Roars ha da molto tempo sottolineato i rischi intrinseci all’Abilitazione Nazionale per come essa è stata disegnata dal legislatore e da ANVUR. In particolare si erano più volte messi in evidenza i pericoli dovuti a un meccanismo potenzialmente foriero di contenzioso e alla designazione di un numero di abilitati non assorbibile dal sistema. Tali pericoli si stanno puntualmente avverando. Roars non è in grado di monitorare cosa sia accaduto nei singoli settori concorsuali, ciascuno dei quali sembra fare storia a sé. Mette però a disposizione dei lettori che desiderano discutere e commentare lo svolgimento dell’ASN un apposito spazio, costituito dai commenti in calce a questo post.

Raccomandiamo, anche per facilitare la moderazione da parte alla redazione, di evitare espressioni ingiuriose (che verranno comunque bloccate) e di  produrre argomentazioni i cui riscontri siano in qualche modo sottoponibili a verifica.

Per ora (5 dicembre 2013, h 00:10) sono usciti soltanto 13 settori concorsuali:

  • 01/A4 – Fisica Matematica
  • 06/D3 – Malattie Del Sangue, Oncologia E Reumatologia
  • 06/E1 – Chirurgia cardio-toraco-vascolare
  • 07/H1 – Anatomia E Fisiologia Veterinaria
  • 07/H5 – Cliniche Chirurgica E Ostetrica Veterinaria
  • 08/A1 – Idraulica, Idrologia, Costruzioni Idrauliche E Marittime
  • 09/H1 – Sistemi Di Elaborazione Delle Informazioni
  • 11/A1 – Storia Medievale
  • 11/A3 – Storia contemporanea
  • 11/A4 – Scienze Del Libro E Del Documento E Scienze Storico Religiose
  • 11/C2 – Logica, storia e filosofia della scienza
  • 11/C4 – Estetica e filosofia dei linguaggi
  • 12/B1 – Diritto commerciale e della navigazione

Ecco il link alla pagina del MIUR che si aggiornerà con i risultati degli altri SSD.

3312 Commenti

  1. per chi ha letto qualche libro di Stella e Rizzo sa quante imprecisioni ci sono… ad occhio e croce lo stesso qualunquismo, la superficialità e la demagogia che si trovano in questo articolo…
    ma tutti questi geni che meritavano il nobel e non sono stati abilitati.. come mai a 60 anni erano ancora ricercatori o professori associati? Almeno qui prima o poi migliorando le regole e consentendo l’abilitazione ogni anno qualche speranza ce l’hanno… con i concorsi locali non avrebbero avuto nemmeno questa possibilità…

    • Non so per gli altri sessantenni. Riguardo al mio caso (non ambisco al nobel, ma uno straccio di riconoscimento non mi farebbe dispiacere) posso dire che nella disciplina di cui mi occupo esisteva una sola cattedra in tutta Italia, occupata per circa mezzo secolo da un ordinario che al momento di andare in pensione si è dato da fare per non farla più mettere a concorso. È dagli anni sessanta che non viene bandito nulla. Chissà, forse in una prossima vita mi andrà meglio…

    • Un sistema perfetto non esiste da nessuna parte, ma i paragoni con gli USA o l’ Inghilterra avranno senso finché flotte di studiosi andranno via dall’ Italia per recarsi in quei Paesi…certo, questi paragoni possono non piacere, ma nel mondo globalizzato di oggi, servono se non altro per riflettere.
      Dalle esperienze di miei colleghi in Italia che mi hanno raccontato le loro storie e che si trovano proprio nel tipo di situazioni descritte da Stella nel suo articolo, penso che, per i motivi che ho già detto, questo sia il sistema peggiore (e lo dico senza avere alcun interesse personale in gioco ma solo perché, come altri espatriati, di tanto in tanto osservo ciò che accade nel nostro beneamato Paese)

  2. @ rifle13
    Abbiamo capito che per te questo è il migliore dei mondi possibili… Potresti cessare dal ripeterlo a chi avendo una onorevole vita di lavoro alle spalle si è visto umiliato dal collega che, grazie agli sfasci de sistema, lo ha sorpassato in curva ed ora se lo è ritrovato anche come giudice? Grazie…

    • non ho mai pensato nulla del genere. credo semplicemente che non avevamo un sistema migliore prima e che questo debba essere migliorato.. Come dici tu chi ci ha sorpassato in curva lo ha fatto con il vecchio sistema.. l’ASN con criteri più idonei potrebbe superare tutto questo. Non i sembra una posizione conservatrice o assurda la mia. E per inciso, come ho già detto, faccio parte dei non abilitati.

  3. Chi ha partecipato all’abilitazione ed è stato segato ha diritto di fare ricorso se ritiene di essere stato vittima di ingiustizia. Se gli convenga è tutto un altro discorso. Nessuno di quelli che ha partecipato ha diritto di fare di tutta l’erba un fascio. Ogni caso è diverso. Non è vero che i non abilitati sono sessantenni sfigati. Ci sono anche giovani validi che non sono stati abilitati. Il sistema si può migliorare.facciamo proposte concrete e smettiamola di fare e seguire i qualunquisti come quel giornalista di cui non voglio nemmeno fare il nome. Qualche professore deve averlo bocciato troppe volte. altrimenti non si spiega l’astio verso gli universitari.

  4. Abilitazioni vergognose, ma vi ricordate cosa erano i concorsi locali? Avete idea della gente è stata reclutata con i concorsi locali? Senza termini di paragone, con criteri progettati su misura dei candidati, familismi, turnazioni tra ordinari, alcuni presenti solo quando si distribuivano i punti organico… Ora sarà meglio? Non lo so. Almeno non saremo giudicati da gente che non ha mai prodotto nulla di scientifico. Piuttosto facciamo proposte per migliorare questa abilitazione, e non fossilizziamoci sulla forma dei giudizi.

  5. Sono quello “graziato dal sorteggio”. Qui mi è stato recentemente opposto «chi te l’ha fatto fare, a candidarti?» – un’obiezione anonima e piccina, ma che mi sollecita a chiarire alcuni punti.
    (1) Giorni fa qualcuno chiedeva polemicamente come si svolgessero i vecchi concorsi. Questa la mia esperienza:
    – Da associato sono stato commissario nell’ultimo concorso a PA prima della riforma del 1998. Sei posti a concorso, per poco più di 100 concorrenti. La commissione si riunì una prima volta d’estate e ciascuno dei 9 commissari cominciò a valutare le pubblicazioni di tutti (!) i candidati. Nelle successive riunioni ogni commissario, cominciando dal meno anziano dei PA per finire col presidente della commissione, leggeva il suo giudizio e lo discuteva con tutti gli altri commissari. Così si è arrivati a formulare la lista degli ammessi alla discussione sui titoli e a tenere la lezione (vado a memoria: un po’ meno della metà). Ricordo varie permanenze di più giorni (fino a una settimana) nella sede del concorso. Altro che «scorrere i curricula»! Non pretendo che in quell’occasione abbiamo realizzato la Giustizia, ma almeno le nostre decisioni le abbiamo motivate, mettendoci la faccia. E per far questo siamo arrivati alla successiva primavera – con poco più di 100 concorrenti, ripeto.
    – Quel concorso di associato era di fatto una valutazione comparativa: i sei vincitori non dovevano esssere gli eletti del Giudizio Universale, ma molto più banalmente i sei migliori. Chi non otteneva il posto non veniva bollato come uno “zombie” (questa è l’espressione corrente da mesi per definire il compito dell’ASN: sceverare i non-zombie dagli zombie). Oggi, invece, la discriminazione è assoluta, e suona tanto più odiosa perché le commissioni hanno prodotto a futura memoria due liste, una di salvati e una di sommersi, operando del tutto idiosincraticamente: p. es., nei settori non bibliometrici, assenza quasi totale dei giudizi analitici (= per ciascuna pubblicazione) individuali (= di ciascun commissario); valutazione spesso fantasiosa dei titoli, eccetera – dunque: inverificabilità di un operato almeno contraddittorio, oltre che per la disparità dei criteri anche, e più grave ancora, per l’incongruenza delle loro applicazioni: si va da settori col 30% ad altri col 70% di abilitati; ci sono commissioni che hanno premiato il gran numero di convegni organizzato dal candidato (cioè le sue disponibilità finanziarie) ma non il conseguimento di un “rientro dei cervelli” (con tanto di valutazione altamente selettiva); ci sono commissari che hanno un’idea molto imprecisa sulla declaratoria del proprio settore, e via dicendo.
    (2) Certo, le valutazioni comparative locali… Ma anche quelle rispondevano a una necessità, quella di selezionare nelle varie sedi il docente che poteva inserirsi nella ricerca e nella didattica effettivamente praticate, senza dover accettare quello imposto dalla cordata vincente a livello nazionale – in teoria era una motivazione più che valida, esattamente come quella che ha determinato l’ASN. Ma oggi cosa cambia? Ci sono università dove le chiamate degli abilitati saranno fatte con la cosiddetta “valutazione” in conformità all’art. 24 comma 6 della legge Gelmini, e nei dipartimenti saranno deliberate dagli stessi che ne dovranno fruire – siamo nel paese del conflitto d’interessi, perché scandalizzarci? Mi ostino a distinguere fra i concorsi locali voluti dalla riforma del 1998: finché questi producevano uno o due idonei accanto al genius (!) loci ci scappava anche l’outsider. Ma adesso, quante università ricorreranno all’art. 18 della legge Gelmini – le cosiddette procedure selettive – col rischio che arrivi un esterno?
    (3) Non è un problema di forma dei giudizi, cara/o Angel, è un problema di sostanza: la legge esige valutazioni analitiche, e si può dimostrare che queste, almeno nei settori più corposi, non solo non sono state fatte (vedi gli atti pubblicati dal MIUR), ma nemmeno erano possibili – e comunque: gli atti mostrano che nella stragrande maggioranza dei casi non sono state fatte. La questione non è che siano stati dati giudizi stringati, velenosi o offensivi; la questione è se la legge sia stata o no rispettata. Chi sostiene che l’ASN favorisce il migliore degli arruolamenti possibili esca dall’anonimato – guardiamoci in faccia, e ridiamo tutti insieme, come quegli indovini di Cicerone…
    (4) Sarebbe stato meglio attenersi alle mediane? Non credo, le mediane sono intrinsecamente errate (lo ha riconosciuto perfino l’ANVUR); ma almeno come i professori-zombie non potevano fare i commissari, così i candidati-zombie sarebbero stati esclusi a priori. A partire da un elenco di possessori delle mediane, una seria selezione locale conforme (per esempio) al Decreto Ministeriale dello scorso settembre sulla programmazione 2013-2015, art. 2, darebbe più garanzie di quante ne possa dare la situazione attuale che, non casualmente, si sta traducendo in una guerra di tutti contro tutti.
    (5) Non so se il giornalista cui allude “paolo” sia mai stato bocciato ai concorsi universitari, ma è certo che l’astio verso l’università e gli universitari non è soltanto suo: è da molto che baroni e gregari sono additati al pubblico disprezzo – e direi che l’ASN non aiuta certo a rivalutarli.

    • Grande Avezzu come al solito: grazie.L’unica cosa buona di questa ASN, come ho sempre detto, è che tutto online, tutto visibile, e si dovranno prendere dei provvedimenti.

    • “Ma adesso, quante università ricorreranno all’art. 18 della legge Gelmini – le cosiddette procedure selettive – col rischio che arrivi un esterno?”

      Risposta: più di quanto si pensi. Per vari motivi. Perché la legge impone un massimo di 50% di procedure valutative (= chiamata diretta), perché ci sono SSD di base e caratterizzanti con nessun idoneo locale e che sono necessari per tenere in piedi corsi di studio, perché in alcuni casi gli orientamenti a livello di ateneo sono per la chiamata del “migliore” con commissioni di alto profilo, perché sempre la legge impone un reclutamento del 20% di esterni. Certo, tutte le università approfitteranno di quel 50% riservato alle chiamate dirette, ma soprattutto per una questione di tempi (in quel caso basta impegnare 0,2 punti organico, nel caso delle comparative se ne devono impegnare 0,7, 0,5 dei quali ritornano per così dire in circolo se vince un locale, quindi con tempi un po’ più lunghi). Dico tutto questo a ragion veduta per aver di recente partecipato a una giunta di Dip. in cui si faceva il punto della situazione su chiamate e procedure comparative, in ottemperanza alle linee guida virtuose decise dal CdA del mio ateneo.

    • Senza nulla voler togliere alle giuste critiche rivolte a questo sistema assurdo, ci vuole un certo coraggio ad illudersi che, nonostante tutto il lavoro descritto qui, i risultati di quel concorso (ampiamente prevedibili, e previsti, ben prima dell’esito dei lavori) siano stati sostanzialmente migliori di quelli di questo.

    • e ci mancherebbe pure che qualche concorso locale non sia stato trasparente!! ma si sente di dire che è sempre stato così?? e sprattutto è stato così anche per il suo concorso?? era il migliore? questa è la sua storiella… ma ce ne sono tante altre..

  6. Quello che emerge in modo devastante da questa tornata di abilitazioni è che se non confinata in maniera puntuale la discrezionalità e l’arbitrarietà dei commissari, comunque motivata dal libero convincimento, produce risultati indifendibili. Qui si è discusso lungamente sulla parzialità, inadeguatezza e insufficienza dei criteri di valutazioni introdotti dall’anvur, devo dire in buona parte condivisibili, tuttavia quello che è accaduto allorchè il ministero ha reintrodotto la discrezionalità e la libera interpretazione è stato il completo sovvertimento dei criteri definiti per la ASN. Alcuni dei membri OCSE, cn un’arroganza propria dei conquistatori, hanno adottato criteri parziali e comunque in modo arbitrario. Per altri l’occasione si è trasformata in un’occasione per regolare i conti una volta per tutte. Risultato una ASN che dveva servire a tagliare la coda a sinistra ed eliminare gli impresentabili, si è trasformata in un’ordalia, in cui colpevole anche il criterio di 4 a 1, si è fatto di tutto. Forse è bene ricordarlo questo non era un concorso, ma un’abilitazione che concede il titolo per concorrere a un posto, non so se a tutti fosse chiara la differenza, sinceramente penso di no.
    Questa polemica sui paesi anglosassoni è stucchevole e fuorviante. Chiuque abbia studiato o alvorato all’estero sa che le cose sono un po’ diverse. In US e UK non mi sembra che ci sia il valore legale del titolo di studio, questo rende il sistema di reclutamento diverso. Inoltre al di la delle eccellenze, la qualità media dei prfessori e dei ricercatori all’estero, per ciò che ho visto, non è migliore della nostra. Certo poi ci sono le eccellenze, ma qui contano i finanziamenti, anche quelli privati. Ricordo il caso durante una permanenza in un’università US in cui il mi ospite aveva ricevuto un grant da 500.000$ dalla Marina per un progetto che qui nessuno avrebbe finanziato, così stanno le cose. La difformitàcdei sistemi rende i mondi incomparabili, sono qualitativamente diversi e ogni comparazione quantitativa è impropria. Poi pensare che altrove ci siano slo eccellenze è veramente da provinciali che non hanno visto il mondo, conosco decine e decine di università con docenti a cui un dottorando italiano da numeri in abbondanza, quindi ma di che si sta parlando?
    Il tema è il reclutamento e questa abilitazione, a meno dei ricorsi che obtorto collo si sarà costretti a intraprendere, ha fallito perchè è stata interpretata in modo arbitrario e spesso come l’occasione per regolare i conti con ciò che non è mainstream. Attenzione non ciò che non è valutabile perchè strano, ma ciò che pur essendo valutato in modo eccellente (riviste con alto if) non viene considerato o viene misvalued, perchè questa è la facoltà che è stata offerta ai commissari. I risultati sono quelli che hanno riempito queste pagine.

    • Caro Marcello, nei miei messaggi non volevo dire che nei Paesi anglosassoni è tutto perfetto, ma solo sottolineare l’ approccio tipico delle Università di quei Paesi: molto semplicemente scelgono, fra tutti quelli che mandano i CV rispondendo ai loro annunci, chi la Commissione locale ritiene più valido sia per la ricerca che per la didattica. I membri del panel selezionatore sanno bene che, se scegliessero persone inadeguate, non farebbero gli interessi dell’ Università per cui lavorano né i propri interessi. L’ approccio mi sembra semplice e sensato. Aggiungerei che l’esperienza dell’ultimo concorso da associato descritta dal prof. Avezzu, cioé il modo di procedere che loro hano avuto, non è in realtà dissimile dal modo di operare dei panels locali di selezione delle Università USA o UK (anzi, direi che è più o meno equivalente): questi panels ricevono i CV, spesso con copie di alcune pubblicazioni, fanno una preselezione, invitano i preselezionati ad una interview e giudicano se sono validi anche a fare didattica, infine decidono a chi offrire la position – lecturer, reader, professor, qualunque posizione insomma – che avevano pubblicizzato. Qualche volta comunicano la loro decisione uno o due giorni dopo, qualche volta possono impiegare una settimanella, ma l’approccio è sempre lo stesso.

  7. l’uscita del settore 11C5 storia della filosofia ripropone il tema dell’imperizia delle commissioni.
    si tratta probabilmente di una delle peggiori commissioni fino adesso vista all’opera.
    giudizi – spesso sbrigativi e tutt’altro che analitici in una materia che richiederebbe la massima analiticità – che non tengono conto delle mediane: alcune bocciature in seconda fascia gridano vendetta…

    poi alcune chicche grossolane che la dicono lunga sul lavoro svolto dai commissari:

    alcuni esempi clamorosi

    1° fascia
    -il giudizio non-giudizio (manca il verbo!!!!!!!!!!!!) del commissario estero sul candidato 98!!!
    -l’ultima frase (ritenta e sarai più fortunato?????) del giudizio collegiale unanime sul candidato 52!!!

    2° fascia
    -il giudizio del primo commissario sulla candidata 306!!!
    –il candidato 157 che viene abilitato con 3 sì e 2 no!!! mentre , ad esempio, la candidata 211 o il candidato 387 nelle stesse identiche (gli stessi 3 commissari dicono sì e gli stessi condizioni vengono non abilitati!
    …soprattutto quest’ultimo caso del 157 ripropone la questione di quale maggioranza occorra davvero per esser abilitati, cosa che già in altre commissioni ha aperto polemiche infinite e accuse di irregolarità mirate.

    e limito gli esempi perché è un’infilata di cose miserabili.
    se una commissione esercita così il suo ruolo (mettendoci 14 mesi!) e se un ministero verifica così la correttezza dei suoi atti, beh, allora i giudizi della gente comune sull’università italiana hanno trovato la loro giustificazione per i prossimi decenni…

  8. Grande Avezzu, non potrei esprimere meglio quanto ha scritto il professore armato della sua solida cultura umanistica. Ha toccato un punto centrale: sia ASN che le vecchie procedure, è ovvio dirlo, implicano un dato di fatto, la corretteza e la deontologia dei commissari, che può farsi valre, se presente, a prescindere dal sistema di reclutamento, e viceversa se non c’è non c’è sistema per raddrizzare, correggere, disinnescare alcuni comportamenti che non temo di definire quasi delinquenziali. Non so dire se in assoluto era meglio una valutazione comparativa locale ma certo questa gogna pubblica con cui si suddividono zombi e non zombie per 4 lunghi anni, mi sembra un vero incubo

  9. Il treno della ASN sta arrivando contro la montagna. Perfino l’unica cosa che sembrava certa, cioè il piano straordinario di reclutamento di associati, potrebbe saltare. Siamo entrati in un cortocircuito. Come era prevedibile, fra i non abilitati c’è pieno di candidati che superavano i requisiti di accesso ANVUR (ben oltre il 50%) ma, al tempo stesso, fra gli abilitati la frazione di coloro che possiamo definire borderline non è statisticamente molto significativa (diciamo 5% nei sc bibliometrici?, vado a spanne). Qual è l’ingiustizia? Ci doveva essere l’automatismo (2/3 mediane = abilitazione)? I borderline sono lo scandalo? L’ASN sembra che serva proprio a questo, un diversivo per evitare di parlare del blocco vero e proprio del reclutamento. Si stanno rispolverando nelle discussioni i vecchi concorsi dimentandosi di una cosa fondamentale: a quei tempi il turn over comunque c’era.

  10. Ho ricevuto l’abilitazione da associato in economia politica, politica economica e scienza delle finanze. Non l’ho ricevuta in scienza politica (14/A2) in quanto non ho pubblicato una monografia. Di fatto pubblico meglio in political science che in economia, avendo all’attivo al momento un Journal of Politics e un Quarterly Journal of Political Science.

    Ho raccolto in un file excel le citazioni totali (a giugno 2013) dei candidati ad associato, ordinate in senso decrescente per citazioni totali raccolte con Publish or Perish (a sua volta basato su Google Scholar) e scremate il più possibile per omonimie etc.

    https://dl.dropboxusercontent.com/u/11987711/abilitazione/candidati_scienza_politica_associato.xlsx

    La commissione ha ad esempio non dato l’abilitazione a Manos Matsaganis, che ha 1110 citazioni ma non una monografia.

    In compenso è stato abilitato un candidato con la bellezza di 4 citazioni quattro in totale.

    Ho inviato una mail ai commissari d’esame (Capoccia, Ignazi, Isernia, Longo e Massari) e -per conoscenza- ad alcuni altri professori ordinari nel settore, cioè Panebianco, Ferrera, Diamanti e D’Alimonte, a cui ho allegato il foglio excel di cui dicevo sopra.

    Dato interessante: il mio coautore James Snyder, professore ad Harvard Government e professore di economia e political science al MIT dal 1998, solo 10 anni dopo, cioè nel 2008, avrebbe potuto diventare professore associato in Italia in scienza politica, in quanto ha scritto la sua prima monografia in quell’anno.

    Da economista trovo molto interessanti le barriere all’entrata, e trovo soprattutto interessanti le modalità per renderle pubbliche e per abbatterle, almeno nel medio periodo.

    Riccardo Puglisi
    @ricpuglisi

    • Il settore 14/A2, Scienza politica, non è un settore bibliometrico, quindi le citazioni contano ZERO. La commissione ha stabilito, in via generale e astratta nell’indicazione dei criteri cui si sarebbe attenuta, la necessità che i candidati alla prima fascia avessero tra le pubblicazioni 2 monorafie e 3 articoli, dei quali 1 in riviste di classe A e 2 in riviste dotate di IF oppure 1 monografia e 5 articoli, dei quali 1 in classe A e 4 in riviste dotate di IF; per i candidati alla seconda fascia era richiesta 1 monografia e 2 articoli in riviste di classe A o con IF.

      Se si vuole quindi rivolgere una critica a questa commissione è proprio quella di aver cercato, ponendo la necessità di avere articoli in classe A e soprattutto in riviste dotate di IF, di rendere la Scienza politica un settore bibliometrico; impostazione troppo restrittiva per accogliere tutte le sfaccettature della Scienza politica italiana. Inoltre mi chiedo : perchè far dipendere la bontà del contenuto di uno scritto dal suo contenitore? non è un modo per deresponsabilizzare le commissioni? Non credo sia corretto far dipendere le carriere universitarie dai comitati di redazione delle riviste, all’estero il dibattito è aperto da anni, purtroppo noi copiamo il peggio… Un’ultima notazione: in base alle mediane Anvur la metà dei professori ordinari e dei professori associati di Scienza politica ha ripettivamente meno di 2 e meno di 1 articolo di classe A…

    • Ma infatti Puglisi parlava di citazioni prima ancora che di IF. Nessun indicatore e’ perfetto ma probabilmente le citazioni sono piu’ affidabili del giudizio di una manciata di commissari che leggono un articolo en passant.

    • allora bastava un computer per fare tutto il lavoro… Comunque ripeto Scienza politica non è settore bibliometrico anche se la commissione ha voluto dare molta importanza alle riviste con IF.

    • Mi scuso per l’imprecisione terminologica, al posto di ‘sfaccettature’ leggasi: ‘varietà di approcci tematici e metodologici’. La monografia non è un ‘genere letterario’ molto apprezzato nelle discipline economiche ma in Scienza politica continua ad avere grande valenza.

    • Concordo con zetazac. Da quello che scrive mi pare che l’amico Puglisi sia piuttosto digiuno di letture politologiche. Legga, fra gli altri, ‘Approaches and Methodologies in the Social Sciences’ uscito per i tipi di CUP così magari impara qualcosa sulla disciplina. Poi forse un po’ di conoscenza dell’accademia italiana non guasterebbe. E’ chiaro che la monografia è un parametro di valutazione risibile ma l’importanza che essa ancora gioca in un settore disciplinare come quello della scienza politica (e affini) è frutto di path depence…
      Last but not least, un po’ di umiltà in più non guasterebbe!

    • Egregio signor @pareto,

      la ringrazio per il divertente invito all’umiltà proveniente dal suo inclito profilo anonimo. Controllando per effetti fissi relativi alla singola sottodisciplina, mi riesce difficile pensare che le citazioni non siano una misura sensata della rilevanza del singolo ricercatore.

      Il discorso metodologico mi annoia a non finire, soprattutto quando serve per mascherare barriere all’entrata. Chi fa political economy pubblica in maniera estensiva sulle riviste internazionali di political science, e non molto tempo passerà prima che il crollo delle barriere all’entrata nella scienza politica italiana sia un fatto inevitabile.

      In ogni caso mi sono divertito assai a copiare il suo precedente intervento su Twitter, e proseguirò ulteriormente per rallegrare il pomeriggio dei miei follower.

      https://twitter.com/ricpuglisi/status/432187720375361536

      Have fun.

    • La commissione ha indicato preventivamente i requisiti che dovevano essere in possesso di tutti i candidati; come non ha abilitato candidati mancanti di una monografia allo stesso modo non ha abilitato candidati con oltre 30 o 50 pubblicazioni che non avevano articoli in riviste di classe A o con If. Si chiama uguaglianza. Davanti al giudice amministrativo si potrebbero al limite impugnare quei criteri, e guarda caso una qualche (remota) possibilità di successo si potrebbe avere proprio con riferimento alla carenza di pubblicazioni in riviste di classe A o con If. In ultima analisi la commissione ha richiesto il superamento di due specifiche mediane su tre (sia pure modulandole in maniera leggermente diversa rispetto alle mediane ‘comuni’): la prima relativa alle monografie e la terza relativa agli articoli di classe A con l’estensione agli articoli in riviste con If. Questo rientrava nei suoi poteri, ma mentre con riferimento alla prima mediana nulla quaestio, far diventare determinante anche la terza e ( per la prima fascia) richiedere articoli non semplicemente in riviste di classe A ma altresì in riviste dotate di If potrebbe dare qualche spunto per un ricorso amministrativo sia pure con remote possibilità di successo; è il nodo del rapporto tra criteri qualitativi e indici bibliometrici, del resto anche la classificazione delle riviste in fascia A è un’operazione bibliometrica. Sul come il Tar in passato abbia affrontato il tema si veda l’articolo pubblicato su Roars il 30 novembre 2013 dal titolo “Rassegna Tar: criteri qualitativi e indici bibliometrici nei concorsi universitari”.

    • Scusate ma di che stiamo parlando? Puglisi ha posto un problema, ossia che i criteri delle commissioni hanno portato a risultati paradossali: gente che ha pubblicato cose che hanno avuto un certo impatto (misurato in citazioni) non e’ passata per il discutibile criterio della monografia. Mentre gente che non ha alcun impatto sulla disciplina e’ passata perche’ ha la famosa monografia. Appiattire la risposta sul fatto che quello era il criterio e’ giusto formalmente ma non fa altro che porre di nuovo il problema.

      La monografia e’ un genere apprezzato in ScPol, d’accordo. Ma questo significa che chi ha un’oscura monografia FrancoAngeli debba essere considerato più meritevole di uno che ha diversi articoli nelle riviste top? Se vi sta bene, contenti voi. Rimaniamo per sempre nella nostra mediocrita’. Ma non cerchiamo di far passare differenze di qualita’ come differenze di ‘sfaccettature’.

      Per lo stesso motivo non si capisce l’uscita di Pareto sul pluralismo metodologico (che tra l’altro cita il manuale di Della Porta e Keating come se il pluralismo metodologico lo avessero scoperto loro l’altroieri). Ribadisco: qui la questione non e’ che gran parte della scienza politica italiana e’ scadente perche’ metodologicamente incompresa. E’ scadente perche’ e’ oggettivamente scadente, punto e basta.

    • Il valore di una pubblicazione dovrebbe essere quello intrinseco e non quello del suo contenitore ( specie se tale valore è ricavato da liste chiuse o da indici d’impatto della cui bontà sempre si discute); è questa una garanzia specie per coloro che sono estranei a certi circuiti e alle scuole più forti che riescono ad imporre i loro prodotti. Del resto è paradossale che nel momento in cui anche nei paesi in cui il sistema bibliometrico si è sviluppato si levano critiche sempre più numerose, si pretenda di far diventare la Scienza politica una disciplina bibliometrica contro la stessa classificazione ministeriale. La stessa commissione, nella fissazione dei criteri, ha fatto un qualche passo in questa direzione ma poi l’ha mitigato richiedendo ANCHE l’esistenza dell’opera monografica; essa richiede e consente un’articolazione e un approfondimento argomentativo che, per oggettive ragioni di spazio, non sono possibili in una pubblicazione su rivista. Ripeto: la commissione non ha posto un’alternativa (monografia o articoli) ma ha richiesto il massimo; per coloro che non lo raggiungono: gli uni scrivano una monografia, gli altri propongano articoli ad una rivista ‘top’ (che brutto aggettivo): la strada dei secondi sarà molto più impervia perchè a volte non basta la bontà e la serietà di una ricerca…

    • Certo, infatti l’unica cosa che separa i pezzi della RISP da quelli di World Politics e’ che gli autori dei primi non fanno parte della “cricca di Princeton”. Ma non facciamo ridere i polli, su.

    • Ringrazio PaoloUccello per la sua sensata risposta. Gli altri commenti bene illustrano le ragioni per cui la Scienza politica italiana sia in larga parte periferica rispetto a ciò che succede a livello internazionale. Ma ripeto: le barriere all’entrata non dureranno molto a lungo. E’ un tema di cui ho parlato spesso con gli amici di Roars Alesina e Giavazzi.

    • Io sono contrario ad ogni barriera, e formulare d’autorità una lista di riviste (quella di classe A, tra le quali figura la Risp) oppure chiedere che la rivista sulla quale si scrive abbia l’IF equivale ad innalzare barriere e steccati che prescindono dalla valutazione della pubblicazione in sè e per sè considerata; che poi nella valutazione ci si possa servire ANCHE di indici citazionali ben venga, tra l’altro grazie ai motori di ricerca è possibile trovare citati anche scritti apparsi su oscure riviste dipartimentali. Quindi se devono cadere le barriere ( e devono cadere ) devono cadere tutte; quelle vetero-accademico-corporative e quelle diciamo neo-corporative mascherate dall’obiettività dei criteri bibliometrici.

    • Concordo quindi sul fatto che la commissione nel fissare quei criteri ha alzato delle barriere (pur esercitando suoi poteri) ma lo ha fatto sia nel richiedere la monografia sia nel richiedere una specifico contenitore per i propri articoli; sarò un sognatore ma l’ingegno dovrebbe fluire libero a prescindere quindi dal ‘genere letterario’ e dal blasone di una rivista.

    • Dott. Puglisi,
      google scholar e publish and perish non andrebbero neanche menzionati ai fini concorsuali; sono più ad uso per i ricercatori anglofoni e nelle materie umanistiche e sociali in particolare sono del tutto inaffidabili.
      Se inserisco il mio nome su publish and p. ricevo solo 3 citazioni; idem su googlescholar; se vado su google sulla ricerca libri e inserisco il mio nome, i titoli, la data, la sede di pubblicazione posso trovare anche 200 citazioni dei miei lavori, che si riducono a 10 se mi dimentico di indicare la sede e l’anno e solo 4 o 5 se inserisco solo il mio nome (sono un giurista).

    • Ossignur!! Adesso abbiamo anche le mediane buone e quelle cattive: la mediana delle monografie (1) è una barriera all’entrata (cattiva, perchè non fa entrare gli economisti), la mediana della fascia A è indicatore di qualità.

    • @BrunaBruno grazie per questo ulteriore momento di ilarità: notoriamente è più facile pubblicare su APSR, AJPS, JoP, BJPS o QJPS che mettere insieme una monografia per una casa editrice random. Ha davvero capito tutto, congratulazioni vivissime.

    • Congratulazioni vivissime a Lei, caro Puglisi, per la sua duplice abilitazione!
      Non c’è da stabilire quale dei due criteri sia più difficile, perché mi sembra che la commissione li abbia richiesti entrambi, non uno in vece dell’altro. Un’asticella più alta, come direbbe qualcuno.
      Per cui resta da spiegare perché uno (più semplice a dir suo) è una barriera all’entrata e l’altro (più difficile) no.

    • @BrunaBruno grazie a lei per i complimenti. L’abilitazione è triplice, non duplice.

      Quale valore dovrebbe avere una monografia che nessuno cita? Capolavoro incompreso?

    • Le monografie non sono indicizzate (lasciamo perdere GS che serve solo per divertirsi). Ed è abbastanza ovvio, visto che l’estrazione dati è difficilissima, le stesse bibliografie non sono standardizzate, per non parlare degli stili citazionali ecc. ecc. Come sapere se una monografia è citata o no?

    • Dire che GS e’ solo per divertirsi significa non avere alcuna coscienza di quello che avviene nel mondo. Parlo solo per la Sc. Pol., che conosco meglio, e ti assicuro che in America e Regno Unito le citazioni su GS si guardano e come. Il che non vuol dire che le assunzioni nei dipartimenti sono determinate SOLO da quello, ma che e’ un indice di cui spesso si tiene conto.

      Detto questo, trovo divertente vedere molti di quelli che Sartori chiamerebbe con disprezzo “overconscious thinkers”–quelli che non parlano di temperatura se non hanno un termometro sotto mano–i cui ragionamenti portano al paradossale risultato, diciamo alla Feyerabend, che “tutto va bene”. Ossia, siccome non abbiamo un criterio che ci dica ESATTAMENTE quanto vale un articolo rispetto a un altro o un libro rispetto a un altro, risolviamo dicendo che valgono tutti lo stesso.
      Ora, nel contesto burocratico della ASN, dove un certo appiattimento e’ fisiologico, questo lo posso pure capire. Ma qui mi pare ci sia gente che crede davvero che, in generale, la monografia media dell’editore/tipografia sotto casa valga, in principio, quanto la monografia media di CUP.

    • Caro Anonimo, che l’analfabetismo bibliometrico sia diffuso anche in UK e USA non mi sorprende. Esiste una discreta letteratura scientometrica sull’inaffidabilità di GS. Bello l’esempio del termometro, a me piace misurare, altri preferiscono la pseudoscienza.
      Detto questo, non ho mai detto che tutto è uguale. Ho detto che le monografie non sono indicizzabili in modo decente. Anche quelle CUP.

    • Ho ancora la mail dell’ANVUR in cui mi dicevano che le citazioni dei mie libri della Springer andavano considerate nel computo delle citazioni totali, ma quando gli ho fatto notare che SCOPUS e ISI non indicizzavano i libri…mi hanno detto che forse si erano sbagliati!

      Anni ed anni a scrivere libri, per loro, inutilmente!

    • @paolouccello, ovvio che le monografie non sono tutte uguali, e neanche le riviste sono tutte uguali; Lei ha sottolineato come un articolo sulla Risp non sia lontanamente paragonabile ad un articolo su World Politics; eppure le due riviste stanno nella stessa lista, quella delle riviste di classe A, altre riviste sono rimaste fuori perchè prive di sponsor adeguati. E allora il primo passo è quello di abolire ogni lista chiusa, perchè ogni lista chiusa è sinonimo di barriera.
      Inoltre non viviamo nel mondo del dovere essere di kelseniana memoria in cui il più oscuro e giovane studioso di provincia ( che magari non ha un ordinario col quale scrivere a ‘quattro’ mani) può accedere a case editrici blasonate e a riviste ‘top’ (ripeto che brutto termine!); quindi se ad una commissione si chiede lo sforzo di valutare un qualsivoglia opera scientifica le si chiede soltanto di fare il suo lavoro.

    • Infatti anche io trovo l’idea della classe A assurda perche’ e’ un criterio/non-criterio, nel senso che appiattisce tutte le differenze tra riviste. (Ma probabilmente eliminerei anche l’abilitazione).

      Credo che siamo tutti d’accordo che l’IF, le citazioni o altre misure, sono tutti indicatori imperfetti. E a questo non c’e’ soluzione–anche se uno potesse, per esempio, misurare TUTTE le citazioni senza margine di errore, visto che si cita per diversi motivi, non solo la qualita’ del lavoro citato.

      Ma la questione e’: allora che facciamo, buttiamo tutto via? Secondo me un indicatore imperfetto e’ comunque meglio di niente, perche’ sui medio/grandi numeri da’ dei segnali affidabili. Questi indicatori imperfetti includono anche il contenitore (rivista/casa editrice) di cui parlava zetazac prima. Per esempio, pubblicare su certe riviste, a prescindere dal contenuto del pezzo, gia’ di per se’ significa che si e’ passato un livello di selezione molto piu’ alto che in altre riviste. Su questo non si scappa. E non si puo’ usare l’argomento della discriminazione metodologica/teorica perche’ adesso ci sono talmente tante riviste che uno il suo spazio lo puo’ sempre trovare se ha un buon articolo.
      Poi certo che ci sono le eccezioni (e anche le cricche, come quella di Princeton/WP). Ma noi dobbiamo guardare alla regola, non alle eccezioni. (E per inciso tutto questo lo dico da persona che non ha delle pubblicazioni particolarmente prestigiose).

      (Ancora per inciso, l’esempio delle quattro mani con l’ordinario forse e’ un po’ fuori luogo visto che tra gli ordinari italiani di SPS/04 quelli che hanno pubblicato sulle migliori riviste o case editrici si contano sulle dita di due mani al massimo–quindi non credo molti siano nella posizione di aiutare alcuno dei loro allievi in quel senso…).

      @banfi: l’esempio del termometro ovviamente non e’ mio ma di Sartori.

    • Sugli ordinari SPS04 concordo, la terza mediana calcolata dall’Anvur sta lì a dimostrarlo. Mi chiedo allora perchè la Commissione 14/A2 abbia preteso di più dai candidati ASN: anche in questo caso l’ASN da semplice procedura abilitativa è stata snaturata facendola diventare un concorsone nazionale con l’occhio attento alle chiamate locali.

    • @AntonioBanfi ROARS non mi delude mai: dire che Google Scholar serva solo per divertirsi è la scempiaggine più grossa che abbia sentito negli ultimi tre mesi. Non è rilevante che Google Scholar gonfi le citazioni: ciò che è rilevante è che sia ben correlato con altri indicatori di qualità, ad esempio le citazioni ISI.

      Le assicuro che le 6809 citazioni Scholar di Acemoglu Johnson e Robinson (AER 2001) vogliono dire qualcosa. http://scholar.google.it/scholar?q=acemoglu+johnson+robinson&btnG=&hl=it&as_sdt=0%2C5

      Per il resto concordo largamente con Paolo Uccello.

    • Lieto di non deluderla. Resta il fatto che lei menziona un caso fra milioni possibili ignorando o fingendo di ignorare la letteratura critica in materia. Naturalmente ognuno é libero di credere a quel che gli pare, anche alla magia nera. Per le humanities gs é inservibile. In generale e per tutte le discipline non discrimina le autocitazioni, non disambigua gli autori e così via. Ripeto quanto già detto: gs é strumento poco serio e chi lo usa a scopi valutativi é persona poco seria. Poi se a lei piace ci giochi pure (lo faccio anche io) .

    • Il fatto che Scholar Google sia un database completamente inaffidabile anche per le scienze dure è ben noto nella letteratura bibliometrica. Per mostrare cose sia facile manipolare gli indici bibliometrici alcuni informatici francesi hanno fatto un esperimento che ho raccontato qui http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/26/come-ti-divento-uno-scienziato-citato/88334/. Ma magari lei conosce meglio la letteratura e ci potrà acculturare in merito.

    • Non condivido le tesi della Harzing (per i profani, la “mamma”, guarda un po’, di “Publish or perish”). In particolare non mi convince affatto la tesi secondo la quale “Disadvantages of Google Scholar are its inclusion of non-scholarly citations, double counting of citations, less frequent updating, uneven coverage across disciplines and less comprehensive coverage of older publications/citations. Harzing & van der Wal (2008) argue that the problem of non-scholarly citations and double counting is fairly limited and attenuated by the use of robust citation metrics such as the h-index”. Mi sembrano alquanto ragionevoli le tesi di J. Bar Ilan, Which h-index? – A comparison of WoS, Scopus and Google ScholarScientometrics, Vol. 74, No. 2 (2008) 257–271 e così pure quelle di Peter Jacso, che ha scritto diverse cose in merito. Ne segnalo solo una, ma ne può trovare molte altre: http://www.jacso.info/PDFs/jacso-google-scholars-ghost-authors.pdf

    • Ha ragione prof. Puglisi, questo è un covo di sciovinisti autarchici contrari al bibliometrico sol dell’avvenire, speriamo che la Scienza politica italiana resti all’ombra anche se la commissione 14/A2 sta rischiando l’insolazione bibliometrica.

    • Caro Riccardo,
      premesso che non sono un grande appassionato di citazioni, e che questo è sicuramente dovuto al fatto che il mio lavoro non ne ha mai ricevute molte, personalmente non mi sognerei mai di sostenere che non significano nulla. Ma credo che avrebbe giovato alla tua argomentazione il far riferimento ad un data base meno squalificato: in effetti, se come scrivi i dati citazionali di google scholar sono ben correlati a quelli ISI, perché non hai usato direttamente le citazioni di WoS? per dire, quelle attribuisce a Manos Matsaganis sono pur sempre 272 …
      E a proposito di letture, di metodi di argomentazione e di google scholar, conosci questo contributo che riguarda da vicino la nostra Università e il tuo Dipartimento: https://www.roars.it/scholar-search-e-la-leggenda-del-rettore-fannullone/ ?
      Ciao,
      Paolo

    • @paolobertoletti Caro Paolo, le citazioni hanno medie diverse per sotto-settore. In una materia come scienze politiche, “cited reference search” di ISI va benissimo, ma anche Google Scholar va piuttosto bene, essendo molto ben correlato con ISI. Per il resto qui leggo sofismi che lasciano il tempo che trovano. Ma sono sempre materiale divertente per la più ampia platea di Twitter.

    • riccardo puglisi:
      ___________
      “Sto capendo il clima metodologico che si respira qui. Molto interessante dal punto di vista delle fallacie logiche.”
      ___________
      “Per il resto qui leggo sofismi che lasciano il tempo che trovano. Ma sono sempre materiale divertente per la più ampia platea di Twitter.”
      ===========
      Se per argomentare bastasse dire che l’interlocutore commette fallacie logiche o scrive sofismi, avremmo tutti delle incredibili capacità dialettiche nei campi più disparati, anche quelli in cui capiamo poco o nulla. Sarebbe un bellissimo mondo di parole in libertà. Sylos Labini, Antonio Banfi, Alberto Baccini e Paolo Bertoletti hanno segnalato articoli scientifici e divulgativi che evidenziano in modo circostanziato le falle di Google Scholar. Rispondere evocando (in modo generico) fallacie logiche e sofismi non lascia una buona impressione sulla competenza di chi ripiega su questo tipo di non-argomento.

    • Spero che twitter le giovi per implementare le sue citazioni. In ogni caso sono certo che la Scienza politica si salverà dall’attacco economicistico; lei ha ricordato le 1110 citazioni di un candidato non abilitato ma non ha ricordato che la commissione ha in larga parte giudicato le pubblicazioni non coerenti con il settore disciplinare, a prescindere quindi dall’assente monografia. Che pena poi raccogliere le citazioni dei colleghi ( secondo criteri come si è visto alquanto imperfetti ) e farne dono ai commissari e ad altri ordinari del settore. Spero che possa continuare a sorridere con i suoi followers.
      PS ma sarà così difficile nel suo Dipartimento avere un posto da associato in materie economiche?

    • @DeNicolao Mi sembra evidente che non esistano metodi di misurazione perfetti della rilevanza scientifica di articoli monografie etc. All’interno del singolo settore, Google Scholar è comunque molto ben correlato con citazioni ISI. Si tratta di correlazioni statisticamente significative: il singolo caso contrario non inficia il ragionamento. Per questo parlo di fallacie logiche.

      @zetazac L’unico modo per abbattere le barriere all’entrata in un settore come scienza politica consiste nel rendere pubbliche le cose. Utilizzerò i mezzi a mia disposizione per farlo. Nell’ambito di economia, il bollettino dei concorsi di Roberto Perotti è stato un’operazione encomiabile. Da imitarsi altrove, ad esempio in scienza politica.

    • Puglisi le fallacie logiche sono sue: di articoli che mostrano che SC sia completamente inadatto a misusare indici bliblimetrici ce ne sono tanti, lei ha citato uno che si occupa di un singolo campo (Economics and Business) e per di più scritto da qualcuno che cerca di “vendere” il suo strumento basato proprio su SC.

    • Riccardo Puglisi:
      ______________
      “Buona lettura:

      http://www.harzing.com/h_indexjournals.htm

      Sto capendo il clima metodologico che si respira qui. Molto interessante dal punto di vista delle fallacie logiche.”
      ______________
      “Non è rilevante che Google Scholar gonfi le citazioni: ciò che è rilevante è che sia ben correlato con altri indicatori di qualità, ad esempio le citazioni ISI. ”
      ______________
      “All’interno del singolo settore, Google Scholar è comunque molto ben correlato con citazioni ISI. Si tratta di correlazioni statisticamente significative: il singolo caso contrario non inficia il ragionamento. Per questo parlo di fallacie logiche.”
      ====================
      L’articolo citato da Puglisi (http://www.harzing.com/h_indexjournals.htm) analizza la correlazione tra indicatori bibliometrici riferiti alle riviste (Impact Factor vs GS h-index) e non tratta la correlazione tra indicatori bibliometrici riferiti ai singoli ricercatori. È possibile che Puglisi avesse in mente qualche altro riferimento bibliografico che sarebbe utile indicare ai lettori di Roars.

      Da parte mia, ho provato a verificare se è vero che Google Scholar è “molto ben correlato con citazioni ISI”, prendendo ad esempio proprio il dipartimento di Puglisi. Se si consulta GS attraverso l’interfaccia Scholar Search (http://160.80.35.6/ScholarSearch/), si ottiene la seguente schermata (cliccare per ingrandire):


      Come si può vedere, Puglisi ha dei colleghi con diverse centinaia di citazioni, secondo GS. Esaminiamo i primi tre nella classifica per h-index e andiamo a cercare le citazioni che sono riportate nel Web of Science della Thomson-Reuters (quello che una volta si chiamava ISI).

      1. Clementi: in questo caso nel Web of Science non ho trovato nulla.


      2. Confalonieri: anche questo caso nel Web if Science non si trova nulla


      3. Barbieri: in questo caso nel Web if Science si trova una sola pubblicazione, che però ha zero citazioni:


      In realtà, le centinaia di citazioni non erano riferite ai colleghi di dipartimento di Puglisi, ma a degli omonimi (per i dettagli vedi: https://www.roars.it/scholar-search-e-la-leggenda-del-rettore-fannullone/). Questi tre casi dimostrano l’esistenza e l’impatto non trascurabile dei” falsi positivi”, ovvero di pubblicazioni falsamente attribuite. Non si tratta di casi liquidabili come episodici perché le difficoltà di disambiguazione sono intrinsecamente legate al fatto che GS (a differenza di Web of Science e Scopus) non dispone di metadati ma è più simile per tecnologia ad un motore di ricerca. È questa la ragione per cui l’autore italiano più presente in GS si chiama “Primo Capitolo” (https://www.roars.it/primo-capitolo-e-il-suo-h-index/).

      Il problema non si ferma qui: c’è anche la questione dei falsi negativi. Ad esempio consideriamo l’attuale rettore di Pavia, che è anche lui nello stesso dipartimento di Puglisi. Il rettore si chiama Fabio Rugge e secondo Google Scholar è un imperdonabile fannullone:


      Andiamo a vedere cosa dice Web of Science:


      In questo caso, Puglisi può sentirsi confortato. Anche Web of Science condanna senza appello il suo rettore. Solo tre lavori di cui due striminzite recensioni. In qualche modo c’è finalmente una qualche correlazione con GS. Peccato che se andiamo sul sito web di Fabio Rugge (http://fabiorugge.it) e scarichiamo l’elenco delle pubblicazioni (http://fabiorugge.it/wp-content/uploads/2013/02/Publications-final.pdf), scopriamo che nel periodo 2007-2010, Fabio Rugge, oltre alla recensione riportata da GS, ha firmato altre 24 pubblicazioni.

      Quindi è vero che c’è nel caso di Rugge c’è una qualche correlazione tra i due strumenti bibliometrici, ma nel senso che entrambi fanno tabula (quasi) rasa della sua produzione scientifica.

      Nulla di sorprendente per chi ha qualche cognizione della letteratura relativa alla valutazione nelle Human and Social Sciences (HSS). Persino nelle nazioni anglosassoni, Web of Science copre molto parzialmente la produzione scientifica delle HSS:
      ______________
      Butler and Visser examined bibliographies from nine Australian universities in 1997 and 1999. While 90% of chemistry output was covered in the Web of Science database, the database covered only 25% of the output of economics and 17% of the output of policy & politics.” (Diane Hicks, http://works.bepress.com/diana_hicks/33)
      ______________
      Alla luce di tutto ciò, se anche si dimostrasse che Google Scholar è “molto ben correlato con citazioni ISI”, questo non lo renderebbe uno strumento adeguato per la valutazione individuale dei ricercatori delle HSS, senza considerare che anche nelle hard sciences sono sempre più frequenti le raccomandazioni per un uso più che cauto degli strumenti bibliometrici (https://www.roars.it/i-dieci-comandamenti-della-bibliometria-individuale/).

    • Tanto per farsi un’idea, l’articolo sopra ricordato: Acemoglu, Johnson, and Robinson, “The colonial origins of comparative development: An empirical investigation”, American Economic Review 91 (5), 2001 ha 1672 citazioni Scopus.
      A quanto ne so Scholar infatti include anche citazioni da tesi di laurea e di dottorato (oltre a congressi e riviste non indicizzate Scopus).

    • Scusate ma a me sembra che quello che Sylos Labini e Baccini dimostrano e’ semplicemente che se si vuole si puo’ manipolare GS piu’ facilmente che altri indici. Saro’ profano di IT ma a me questa non sembra una grande scoperta. E’ nella natura di GS essendo un database meno discriminatorio (e questa non e’ necessariamente una cosa negativa).
      Diverso sarebbe se ci fosse evidenza empirica che queste manipolazioni sono sistematiche e falsano del tutto la fotografia che ne risulta.
      Tutto sommato se uno ci si mette d’impegno puo’ “fregare” con dati e risultati farlocchi anche la miglior rivista. Ma questo di per se’ non scredita necessariamente tutto il resto che e’ pubblicato nella rivista.
      Abbiamo ribadito piu’ volte l’evidente: non ci sono indicatori perfetti di qualita’ della ricerca, e probabilmente non ce ne potranno mai essere. Quindi che facciamo, ci affidiamo solo all’IF che esclude un sacco di roba? O a giudizi qualitativi che (quando fattibili) sono spesso soggettivi (specie nelle scienze “non dure”) e si prestano ad abusi ancora maggiori?

    • *molto* più facilmente …
      ____________________
      da “The Google scholar experiment: How to index false papers and manipulate bibliometric indicators”
      Journal of the Association for Information Science and Technology
      Volume 65, Issue 3, pages 446–454, March 2014
      http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/asi.23056/abstract
      ____________________
      In this article, we call attention to what we believe is the main shortcoming of GS Citations and Metrics: The ease with which they can be used to manipulate citation counting. For this we performed a basic and even coarse experiment, trying to bring as much attention to it as possible. We uploaded six false documents to an institutional domain authored by a fictitious researcher citing the scientific output of a research group. We also tried to draw as much attention as we could to it, uploading first a previous version of this article to a repository (Delgado López-Cózar et al., 2012) in order to nourish debate among the research community and social media. In this way, we demonstrated not only how easy it can be to manipulate citation counting in GS but also that anyone can do it, no matter how clumsy they are with technology. This means that if a more refined experiment had been done (i.e., sending citations only to those papers which would modify the h-index) it would also have gone unnoticed. Also, by using a fictitious researcher we highlight that excluding self-citations may not be sufficient to detect such abuses.

    • Ringrazio Giuseppe De Nicolao per l’ampia risposta. Non conoscevo Scholar Search, sono contento di averne appreso l’esistenza.

      Tornando al punto: nessuno metodo di misurazione è perfetto. Nel foglio excel che ho mandato ai commissari di Scienza Politica le citazioni Google Scholar di ogni candidato sono state pulite manualmente dal sottoscritto, in particolare per eliminare omonimie e altri falsi positivi. Spero che non pensiate che io sia così sprovveduto da avere raccolto dati in una maniera così cretina, cioè senza pulizia manuale.

      Sul punto iniziale: il fatto che la correlazione tra ISI e Google Scholar non abbia un R2 di uno, e che le correlazioni siano diverse per settore sono elementi da tenere in considerazione ma che non inficiano per nulla il mio discorso.

      Comunque rinnovo i ringraziamenti (sinceri!) per il materiale postato.

      @ricpuglisi

  11. Il Ministro oggi twitta:
    “Un silenzio assordante su abilitazione scientifica nazionale, i professori, quelli in ruolo, non ne parlano e invece dovrebbero, perché?”

    A parte la forma, ma per professori in ruolo che cosa intende? Solo gli ordinari?
    E perché lei che è il Ministro e un professore di ruolo non ne parla?
    Non ho twitter, ma non so vale la pena risponderle…Le basterebbe un giro su questo forum, dove sono intervenuti anche tanti strutturati.

    • io ho già risposto al tweet del ministro. Invito tutti i colleghi a fare lo stesso. Se non blocchiamo tutto adesso richiamo che il TAR complichi la situazione ancora di più.

    • A qualcun altro che, su questo punto, giustamente la provoca, il Ministro risponde che dai professori si aspetta “una riflessione su settori, reclutamento e etica pubblica più articolata, aperta e disinteressata”.

      Quanta retorica. Quanto fumo.

      Perché non va a leggersi qualche verbale, e si rende conto di ciò che, concretamente, è questa ASN?

    • Caro Alf, a quale indirizzo email si RAGGIUNGE il Ministro ?

      Il 29 u.s. c’e` stato l’Incontro a Roma, Universita`’La Sapienza” su VQR e ASN organizzato dal C.N.R.U. (anche in questo sito e` stata diffusa l’informazione), il Ministro non ne era al corrente ?

      Grazie molto

    • Cara Sandra,
      il Ministro ha un profilo twitter @MC_Carro (lo puoi cercare anche su google come Carrozza twitter).
      Sull’e-mail non so che dirti, su internet c’è quella istituzionale come docente alla Scuola Superiore Sant’Anna ma non so se è ancora valida.
      chiara.carrozza@sssup.it
      Su twitter addirittura risponde…

  12. Ho letto un articolo sul CorSera del 30 gennaio 2014 in cui si riporta la notizia relativa alla proroga della durata dell’abilitazione da 4 a 7 anni.
    http://www.corriere.it/scuola/universita/14_gennaio_30/uiniversita-l-abilitazione-varra-7-anni-77131860-8989-11e3-be5b-d457abaa7165.shtml
    Il provvedimento dovrebbe essere stato approvato dal Senato nell’ambito del “Milleproroghe”. Qualcuno può darne conferma o fornire il riferimento dove trovare l’emendamento ufficiale?

  13. Certo che i giornalisti… Leggete Il Fatto di oggi: elementi della normativa, notizie e rumori, il tutto frainteso e mescolato. Ovviamente, la procedura è stata «voluta dalla Gelmini» – quando chiunque abbia la pazienza di documentarsi non può non ammettere che è una nobile gara fra Ministri a chi fa peggio. Che ne è di quell’interpellanza di 100 parlamentari?

  14. Scrivo perché l’uscita dei risultati del settore 11C5 ripropone un problema sul quale chiedo lumi a chi se ne intenda: quale maggioranza occorre per ottenere l’abilitazione?
    E’ già sulla bocca di molti docenti della classe 11 l’incoerenza con cui questa commissione ha applicato il criterio di maggioranza.
    Nella seconda fascia, il candidato 157 viene abilitato con 3 sì e 2 no, mentre i candidati 211 e 387 nella stessa situazione vengono non abilitati.
    Sono perplessa.

    • “lo so” = non credo proprio
      “affrontano il tema correttamente” = alcuni si, altri no, come dappertutto
      “vorrei che si cominciasse a parlare di proposte” = ma perché proprio noi? Del resto l’unica proposta rispondente ai vari problemi, quella di azzerare tutto e che è già stata fatta da alcuni, non la si può proprio fare, considerando i costi finanziari, le aspettative soprattutto dei precari, e i costi umani in generale. Un gigante dai piedi di argilla che ora crolla su tutti, ministro compreso.

  15. Vorrei introdurre un ulteriore elemeto di riflessione sulla commissione di 13/A1. Se di un’intera università vengono abilitati in prima fascia solo un laureato in fisisca e uno in matematica, secondo voi è ciò che normalmente (in termini statistici inetndo dire) sarebbe lecito attendersi? o forse si è interpretata la norma e i regolamenti a propria discrezione, oltre ogni ragionevole criterio?

  16. poposte per il ministro:
    1) Annulla tutto con un tweet e dici abbiamo scherzato :-)
    2) Una opelegis tutti quelli che hanno avuto lo stomaco di partecipare a questa ASN vengono premiati per il coraggio e vengono automaticamente abilitati;-)
    3) I prof di ruolo che non superano le mediane vengono licenziati in tronco; vengono sostituiti dagli abilitati e i non abilitati vengono assunti come inservienti ;-)
    4) Il ministro organizza una tombolata ed estrae sorte fra gli abilitati chi verrà chiamato gli altri nisba :-)

    • se non fosse tragico ci sarebbe da ridere con questa ministra-fai-da-te! oltre a giocare col cellulare, perché non impone di pubblicare immediatamente tutti i risultati: negli atenei si stanno avviando le programmazioni per il prossimo triennio e i ritardatari (non per colpa della commissione in alcuni casi) restano fuori! questa è la realtà oggettiva non quella virtuale che piace al ministro con gli atenei che attenderanno con calma che tutti abbiano ricevuto i risultati.
      al ministero non rispondono qualcuno ha notizie sui motivi dei ritardi?
      grazie

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.