Al tempo in cui il Covid costringe l’intero sistema universitario italiano a impartire la didattica a distanza e molti futuri studenti s’interrogano con i loro genitori sulle scelte da compiere per intraprendere il prossimo anno accademico, Milena Gabanelli (con Adele Grossi) ha riacceso i riflettori sul mondo delle Università telematiche italiane, tema che Roars ha seguito fin dai suoi primi anni di attività. Sulla Data Room, ospitata sul sito del Corriere della Sera il 28 luglio scorso, è disponibile un intervento ampiamente documentato.

Cosa emerge dall’analisi della ex conduttrice di Report? Questi i dati salienti del mondo universitario voluto dal Governo Berlusconi durante il dicastero di Letizia Moratti nel 2003.

Le Università telematiche accreditate in Italia sono 11.

Esse contano (nel 2019) 110.000 immatricolati a fronte dei 1.690.000 e rotti delle Università tradizionali (nel 2018).

Per legge, esse possono impartire corsi di laurea in tutte le discipline, eccetto Medicina e chirurgia, Veterinaria, Odontoiatria. Il tentativo dell’ex ministro Fioramonti di estendere tale preclusione anche a Scienze dell’Educazione e della Formazione, Psicologia, Servizio Sociale, Scienze Pedagogiche è approdato a un buco nell’acqua, perché la Corte dei Conti ha riscontrato nel decreto alcune irregolarità formali, e il decreto (evidentemente poco gradito da qualcuno) non è stato reiterato.

Dopo le problematiche evidenziate nel rapporto di studio del dismesso CNSVU del 2010, le Telematiche sono state oggetto di analisi da parte di una commissione di studio istituita dalla Ministra Carrozza nel 2013. Gli esiti di quella indagine portavano ad evidenziare le seguenti criticità:

  • assenza di criteri determinati e chiari per la valutazione qualitativa dell’offerta formativa (specie con riferimento agli sbocchi professionali) e mancata previsione dell’espressione del parere da parte del Comitato regionale al fine dell’accreditamento di nuovi corsi;
  • assenza di regolamentazione rigida in merito all’attivazione dei corsi di laurea;
  • assenza di regolamentazione in materia di istituzione di Scuole di Dottorato e di modalità di svolgimento dell’attività di ricerca da parte dei docenti incardinati;
  • mancanza assoluta di definizione di parametri per la valutazione dell’attività di ricerca;
  • assenza di vincoli previsti per il reclutamento di docenti e ricercatori universitari, in particolare in merito all’assunzione per chiamata diretta (e relativo eventuale passaggio nelle Università statali);
  • assenza di programmazioni di attività che le Università telematiche possono realizzare consorziandosi con altre Università non telematiche, statali e non statali;
  • la previsione dell’obbligo per le Università statali e non statali che intendano istituire un corso di studi a distanza di sottoporre il progetto all’esame della competente Commissione regionale prima di procedere alla richiesta di parere al Consiglio Universitario Nazionale, a fronte dell’assoluta assenza di questo vincolo per le Università Telematiche;
  • la possibilità per le Università Telematiche di iniziare l’anno accademico in ogni periodo dell’anno, a fronte di vincoli temporali ben definiti ai quali sono soggette le Università che erogano corsi “in presenza”.

Anche nei successivi rapporti ANVUR di accreditamento periodico le telematiche paiono non aver brillato. In una scala così congegnata

PUNTEGGIO FINALE  LIVELLO GIUDIZIO ESITO
 Pfin≥7,5 Atel Molto positivo Accreditamento periodico di validità quinquennale
 6,5≤Pfin<7,5 Btel Pienamente soddisfacente Accreditamento periodico di validità quinquennale
 5,5≤Pfin<6,5 Ctel Soddisfacente Accreditamento periodico di validità quinquennale
 4≤Pfin<5,5 Dtel Condizionato Accreditamento temporalmente vincolato alla risoluzione delle criticità riscontrate
 Pfin<4 Etel Insoddisfacente Soppressione della sede.

 

le telematiche ottengono una sola Btel, 3 Ctel e 6 Dtel, mentre una di esse non è mai stata oggetto di valutazione.

La Gabanelli passa poi in rassegna i finanziamenti ricevuti dalle telematiche, mettendo in luce come, in alcuni casi, essi vengano erogati sebbene i destinatari presentino gravi problematiche non risolte. Sono anche analizzati i costi di immatricolazione, evidenziando come gli stessi offrano un quadro tutt’altro che omogeneo.
Il punto finale dell’analisi mette all’indice il vero problema, mai risolto, relativo al rapporto fra università tradizionali e università telematiche, un problema che oggi, in tempi nei quali anche le “tradizionali” devono erogare didattica in via telematica, appare farsi davvero critico, nella sua ormai patente ingiustificabilità: la diversità delle regole che disciplinano l’accreditamento di Università che rilasciano un diploma di laurea che la legge rende in tutto e per tutto equipollente a quello rilasciato dalle Università tradizionali. Come scrivono le autrici, terminando con un interrogativo che ci sentiamo di condividere e che oggi resta inevaso:
le regole che le università telematiche devono osservare sono molto meno rigide di quelle imposte alle università tradizionali. A cominciare dal corpo docente: al 2017 nelle università telematiche i docenti di ruolo sono complessivamente 211, a fronte dei 47.130 impiegati nelle università tradizionali. Significa che c’è un docente di ruolo per più d’ogni 521 iscritti, contro 1 ogni 36 delle tradizionali dove, per un corso di laurea, il decreto ministeriale 6/2019 ha imposto 9 docenti di cui 5 di ruolo. Per un corso a distanza ne bastano complessivamente 7 di cui 3 di ruolo. Tutte queste lauree, ai fini concorsuali, valgono esattamente quanto quelle conseguita in qualsiasi altro ateneo. È giusto?

All’analisi della Gabanelli va aggiunta una postilla. Che getta luce su un altro aspetto apparentemente sfuggito ai radar dei più. Negli ultimi tempi, infatti, si è silenziosamente fatto strada un fenomeno a dir poco singolare, innescato dalla necessità di acquisire crediti formativi per l’insegnamento nella scuola secondaria.

Grazie al fatto che la tabella ministeriale, che definisce le classi di concorso per l’insegnamento e i requisiti necessari, permette di acquisire, da parte di coloro che non li possiedono, i crediti necessari per insegnare certe discipline per le quali non si è conseguita la laurea specificamente prevista, si è assistito alla corsa all’“acquisto” di questi crediti, prontamente e generosamente messi in vendita dalle telematiche.

Ciò significa che chi ha una laurea X e vuole insegnare nella classe di concorso Y e ha bisogno, ad es., di 24 CFU nelle discipline A, B, C, D (o ha bisogno di integrare i crediti già acquisiti nel corso del normale suo curriculum universitario) può rivolgersi a una telematica, la quale, attraverso un corso telematico e un colloquio finale, concede questi crediti a costi variabili in base al numero dei crediti richiesti. Per esempio, ecco il tariffario di una Università telematica, regolarmente e positivamente passata per il vaglio di ANVUR.

Il rischio di questo meccanismo, nel quale le telematiche hanno subito intravisto una fonte di profitto, è che si abbiano docenti che, pur sapendo poco o nulla di una data disciplina, perché mai o poco studiata nel corso regolamentare dei propri studi, vadano ugualmente a insegnarla nelle scuole, scavalcando quanti con quella materia si sono dovuti confrontare con un corso di laurea specifico impartito in modalità tradizionale.

Ovviamente questi crediti possono essere acquisiti rivolgendosi anche alle Università statali (di solito una disciplina costa circa 130/150 €), ma poi chi frequenta questi corsi sarebbe costretto a seguire le lezioni e a seguire la disciplina degli esami come un normale studente, rispettando i programmi ordinari, i tempi delle sessioni, ecc. Tutto ciò non vale per le telematiche, che possono saltare tutti questi passaggi e possono funzionare a sportello, dal produttore al consumatore. Ciò non toglie che, in una corsa al ribasso, anche le Università statali, avendo messo a fuoco l’opportunità, possano essere tentate di ingegnarsi con l’organizzazione di appositi master, dove i già laureati possono acquisire i crediti necessari. Master dove possa essere informalmente raccomandato ai docenti del master – essendo verosimilmente gli studenti già impegnati in varie attività lavorative e anche per essere “concorrenziali” con l’offerta delle telematiche – di approntare apposite dispense semplificate, magari sotto forma di slides, in modo da facilitare la trattazione della disciplina e ridurre i tempi di studio.

È naturale chiedersi, a questo punto, che tipo di insegnante sarà mai colui il quale si è laureato in XYZ e poi va insegnare le discipline AB, verso le quali mai ha provato interesse, che mai ha coltivato, ma delle quali ha «acquistato» tardivamente i crediti al sol scopo di tentare il concorso per l’insegnamento e così sperare di trovare un’occupazione. E cosa dovrebbero dire i laureati che hanno scelto certe discipline perché ad esse interessati, delle quali hanno acquisito centinaia di crediti, i quali possono vedersi scavalcare nelle graduatorie e possibilmente nei concorsi da chi su di esse ha avuto una preparazione, diciamo così, «estemporanea», facendosi scudo dell’oggettività assicurata dal formale rispetto del «credito» acquisito, reso moneta scambiabile dal sistema?

Se non si parte dall’assunto per il quale una scuola di qualità presuppone innanzi tutto insegnanti di qualità, che abbiano passione per il proprio mestiere e amino le discipline che insegnino, non si potrà arrestare il declino della formazione secondaria italiana. E non sono sufficienti un po’ di didattica e massicce dosi di test Invalsi, per supplire alla mancanza di competenza e conoscenza del corpo insegnante.

Sono questi gli strumenti – si badi, tutti rigorosamente a norma di legge – con i quali oggi ci si propone di formare un corpo docente di «elevata» qualificazione nelle scuole italiane. Quando si dice che si è voluto distruggere la scuola, non si ricorre a un’iperbole, ma si descrive la realtà dei fatti: tutto ciò è frutto di norme che qualcuno ha voluto approvare e i cui consequenziali provvedimenti qualcuno ha firmato, così come dietro il grande business delle telematiche potrebbero celarsi anche consistenti interessi politici, e non solo.

Chi potrà mai smantellare questo sistema, ora che esso ha trovato modo di consolidarsi, muovendo interessi, capitali e personale che di esso vive e che è pronto a far di tutto affinché non solo esso venga mantenuto, ma sia consolidato e radicato ancor più? Chi mai è interessato, ormai, all’interesse pubblico, alla formazione e all’elevazione culturale e civile dei cittadini italiani, e chi mai affronterebbe i costi politici necessari per sfidare i consolidati interessi di settore, per imprimere al sistema una salvifica marcia indietro?

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21 Commenti

  1. Mi stupisco del qualunquismo di questo articolo. L’intervento della giornalista di luglio era pieno di imprecisioni e conteneva un attacco indiscriminato contro tutte le telematiche, come fossero tutte uguali, laddove all’interno di questa ampia esperienza di insegnamento universitario si trova una casistica abbastanza diversificata, nonostante la presenza di alcuni preoccupanti casi di malcostume e “zone d’ombra” (che sinceramente avendo insegnato in diverse università statali tradizionali mi permetto di dire sono ahimè riscontrabili ovunque, e non solo nelle telematiche). Personalmente conosco da vicino il mio ateneo, unica telematica collegata ad una grande università statale, e ho potuto constatare come le informazioni date sul nostro conto fossero scorrette. Addirittura è stato omesso il miglioramento nei punteggi ottenuti dalla valutazione Anvur (che normalmente su questo blog viene guardata con occhio critico, mentre ora parrebbe essere assurte a metro di indiscussa validità), preferendo riportare punteggi vecchi peggiori, rispetto ai più recenti migliori, così come si tace sul fatto che Unitelma Sapienza ha ottenuto Grant della Commissione Ue, Prin, finanziamenti Unesco, ha avuto un piazzamento nella VQR per le materie giuridiche superiore a dipartimenti giuridici della Sapienza e di diverse altre università, tutti i suoi docenti che si sono candidati all’ASN hanno ottenuto l’upgrading, larghissima parte del personale docente è strutturato, abbiamo appena lanciato un programma di 1000 borse di studio per agevolare il diritto allo studio. Valutate un po’ voi, quindi, se abbia un senso fare di ogni erba un fascio, e se rientri nello stile di questa rivista, che ci ha abituato di solito ad analisi puntuali, fact checking e attenzione al rigore dell’argomentazione scientifica, l’articolo qui pubblicato.

  2. PS. dimenticavo: noi non eroghiamo i 24 CFU…! Li eroga Sapienza, avvalendosi tra gli altri mezzi, anche della nostra piattaforma. In ogni caso i nostri esami possono essere sostenuti solo dopo un certo lasso di tempo dall’iscrizione, la frequenza delle videolezioni viene tracciata, l’esame si supera tramite la preparazione sui libri di testo come in ogni univerità tradizionale.

    • La legittima difesa di chi si sente coinvolto è preventivata e comprensibile. Del resto, se ci sono specifiche precisazioni da fare sulla specifica posizione di UNITELMA, è sempre possibile fornire le proprie fonti con i dati corretti cui si allude nel proprio commento in calce all’articolo pubblicato, in modo da informare il lettore, senza usare i toni polemici che sembrano trasparire dal commento. ROARS si è limitato a riportare i dati contenuti nell’articolo della Gabanelli, rinviando all’articolo della data room pubblicato nel sito del Corriere, dove – peraltro – è possibile leggere che UNITELMA ha esercitato il suo diritto di rettifica, ottenendo di veder pubblicata una precisazione nella quale fa valere le sue ragioni, cui – come si legge – l’autrice dell’articolo ha controreplicato.

      Siamo anche lieti di venire a conoscenza che UNITELMA non si è affrettata ad alimentare il deprecabile supermarket dei crediti. Del resto abbiamo citato un caso specifico, che non è Unitelma. Per cui non abbiamo fatto di ogni erba un fascio.

      Ciò detto, abbiamo ripreso l’intervento della Gabanelli per portare all’attenzione dei nostri lettori (e anche di quelli che hanno trovato impiego nelle tematiche) un interrogativo cui qualcuno dovrà – prima o poi – abbozzare una risposta convincente, oggi che telematiche e tradizionali insegnano con le stesse modalità. Vale la pena di ricordarlo nuovamente, così come è stato formulato dalla Gabanelli e ripreso da noi:

      le regole che le università telematiche devono osservare sono molto meno rigide di quelle imposte alle università tradizionali. A cominciare dal corpo docente: al 2017 nelle università telematiche i docenti di ruolo sono complessivamente 211, a fronte dei 47.130 impiegati nelle università tradizionali. Significa che c’è un docente di ruolo per più d’ogni 521 iscritti, contro 1 ogni 36 delle tradizionali dove, per un corso di laurea, il decreto ministeriale 6/2019 ha imposto 9 docenti di cui 5 di ruolo. Per un corso a distanza ne bastano complessivamente 7 di cui 3 di ruolo. Tutte queste lauree, ai fini concorsuali, valgono esattamente quanto quelle conseguita in qualsiasi altro ateneo. È giusto?

      Ci è sembrato fosse un “è giusto?” su cui di questi tempi valesse la pena di aprire una riflessione ragionata. Anche se, comprensibilmente, poteva non piacere a tutti. Del resto l’articolo terminava con un altro interrogativo, che sapevamo destinato ad apparire retorico:

      Chi potrà mai smantellare questo sistema, ora che esso ha trovato modo di consolidarsi, muovendo interessi, capitali e personale che di esso vive e che è pronto a far di tutto affinché non solo esso venga mantenuto, ma sia consolidato e radicato ancor più?

  3. Buongiorno gentilissimi,
    Mi sono impegnato per fare ritirare il decreto ministeriale 1171 del 23 dic 2019 (firmato da Fioramonti prima di dare le dimissioni) perché non c’erano allegate motivazioni scientifiche, ma solo stereotipi e pregiudizi.
    Per fortuna la Corte dei Conti ne ha rilevato l’assurdità e l’ha comunicata al Ministero dell’Università e della Ricerca obbligandolo a ritirare il decreto vergognoso che limitava il diritto allo studio.

    Consiglio sia a Dataroom sia a Roars di migliorare la propria narrazione scientifica perché basandosi sui rapporti Anvur l’Università Telematica Internazionale UNINETTUNO con punteggio 6,70 e giudizio di accreditamento convertito secondo la scala del DM 987/2016 Btel – Pienamente soddisfacente è nettamente superiore alla media delle università tradizionali garantendo il diritto allo studio di alta qualità agli studenti/lavoratori.
    https://www.anvur.it/attivita/ava/accreditamento-periodico/rapporti-anvur-di-accreditamento-periodico/

    Su 51 università tradizionali
    4 hanno A – MOLTO POSITIVO
    22 hanno B – PIENAMENTE SODDISFACENTE
    21 hanno C – SODDISFACENTE
    4 hanno D – CONDIZIONATO
    Media 6,38 (somma di tutti i punteggi diviso il numero di università)

    Su 10 università telematiche
    1 ha Btel – Pienamente soddisfacente (Università Telematica Internazionale UNINETTUNO)
    3 hanno Ctel –SODDISFACENTE
    6 hanno Dtel –CONDIZIONATO
    Media 5,198 (somma di tutti i punteggi diviso il numero di università)

    Cordiali saluti
    Francesco laureando Uninettuno

    • Prendiamo atto della sua rettifica, unitamente al fatto che lei è un laureando di UNINETTUNO che si è impegnato per far ritirare il decreto Fioramenti. Ci chiediamo se da laureando abbia qualcosa da dire sulla domanda di fondo evocata nell’articolo della Gabanelli e ripresa da ROARS. Le riproponiamo il testo rilevante:

      abbiamo ripreso l’intervento della Gabanelli per portare all’attenzione dei nostri lettori (e anche di quelli che hanno trovato impiego nelle tematiche) un interrogativo cui qualcuno dovrà – prima o poi – abbozzare una risposta convincente, oggi che telematiche e tradizionali insegnano con le stesse modalità. Vale la pena di ricordarlo nuovamente, così come è stato formulato dalla Gabanelli e ripreso da noi:

      le regole che le università telematiche devono osservare sono molto meno rigide di quelle imposte alle università tradizionali. A cominciare dal corpo docente: al 2017 nelle università telematiche i docenti di ruolo sono complessivamente 211, a fronte dei 47.130 impiegati nelle università tradizionali. Significa che c’è un docente di ruolo per più d’ogni 521 iscritti, contro 1 ogni 36 delle tradizionali dove, per un corso di laurea, il decreto ministeriale 6/2019 ha imposto 9 docenti di cui 5 di ruolo. Per un corso a distanza ne bastano complessivamente 7 di cui 3 di ruolo. Tutte queste lauree, ai fini concorsuali, valgono esattamente quanto quelle conseguita in qualsiasi altro ateneo. È giusto?

    • Grazie per l’approvazione del mio commento e della risposta gentilissimi Redazione Roars,

      Ritengo che le lauree delle università tradizionali e di quelle telematiche abbiano lo stesso valore in base al giudizio ANVUR, ovvero B – pienamente soddisfacente equivale a Btel – Pienamente soddisfacente.

      L’articolo della Gabanelli sbaglia, a criticare solo la metodologia didattica telematica, perché è come confrontare una macchina a vapore con una macchina elettrica, avrebbe dovuto criticare la mancanza di discriminazione, tra le laurea di università giudicate da ANVUR di serie C e D e le lauree di università di serie A e B.

      Ho studiato, anche in modalità tradizionale, ingegneria elettronica all’Università degli Studi di Bologna, il primo anno c’erano 500 studenti per professore, i quali non rispettavano mai il programma, non erano mai reperibili e mandavano sempre i loro assistenti al loro posto.

      Quindi avendo sperimentato come studente sia l’università tradizionale sia l’università telematica, ritengo che il Modello Psico-Pedagogico dell Università Telematica Internazionale UNINETTUNO sia talmente innovativo ed efficiente da fornire una formazione di alta qualità agli studenti con un numero minore di professori perché i docenti sono molto preparati, le lezioni sono videoregistrate e si possono rivedere più volte, ci sono trascrizioni, riassunti, mappe concettuali, video classi interattive che si possono rivedere, esercitazioni online e offline, ambienti di socializzazione e di studio di gruppo, gli esami sono scritti e a causa della COVID-19 sono stati tenuti oralmente online come nelle università tradizionali https://www.uninettunouniversity.net/it/metodo-studio.aspx

      Se i concorsi fossero progettati bene, basterebbero per discriminare gli studenti più preparati grazie alla qualità dell’università frequentata.

    • Non si capisce dove stia la rettifica: infatti noi scriviamo
      __________
      “le telematiche ottengono una sola Btel, 3 Ctel e 6 Dtel, mentre una di esse non è mai stata oggetto di valutazione.”
      __________
      che è non è smentito da quello che scrive il commentatore:
      _________
      “Su 10 università telematiche
      1 ha Btel – Pienamente soddisfacente (Università Telematica Internazionale UNINETTUNO)
      3 hanno Ctel –SODDISFACENTE
      6 hanno Dtel –CONDIZIONATO”
      __________
      Riguardo ai punteggi, basta osservare che deve esserci una ragione se Anvur definisce delle categorie Atel, Btel, etc distinte dalle categorie A, B, etc delle altre università. Evidentemente, per Anvur un Btel non è comparabile a un B e, di conseguenza, il confronto dei voti è privo di fondamento come pure la conclusione che l’università UNINETTUNO sia “nettamente superiore alla media delle università tradizionali”.

    • Buongiorno chiarissimo professore Giuseppe De Nicolao,

      La rettifica è sul metodo, parlare solo di telematiche è inesatto, se l’obiettivo è la qualità delle università.

      La differenza di categoria ANVUR dipende dalla diversa metodologia didattica tra le università tradizionali e le telematiche, l’utilizzo di modelli innovati psicopedagogici e psicotecnologie permette alle università telematiche di essere molto più fornire una didattica più efficiente in particolare per gli studenti lavoratori che hanno poco tempo da perdere, le università digitali sono molto più efficienti delle università analogiche.

      Invece che criticare le università telematiche, in particolare l’università che ha raggiunto un alto punteggio:
      Università Telematica Internazionale UNINETTUNO 6,70 Btel – Pienamente soddisfacente
      perché non cerca di migliorare il punteggio della sua università che ha raggiunto un punteggio inferiore?
      Università di Pavia 6,19 C – SODDISFACENTE
      https://www.anvur.it/attivita/ava/accreditamento-periodico/rapporti-anvur-di-accreditamento-periodico/

    • Di fronte all’osservazione del laureando Uninettuno che “le università digitali sono molto più efficienti delle università analogiche” (un po’ come le TV digitali rispetto ai vecchi tubi catodici con i valvoloni), mi devo arrendere al superiore livello di formazione che è evidentemente offerto dall’ateneo presso cui si sta laureando.

      P.S. È interessante notare che nella relazione Anvur tutti e sette corsi Uninettuno sottoposti ad accreditamento ricevono il giudizio finale di “Accreditamento condizionato” (https://www.anvur.it/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto%20ANVUR%20AP%20UNINETT~.pdf). Da dove proviene allora, la valutazione “pienamente soddisfacente”? Deriva da un ricalcolo dei punteggi con cui Anvur ha cercato di tener conto delle nuove procedure di accreditamento entrate in vigore nel 2016. Un ricalcolo su cui la stessa Anvur mette le mani avanti:
      ____________________
      “L’ANVUR ha graduato, sulla base della nuova scala introdotta dal DM 987/2016, i giudizi di accreditamento periodico delle Università visitate con il previgente DM 47/2013 con un algoritmo di conversione (Applicazione dell’art. 10, comma 2, del DM 987/2016 – conversione dei giudizi emessi). Va tuttavia evidenziato che *la modifica dei criteri e delle procedure rende non completamente omogeneo il confronto tra gli esiti di visite effettuate sula base dei due impianti normativi (DM 47/2013 e DM 987/2016).*

      https://www.anvur.it/attivita/ava/accreditamento-periodico/rapporti-anvur-di-accreditamento-periodico/

  4. @Tukulti
    Ecco di cosa non ha bisogno l’Università Italiana: che ci si becchi l’uno con l’altro e, per di più, sulla base di classifiche che dicono tutto e niente.
    Lei pare credere nell’ANVUR. Noi non ci crediamo più, per esperienza.
    Le università telematiche hanno goduto di agevolazioni, anche per numero di docenti impiegati che noi delle statali ci sognamo. Se il vostro sistema è così buono, perché non estenderlo a tutta l’Università Italiana, senza creare chiacchiericcio che, ahimé, offende e duole. Il sistema attuale è cattivo, perché sulla base di giudizi senza alcuna base si possano stroncare carriere.

  5. Il gentile e [apparentemente] ben documentato mio omonimo “laureando Uninettuno” inizia i suoi interventi con considerazioni che, seppur cariche di bias, sembravano orientate a fornire un contributo utile alla discussione.
    Però, nel prosieguo si è cominciato a sentire un certo stridio di unghie durante l’arrampicata sulla lavagna [specchio?] fino alla completa auto-delegittimazione con la frase
    ____________
    gli studenti lavoratori che hanno poco tempo da perdere
    ____________
    Ecceeeeeeerto, lo studio è veramente tempo perso.

  6. Io quella frase l’ho intesa ben diversamente. Quando ero studente, a UNIBO, ogni giorno perdevo circa 4h per recarmi in aula a seguire le lezioni (venendo da Parma). Pur non essendo lavoratore era una perdita di tempo inaccettabile, cosi’ mi decisi a prendere una stanza a Bologna.
    Ma c’erano comunque tempi persi: coda per la mensa anche di 1h, mezzi pubblici strapieni e lentissimi.
    E’ indubbio che la teledidattica azzera tutti questi tempi persi e consente di dedicare piu’ tempo allo studio.
    Va anche detto che, all’epoca, la soluzione adottata da molti miei compagni era semplicemente quella di non frequentare e studiare a casa su libri ed appunti.
    Molti di loro si sono laureati senza problemi…
    Rispetto al non frequentante, chi segue per bene un corso teledidattico fatto decentemente mi pare comunque avvantaggiato.
    Il punto e’ che non tutti possono permettersi i tempi persi e/o i maggiori costi di frequentare assiduamente tutte le lezioni. Ed in effetti mediamente la frequenza in aula e’ meno del 50% del numero di iscritti.
    Allora meglio rendere disponibili a tutti anche le videolezioni. Sono certamente meno efficaci delle lezioni in presenza, ma nel contempo sono certamente piu’ efficaci di nessuna lezione…

  7. Caro collega, dal punto di vista ‘tecnico’ è logico e consequenziale quello che dici. Ma io penso che la scelta a monte debba essere di tipo politico nel senso nobile del termine. La comunità accademica è comunità umana innanzitutto. C’è chi si può permettere di frequentare, passare del tempo sui mezzi pubblici e ‘perder tempo’ con gli amici incontrati in aula.
    Ma la soluzione per chi non se lo può permettere non è la tele-didattica. E ripeto, non come fatto tecnico ma come fatto politico. La soluzione (scusate se insisto) politica è: costruzione di residenze universitarie, mense, borse di studio, reddito studentesco e quanto altro.
    Perché sono convinto che altrimenti rischiamo (nel lungo periodo) di creare un’aristocrazia che va in aula a seguire il docente e tutti gli altri a casa.

    Emanuele Martelli

    • Quello che paventi non e’ un rischio. E’ la realta’ ormai consolidata da decenni.
      Anche quando ero studente a Bologna (1980-81-82) le lezioni in presenza erano un lusso, non accessibile a tutti. E chi non poteva permetterselo, per mancanza di tempo e/o denaro, non aveva altra soluzione che non frequentare e studiare su libri ed appunti.
      Ora chi e’ nella stessa situazione, fortunatamente, ha qualche alternativa, grazie alle moderne tecnologie.
      L’universita’ italiana ha sempre tollerato di avere una massa di non frequentanti e di fuori corso. Altri paesi no.
      L’emergenza Covid ha fatto emergere il problema, e dunque e’ ora necessario trovare soluzioni.
      Se davvero crediamo che la vera universita’ sia solo in presenza, allora dobbiamo cacciare fuori tutti coloro che, per vari motivi, non riescono a frequentare.
      Oppure possiamo cogliere l’opportunita’ di trarre qualcosa di utile dall’esperienza di questi mesi, realizzando una serie di supporti che consentano una preparazione migliore per gli studenti non frequentanti.
      Personalmente sono sempre stato molto sensibile a questa problematica, ed infatti da oltre 10 anni metto a disposizione dei miei studenti le videoregistrazioni delle mie lezioni.
      Con l’avvertenza molto esplicita che non possono sostituire al 100% le lezioni in presenza. Ma certo meglio che lasciare gli studenti non frequentanti in balia di appunti fotocopiati o registrazioni solo audio fatte “di nascosto” dai colleghi.

  8. Quello che dici è assolutamente vero. Però perdonami se insisto e se mi ripeto, ma ho paura che la tele-didattica alla lunga faccia allentare la pressione sulle richieste di avere residenze universitarie, borse di studio, mense, ecc. E che quindi, pur riducendolo, consolidi un divario sociale!

  9. Borse di studio sono necessarie. Il covid non sarà per sempre. Io avrei avuto prudenza almeno per il primo semestre. Bisognerebbe acquistare computer per chi non può comprarlo. La connessione non è sempre all’altezza.

    • Emanuele, anche io comprendo che qui si rischia di veder usata la teledidattica come soluzione dell’annoso problema di mancanza di borse di studio, di alloggi, etc…
      Ma il divario sociale c’e’ gia’. C’era gia’ 40 anni fa. Purtroppo e’ ormai ampiamente consolidato, e sino ad ora nessuno si e’ dato pena di aiutare in qualche modo questi studenti che per vari motivi non riescono a frequentare.
      Ora il problema e’ finalmente emerso. Spero che una parte delle risorse economiche promesseci venga effettivamente usata per borse di studio, alloggi ed assegni di sostentamento.
      Tuttavia non e’ nel nostro DNA imporre la frequenza obbligatoria per tutti e non tollerare i fuori corso.
      Anche con piu’ soldi disponibili, secondo me restera’ uno zoccolo duro di studenti non frequentanti e/o fuoricorso.
      Non possiamo piu’ ignorarli, come abbiamo fatto sinora.
      Se accettiamo che ci siano, dobbiamo fornire loro i migliori strumenti disponibili per raggiungere un livello di preparazione almeno decente, anche se inevitabilmente inferiore a quello di chi frequenta al 100%…

  10. Cari colleghi,

    lavoro come PA in un ateneo telematico, dopo 15 anni con assegni di ricerca e contratti vari ho vinto un concorso nel 2018 e francamente ringrazio, sulla questione precariato e concorsi tralascio ogni commento.
    Non voglio nemmeno entrare nel dibattito qualità si/qualità no, ho avuto esperienze in molti atenei italiani e ho visto esempi di qualità della ricerca e della didattica molto alti e molto bassi, la mia esperienza nella telematica non mi ha portato grandi sorprese a questo riguardo.
    Vorrei invece fare emergere alcune contraddizioni su cui riflettere:
    1) ancora nell’accreditamento dell’A.A. 2019/2020 è stato possibile conteggiare i professori straordinari a tempo determinato ai fini del minimo per l’accreditamento dei corsi di studio (dopo più di tre provvedimenti di proroga nei rispettivi A.A. precedenti), non ho visto nessuno sollevare lo scandalo, invito tutti a vedere che cosa sono e chi sono i suddetti, tra cui anche nomi notissimi, e non tutti nelle telematiche;
    2) i 24 CFU sono un meccanismo previsto nel 2017 come provvisorio per partecipare ai concorsi della scuola nell’attesa di una riforma organica del sistema di formazione e reclutamento, sono ancora in piedi, erogati da università pubbliche e private, anche qui i ferventi sindacalisti della scuola non mi pare che siano insorti;
    3) la riduzione di minimi per i docenti dei corsi telematici e l’aumento della numerosità massima sono previsti dal ministero da anni, sarebbe sicuramente il caso di ripensare queste disposizioni, dibattito?
    4) non esiste alcun criterio nazionale per la scelta di professori a contratto, spesso pagati pochissimo o addirittura non pagati, che nell’università italiana coprono una parte molto importante della didattica, anche qui non vedo sollevare lo scandalo.
    5) la vicenda covid ha offerto un’ottima occasione per farsi delle domande sul tema della valutazione degli studenti nell’università, telematica e non, la stiamo cogliendo?
    6) i giudizi dell’Anvur non vanno bene quando penalizzano le università meridionali e vanno benissimo quando penalizzano le telematiche? Quale è la linea?

    Insomma, come sempre non amo particolarmente la retorica, mi auguro di avere offerto qualche stimolo di riflessione.
    Solo per la cronaca, i docenti strutturati sugli atenei telematici sono 331, i ricercatori a tempo determinato sono 141, si tratta nella maggior parte di colleghi che hanno ottenuto l’abilitazione nazionale dopo anni di precariato, si sono formati e hanno prestato servizio nelle principali università di questo paese, credo meritino/meritiamo rispetto per il nostro lavoro.

    Saluti a tutti.

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