislative acts);

    • Solo per amor della precisione, voglio chiarire che l’ANVUR non si è ancora potuta sottomettere ad una valutazione esterna (rispetto agli standard europei ENQA) perchè deve avere almeno 2 anni di attività da presentare ai valutatori… :-)

      Quindi non sappiamo ancora come un team di valutatori ENQA-compatibili giudicherebbe il rispetto del Criterio 5, ma su questo avremo da pensare in futuro, con la dovuta calma… :-)

    • Le cose, nel RAE, sono andate un po’ diversamente.

      Ancora prima dell’esercizio del RAE 2008, nel 2006, il Governo Brown, che valuta “a distanza” l’esecuzione delle politiche da esso stabilite, se ne uscì fuori con l’idea che nel futuro (post-2008) ci sarebbero potute essere modifiche sostanziali nella conduzione delle valutazioni, con l’introduzione dell’uso massiccio della bibliometria nelle aree scientifiche, per alleviare il “burden of assessment”. La premessa teorica era costituita dalla forte correlazione fra i precedenti risultati e quelli che una simulazione “bibliometrica” aveva fornito – a livello aggregato di Unit of Assessment, si intende (è il famoso effetto di “cancellazione degli errori individuali” per grandi numeri, che viene usato a sostegno della sensatezza di tali utilizzi).

      MA introdurre nuove regole “ex-ante” significa cambiare radicalmente le condizioni della valutazione e quindi i comportamenti della comunità scientifica (in maniera da “poter cambiare i risultati globali”), che – interrogata sulla proposta, come “lavorata” nelle fasi preliminari del nuovo REF – la rifiutò.

    • Renzo, il mio intervento NON era inteso a sostenere la bibliometria o i ranking di riviste. Volevo solo suggerire che se cose di questo tipo fossero successe in Italia sarebbe venuta giù una valanga di critiche sdegnate. (Per ragioni facilmente spiegabili, ripeto: non sto dicendo che siamo intrinsecamente dei criticoni o che gli inglesi sono dei boccaloni.) Questo problema si ripresenterà ancora in futuro, a prescindere dal sistema di valutazione che sceglieremo, perché oggi manca la fiducia in noi stessi. Mi piacerebbe anche avere la soluzione, ma non ce l’ho.

    • Quanto dice Richard Ambrosini e’ interessante. Ho un dubbio pero’ quando dice
      “se di valutazione si tratta, essa comunque richiede la lettura uno ad uno dei prodotti di ciascun singolo studioso.”

      Davvero i referee valutano leggendo tutti i lavori uno ad uno?
      C’e’ un limite al numero di lavori che ciascun docente puo’ sottomettere?
      Quanto ammonta il finanziamento del RAE?

    • Incredibile: candidati che interrompono la prova perché le domande non gli garbano, come quegli ultrà che fanno interrompere le partite. Il sistema istruzione ormai in Italia è al totale sfascio, chi lo guida avrebbe davvero il dovere morale di dimettersi.

    • E invece hanno fatto bene a mio parere. Le tracce erano in contrasto con le indicazioni ministeriali. Non si può dare tracce al di fuori delle materie studiate dai laureati. Se una laurea è considerata adeguata alla classe di concorso, non si può chiedere ai candidati argomenti di conoscere argomenti non attinenti.

  13. La “riforma” prevedeva esplicitamente che l’abilitazione si facesse ogni anno. Con un rinvio questo sarebbe il secondo anno passato a vuoto. Oltretutto dubito che un rinvio possa risolvere la situazione perche’ siamo tutti consapevoli che significherebbe la morte della procedura stessa.

    L’unica potrebbe essere quella di dire: cari membri dei settori, io propongo come criterio queste mediane (magari calcolate meglio), se a voi non piacciono indicatemi un altro modo (oggettivo) per prendere le liste dei professori e dividerle in due. Vi do due mesi di tempo per fare questo, altrimenti vi tenete le mediane.
    Insomma, se ogni volta si ridiscute sempre tutto non si arriva mai a niente, bisogna dare non solo un limite temporale ma anche una soluzione gia’ pronta che scatti in automatico passato il tempo.

    Ho una proposta che si articola in due fasi parallele:
    1. il mondo accademico italiano discutera’ per i prossimi mille anni qual e’ il criterio oggettivo che soddisfi tutte i possibili casi e accontenti tutti.
    2. Nel frattempo tutti i ricercatori italiani faranno domanda per posizioni all’estero, guadagnando cosi’ per equipollenza l’agogniata idoneita’. A questo punto finalmente potranno partecipare ai concorsi, ammesso che ne abbiano ancora voglia.

    Che ne dite, puo’ funzionare cosi’?

    • Più di un anno fa il CUN ha evidenziato molto bene le inadeguatezze e i pericoli, anche legali, dei criteri basati sulle mediane proposti dall’ANVUR. Io stesso e il consigliere CUN Andrea Stella, durante una tavola rotonda tenutasi a Pisa nel settembre 2011, abbiamo spiegato ad Andrea Bonaccorsi che il criterio della mediana era dannoso, ingestibile ed avrebbe anche messo a rischio la tenuta delle abilitazioni a fronte dei ricorsi. Quanto sta accadendo era prevedibile, anzi previsto. L’ANVUR è stata avvisata in tutti i modi che il treno sarebbe finito nel baratro e, ciò nonostante, si è gettata in questa folle corsa. Decisione tanto più grave quanto esisteva una soluzione alternativa, sicuramente molto più ragionevole, prospettata dal CUN. Se qualcuno dice “se a voi non piacciono indicatemi un altro modo (oggettivo) per prendere le liste dei professori e dividerle in due” la risposta è facilissima: questo modo esisteva, è stato proposto ed è stato rifiutato per adottare una metodologia dagli esiti tragicomici. Nessuna discussione “per i prossimi mille anni”: basta il buon senso che stava già di casa dalle parti del CUN più di 12 mesi fa. Dodici mesi persi dall’ANVUR per costruire un castello di carte bibliometrico che passerà alla storia per la sua insensatezza.

    • “basta il buon senso che stava già di casa dalle parti del CUN più di 12 mesi fa. Dodici mesi persi dall’ANVUR per costruire un castello di carte bibliometrico che passerà alla storia per la sua insensatezza.”

      Proprio qui sta il mio scetticismo. Si sono persi 12 mesi per generare questa farsa. Chi ci garantisce che non se ne perdano altri 12 e poi otterremo un altra farsa? E poi altri 12 e così via…
      E nel frattempo che si fa? Si torna ai concorsi locali?
      La storia fin qui è stata questa, perché dovrebbe cambiare giusto adesso?

    • “La storia fin qui è stata questa, perché dovrebbe cambiare giusto adesso?”

      Perché, come spiega l’articolo, siamo al capolinea. Questa è l’ultima occasione per ANVUR e Ministro. L’articolo, correttamente, prospetta una via di uscita che, per fortuna, esiste. Questo non significa che sarà imboccata, ma è ben possibile che ci sia anche della pressione dal basso. In ogni caso “Dio fa impazzire coloro che vuole perdere”, dicevano gli antichi.

    • Alle 24 si è chiuso il bando per la candidatura dei commissari OCSE. Nei prossimi giorni sapremo chi sono e potremo vedere il loro CV.

  14. Gentilissimi, io ho paura di chi si arroga il diritto di stabilire quale sia *l’università reale* (anche se, certamente, ne farà parte a pieno titolo) e mi/ci/vi giudicherà (grazie anche al *semaforo verde*), ma scrive *discuisizioni* con la lettera *c*.
    La *universitas studiorum* è, appunto, *universitas* o, semplicemente, non è: anche le discipline umanistiche devono farne parte, con il riconoscimento di diversi (ma non meno rigorosi) criteri di giudizio ed anche agli scienziati *duri* dovrebbe essere richiesto un livello minimo di alfabetizzazione e di acculturazione e non solo vice versa, come questo demenziale esercizio *made in ANVUR* richiede a noi esponenti delle HSS giudicati con il sistema bibliometrico (perché esistono colleghi, come il sottoscritto, appartenenti all’unica disciplina umanistica che dovrebbe essere valutata, si veda un po’, con il sistema bibliometrico… e con quali risultati lascio a voi immaginare…).
    Certo, io apparterrò ad una disciplina *esoterica* (fra l’altro), ma se si sapesse su quanto esoterismo si basano (in termini di storia ed evoluzione disciplinare) molte delle discipline che oggi si richiamano allo scientometrismo (mi si perdoni il termine, coniato al momento)…
    Ma si sa, la storia, la tradizione, la cultura nulla contano rispetto alle citazioni, alle banche dati pseudo-commerciali, allo stravolgimento ed all’uso improprio di prassi biblioteconomiche, alle cordate di citatori con relativi scambi di cortesie, alle riviste scientifiche (!?) di serie A, alle quali accedono gratuitamente gli amici mentre sono impermeabili per il resto dell’universo mondo, ecc… ecc…
    Vecchie idee romantiche?
    Come sostiene il professor Israel (e non solo lui, ma pare di essere eterodossi… per fortuna), esiste un solo modo di giudicare la qualità dei nostri lavori (perché noi siamo anche quel che pubblichiamo, e non solo dove pubblichiamo): leggerli (e, possibilmente, essere in grado di comprenderli).
    E’ certo a tutti nota la vicenda di due scienziati, che ricevettero, oltre un secolo or è, il Premio Nobel per la Medicina o la Fisiologia: l’uno aveva pubblicato su una rivista locale, in una lingua non particolarmente diffusa negli ambienti scientifici del tempo; l’altro, ben agguerrito ed *agganciato* nel mondo editoriale scientifico del tempo, aveva ottenuto una grande risonanza per le sue idee.
    Le idee del primo furono in breve riposte nel dimenticatoio; quelle del secondo si imposero per oltre un secolo (e restano valide, ma oggidì possiamo riconoscere che anche le idee del primo non erano campate in aria).
    Spero che per noi umanisti non si debba attendere un secolo, per vedere in qualche modo riconosciuta l’eventuale qualità dei nostri lavori, indipendentemente dalla sciento(metro)logy.
    I nostri SSD ed il nostro faticoso lavoro di raccordo fra mondi apparentemente (solo apparentemente) distanti e diversi saranno, probabilmente, distrutti ed eliminati, come macerie inutili al progresso verso l’avvenire lieto per chi riconosce (o forse dovremmo dire conosce) soltanto Scopus, WoS, WoK, NBME (mi scuso se ho dimenticato qualche sigla) e chi più ne avrà, più ne metterà.
    Mi scuso fin d’ora per la scarsa scientificità delle mie opinioni, vergate di getto, ed anche perché è la prima volta che posto (si dice così?) un commento, e non sono granché esperto.
    A Porro

    • Trattasi di aggiornamento del precedente documento:
      24/09/2012
      Abilitazione scientifica nazionale – chiarimenti sulla lista delle riviste di classe A

      Viene pubblicata oggi, nella sezione ASN/documenti, una versione aggiornata del documento esplicativo sulla lista delle riviste di classe A dei settori non bibliometrici per l’abilitazione nazionale.

    • Acc…! Ce l’hanno fatta ancora! Ma riusciranno mai a pubblicare un documento che poi non debbano rivedere?!!
      Non ho salvato la vecchia versione… qualcuno ha controllato che modifiche ci sono?

  15. “Come sostiene il professor Israel (e non solo lui, ma pare di essere eterodossi… per fortuna), esiste un solo modo di giudicare la qualità dei nostri lavori (perché noi siamo anche quel che pubblichiamo, e non solo dove pubblichiamo): leggerli (e, possibilmente, essere in grado di comprenderli).”

    Non riesco a capire se queste affermazioni sono in buona o cattiva fede! Come si fa ad ignorare il fatto che per decenni i lavori sono stati letti (forse) e giudicati in base a logiche di convenienza e non di merito? Come si fa a far finta di non conoscere i giudizi del tipo “il candidato, pur avendo solo pubblicato su riviste a diffusione nazionale, si distingue per l’originalità dei contributi”, strumentali a far andare avanti il candidato prescelto anche se con CV decisamente inferiore? Il corpo accademico italiano ha dato ampia prova, per diversi decenni, di non essere degno di fiducia in quanto a valutazione in quanto privo di qualsiasi forma di onestá intellettuale. Chi fa finta di niente é estremamente ingenuo o estremamente furbo. Vorrei anche sottolineare che, almeno per i settori bibliometrici, l’idea del grande contributo pubblicato su rivista oscura é, nel mondo di oggi, semplicemente risibile. Anche portare avanti questo argomento mi sembra intellettualmente disonesto. Oggi, chiunque abbia un contributo importante, cerca di piazzarlo sulla rivista migliore possibile, in modo da dargli maggiore visibilità. Le eccezioni non fanno che confermare la regola. Per i settori non bibliometrici, non parlo e ammetto la mia ignoranza. Sarebbe però sufficiente avere voglia e tempo di mettere in piedi procedure trasparenti di valutazione, e non inneggiare a valutazioni “qualitative” di singoli lavori che sono storicamente sempre state fonti di corruzione inaudita.
    V.

    • Caro vladimir 72 mi hai rubato le parole di bocca, davvero!

      Espressioni del genere fanno solo pensare male. Sulla mia pelle ho più volte letto quelle parole (“il candidato, pur avendo solo pubblicato su riviste a diffusione nazionale, si distingue per l’originalità dei contributi”) e sentire commenti dello stile “leggerli (e, possibilmente, essere in grado di comprenderli)” ti fa solo imbestialire.

      Ma è possibile che solo pochi ammettono che il sistema Università Italia è fallito? Che i concorsi in Italia, dalla riforma Berlinguer ad oggi sono stati nel 99% delle nomine (già mi aspetto il commento di De Nicolao “Pregasi fornire riferimenti scientifici e dati”)?

      Infine, quando ti fanno l’esempio del Nobel, capisci che si parlano lingue differenti. Ma lo sapete o no che c’è gente in italia, strutturata e ben pagata, che non ha neanche idea della materia che dovrebbe insegnare (dico “dovrebbe” perchè poi a fare lezione ci manda il dottorato sfigato o il borsista!)? E voi mi fate l’esempio del Nobel!

    • Una tragicomica barzelletta che si racconta in Germania sulla nostra accademia:

      “Se un tedesco non sa una cosa si imbarazza, un francese si arrabbia, un italiano la insegna all’università”

      Sono cose che mi fanno male a sentirle ma spesso devo ammettere che hanno un fondamento.

    • Le assicuro che mi dispiace, e lo dico senza ironia e sinceramente.

      Mi sembra evidente che “la mia storia” e quella di alcuni qui su ROARS si distacchi da quella di altri.

      Non so proprio come spiegare meglio “certe situazioni” che, a quanto pare, per voi risultano false o addirittura inventate.

      Con sincera stima.

    • Purtroppo non è una barzelletta, ma la verità.

      Comunque, credo che ci sia un grosso divario fra i settori “bibliometrici” e quelli “non bibliometrici”; troppi concorsi ho visto finire “a farsa” con la scusa della “originalità dei contributi” al Convegno di Camerino (con tutto rispetto per Camerino!). Troppe volte!

    • Senza offesa, ma con la barzelletta del tedesco del francese e dell’italiano siamo nel più classico qualunquismo.

    • Tra l’altro se ricordo bene il periodo era subito dopo le uscite del sottosegretario al turismo leghista (penso che si chiamava Stefani) sulle invasioni di turisti tedeschi ed altre amenità varie dei nostri federalisti….

    • Siamo veramente off topic. Proporrei di risparmiare agli altri lettori le divagazioni sulle barzellette. Tra definizioni di mediane che sono univoche, ma con punti di ambiguità, e il Mattino di Padova classificato come rivista scientifica la situazione è già abbastanza comica del suo.

    • Concordo. Le valutazioni di merito delle commissioni e le prove orali (per gli associati) sono stato il brodo di coltura per le peggiori pratiche accademiche.
      Le valutazioni bibliometriche, come base indicativa (soglie di minimo) e non assoluta, sono auspicabilissime. Molti lettori di ROARS (e in genere molti accademici italiani) la pensano così. Altri no. Io appartengo evidentemente alla prima categoria ma credo che:
      1. I parametri bibliometrici andassero definiti e calcolati in maniera differente;
      2. Le procedure e i comportamenti dell’ANVUR sono assurdi e rischiano di gettare discredito sulle pratiche bibliometriche senza che, in linea di principio, siano responsabili del caos attuale. Se il ministero e l’ANVUR avessero fatto le cose per bene, a questo punto si poteva ragionare di altro senza mettere in discussione un sistema che, ripeto, andrebbe migliorato e perfezionato ma che rappresenta una strada di uscita per il nostro paese.

      Quindi, non solo parametri bibliometrici, ma anche altri elementi di valutazione quantitativa: 1) numero di progetti importanti coordinati, etc. etc. Questi elementi sono già inclusi nell’attuale sistema di valutazione. Speriamo le commissioni li applichino.

    • Molti ricorderanno, spesso sulla loro pelle la frase da verbale ben congegnata sulla prova didattica dei concorsi di associato:

      “Il Candidato ha sviluppato la lezione in maniera eccessivamente dettagliata”.

      Era un modo “diabolico” per inchiappettare con “onore” il candidato. Questa e tante altre trovate “geniali” come questa sono state usate durante le prove orali.

      Adesso parlano di premi Nobel eventualmente discriminati con la valutazione etc.

      Chi dice questo mi dica quanti premi Nobel siano stati messi in cattedra fino a questo momento prima dell’avvento dei mostruosi parametri bibliometrici e quanti portaborse, amici, parenti, amanti.

    • se lei si leggesse un libro di storia della scienza lo scoprirebbe da solo. le lascio un quiz (siccome sono un PM faccio sempre domande): chi è che ha pubblciato tre articoli in un anno che hanno rivoluzionato un campo e che lo hanno condotto al Nobel, che al momento della pubblicazione non aveva nessun titolo accademico e si firmò (WWWW, XXXX, 19YY – dove WWW è il nome dell’autore e XXX è il nome di una città) e che in questi articoli rivoluzionari non citò neanche un suo contemporaneo vivente?

    • Lai ha ragione ma qui il punto è che il rimedio rischia di essere di gran lunga peggiore del male. Molti indizi lasciano ritenere che le abilitazioni così concepite e implementate finirebbero per promuovere solo chi fa parte di grandi cordate, indipendentemente dalle capacità personali. Rammento a tutti che i parenti possono avere anche un h-index molto alto, come dimostrato dalle magnifiche sorti del figlio di un famoso rettore. Allora direi che magari è ora di mettere un punto fermo e ridiscutere con più assennatezza la questione ripartendo dalla legge attualmente in vigore; tanto per cominciare, ridarei la parola al CUN.

    • Che la casta dei baroni italiani abbia il controllo occulto della letteratura bibliometrica internazionale? Mi ricorda Berlusconi quando sosteneva che i media internazionali erano manovrati dai comunisti italiani.

    • I criteri CUN si basano su una soglia minima di produttività che qualsiasi ricercatore (gruppo piccolo o grande) deve possedere. I criteri anvur sono troppo sbilanciati a favore dei gruppi grandi. Dovendo tenere quelli anvur si dovrebbero trasformare le pubblicazioni in pubblicazioni equivalenti e le citazioni in citazioni equivalenti. Il rank di un autore non si può stabilire retroattivamente quindi divisione secca per il numero degli autori.

    • 1saqqara,
      propongo ti si eriga una piramide votiva. Ovviamente a gradoni.

      L’esempio che hai citato corona una serie di commenti sul tema delle cordate. I criteri ANVUR non facilitano candidati “presenti in letteratura internazionale”: lì ci siamo tutti.
      Detti criteri abilitano, virtualmente, SOLO i candidati di gruppi che hanno una massa critica e/o fanno parte di “citation rings” affermati. In maniera largamente scorrelata dal valore effettivo e individuale dei candidati.

      Quanto ai concorsi, va sempre ricordato che almeno quelli 2008, con le commissioni sorteggiate, non sono stati affatto deprecabili.

    • Mi pare che ciò che Celenteron e altri che la pensano come lui non hanno ben presente è che anche con le mediane “prescrittive” (e non solo “indicative”, che non cambiano un fico secco rispetto alla situazione precedente), (1) nulla gli avrebbe assicurato di non essere ancora una volta “inchiappettato” con la solita formuletta, perché in ultima istanza vale il giudizio “qualitativo” della Commissione; (2) nulla impedisce che non sia “inchiappettato” – ottenuta l’idoneità – in sede locale da qualche altro idoneo più ammanigliato con gli organismi competenti che dovranno fare le chiamate (assai poche in una situazione di risorse sempre più scarse). Avevo cercato di argomentare ciò in un mio post (https://www.roars.it/?p=11984), ma evidentemente sono stato poco chiaro.

    • Appunto. E in più, con il filtro delle mediane che disattendono la L. Gelmini, si eliminano concorrenti pericolosi per le selezioni locali.

    • Concordo che “l’inchiappetamento” è sempre dietro l’angolo. Quello che potrebbe cambiare è che adesso bisogna almeno trovare candidati con un minimo di decenza. Per quanto criticabili (parlo almeno per i settori bibliometrici) le mediane danno un minimo di selezione.

      Cosa debbo dirle, almeno, verremo “inchiappettati” da candidati che esistono nella letteratura internazionale.

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