Un appello al Sign. Ministro Francesco Profumo

“[…] lo spavento gelò la stazione, quando vide passare, in una vertigine di fumo e di fiamme, quel treno fuori controllo, quella macchina senza macchinista né conduttore […] adesso, tutti i telefoni suonavano, tutti i cuori battevano, alla notizia di un treno fantasma che si era visto passare a Rouen e a Sotteville […] Quel treno, come un cinghiale in una foresta, continuava la sua corsa, senza tenere conto né dei segnali rossi, né dei petardi. Stava quasi per fracassarsi, a Oissel, contro una locomotiva; seminò il panico a Pont-de-L’Arche, perché la sua velocità non sembrava in alcun modo rallentare. Di nuovo, sparito nel nulla, correva, correva nella notte nera, nessuno sapeva dove. E che importava delle vittime che il treno calpestava nel suo cammino! Non andava comunque esso verso l’avvenire, incurante del suo incedere cruento? Senza nessuno che lo guidasse, nel mezzo delle tenebre, come una fiera cieca e sorda abbandonata al suo destino fatale, il treno correva, correva, carico di carne di cannone, di quei soldati, già storditi dalla fatica, ed ebbri, che cantavano”.

(Émile Zola, La Bête humaine, epilogo del romanzo [ns. trad.])

Come la scena-madre di un drama/thriller. C’è un treno che corre su un binario morto. Pochi chilometri più avanti, dove quel binario si interrompe, si spalanca un baratro in cui il treno è destinato a precipitare. Occorre tentare, immediatamente, di arrestarlo in tempo o di deviarlo su un altro binario. C’è solo un ultimo scambio che può essere azionato prima del punto di non ritorno. Tra i passeggeri del treno, alcuni sono in allarme. Altri, fiduciosi, credono (o vogliono credere) che non accadrà nulla: dopotutto, si tratta di un treno di nuovissima concezione, al suo viaggio inaugurale, di un prodigio della tecnica che ha promesso la massima sicurezza per i clienti.

Del treno atteso per anni …

I protagonisti della scena finale sono due. Il macchinista sul treno. Forse non resosi ancora conto di quanto sta realmente accadendo ed accadrà, il macchinista continua ad aumentare la velocità. Pare che il collegamento radio con il centro di controllo del traffico ferroviario non funzioni, o sia disturbato da interferenze. E poi c’è il dirigente del centro di controllo.  L’uomo che potrebbe azionare lo scambio a distanza. Ogni decisione è cruciale.

1. La spada di Damocle dei ricorsi

Con questo articolo rivolgiamo un appello al Ministro Francesco Profumo per un suo immediato intervento. Senza alcuno spirito di contrapposizione con ANVUR, ma per costruire una soluzione urgente, il più possibile condivisa e ragionevole, per uscire da una situazione ormai ad altissimo rischio.

La cronaca delle ultime settimane ha consegnato novità importanti.

Al momento, per quanto se ne sa, sono stati depositati tre ricorsi, che a vario titolo attaccano il sistema delle abilitazioni nazionali. Il ricorso dell’A.I.C. avverso l’allegato B del D.M. 76/2012, il ricorso degli Storici delle Matematiche contro l’uso dei criteri bibliometrici, e da ultimo il ricorso promosso da 130 docenti di diverse aree bibliometriche contro il criterio della mediana e numerosi altri aspetti del D.M. 76 (Affondiamo le mediane!).

Altri ricorsi sono probabilmente in gestazione.

Il TAR del Lazio si è già pronunciato in sede cautelare “ai sensi dell’art. 55 comma 10, del Codice del processo amministrativo” sul ricorso dell’Associazione Italiana Costituzionalisti (AIC).

È bene ricordare, per fugare equivoci, quale sia il significato tecnico dell’art. 55, comma 10, del nuovo Codice del processo amministrativo. Il TAR applica questa norma quando fa propria

una prognosi sommaria accentuata sulla favorevole conclusione del ricorso a favore del ricorrente (citazione tratta da M.V. Lumetti, Processo amministrativo e tutela cautelare, Padova, 2012, pag. 121)

e fissa con anticipo l’udienza di merito per la decisione definitiva della causa con sentenza.

Secondo il TAR, dunque, ad un primo esame in sede cautelare, il ricorso AIC presenta il fumus boni iuris di fondatezza.

L’udienza per la decisione di merito della causa è stata fissata dal TAR per il 23 gennaio 2013.

Ipotizziamo che il ricorso AIC venga accolto il 23 gennaio. In tal caso, il D.M. 76/2012 sarebbe annullato nella parte in cui stabilisce la terza mediana per i settori non bibliometrici: l’intera classificazione delle riviste di fascia A cadrebbe per illegittima retroattività.

Ipotizziamo ancora che, al 23 gennaio, la procedura di abilitazione risulti già conclusa o quasi.

Si aprirebbero problemi gravissimi.

L’utilizzo determinante di una mediana illegittima (la terza mediana, quella relativa alle riviste di fascia A) avrà ormai falsato l’avvio e lo svolgimento della procedura per i settori non bibliometrici: la terza mediana, infatti, avrà influito sia sul procedimento di formazione delle commissioni, sia sulla valutazione dei candidati.

Se la sentenza del TAR accerterà l’illegittimità originaria della terza mediana, sul piano oggettivo anche gli esiti della procedura condizionata dall’applicazione di quella mediana verranno colpiti da illegittimità derivata ad effetto viziante. Tutto rischierebbe di essere travolto, a quel punto, da nuovi ricorsi che facciano valere l’illegittimità derivata.

Per questo, subito dopo l’ordinanza del TAR, molte voci si sono levate per raccomandare al Ministero e all’ANVUR un gesto di prudenza.

 

2. Cassandra crossing?

Anziché lanciare il treno dell’abilitazione in velocità – è stato osservato – meglio sarebbe sospendere temporaneamente la procedura fino alla sentenza del TAR, per evitare l’effetto “tela di Penelope”. Nel frattempo, l’ANVUR potrebbe prendere più tempo per discutere con la comunità scientifica le proprie scelte, ad esempio lanciando una consultazione on line (come fanno le autorità amministrative indipendenti) aperta alla partecipazione di tutti per discutere della tanto contestata classificazione delle riviste.

Questo primo appello è caduto nel vuoto. E così il treno ha proseguito la sua corsa, senza fermarsi in alcuna stazione.

Poi, è iniziato il rincorrersi degli equivoci sul carattere “prescrittivo” o “indicativo” di tutte le mediane stabilite dagli Allegati A e B del D.M. 76/2012.

Sì: proprio quelle mediane il cui calcolo, compresa la classificazione delle riviste, ha impegnato l’ANVUR e i suoi gruppi di lavoro per mesi, determinando la spesa di denaro pubblico (che si assumeva investito per un fine importante, sul presupposto che le mediane avrebbero giocato un ruolo decisivo nella procedura di abilitazione) per rendere possibile la complessa attività dei diversi soggetti impegnati nell’opera.

Inutile ricordare che l’attività di produzione delle mediane e delle classificazioni delle riviste si è sviluppata, peraltro, in maniera piuttosto opaca, tanto che ancora oggi l’ANVUR non ha consentito, pur a fronte di numerose richieste, l’accesso all’intera serie di dati e di atti utilizzati per il calcolo e per la classificazione, nonostante gli obblighi di trasparenza che dovrebbero valere per ogni pubblica amministrazione.

Senza preavviso, sono circolate alcune dichiarazioni a mezzo stampa secondo le quali ANVUR avrebbe ritenuto ammissibile la partecipazione all’abilitazione anche di candidati collocati al di sotto delle mediane, a discrezione delle singole commissioni.

A questo punto è intervenuto il CUN, ricordando che le mediane sono state previste da un regolamento ministeriale, ossia il D.M. 76/2012.

Trattandosi di un atto normativo, ha osservato il CUN,  vi è un solo modo di stabilirne in maniera giuridicamente vincolante l’esatto significato: l’adozione, da parte del Ministero, di un regolamento di interpretazione autentica.

Perciò il CUN, con una mozione formale indirizzata al Ministro Profumo, ha chiesto l’interpretazione autentica del D.M. 76/2012 per chiarire

se il superamento dei valori mediani degli indicatori quantitativi abbia o meno natura vincolante ai fini del conseguimento dell’abilitazione;

questo  “nell’intento di far sì che tutta la procedura dell’abilitazione scientifica nazionale si svolga con univoca chiarezza e generalità delle regole, a garanzia dei principi generali della democrazia amministrativa e dei diritti degli interessati, ridimensionando i rischi di contenzioso giudiziario”.

Anche sull’interpretazione autentica è opportuna una precisazione.

L’interpretazione autentica di un regolamento ministeriale (atto normativo) è categoria giuridica che va affrontata rigorosamente. Non si può assolutamente fare con comunicati stampa, o con semplici lettere, o con documenti pubblicati su un sito internet: questa non sarebbe interpretazione autentica del D.M. 76/2012, non potrebbe mai esserlo giuridicamente, non vincolerebbe nessuno, alimenterebbe solo ulteriore confusione.

Invece, l’interpretazione autentica di un regolamento, come ha confermato una recente sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (n. 9 del 4 maggio 2012), deve avvenire con un nuovo regolamento, da adottarsi seguendo lo stesso procedimento che è stato seguito in precedenza per l’adozione del regolamento da interpretare.

L’Adunanza Plenaria ha affermato che un regolamento può essere interpretato autenticamente solo da un nuovo regolamento, “in base al principio dell’identità formale del contrarius actus”, il che comporta la necessità di ripetere “lo stesso procedimento che già era stato adottato per l’atto su cui si andava ad incidere …  seguendo il medesimo procedimento già seguito in occasione dell’emanazione del primo” regolamento.

Quindi, il Ministero potrà fornire l’interpretazione autentica soltanto con un nuovo D.M. che ripeta il procedimento seguito per l’adozione del D.M. 76/2012. Ciò significa che dovranno essere nuovamente acquisiti dal MIUR i pareri del CUN, dell’ANVUR, del CEPR e, soprattutto, il parere del Consiglio di Stato (Sezione Consultiva per gli Atti Normativi), i quali furono acquisiti prima dell’adozione del D.M. 76/2012. Il nuovo D.M. di interpretazione autentica dovrebbe poi essere registrato alla Corte dei Conti e pubblicato in Gazzetta Ufficiale (come il D.M. 76).

A questo punto, dopo la mozione del CUN che ha chiesto al MIUR l’interpretazione autentica  del D.M. 76/2012 sul carattere prescrittivo o indicativo delle mediane, si sono levati nuovi richiami alla prudenza indirizzati al Ministero e all’ANVUR.

Si è detto: ad oggi non si sa neppure, con certezza, in assenza di un’interpretazione autentica, se le mediane siano sbarramenti inderogabili o derogabili per poter partecipare alla procedura. L’interpretazione autentica influisce su una regola fondamentale rilevante per la partecipazione e, dunque, deve intervenire prima che quest’ultima si svolga. Considerando i tempi necessari per ripetere il procedimento di interpretazione autentica (acquisizione dei pareri CUN, ANVUR, CEPR e soprattutto del parere del Consiglio di Stato), sarebbe prudente una sospensione temporanea della procedura di abilitazione per il periodo necessario a concludere il procedimento di interpretazione autentica.  In questo modo si potrebbe anche conoscere, nel frattempo, il responso del TAR Lazio sul ricorso AIC, per poter poi assumere decisioni responsabili, con cognizione di causa, sulla prosecuzione corretta della procedura di abilitazione.

Questo sempre per evitare il deragliamento del treno. Basti solo immaginare quale formidabile argomento fornirebbe, ai contenziosi giudiziari, un MIUR che non risponda alla richiesta formale di interpretazione autentica formulata, con apposita mozione, dal suo principale organo consultivo, eletto dalla comunità scientifica e rappresentativo di quest’ultima, ossia il CUN.

Anche questo secondo appello sembra essere caduto nel vuoto. E il treno ha proseguito ancora la sua corsa, sempre più vicino al punto di non ritorno.

3. La “confessione” dell’ANVUR

Siamo ad oggi. L’ANVUR, con una serie di documenti pubblicati in convulsa successione sul proprio sito tra il 14 e il 20 settembre (analiticamente commentati da ROARS) ha fatto, in sostanza, tre cose.

(1)  Ha messo nero su bianco una sorta di “confessione”.

Le mediane di agosto sono state calcolate male, per la fretta di doverlo fare.

Male sul piano metodologico, perché, a dire della stessa ANVUR, sono state elaborate: sulla base di dati di partenza (siti docente CINECA) non affidabili; con impostazioni statistiche contraddittorie, che si sono succedute nelle diverse “versioni” delle mediane; muovendo da interpretazioni perplesse del D.M. 76/2012, che la stessa ANVUR qualifica come dato normativo ambiguo e fonte di dubbi quando si tratta di applicarne il dettato; redigendo (per la terza mediana nei settori non bibliometrici) una lista di riviste di fascia A che la stessa ANVUR afferma (solo oggi) essere incompleta e bisognosa di rettifiche, in quanto non include alcune riviste di alto livello mentre ne include altre che forse dovrebbero essere riclassificate, etc.

Questo ha comportato l’adozione di mediane pubblicate e poi modificate; la pubblicazione di una lista originaria di riviste di fascia A che (incredibilmente) “resta invariata per il calcolo delle mediane”, alla quale seguirà però, in un preannunciato e prossimo futuro, una nuova lista di riviste di fascia A, diversa dalla precedente, che verrà utilizzata per la valutazione dei candidati da parte delle commissioni.

Un guazzabuglio.  Soprattutto, un “regalo” involontario di ANVUR  a tutti gli avvocati dei ricorrenti che, adesso o in futuro, impugneranno gli atti della procedura di abilitazione. I legali non dovranno più sforzarsi di dimostrare al giudice che le mediane ANVUR sono illegittime (eccesso di potere per illogicità, carenza istruttoria, erronea presupposizione in fatto, contraddittorietà, etc.) perché calcolate su dati incompleti e con metodi contraddittori. Questo sforzo è stato semplificato da ANVUR, che ha apertamente ammesso e scritto tutto ciò, peraltro addebitando (fra le righe) la maggior parte delle responsabilità al Ministero. Contro le intenzioni dell’Agenzia, essa stessa ha fornito un incentivo e spalancato la strada ai ricorsi.

(2) L’ANVUR ha poi preteso di fornire l’interpretazione del D.M. 76/2012, affermando che le mediane avrebbero carattere non prescrittivo, bensì indicativo, sicché le commissioni potranno a propria discrezione, caso per caso, decidere di attribuire l’abilitazione anche ai candidati che non superino le mediane. Sembra invece di capire che, per l’ANVUR, quelle stesse mediane si trasformino in prescrittive per la selezione degli aspiranti commissari. Mediane che condurrebbero una sorta di “doppia vita”, insomma: all’alba inderogabili, al tramonto derogabili.

È lecito chiedersi: che pensa il Ministro del fatto che l’ANVUR abbia ritenuto di poter rispondere, in sua vece, alla mozione di interpretazione autentica del CUN? È noto all’ANVUR che l’interpretazione autentica di un regolamento ministeriale deve essere fornita, giuridicamente, con nuovo regolamento che segua il medesimo procedimento del precedente, non già con un documento di ANVUR pubblicato sul sito di quest’ultima?

Preoccupa, soprattutto, il clima di confusione che si sta lasciando crescere, in una ridda di dubbi, ipotesi, timori, dichiarazioni.

E dovrebbe preoccupare anche un altro fatto. La Corte dei Conti vigila sul modo in cui le pubbliche amministrazioni spendono il denaro pubblico, soprattutto in questo tempo di crisi, sanzionando severamente scelte non oculate di utilizzo di risorse pubbliche. Che cosa significa affermare che le mediane, frutto di un processo di elaborazione durato mesi e non certo a costo zero per le casse dello Stato, sono oggi dequotate a criteri “indicativi” e derogabili dalle commissioni, che potranno anche non tenerne conto? Non significa forse che tutte le risorse, umane, strumentali, temporali, finanziarie, investite per calcolare quelle mediane, erano prive di un’adeguata giustificazione? E di questo non occorreva rendersi conto, con prudenza e diligenza, prima di iniziare quel percorso?

(3) L’ANVUR, da ultimo, ha pubblicato la Lista delle riviste da essa ritenute “scientifiche” per le diverse Aree della conoscenza.

È inutile ritornare ancora sull’improbabile e (se non fosse tragica) spiritosa serie di inclusioni in quella Lista.

Vi compare di tutto. La griffe ANVUR di scientificità ai fini accademici (come dire: “è rivista scientifica, perché lo garantisce l’ente pubblico italiano preposto per legge alla valutazione della ricerca universitaria”) è stata apposta a periodici che, nel resto dell’orbe terracqueo conosciuto, sarebbero considerati comuni quotidiani in edicola, siti di divulgazione politica o partitica, edificanti guide per la catechesi, ordinarie pubblicazioni informative di associazioni di categoria, riviste per amatori di barche, magazines di costume, riviste per il tempo libero, etc. Fino all’incorporazione della pur nobilissima suinicoltura (lungi da noi il criticarla, sia ben chiaro) nel vasto seno della cultura scientifica di livello universitario (qui, però, forse potrebbe aver giocato un qualche ruolo  un involontario scambio tra vocali).

Dal suolo italiano, evidentemente, nasce il germe di una rivoluzione culturale guidata da ANVUR, che potrebbe in futuro trasformare le coordinate della scientificità finora conosciute ed elaborate, facendo evolvere gli angusti confini di ciò che si riteneva “scienza” verso magnifiche sorti e progressive. Ferma l’evidenza di tutto ciò, ci sono alcuni aspetti, tuttavia, che potrebbero sfuggire all’attenzione e che è bene sottolineare con chiarezza.

L’ANVUR è giuridicamente un ente pubblico, istituito per legge, riconducibile alla responsabilità (indirizzo e vigilanza) dello Stato, attraverso il Ministero competente. Quando l’ANVUR “parla” con i propri atti è lo Stato italiano a “parlare”, agli occhi delle comunità scientifiche dei diversi Paesi del mondo.

Se l’ANVUR incorre in simili (come dire?) “infortuni”, all’estero il discredito ricade sullo Stato italiano, prima, e sulla comunità accademica italiana, poi. È facile pensare: se questo è l’ente pubblico valutatore, quale sarà il livello dei valutati?  Non solo. Proprio perché si tratta di un ente pubblico, gli atti dell’ANVUR sono giuridicamente qualificabili come atti amministrativi.

Quando l’ANVUR pubblica sul proprio sito documenti denominati “Liste”, “Comunicati”, “Chiarimenti” etc., bisogna aver chiaro che si tratta di atti amministrativi, che hanno un peso e una forza giuridica. Non possono essere pubblicati, poi ritirati, poi di nuovo rettificati, poi accompagnati da mille “però”, “se”, “avremmo voluto”, “secondo noi”.

Questo non sembra, francamente, il modo più corretto di amministrare la cosa pubblica.

Di più. Anche se a formare quelle Liste infarcite di paradossi, nella fase istruttoria, hanno contribuito soggetti dei quali l’ANVUR si è avvalsa, la legge assegna all’ente pubblico ANVUR, non già ai suoi consulenti o collaboratori, la piena titolarità della fase decisoria, perché l’atto amministrativo finale (la Lista pubblicata) è imputabile giuridicamente all’ANVUR e ad essa soltanto. Imputabile in termini di potere (l’ANVUR poteva stabilire di non pubblicarla in quella forma) e quindi di responsabilità (l’ANVUR risponde in  proprio per aver deciso di pubblicarla in quella forma).

Le Liste ANVUR delle riviste scientifiche preoccupano non solo per le numerose incomprensibili inclusioni, ma anche perché non hanno incluso, viceversa, alcune riviste sicuramente di carattere scientifico (internazionali, spesso in lingua inglese, dirette da professori di Università europee ed extra-europee, dotate di autorevoli comitati scientifici, che selezionano i contributi da pubblicare con peer review a doppio cieco, etc.).

I lettori di ROARS hanno già segnalato alcuni casi, e ce ne sarebbero altri ancora più inspiegabili. Solo per fare un esempio, abbiamo constatato che vi è una rivista internazionale ed interdisciplinare, affiliata a due università statunitensi, in lingua inglese, con double blind peer review, che integra i punti di vista della filosofia, delle scienze “dure” e del diritto, del cui Editorial Board fanno parte, tra gli altri, un Premio Nobel per la fisica (Leon M. Lederman), il Responsabile dello “Scientific Freedom, Responsibility and Law Program” (ora denominato “Scientific Responsibility, Human Rights and Law Program”) della American Association for the Advancement of Science (AAAS, che pubblica la rivista “Science”), insieme a professori universitari di diritto, di medicina, etc. La rivista è “The Journal of Philosophy, Science & Law” (ISSN 1549-8549), sito http://www6.miami.edu/ethics/jpsl/. Per l’ANVUR, questa rivista non sarebbe degna (ed infatti non compare nella Lista) del crisma della scientificità, della dignità scientifica minimale.

Ne sarebbero a pieno titolo meritevoli, invece, Libertiamo.it, La Vita CattolicaLeadership Medica, etc. Il problema che tutto ciò pone non è solo quello del carattere obiettivamente sconcertante di queste esclusioni.

Potrebbero esserci problemi ancor più gravi.

Riviste di questo tipo potrebbero subire un danno di immagine da uno Stato (l’Italia) che attraverso il suo ente pubblico (ANVUR) decida di non includerle nella Lista, con ciò, in sostanza, dichiarandole non scientifiche nel territorio italiano con la forza di un atto amministrativo (la Lista ANVUR). [1]

Si aprono potenziali scenari, sotto il profilo della responsabilità, che non possono essere ignorati. C’è da sperare che queste riviste non si accorgano di quanto sta accadendo in Italia. Sarebbe infatti un po’ difficile spiegare al Responsabile dello “Scientific Responsibility, Human Rights and Law Program” della American Association for the Advancement of Science che la scienza non potrebbe avanzare di un millimetro con gli articoli pubblicati sulla rivista di cui Egli fa parte, dato che non sarebbe neppure una rivista scientifica in base alla Lista ANVUR; o spiegare al vincitore del Premio Nobel che la sua presenza nell’Editorial Board non basta a garantire un minimum di scientificità della rivista.

[1] Dato che il D.M. 76 specifica che “l’ANVUR […] effettua una suddivisione delle riviste su cui hanno pubblicato gli studiosi italiani in tre classi di merito“, si potrebbe obiettare che l’esclusione dalle liste possa derivare dal fatto che non vi hanno pubblicato studiosi italiani. A tale proposito, va notato che nella sua Delibera 50/2012, l’ANVUR ha interpretato il D.M. in senso persino più riduttivo: “Allo scopo di pervenire alla suddivisione, il CINECA consegna all’ANVUR la lista ufficiale delle riviste presenti nel sito docente di tutti i docenti attivi alla data del decreto abilitazione.“, cosicché l’incompleto popolamento dei siti docente potrebber avere ulteriormente impoverito la lista delle riviste scientifiche. Ai fini dei parametri ministeriali, sembra che un candidato straniero (o italiano non strutturato nell’università) non possa vedere comunque riconosciuta la scientificità di lavori apparsi su riviste su cui gli studiosi universitari italiani non hanno mai pubblicato. Inutile dire che questa giustificazione puramente burocratica del mancato riconoscimento di scientificità risulterebbe assai poco soddisfacente, oltre che per i candidati, anche per le case editrici delle riviste escluse.

4. Ultima fermata prima del disastro

Ultimo aspetto, ma forse il più rilevante in questo momento. L’ANVUR, come è noto, ha pubblicato gli elenchi degli aspiranti commissari per ogni Settore Concorsuale. Da quegli elenchi si attingerà per il sorteggio e per la nomina delle Commissioni. Tuttavia, per poter presentare la domanda di inserimento in quegli elenchi, gli aspiranti commissari dovevano superare le mediane ANVUR. Molti commissari che non superavano le mediane si sono perciò astenuti dal presentare domanda e per questo motivo non compaiono negli elenchi.

Oggi, però, è ormai chiaro che le mediane ANVUR sono illegittime, anche perché basate su Liste di riviste scientifiche a dir poco “bizzarre” (o imbizzarrite), quelle che abbiamo conosciuto in questi giorni. Le mediane delle pubblicazioni scientifiche, infatti, cambiano a seconda di quali pubblicazioni (e dunque di quali riviste) siano qualificabili come scientifiche o non scientifiche. Perciò, se le Liste delle riviste scientifiche sono da rifare, tutti gli elenchi dei commissari sono da rifare. Non sarebbe possibile andare avanti se non ripetendo, dall’inizio, il bando per la selezione degli aspiranti commissari: ma sulla base di quali mediane, se quelle di agosto sono illegittime? Sulla base di quali Liste di riviste scientifiche, se quelle di settembre sono (per usare un eufemismo) errate?

Non c’è più tempo per soluzioni di fortuna in grado di “rattoppare”, a trenta secondi dalla fine, le lacerazioni ormai insanabili nell’intera architettura del D.M. 76. Non scongiurerà  i contenziosi, a questo punto, neppure un’interpretazione autentica del D.M. 76 che (in ipotesi) dichiari le mediane “indicative” per i candidati, ossia derogabili caso per caso dalle commissioni.

Lasciamo un attimo da parte l’arbitrio che si assegnerebbe a ciascuna commissione e le disparità di trattamento tra i candidati da settore a settore della stessa Area (“Deroga sì o deroga no? Dipenderà dalla gentile disposizione d’animo dei commissari del tuo settore, audace candidato: perciò spera, se sei sotto le mediane, che ti tocchi in sorte la commissione magnanima incline alla deroga, anziché quella più severamente intransigente che sia contraria alla deroga”).

Lasciamo ancora da parte lo spreco di denaro pubblico investito per elaborare mediane applicabili “forse che sì forse che no”, derogabilmente ed indicativamente mobili quali “piume al vento”.  Al punto in cui ormai siamo dopo gli ultimi atti dell’ANVUR, un’interpretazione autentica di questo tipo non risolverebbe comunque il problema dei ricorsi, perché ormai quelle stesse mediane (illegittime) hanno già operato come mediane prescrittive per la formazione degli elenchi degli aspiranti commissari: gli elenchi dai quali, con il sorteggio, si formeranno le commissioni per valutare i candidati. A mediane illegittime utilizzate per selezionare gli aspiranti commissari corrisponderanno commissioni illegittime, aggredibili dai ricorsi di tutti coloro che intenderanno contestare i giudizi di commissioni, appunto, illegittime per la loro genesi.

Da qui l’appello che rivolgiamo al Ministro:

Le abilitazioni possono ancora essere salvate,
prima che sia troppo tardi.

Per prima cosa, occorre frenare la corsa verso il baratro: è necessario arrestare temporaneamente la procedura, rispetto sia al sorteggio dei commissari che alla presentazione delle domande dei candidati, attraverso un provvedimento di sospensione di entrambi i bandi (lo consente l’art. 21-quater della legge sul procedimento amministrativo, purché si fissi un termine alla sospensione).

Sfruttando il periodo di sospensione temporanea, occorre avviare un’immediata riflessione su come modificare o sostituire il D.M. 76/2012 con un nuovo regolamento. La strada migliore, che metterebbe il nostro Paese su un percorso di autentica innovazione,  potrebbe essere quella di lanciare una consultazione pubblica on line su una proposta di criteri rigorosi di accesso all’abilitazione, non più basati su mediane instabili, ma su cifre e definizioni precise, determinate, condivise con ANVUR, CUN e soprattutto con la comunità scientifica “dal basso”, la quale potrà partecipare alla consultazione on line inviando le proprie osservazioni sulla proposta.

Definito lo schema del nuovo D.M. dopo la consultazione pubblica, si potrebbe decidere di abrogare il precedente D.M. 76/2012 o almeno di sostituirlo nelle parti relative alle mediane (questo potrebbe far venir meno i contenziosi volti all’annullamento del D.M. 76 rispetto alle mediane).

A questo punto, pubblicato il nuovo regolamento, si potrebbero pubblicare nuovi e conseguenti bandi, sostitutivi dei precedenti, che diano avvio a una procedura di abilitazione sana, corretta, saldamente fondata.

Se questo processo si avvierà subito, i nuovi bandi potrebbero vedere la luce nel giro di alcuni mesi.

L’alternativa è quella dell’altissimo rischio di un “disastro ferroviario colposo”.

Di una pioggia di ricorsi da parte di chi, non avendo ottenuto l’abilitazione, impugni in toto la procedura dimostrando l’illegittimità delle mediane (grazie alle “confessioni” di ANVUR), l’illegittimità in via derivata del procedimento di selezione degli aspiranti commissari che è stato determinato dall’applicazione di quelle mediane e, a cascata, l’illegittimità in via derivata del sorteggio, della nomina dei commissari sorteggiati, fino ai giudizi di merito espressi da commissioni illegittimamente formate.

Questo perché, come si è già sottolineato, se si dimostra al giudice amministrativo che una commissione è stata formata con procedure viziate da illegittimità, allora qualsiasi giudizio di quella commissione risulta inficiato da illegittimità per derivazione, sotto il profilo formale e procedurale, indipendentemente dalle motivazioni e dai contenuti del giudizio di merito espresso da quei commissari su ciascun candidato.

Senza poter escludere, poi, eventuali profili di responsabilità di competenza della Corte dei Conti. Far naufragare la procedura andando dritti verso il muro dei contenziosi giurisdizionali (nei diversi gradi di giudizio che questi ultimi comporteranno) significherebbe anche mettere a rischio i pochi fondi finora destinati al reclutamento, paralizzandone l’utilizzo sino alla fine di quei contenziosi, dopo anni, quando ormai quei denari, forse, non ci saranno più.

Nel caso dei drama-thriller sui disastri ferroviari, le responsabilità giuridiche ricadono sempre su coloro che abbiano lasciato proseguire la corsa del treno senza curarsi dei segnali, dei richiami, degli allarmi e, soprattutto, degli incolpevoli passeggeri a bordo.

Nella realtà, siamo ancora in tempo.

Cooperiamo tutti per uscirne insieme, senza arroccamenti, pregiudizi, alterigia, caparbietà, timore. Sarebbe una prova autentica della volontà (che il Ministro ha più volte ribadito) di dare all’Università il cambiamento radicale promesso.

 

223 Commenti

  1. Per fare questo il Ministro dovrebbe sconfessare tutto (dico tutto) il lavoro dell’ANVUR e, per conseguenza, dimissionare il Consiglio Direttivo, peraltro non nominato dall’attuale Ministro. La vedo dura. Per quanto attiene la consultazione online i precedenti non sono ben auguranti. Che fine ha fatto la consultazione sul “valore legale dei titoli di studio”? Quando è costata quella consultazione che non ha prodotto uno straccio di relazione (almeno a mia conoscenza)?

  2. Concordo con il commento precedente circa la sconfessione da parte del ministro dell’operato di ANVUR. Non avverrà mai. Aggiungo: lo schianto della procedura delle abilitazioni non verrà, volutamente, evitato. Avremo così modo di ascoltare i nostri beneamati politici discettare, in campagna elettorale di come la casta docenti italioti abbia fatto di tutto per affondare i sani principi meritocratici messi in essere dal ministro e da ANVUR…

    • ma certo, non avverrà. dovrebbe in quel caso dimettersi. dovrebbe in quel caso saltare la riforma in toto. ormai la questione è squisitamente POLITICA. lo è sempre stata d’altronde. il mondo accademico avrebbe dovuto svegliarsi prima. ma tant’è. lo stesso amaro discorso vale per la scuola e la superfetazione patologica della cd pedagogia delle competenze. insomma, vale il contenitore, il contenuto è un optional.

    • A me parrebbe ragionevole una via di mezzo, quella dell'”interpretazione autentica” che stabilisca, una volta per tutte, la non vincolatività delle mediane. Mi pare ovvio che ciò disinnescherebbe una gran parte degli eventuali ricorsi. Ancor meglio se si riaprissero, contestualmente, i termini per la presentazione delle domande a commissario: a quel punto, nessuno sarebbe in partenza escluso da nulla, dunque mancherebbe anche il legittimo interesse a ricorrere. Tutto ciò si può fare davvero in empi brevi, salvando la procedura.

    • Nei fatti è già così come dici. I documenti (comici) di chiarimenti dell’Anvur non hanno alcun valore e un’interpretazione autentica, seppur formalmente richiesta dal CUN, non è stata data dal Miur e penso che Profumo si guarderà bene dal darla dando così motivi di impugnazione. Molto semplicemente nessun commissario sarà escluso sulla base delle mediane (i semafori rossi non hanno alcun valore e infatti sono scomparsi) e si passerà a semplice estrazione. Tutta la procedura di abilitazione sta da tempo andando verso l’eliminazione del legittimo interesse a ricorrere. E se anche qualche “originale” dovesse farlo, lo farà nel caso specifico e non nel merito di un’abilitazione che è “puramente derogabile”. La morale: tutto il potere alle sedi locali.

    • Resta però il problema dei professori ordinari che, convinti anche dal semaforo rosso, non hanno presentato domanda per far parte delle commissioni. In linea teorica, costoro sarebbero portatori di un legittimo interesse: i “chiarimenti” sono arrivati, e i semafori rosi scomparsi, solo quando la procedura per la presentazione delle domande si era già chiusa.

    • Hai ragione ma non credo sia un motivo sufficiente per ottenere l’annullamento di una procedura, proprio per la mancanza di regolamenti ufficiali e stringenti che determinassero la possibilità o meno di partecipare. Mi spiego: se il sito avesse impedito la partecipazione, allora sì, ma così è tutto talmente (e volutamente) aleatorio che non so quanto si possa invocare una limitazione del proprio diritto. Restando agli atti “ufficiali” (DM e regolamenti Miur) ci sono talmente tanti buchi (voluti) che non sarà facile dimostrare la propria illegittima esclusione poiché solo frutto di errata interpretazione personale.

  3. Temo che comunque vadano le cose sarà ancora tutto bloccato per lungo tempo. Se il ministro blocca tutto “i nuovi bandi potrebbero vedere la luce nel giro di alcuni mesi”. Ma ci sono di mezzo le elezioni, nuovo(?) ministro e nuove(?) idee. Se invece si lascia continuare la procedura, sarà tutto bloccato/annullato dai ricorsi. Come letto più volte su ROARS era esattamente ciò che volevano??

  4. Tra i motivi per ricorrere, ovvero per “fermare il treno”, c’è anche la questione m-index/h-c. Se mediane devono essere (DM 76, delibera 50), almeno non si inventino cose diverse agendo al di fuori della legge.
    Ma la domanda vera è: vogliono fermare il treno?

  5. L’auspicato blocco prelude a un rinvio sine die e, quel che è peggio, prepara una polemica terribile contro la “classe accademica”. Non vedo motivo di soddisfazione nel constatare come organi di stampa si impadroniscano – ben sollecitati – di certe tematiche sulle quali l’informazione giornalistica è purtroppo spesso di carattere superficiale, sensazionalistico e se possibile scandalistico: lo abbiamo visto molto bene nella passata polemica sulle retribuzioni. Se a qualcuno piace che la vicenda delle riviste finisca sulle pagine dei giornali (a me non piace), poi non ci si potrà lamentare da apprendisti stregoni che la stessa (e altra ) stampa si faccia portavoce di quelli che sarebbero attacchi forsennati contro gli accademici italiani. E di questi ultimi abbiamo bisogno ? A mio avviso la linea su cui insistere è una via di mezzo: chiarimenti e revisioni, ma con scadenze ben precise. Quanto alla consultazione on-line per le riviste, francamente la vedo come il modo migliore per creare una grande confusione. Ma – mi chiedo – esiste o non esiste una consapevolezza condivisa su cosa è una rivista scientifica e su quali sono i criteri per accertarla ? Se la risposta è negativa, allora possiamo chiudere bottega.
    Infine, chiedo scusa, ma avrei una mozione d’ordine da rivolgere alla redazione, ai collaboratori, ai partecipanti a Roars: si potrebbero evitare gli interventi anonimi o sotto sigla o sotto pseudonimo ? Fatta salva la libertà di chiunque di difendere la propria privacy, mi appello solo al fatto che qui stiamo discutendo da persone responsaibli su temi di interesse generale. Che ragione c’è per non mettere in chiaro il proprio nome ? Tanto più che ciò crea una fastidiosa asimmetria rispetto alla maggioranza di coloro invece si “loggano” con le proprie generalità.

    • Mi associo all’invito di Guido Abbattista. Come redazione fino a ora abbiamo scelto di consentire a chi partecipa di registrarsi con un nickname, ma personalmente credo che una discussione pubblica sia incompatibile con l’anonimato dei partecipanti. Credo che se tutti si attenessero a questo principio il livello del dibattito su questo sito – già buono, come molti riconoscono – migliorerebbe ulteriormente.

    • mi associo anche io. per altro, uso questo nickname in rete più o meno dell’inizio degli ’90. da questo al mio real name ci vuole meno di un click. ma se la policy di roars cambia non vedo ragione per non registrarmi con il mio nome. (carmen dal monte)

    • Francamente non capisco perché una discussione pubblica sia incompatibile con l’anonimato dei partecipanti. I nickname permettono di esprimersi liberamente, secondo coscienza, eventualmente anche scontrandosi verbalmente e civilmente con qualcun altro. Ciò che conta sono le idee del singolo, non il suo profilo. Poniamo che io sia il portinaio del dipartimento di scienza delle merendine di Canicattì. Questo mi rende non idoneo a discutere con i migliori professori e ricercatori del Paese?

    • Non ho detto che bisogna firmarsi con le proprie credenziali accademiche o di altra natura. Basterebbe nome e cognome.

    • Il fatto e’ che finora di chiarimenti e revisioni con scandenze ben precise non se ne sono visti. Si e’ visto solo una imposizione di scelte aribitrarie e fuori da ogni standard internazionale e nessun ascolto verso le critiche che da piu’ parti sono state sollevate. Per quanto riguarda la stampa e’ certo argomento delicato, ma darei un’occhiata al Sole 24 ore trasformato nella Pravda dell’Anvur, come prima era il difensore della riforma Gelmini (d’altronde sempre li’ siamo), prima di criticare altri quotidiani.

  6. ATTENTI ALLE FREGATURE!!!!

    La riduzione della Terza mediana a criterio indicativo per l’ammissione ai concorsi e il conseguimento delle abilitazioni, comporta 2 effetti perversi
    1. Aumentare attraverso l’uso di un criterio pseudo-obiettivo il potere dei commissari e cioè di quei docenti italiani che alcuni membri dell’Anvur hanno sempre dipinto come una cricca di baroni usi a favorire i loro allievi a scapito dei meritevoli.
    2. Fare restare in piedi la lista delle Riviste di fascia A (fatta come è stata fatta, cioè male e senza nessuna neutralizzazione di conflitti d’interesse negli attori della valutazione) producendo una vera e propria turbativa di mercato. Ad es. Biblioteche pubbliche italiane e internazionali e singoli lettori saranno indotti dalla Lista A ad acquistare sole le riviste in quella inserite e a disdettare gli abbonamenti delle altre. Inoltre l’Anvur ha più volte sostenuto che solo le riviste collocate in fascia A potranno ricevere un contribuito statale. Facile ipotizzare che le altre, per mancanza di abbonamenti e di finanziamenti pubblici, saranno costrette a chiudere entro breve tempo. E allora un pugno di docenti, nominati dall’Anvur, avrà inferto un vulnus gravissimo e forse irreparabile alla libertà della ricerca.

  7. Con riferimento al trattamento che ci aspetta sui media.

    Credo sarebbe davvero utile segnalare alla stampa, e la redazione di Roars avrebbe tutti i titoli per farlo, che esiste una corposa fetta dell’accademia italiana che è al tempo stesso favorevole alla valutazione e gravemente critica nei confronti di quanto prodotto in termini di valutazione dall’Anvur. Questo è ovvio a chi segue Roars, ma fuori di qui non lo è affatto. Dico questo perché sta ora venendo fuori il papocchio della liste di riviste scientifiche (è troppo intrinsecamente spiritosa per non diventare di pubblico dominio), e l’esito che già intravedo in alcuni commenti è che si tratti dell’ennesima buffonata di quei mangiapane a tradimento degli accademici italiani, forfettarimente presi.

  8. Purtroppo non c’e’ niente da salvare. L’Università ha imboccato il treno dell’autodistruzione quando non si è opposta alla “pseudo-riforma meritocratica” del 2010 che ha messo tutto in mano a chi ha distrutto e sta distruggendo l’università pubblica e che la tratta come un suo bene personale invece che della comunità. Il ministro è uno di quelli che ha sempre voluto questa riforma anti-meritocratica e come tale non aspetta altro che dare la colpa del suo fallimento alla classe generica dei professori universitari.

    Purtroppo tra noi ci sono tra noi molti che sono complici e sodali (ad esempio gli accademici dell’ANVUR e i suoi consulenti) di queste scelte “baronali” che rafforzano i soliti noti tra noi.Molti ricercatori hanno detto questo sui tetti delle università quando la riforma veniva votata ma troppi tra noi sono stati zitti per un opportunistico silenzio. Ora tutto è lanciato verso un deragliamento sicuro della pseudo-meritocrazia di noialtri.

    Il mio commento non è costruttivo ma vedo un treno che sta deragliando e non ho suggerimenti su come evitarlo. Il mio suggerimento sarebbe di cominciare a fare una pulizia al nostro interno ma questo chi può farlo ?

  9. RISPOSTA A GUIDO ABBATTISTA
    Caro Guido,
    rispondo alla tua domanda.
    l’Anvur (Gev , Gruppi di lavoro Aree Cun 11 – Riviste e Libri e scientifici) e gli stessi nuclei di valutazione delle Società scientifiche mi sembrano aver dimostrato di possedere scarsa ( a voler essere generosi) “consapevolezza su cosa sia una rivista scientifica o una rivista d’eccellenza (fascia A) e su quali siano i criteri per arrivare a questa classificazione”, dato che molto spesso proprio questi criteri sono stati disattesi.
    Posso sbagliarmi. Ma per convincermi del contrario dovrei essere messo in condizione di accedere agli atti della valutazione (rivista per rivista).
    Cosa che finora non è mai avvenuta, nonostante le mie esplicite richieste e in spregio alla legge che regola l’accesso agli atti amministrativi.
    Io non posso accettare passivamente i risultati di una valutazione se non sono stato messo in grado di valutare valutatori e valutazione.

  10. I filosofi teoretici avevano proposto un modo serio per risolvere la questione delle riviste, coinvolgendo in trasparenza le società di studi. Avevo provato a suggerirlo ai miei colleghi dettagliandolo tecnicamente qui: http://bfp.sp.unipi.it/btfp/?p=2277

    Il vizio del sistema attuale è costituzionale e politico: se diamo a un’autorità di nomina governativa la prerogativa – che spetterebbe alla comunità scientifica – di stabilire che cosa è scientifico e che cosa no ci esponiamo a due rischi, tutti e due ben verificati nella storia d’Italia del secolo scorso :

    – la scienza di stato

    – la corruzione, anche solo sotto forma di scambio di favori

    L’Anvur, purtroppo, è riuscita a sperimentarli entrambi. Mettiamoci – anche se è non è facile – nei suoi panni: se fai una lista ristretta ti accusano di essere autoritario e corrotto; se fai una lista ampia, ti accusano di essere corrotto.

    Il difetto, qui, non è in primo luogo nelle persone – pur con tutti i loro limiti. E’ nella norma. Sarebbe assai utile che la stampa generalista se ne rendesse conto.

  11. Rimanendo nell’allegoria del treno impazzito (abilitazioni) :
    irresponsabili e inaffidabili (autocensuro ‘folli’ perché parliamo di politica e non di psichiatria) il conducente e la cabina di comando (ministro e anvur e compagnia bella dove includerei anche la crui);
    quanto meno spaventati (nonché indignati) i passeggeri (noialtri, semplice corpo docente);
    —> chi deve prendersi la responsabilità TOTALE e COMPLETA?
    Certamente non i passeggeri di cui molti hanno previsto (non ci voleva molto) i catastrofici esiti della gestione Gelmini di cui quella attuale è la semplice oleazione ossia implementazione.
    Ma: il ministro – professore universitario nonché rettore, diversamente da Gelmini;
    l’anvur – rappresentante INDIPENDENTE E NEUTRALE della crema del corpo docente (si presume).
    Allora: come sarà il resto, cioè noi (come diceva un collega prima)?. Dei minorati totali.

    Visto da fuori.

    Ebbene, io non ci sto proprio. Sono pienamente consapevole del livello del mio operato professionale anche sotto il profilo della partecipazione al dibattito degli ultimi lustri (che mi ha macinato tempo ed energie). Se qualcuno osasse o intendesse da parte del ministero o dell’anvur, anche sotto forme velate o oblique (stampa di parte imboccata a dovere) far ricadere la responsabilità su chi ha fatto le bucce, e non si è fatto zerbino, a questo ignominioso pasticcio combinato a tappe e puntate a partire da premesse ampiamente spulciate e criticate a livello mondiale, propongo una class action. Questo proprio non lo dobbiamo permettere. D’altra parte, avanzare soluzioni per uscire dal vicolo cieco potrebbe diventare un boomerang, perché sono troppe le incognite, a mio avviso.

  12. La succitata proposta di una class action suona come una boutade, ma non lo è necessariamente.. Una cosa ormai chiara a tutti è che non basteranno né un forum né qualche blog a fermare il maledetto treno. Bisognerebbe che fossimo non solo propositivi ma soprattutto operativi. E se la pubblicità dovesse danneggiare la mostra immagine, pazienza, la corporazione a cui apparteniamo sfortunatamente è questa.

  13. Scusate la franchezza, ma occorre tener fermi alcuni principi che sono la base minima per dirsi professori, ricercatori e, più in generale, persone di cultura degne di questo nome. Vada pure a sbattere il treno. E con questo sia chiaro, non critica minimamente il messaggio rivolto a Profumo, che mi sembra un sacrosanto tentativo di far ragionare chi sembra aver perso la trebisonda. Ma acconciarsi a mediazioni per il timore che un eventuale fallimento venga ribaltato sul mondo universitario, per favore, NO. Chi ha ancora un minimo di dignità farà fronte al tentativo di ribaltare le colpe sull’università: rispondendo che le colpe sono di quella parte indegna dell’università di cui l’Anvur si è fatto specchio e, alla fine, persino interprete. Voglio fare un esempio che spiega quanto intendevo dire ieri in altro commento affermando che non bisogna lasciarsi impastoiare in una logica perversa. È sacrosanto denunciare il fatto che l’Anvur abbia escluso riviste rispettabili e che invece ne abbia accreditate di discutibili. È sacrosanto perché svela la fallacia del loro operato. Ma non va dimenticato il punto essenziale: GIUDICARE IL VALORE DI UN LAVORO SCIENTIFICO DALLA SEDE IN CUI E’ STATO PUBBLICATO E’ ABERRANTE, SCIOCCO E INDEGNO DI UNA PERSONA CHE ABBIA UN MINIMO DI CONOSCENZA DELLA STORIA DELLA SCIENZA. I lavori vanno valutati nel merito, e uno per uno, non c’è niente da dare. Ogni altro approccio è assurdo.
    Ennio De Giorgi ha pubblicato la soluzione del 19° problema di Hilbert – uno dei contributi più importanti alla matematica nel Novecento – in italiano, negli Atti dell’Accademia delle scienze di Torino, una rivista scioccamente definita da un professore americano “la più oscura rivista che si possa immaginare”.
    Perelman ha risolto la congettura di Poincaré – un altro contributo epocale – qualche anno fa pubblicando la soluzione in rete e rifiutandosi di sottoporla a referee: prima hanno tentato di plagiarlo, poi si sono arresi e gli hanno dato la Field Medal, che lui ha rifiutato.
    Teichmüller era un matematico nazista che ha pubblicato lavori importantissimi sul bollettino… del partito nazista… Figuriamoci quanto questo mi faccia orrore. Ma nessuno può negare che si tratti di contributi fondamentali.
    Alla fine dell’Ottocento nacque a Palermo una piccola rivista attorno al Circolo Matematico diretta da Guccia, che si fece conoscere per la cura tipografica e il rigore nelle pubblicazioni. Ma era una rivista pigmeo nel panorama europeo. Avrebbe avuto un IF 0 e nessuno, nella logica bibliometrica, vi avrebbe mai pubblicato. Ebbene, i maggiori matematici europei, da Hilbert a Poincaré fecero a gara per pubblicarvi, per aiutarla. Vi comparve uno dei maggiori articoli scientifici del Novecento, “Sur la dynamique de l’éléctron” di Poincaré.
    Faccio esempi di matematica perché è la materia che conosco meglio, ma ve ne sono in ogni disciplina.
    La logica della classifica delle riviste è delirante, anticulturale, antiscientifica, sbarra la strada a nuovi apporti, a nuove iniziative, ai giovani, alle persone fuori dal “paradigma normale”, per dirla alla Kuhn. È una logica di conservazione e di cristallizzazione, diciamo pure volta a consolidare i poteri accademici costituiti.
    Opporsi a questa logica perversa è la vera battaglia culturale da fare. Bisogna guardarsi dal cercare mediazioni di basso livello interne alla logica dell’Anvur. Sarebbe comunque la peggiore delle sconfitte perché sarebbe accreditare una metodologia i cui effetti saranno altrettanto devastanti del potere baronale. Se poi il mondo universitario vuole acconciarsi in un modo o nell’altro a passare sotto queste forche caudine, allora si merita l’Anvur e c’è davvero poco da fare.

    • Una rapida considerazione sull’intervento di Giorgio Israel.

      Sono d’accordo che non bisogna perdere di vista la questione di fondo. La bibliometria può essere uno strumento utile perché ci consente di misurare alcune dimensioni del lavoro svolto presso istituzioni di ricerca, ma queste misure non si possono tradurre in valutazioni di teorie, idee, esperimenti, contributi alla discussione e tutte le altre attività in cui consiste la ricerca (studio incluso, sarebbe bene non dimenticarlo). Chi non si rende conto di questo farebbe bene, come suggerisce Israel, a leggere un po’ di storia delle scienze, della filosofia, e delle università.

      Non è la prima volta che lo scrivo: tra le cose che trovo scandalose del modo in cui sono state messe in piedi la Vqr e l’attuale procedura per le abilitazioni c’è l’assoluta mancanza di considerazione dei risultati significativi ottenuti in quei campi negli ultimi anni.

      Ciò dipende, credo, dal fatto che gli interventi di riforma di cui discutiamo sono stati concepiti da un ceto politico che ha perso qualsiasi capacità di ragionare in modo autonomo su questioni complesse e quindi si affida ai pundits che hanno la maggiore capacità di farsi ascoltare. Spesso perché lasciano intendere che ci sono soluzioni semplici e definitive a questo o quel problema (reale o immaginario) del paese. La composizione del direttivo dell’Anvur conferma in pieno questa sensazione. Possibile che non si sia sentito il bisogno di includere almeno uno storico della scienza? Eppure ce ne sono di italiani bravi in questo campo. Non ho idea di come siano state fatte le nomine, ma la circostanza – spesso menzionata – che alcuni dei membri sono scienziati di valore, talvolta con elevato h-index, conferma la mia impressione che siamo partiti con il piede sbagliato. Non solo perché, come ci hanno più volte ricordato Giuseppe De Nicolao e Alberto Baccini, la bibliometria richiede competenze specifiche, che un ottimo ricercatore potrebbe non avere affatto, ma anche perché uno può essere un ottimo ricercatore e avere idee ingenue o infondate su come dovrebbe funzionare la ricerca e su quali sarebbero i suoi scopi. Se uno vuole capire come progredisce la ricerca scientifica deve ovviamente studiare quello che scrivono e fanno i ricercatori, e il contesto istituzionale in cui si muovono; ma ciò non vuol dire che questo o quel ricercatore, anche bravissimo, abbia un’autorità speciale in questo campo. Al contrario, egli è semmai parte dell’oggetto di studio.

    • Non mi stancherò di ripetere che la bibliometria è nata nell’ambito delle scienze sociali e , in particolare della microsociologia, per confutare la tesi che la scienza è costruzione di verità oggettive ma soltanto una pratica sociale in cui l’elemento fondamentale è la negoziazione in termini di potere. Pertanto l’analisi delle citazioni era uno strumento per dimostrare una tesi relativista, contro l’oggettivismo scientifico. Adesso si è paradossalmente trasformata nel suo contrario, ovvero in uno strumento che pretenderebbe di valutare oggettivamente la ricerca. Queste cose gli storici della scienza le sanno, e molti di loro avevano già osservato e scritto da tempo che quelle tesi di sociologia della scienza contenevano paradossalmente uno scientismo ancor più forte dell’oggettivismo classico. Ora ne raccogliamo i frutti, coltivati da personaggi che non hanno la minima idea delle dinamiche della scienza e nutrono una visione dogmatica. E che oltretutto sono personaggi culturalmente estranei alla scienza propriamente detta, come si vede dal modo in cui trattano gli stessi concetti tecnici che sono alla base delle loro elaborazioni: con una grossolanità e un dilettantismo raccapriccianti.

    • Penso che quanto dice Israel sia difficilmente attaccabile solo che si conosca un po’ la storia della scienza. Quanti degli innovatori e grandi scienziati, oggi portati ad esempio, avrebbero visto accettati i loro articoli su riviste prestigiose o avrebbero superato la peer review dei loro colleghi? Di solito l’innovazione e la creatività avviene nel dissenso degli altri esperti, che la ritengono una stravaganza destituita di ogni fondamento. Vogliamo dimenticare la sorte della relatività di Einstein tra gli scienziati del suo tempo e quante resistenze ha dovuto superare per essere accettata dai fisici italiani? E gli esempi si potrebbero moltiplicare. La verità è che l’innovazione e la ricerca di frontiera (lo ha scritto Thomas Nickles) avvengono proprio nei territori dove i criteri metodologici sono meno applicabili, dove questi fanno cilecca. Per cui è inevitabile che il processo di innovazione abbia degli sprechi, dei vicoli ciechi, non aggirabili affinché di tanto in tanto le vere novità e scoperte possano fiorire. Volere normalizzare questo processo assai disordinato e privo di stabili criteri mediante indici numerici e classificazioni di riviste, per giunta mal fatte, significa creare una nuova scolastica, non certo favore l’innovazione.

  14. Penso anch’io che la posizione espressa da Giorgio Israel sia l’unica corretta. Il problema non è come è stato realizzato un modello. Il problema è il modello. La valutazione quantitativa, le connesse classificazioni delle riviste, l’idea di qualità che vi sta alla base – tutto questo è fallito sul campo, sotto gli occhi di tutti. Allo stesso modo di come è fallito in passato, quando si è tentato di realizzarlo altrove (più seriamente, ma non fa differenza), sicché qualcosa del genere oggi non esiste da nessuna parte. Chi capisce qualcosa di valutazione lo aveva detto molto tempo fa. Ora su questo fallimento dovrebbe riflettere chi, per i motivi più vari, ha scelto invece di collaborare alle classificazioni delle riviste, e mi riferisco anzitutto ai vertici delle società scientifiche. Ma soprattutto da questo fallimento dovrebbero trarre le conseguenze i suoi ideatori e esecutori: vertici dell’Anvur, Alti esperti, Gruppi di lavoro e simili. Ai quali è stato spiegato dal principio che questo modello non avrebbe avuto altro esito e che invece hanno proseguito con arroganza ideologica, senza rispondere agli argomenti, ignorando i dissensi, fino al tentativo di rivoltare ora la responsabilità delle liste da loro certificate sui singoli docenti. A questo riguardo ricordo soltanto che il sito Cineca chiede virtualmente di dichiarare tutto il lavoro pubblicato, persino le schede bibliografiche. Niente di scandaloso se qualcuno ha ritenuto di indicare pubblicazioni divulgative o collaterali. Se le si legge, le si può giudicare per quello che valgono. Grazie al giudizio automatico e preventivo dell’Anvur, invece, ora sono pubblicazioni scientifiche.
    Pochi giorni fa, intervenendo pubblicamente nella mailing list della SISEM, Marta Petrusewicz – Emerita di Storia Moderna alla City University of New York – richiamava l’attenzione sul fatto che “se le scienze umanistiche e sociali (le HSS) prosperano ancora nelle università americane, ciò è dovuto soprattutto al rifiuto, da parte degli studiosi, di sottomettersi alle misure ‘oggettive’ di produttività e alla indicizzazione dei loro ‘prodotti’ e delle riviste sulle quali vengono pubblicati”. “Il risoluto rifiuto degli indici bibliometrici per la valutazione della ricerca è stato fatto proprio anche dal mainstream liberale della professione” non meno della cosiddetta “sinistra della disciplina”, che hanno condotto una “vera e propria battaglia contro l’uso di Social Science Citation Index (SSCI) e, più tardi, del Arts and Humanties Citation Index (A&HCI) per la valutazione della ricerca”. Grazie a questa battaglia negli Usa “la bibliometria non è passata. Non è passato nemmeno, nelle scienze umanistiche e sociali statunitensi, il ranking gerarchizzante delle riviste”.
    Che fare adesso? Pensiamoci. Ma liberiamoci di modi di vedere che si fanno forza di ciò che appare ovvio e ragionevole. Oggi l’attenzione cade sull’ovvia impresentabilità dei risultati. “Esiste o non esiste una consapevolezza condivisa su cosa è una rivista scientifica e su quali sono i criteri per accertarla? Se la risposta è negativa, allora possiamo chiudere bottega”. Non sono d’accordo con quanto scrive Abbattista. Penso che anzi proprio qui, su cosa è scientifico e cosa non lo è, la bottega si apre: almeno la bottega della filosofia si è sempre aperta qui, mai chiusa. Quanto alle pagine dei giornali contro la “classe accademica”,finora da esse assai più che semplicemente soddisfatti sono stati coloro che grazie al discredito gettato sulla classe accademica hanno costruito la loro fortuna di esperti e rinnovatori. Pensiamo solo alle campagne del Sole 24 ore – ora rivista scientifica – fervidamente “dalla parte dell’Anvur”.

  15. Grazie a Roars per la citazione da Zola (e Jean Gabin). Sono sostanzialmente d’accordo con il senso e il contenuto dell’appello al Ministro. Ai ricorsi individuali, bisogna aggiungere il mio personale se non fossi sorteggiata, e le mie dimissioni se lo fossi.

  16. Comprendo che per le materie umanistiche una valutazione bibliometrica può non essere appropriata (La Divina Commedia è unica e Dante per essa è Sommo Poeta) ma la situazione non è la stessa per chi opera nell’ambito delle discipline scientifiche. L’utilizzo da parte di altri ricercatori di metodi, procedure, idee, analisi, meccanismi (o quello che volete) prodotti da studiosi mediante articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali qualificate è alla base della conoscenza. Essere citati significa semplicemente che si sta facendo qualcosa che genera interesse o curiosità tanto che altri lo utilizzano per l’avanzamento del proprio lavoro e lo citano nelle proprie pubblicazioni. Chiaramente chi fa questo mestiere spende una vita per perseguire queste finalità. Ora, indipendentemente dalle metodologie che si possono utilizzare per valutare la vita professionale di un docente come ricercatore nella propria branca del sapere, citazioni, numero di lavori e progressione temporale della produzione sono certamente parametri validi, universalmente riconosciuti. Altri parametri (premi, fondi, ecc.) sono connessi ad altri mondi, non certo a quello della conoscenza. Si può produrre conoscenza con costi anche bassi se si è all’altezza di farlo. Detto ciò, indipendentemente da dove si colloca questa famosa mediana (più sù o più giù) il dato che viene chiaramente esplicitato e reso chiaro a tutti è che una fetta molto ma molto congrua di docenti sono professionalmente improduttivi. Ho 40 anni di carriera sulle spalle, e circa 30 da PO, ed è la prima volta in assoluto che un dato del genere è reso pubblico senza che possano esservi equivoci. In queste valutazioni non sono ammesse autoreferenzialità, appartenenze politiche, appartenenzi a gruppi di potere, o quanto altro si voglia pensare. Ovviamente non mi meravigliano i sacri furori di molti. Sono concorde che le cose vanno fatte rispettando le regole, per cui bisogna ricorrere e far valere le proprie ragioni per affermare la preminenza delle regole, ma, comunque si giri il dato generale, il risultato è sempre lo stesso, molti non raggiungono standard professionali accettabili e campano sulle spalle di pochi e fino ad ora li hanno probabilmente anche confusi con azioni autoreferenziali. Se non si elimina questo cancro è inutile discutere di tutto il resto, percè sono cose piccole, piccole. In conclusione, se il meccanismo rimane, ma corretto, quello che si ottiene è un risultato che può andare solo a favore di una buona formazione per i giovani perchè chi produce in modo corretto, forma in modo corretto, rendendo virtuoso il circuito di alta formazione universitaria e mettendo fine all’automatismo docente = scienziato. Bisogna dimostrarlo non gridarlo.

    • Ma non è vero! Le critiche di merito più dettagliate e autorevoli alla bibliometria vengono proprio dagli ambienti delle scienze dure (certo non da quelli della medicina…). Perché continuare a ignorare il documento Citation Statistics, la messa in guardia della European Physical Society, e i tantissimi altri documenti. Migliaia di matematici (quasi 10.000) hanno aderito a un boicottaggio della Elsevier per questi motivi (leggere il documento “Mathematicians take a stand). Ma è mai possibile che in Italia dobbiamo vivere sempre con cinquant’anni di ritardo, come se Garfield stesse scrivendo i suoi primi articoli e fondando ISI?… Essere citati significa che si sta facendo qualcosa… Bisogna vedere cosa…

    • “Essere citati significa che si sta facendo qualcosa… Bisogna vedere cosa…”…la domanda allora nasce (ancora più) spontanea: chi controlla la qualità (interesse, importanza, valore, etc.) di quel che è stato scritto e a sua volta citato (molto) in campo internazionale?

      Non credo sia facile dare una risposta ad una domanda del genere, quindi, è necessario un “indicatore oggettivo”. Ovvio che h-index o qualunque altra “stregoneria” non è perfetto, ovvio che non è detto affatto che avere “indicatori bibliometrici” più alti significa essere i “più bravi”, ma qui si sta perdendo il punto centrale del problema che gianni 1944 ha ben espresso: “il dato che viene chiaramente esplicitato e reso chiaro a tutti è che una fetta molto ma molto congrua di docenti sono professionalmente improduttivi”. Il tema è solo ed unicamente questo!

      Con tutto il rispetto, Prof. Israel, qui non stiamo discutendo su come dare un nobel a una persona rispetto che ad un’altra; stiamo discutendo, invece, del fatto che in molti SSD, in molte università italiane, ci sono e ci saranno Ricercatori, Professori Associati e Professori Ordinari che non fanno “praticamente” niente (e quando dico niente è niente!) e che, quindi, A) intasano il ricambio generazionale; B) pretendono (anche) di avere voce in capitolo nei concorsi e decidere, dunque, sul futuro dei giovani; C) tengono per se parte del budget statale (nostri soldi) che meglio possono essere spesi.

      Cerchiamo di essere pragmatici; se non ci rendiamo conto che 1 su 2 dei nostri colleghi producono praticamente zero, non abbia occhi per vedere o orecchi per sentire!

      Purtroppo, a mio parere, dello scempio generato dall’ANVUR non c’è descrizione e per gli innumerevoli ricorsi (che avevo già previsto 2 anni fa!) il sistema accademico italiano collasserà del tutto. Questo treno è destinato a schiantarsi per colpa, di come ha già detto qualcuno prima di me, di una società accademica italiana pavida e autoreferenziale.

    • “stiamo discutendo, invece, del fatto che in molti SSD, in molte università italiane, ci sono e ci saranno Ricercatori, Professori Associati e Professori Ordinari che non fanno “praticamente” niente […] Cerchiamo di essere pragmatici; se non ci rendiamo conto che 1 su 2 dei nostri colleghi producono praticamente zero, non abbia occhi per vedere o orecchi per sentire!”

      Pregasi fornire riferimenti scientifici e dati.

    • Premettendo che io le mie mediane e medie dei parametri bibliometrici “reali” (per intenderci quegli stessi parametri che se va a fare un colloquio all’università di Sheffield per un posto da ricercatore, tengono in considerazione per farla solo sedere), database scopus ed ISI, per il mio SSD ed SSD affini li ho fatti per puro diletto, scoprendo cose ben più gravi di quelle che indicano le false “mediane ANVUR”, mi diverte la sua domanda, davvero molto.

      Lei vive l’università italiana statale di oggi? Ci passa tutti i giorni dentro? Assiste ai consigli di dipartimento quando li fanno? Credo proprio di si. Quindi, sa meglio di me che i “dati” che mi chiede come se stesse commentando un mio articolo scientifico, appartengono alla gerarchia di messier de La Palisse.
      Perché domande asettiche e ricche di superbia dello stile “Pregasi fornire riferimenti scientifici e dati” mi fanno solo pensare a una fondata malafede o una accesa cecità.

      Formuli meglio la domanda, almeno: vuole nomi e cognomi? Vuole che faccia lo scoop? Non solo il tipo che butta fango su altri, anche se con validi dati alla mano e motivi.

      Faccia lei questo “sforzo”, invece; se ci sono riuscito io, non credo lei avrà grossi problemi.

    • Giacomo! Giuseppe!
      Ma che state a dire? Le analisi si fanno con la statistica, non con gli aneddoti.
      Per quanto ne so, le percentuali di inattivi, quando erano alte, potevano arrivare al 20%; mai sentito di percentuali di inattivi al 50%, se non nel mondo delle favole di Gelmini e Brunetta.

      Per esempio De Nicolao citava alcuni dati in questo articolo http://tinyurl.com/c6qbay3

      Per quanto siano dati parziali, son certo meglio dell’aneddotica.

    • Capisco la “tensione agonistica” in questa lotta contro l’ANVUR ma non diffondiamo delle bufale.

      Mi riferisco al boicottaggio di Elsevier che tra l’altro ho contribuito io stesso a diffondere tra i chimici.

      Le critiche alla bibliometria non c’entrano un bel niente!

      Lo scopo del boicottaggio è quello di combattere le politiche commerciali aggressive di Elsevier tipo il “bundling” delle riviste che costringe ad un abbonamento a tutte le riviste Elsevier alzando di molto i prezzi dei singoli abbonamenti.

      Ulteriori motivi, sono enunciati nel documento che lei cita ed anche al sito

      http://thecostofknowledge.com/

      Riporto copiando ed incollando dal sito

      12714 Researchers Taking a Stand. See the list

      Academics have protested against Elsevier’s business practices for years with little effect. These are some of their objections:

      1. They charge exorbitantly high prices for subscriptions to individual journals.

      2. In the light of these high prices, the only realistic option for many libraries is to agree to buy very large “bundles”, which will include many journals that those libraries do not actually want. Elsevier thus makes huge profits by exploiting the fact that some of their journals are essential.

      3. They support measures such as SOPA, PIPA and the Research Works Act, that aim to restrict the free exchange of information.

      The key to all these issues is the right of authors to achieve easily-accessible distribution of their work. If you would like to declare publicly that you will not support any Elsevier journal unless they radically change how they operate, then you can do so by filling in your details on this page.

    • Francamente non ho proprio capito perché prendersela con Elsevier, che garantisce servizi di ottimo livello e ha anche reso open access ogni articolo dal 1995 a X-4, dove X è l’anno corrente. Ogni università e centro di ricerca può decidere autonomamente se acquistare o meno l’abbonamento, non vedo perché gli autori dovrebbero boicottare Elsevier. E magari non boicottare Springer.

    • Per informazione, il “bundling” prevede che se un istituto vuole acquistare uno o più titoli paghi prezzi esorbitanti. Quindi un istituto è costretto ad acquistare un abbonamento a tutte le riviste dalla A alla Z anche se non gli interessano ad un prezzo comunque alto.

    • Concordo appieno con Giuseppe: anche a me sembra scorretto spacciare il boicottaggio a Elsevier come una contestazione alla bibliometria.

      @Mark: mi risulta che la decisione di Elsevier di aprire gli archivi (come il ritiro del sostegno al Research Works Act) sia una conseguenza della campagna di boicottaggio.
      Per il resto hai ragione: anche molte riviste di altri editori hanno costi esorbitanti.

    • Chi studia le humanities non scrive componimenti in versi. La ricerca storica, filosofica o letteraria si può valutare come quella matematica o fisica. Leggendo e criticando gli argomenti. Contare le citazioni può essere un esercizio utile, ma non ha un rapporto necessario con la verità – o semplicemente con la solidità – di un argomento. Tutto qui.

    • gianni 1944: “è la prima volta in assoluto che un dato del genere è reso pubblico senza che possano esservi equivoci”

      Mediane truccate? Analizziamo le prove
      https://www.roars.it/?p=11566

      gianni 1944: “In queste valutazioni non sono ammesse autoreferenzialità, appartenenze politiche, appartenenzi a gruppi di potere, o quanto altro si voglia pensare”

      Si veda la modifica in corsa del metodo di normalizzazione dell’h-index: il DM 76 è stato violato per introdurre un nuovo indice perché si comporta bene per un’area disciplinare (Abilitazioni: il ritorno di Katsaros e la neolingua dell’ANVUR …, https://www.roars.it/?p=10150). E le altre aree?

      Inoltre, la mancata normalizzazione per il numero di coautori favorisce i team di ricerca numerosi (e spesso anche accademicamente più potenti) che si vedono messa a disposizione una potente “leva bibliometrica”. In molti casi, il battittore libero, che pubblica da solo o in piccoli gruppi, anche grazie alle normalizzazioni in funzione dell’età accademica, viene tagliato fuori per sempre. Strada spianata, invece, per i giovani membri di team numerosi. Vengono anche sterminati interi campi di ricerca come quello della Storia delle Matematiche che ha la sola colpa di pubblicare al di fuori del circuito ISI/Scopus (http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2012/9/9/UNIVERSITA-Israel-solo-la-pensione-ci-puo-salvare-dalla-rivoluzione-giacobina-/319346/).

      gianni 1944: ” se il meccanismo rimane, ma corretto, quello che si ottiene è un risultato che può andare solo a favore di una buona formazione per i giovani”

      La letteratura sull’incentivazione di comportamenti opportunistici indotta dall’abuso di valutazioni bibliometriche individuali è assai vasta. In effetti, c’è un vasto consenso internazionale che la bibliometria non sia la formula magica per la valutazione individuale di ricercatori ed articoli. Da un lato sono pronunciati in tale direzione ricercatori di riconosciuto valore scientifico da D.N. Arnold, ex presidente della Society for Industrial and Applied Mathematics (Integrity under Attack, http://www.siam.org/news/news.php?id=1663, Nefarious Numbers, http://www.ams.org/notices/201103/rtx110300434p.pdf) fino a Ernst, premio Nobel per la chimica (The Follies of Citation Indices, http://www.chab.ethz.ch/personen/emeritus/rernst/publications). Ancora più significativo è il pronunciamento di numerose società scientifiche internazionali, tra cui la European Physical Society:

      “Although the use of such quantitative measures may be considered at first glance to introduce objectivity into assessment, the exclusive use of such indicators to measure science “quality” can cause severe bias in the assessment process when applied simplistically and without appropriate benchmarking to the research environment being considered. Funding agencies are aware of this, nevertheless experience shows that the reviewing of both individuals and projects on the national and European level is still relying excessively on the use of these numerical parameters in evaluation. This is a problem of much concern in the scientific community, and there has been extensive debate and discussion worldwide on this topic (see for instance [1]).
      Since the very first applications of bibliometric indicators in this way, scientists and science organisations have taken strong positions against such purely numerical assessment. Various organisations in Europe have published studies on their potential adverse consequences on the quality of funded scientific research”

      EPS statement: On the use of bibliometric indices during assessment, http://www.eps.org/news/94765/

      Per altri pronunciamenti relativi ai pericoli degli indicatori bibliometrici, rimando alla bibliografia in fondo al commento. Anche l’agenzia di valutazione nazionale che ha maturato maggiore esperienza, ovvero la britannica l’HEFCE che gestisce il RAE/REF, a seguito di un approfondito studio pilota, si è pronunciata in modo molto chiaro:

      “Bibliometrics are not sufficiently robust at this stage to be used formulaically or to replace expert review in the REF” (http://www.hefce.ac.uk/pubs/hefce/2009/09_39/)

  17. “Sarebbe comunque la peggiore delle sconfitte perché sarebbe accreditare una metodologia i cui effetti saranno altrettanto devastanti del potere baronale” dice Israel.
    Io non sono d’accordo. L’arbitrio a cui ci ha sottoposto il potere baronale è tale che io sono disposto ad accettare la logica della classifica delle riviste come possibile via di uscita. Certo non avrei mai creduto che finisse in una farsa, ma temo che anche questo abbia molto a che fare con il potere baronale.
    Cordialmente, Carlo Zappia

  18. Il potere baronale non si esplicita attraverso la valutazione del lavoro scientifico e professionale dei singoli. Il potere baronale è quello che mediante la Gelmini ha dato nelle mani dei rettori tutto il potere decisionale e programmatorio, la facoltà di chiamare persone sue negli organi di ateneo, nel prendere tutte le decisioni, nel togliere ai dipartimenti l’autonomia di centri di costo indipendenti, nel creare regole contrastanti e oscure. In pratica un ritorno a 30 anni fa o anche peggio. Questo è il potere di fronte al quale si può fare ben poco dal basso, o meglio, si potrebbero fare molte cose ma la maggioranza dei docenti non collabora o ha paura. Detto questo c’è poco altro da dire.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.