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Siamo tutti un mercato! Francesco Magris e il mito della concorrenza nella produzione scientifica

Il vantaggio del punto di partenza di questo piccolo volume di Francesco Magris (La concorrenza nella ricerca scientifica, Bompiani, Milano 2012) consiste nel fatto che il suo autore è un economista e che quindi di concorrenza – quella vera che si fa sui mercati – dovrebbe in qualche modo averne cognizione più esatta di coloro che ne parlano senza nemmeno conoscere i requisiti e le condizioni che essa richiede, anche nella più tradizionale teoria economica neoclassica. E difatti il suo principale pregio (su qualche piccola riserva torneremo in seguito) consiste nel far vedere quanto sia difficile renderla operativa nel campo della conoscenza scientifica e quindi della ricerca e del sistema universitario (con i connessi concetti di flessibilità del lavoro, di eliminazione del posto fisso e del salario garantito, oggi tanto correnti sulla bocca di molti riformatori e fustigatori dei mali dell’università italiana).

A ragione Magris richiama alcune basilari conoscenze, che anche gli studenti di liceo dovrebbero conoscere (ma non i nostri opinionisti e politici), circa le condizioni in cui è avvenuta la rivoluzione industriale e sui processi che hanno portato all’idea del lavoro come risorsa economica dotata di una sua specificità e non solo considerato come ‘merce’; inoltre fa rilevare come l’incontro tra domanda e offerta, che secondo la teoria neoclassica dovrebbe regolare i salari in base alla produttività del lavoro, avviene “in un regime competitivo ideale, come esso viene dipinto astrattamente nei manuali di economia” (p. 14); non tiene conto cioè delle peculiari caratteristiche del mercato del lavoro che lo differenzia dalle merci tradizionali: prima fra tutte la “difficoltà di misurare con precisione la produttività dei singoli lavoratori” (p. 17).

Ma se questo accade in generale, anche per chi produce chiodi o scarpe, a maggior ragione diventa una questione critica con le professioni intellettuali, cioè per coloro che devono produrre ‘idee’, le quali “non sono riducibili e assimilabili ad altri beni economici” (p. 17). Ecco allora l’idea geniale che ci proviene dai paesi anglosassoni: la quotazione di un ricercatore viene stabilita sulla base della quantità dei lavori pubblicati sulle riviste prestigiose e, ulteriore passo, sulla base delle citazioni da essi ricevute. In tal modo, mediante valutazioni periodiche sarebbe possibile creare artificialmente “un contesto assimilabile alla concorrenza”. E qui cominciano i dolori: siamo infatti sicuri che tale “contesto artificiale” sia effettivamente idoneo a creare quella concorrenza che nel mercato esiste per chi produce scarpe o telefonini? È tale assimilazione possibile senza introdurre distorsioni e monopoli che alterano i meccanismi del libero mercato?

Proprio a questo proposito Magris fa vedere come tale “logica di mercato” applicata alla produzione di idee, che dovrebbero essere originali (altrimenti che vantaggio c’è a produrle?), incontra tutta una serie di problemi, del resto già ben diagnosticati nella letteratura. Innanzi tutto, la richiesta di un flusso continuo di pubblicazioni (mettendo da parte per il momento la questione della loro valutazione mediante le citazioni) è del tutto inidonea a favorire l’originalità e la creatività; incoraggia invece la reiterazione e la serialità, tese a creare carta e ad aumentare il volume e il numero delle pubblicazioni. Sono innumerevoli gli esempi di pensatori e scienziati che hanno prodotto assai poco per tutta la loro vita, ma quel poco è stato decisivo per lo sviluppo della scienza e della cultura, o che hanno prodotto assai tardi, o che hanno avuto lunghi periodi di pausa e di accumulo di idee per poi produrre un’opera che ha lasciato il segno. Magris menziona i casi di Kant e Sraffa, sicuramente licenziato se si fosse stata presa in esame la quantità della sua produzione scientifica; ma potremmo aggiungere tanti altri nomi, come quello di Wittgenstein o Weber. Come sono altrettanto numerosi i casi di autori che hanno avuto una produzione fluviale, ma dei quali s’è perso anche il ricordo del nome. Dunque la quantità non dice nulla e questo ogni serio studioso lo sa bene.

Meglio allora la quantità ‘qualificata’, ovvero quella ospitata da riviste rinomate o case editrici prestigiose? Sappiamo bene ora (Magris ancora non poteva esserne a conoscenza) che il VQR dell’Anvur si propone appunto di ‘correggere’ i dati meramente bibliometrici sulla base delle riviste in cui si è pubblicato (opportunamente classificate in diverse fasce di qualità con un procedimento non del tutto chiaro e in ogni caso assai discutibile – su questo abbiamo più volte insistito su Roars). Ma anche in questo caso Magris fa vedere – in tempi ancora non sospetti e avvelenati dalle recenti polemiche – come sia problematico tale proposito e quante conseguenze negative esso abbia: articoli rifiutati che poi si dimostrano decisivi, emarginazione delle ricerche che non si inseriscono nel mainstream, difficoltà a stilare il ranking delle riviste (come si fa, chi lo fa ecc.?). E ciò produce la conseguenza dell’adesione, pur di essere pubblicati, alle visioni e correnti che sono dominanti, assistendo così a un paradosso: “nel confronto scientifico la concorrenza, intesa quale sistema di incentivi a pubblicare a ogni costo, anziché promuovere la differenziazione del prodotto conduce al consolidamento del monopolio del pensiero dominante e all’indebolimento del pluralismo. Eppure questo pluralismo, come tutti siamo pronti a riconoscere, dovrebbe essere uno dei primi valori tutelati dalla concorrenza, soprattutto nel campo delle scienze umane, il cui progresso avanza nutrendosi della dialettica tra le opposte teorie” (p. 36). Se a ciò si aggiunge anche la situazione di effettivo monopolio che si ha in molti campi scientifici da parte del mondo anglosassone e degli Stati Uniti in particolare, così come Magris ben documenta nel settore di sua competenza, l’economia, allora il cerchio si chiude (si veda tutto il cap. 3).

Creatività, originalità e innovazione corrono il rischio di deperire a favore di conformismo, codismo e psittacismo: l’importante è compiacere i poteri forti della ‘conoscenza’ (spesso quelli americani) in maniera da ottenere carriere più facili, riconoscimenti economici e finanziamenti (che negli Stati Uniti portano anche a più consistenti guadagni personali). E ciò diventa tanto più vero quanto più viene ad accentuarsi in Italia la tendenza e ritenere tutto ciò che abbia il marchio americano come di per sé eccellente: è una conseguenza esasperata di quel generale complesso europeo di inferiorità verso gli Stati Uniti, per cui la denuncia dei mali italiani “rischia di tradursi in un vezzo, in una forma di esterofilia civettuola”, che porta a ingigantire le proprie magagne, “magari in base a una pretesa autorità proveniente dall’aver vissuto un’esperienza più o meno lunga all’estero” (p. 83).

E allora facciamo un ulteriore passo: la qualificazione delle riviste dipende dal numero di citazioni ottenute dagli articoli in esse ospitati; e parimenti il valore di un articolo dipende dalle citazioni da esso ottenute: nasce la scienza della bibliometria con i suoi impact factor, h-index, Google Scholar, Isi Thomson e così via dicendo, sui cui limiti e pregi basta consultare la letteratura assai ampia già a disposizione (si vedano sempre gli articoli di Roars e il libro di Alberto Baccini, Valutare la ricerca scientifica. Uso e abuso degli indicatori bibliometrici). Critiche che vengono puntualmente e con chiarezza ribadite da Magris, il quale così fa vedere in sostanza come sia errato voler trasferire il ‘mercato’ nel mondo della produzione delle idee mediante tale sistema artificiale di introduzione della concorrenza. L’esito sarebbe solo quello di condurre “a un modello autoreferenziale di selezione, in quanto delega la valutazione dei lavori non a terzi estranei e imparziali, bensì a membri della medesima corporazione scientifica” (p. 31). Questo ‘schizofrenico’ sdoppiamento nella duplice funzione di produttori e consumatori – tipico del mondo della ricerca – fa sì che esso sia molto differente dal mercato tanto invocato, in cui a giudicare delle scarpe prodotte da una azienda non sono gli altri produttori di scarpe, ma un cliente che con i primi e i secondi non ha nulla a che fare. Almeno questo nella ‘pura’ teoria, senza tenere conto delle distorsioni del mercato derivanti dagli oligopoli, dal potere dei mass-media, dalla pubblicità e da quant’altro. Insomma è questo uno dei motivi fondamentali che porta Magris ad essere assai diffidente di questa facile traduzione del mercato nel sistema delle valutazioni a carattere bibliometrico.

E poi come sono fatte queste citazioni? Basta solo il loro conteggio quantitativo, includendo in esse anche quelle in cui si dice che un certo articolo è una fesseria o del tutto inutile o errato? Sarebbe ovviamente necessaria anche una distinzione qualitativa delle citazioni; e questa dovrebbe essere a sua volta valutata, “generando una spirale bibliografica, che ben figurerebbe nella Biblioteca di Babele di Borges, accanto ai cataloghi, ai cataloghi dei cataloghi, ai falsi cataloghi, alle confutazioni della falsità del falsi cataloghi e così via” (p. 37).

Insomma, la logica del mainstream sembra difficile da evitarsi, siano adottati criteri puramente quantitativi o siano essi corretti con le più sofisticate analisi messe a disposizioni dalla bibliometria – diventata essa stessa una disciplina scientifica e quindi anche essa da ‘valutare’, in una sorta di loop autoreferenziale che sembra spuntare qualsivoglia siano le cautele che si adottano. Nulla da fare, dunque?

In Magris v’è un’idea che sottende in generale il suo discorso. Egli parte dalla distinzione tra contenuto di verità delle teorie e interferenze ideologiche che su di esse possono avere un peso, specie laddove la scienza abbia delle ricadute pratiche di notevole interesse sociale, come avviene appunto nel campo dell’economia: adottare la teoria neoclassica o una ad essa alternativa (come le tante influenzate più o meno dal marxismo) risponde a precisi interessi di gruppi sociali ed economici. A tale constatazione si associa in Magris, come sua logica conseguenza, l’idea che esiste una verità a cui le teorie dovrebbero naturalmente convergere se non influenzate dall’ideologia – tesi oggi contestata in parecchi settori, persino in quelle scienze ‘dure’ che Magris in qualche modo sottrae allo tsunami delle opinioni. E da essa se ne fa discendere che nella impossibilità di pervenire alla convergenza finale sulla verità, a contare sono le opinioni, ma quelle accreditate dalla comunità scientifica, specie nel campo delle scienze umane. È in sostanza un richiamo al principio di autorità, al consenso della maggioranza. Ciò però non entra in contraddizione per Magris con l’esigenza di favorire la novità e quindi di garantire il pluralismo. Ogni nuova idea nasce infatti sempre come minoritaria: se non le si dà il tempo e lo spazio per crescere, svilupparsi, trovare nuovi sostenitori, convincere gli spiriti più liberi e indipendenti e quindi trasformarsi in una alternativa convincente alle concezioni dominanti, verrebbero meno ogni innovazione, ogni creatività ogni progresso scientifico. Si finirebbe per segare il ramo della nuovo conoscenza che, pur nascendo dal tronco di quelle già consolidate, è tuttavia quello su cui è assiso il futuro di ricerca e innovazione. Ma come si può garantire il pluralismo e così non mortificare le correnti minoritarie, unico presidio per un reale dibattito e per generare la possibilità di nuove idee?

In merito Magris non dà delle soluzioni univoche e ben definite. Parla genericamente di “una maggiore flessibilità del processo di valutazione e di selezione del corpo docente, in maniera che esso non costituisca l’esito di un mero calcolo matematico basato su articolati ma non sempre imparziali indicatori bibliometrici” (pp. 72-3) (e come non pensare all’Anvur?); e quindi suggerisce un più democratico processo di valutazione “che includesse un giudizio puntuale di ogni singolo elaborato non troppo influenzato dal ‘dove’ quel lavoro sia apparso” (p. 73). Ed è convinto che con questa procedura si potrebbe evitare di estromettere automaticamente i candidati appartenenti a scuole di pensiero minoritarie. Sì, certo l’automatismo verrebbe evitato con un più faticoso processo di valutazione secondo il criterio di peer review. Ma ciò di per sé eviterebbe la “logica del mainstream”? Non potrebbe questa venire comunque a riprodursi?

Per evitare quest’esito sarebbe necessario che la valutazione non concernesse il merito delle tesi sostenute, quanto piuttosto le qualità metodologiche dei lavori, il loro essere sufficientemente, chiaramente e logicamente argomentate, l’essere a conoscenza della letteratura esistente in modo da evitare la “scoperta dell’acqua calda”; insomma dovrebbe concernere una sorta di “requisiti minimi” di accettabilità, che dimostrino il possesso dei “ferri del mestiere” e che l’autore non è semplicemente un dilettante allo sbaraglio o un imbonitore di chiacchere. Insomma non dovrebbe valutare l’‘eccellenza’ – questa solo la storia e il futuro potrà valutarla – ma essere in grado di discriminare ed escludere la palese insufficienza. È ovvio che anche in questo caso v’è un minimo di vincoli condivisi (ci potrebbe essere chi, ad es., rifiuta le regole della argomentazione logica: ma anche in questo caso tutto dipende dalla capacità di sostenere e motivare tale propria idiosincratica posizione). In tal modo la valutazione è effettuata in modo argomentato e non è statisticamente accertata con indici quantitativi (che sono utili solo per i “ragionieri della ricerca”).

Ma l’idea della peer review potrebbe essere efficacemente implementata solo a condizione di fuoriuscire dalla logica del “concorso nazionale” in cui 250.000 ‘prodotti’ devono essere valutati in un colpo solo con un meccanismo messo su in breve tempo, in modo confuso e raffazzonato, con evidenti insufficienze e lacune e in una sorta di gigantismo da Leviatano. Basterebbe una commissione nazionale composta dai rappresentanti delle varie aree scientifiche a cui ciascuno presenta – quando vuole o quando si sente pronto – il suo prodotto o i suoi prodotti; questa poi nominerebbe tre esperti sull’argomento (e non tre generici rappresentanti del settore disciplinare: c’è una bella differenza tra le due cose e gli esperti lo sanno), i quali effettuano una valutazione articolata, motivata e documentata delle ragioni del proprio parere negativo o positivo. Le università infine scelgono l’assunzione o la promozione di coloro così valutati positivamente. Con un meccanismo di questo genere la necessità della valutazione periodica (che in questo caso potrebbe anche far un uso cauto degli strumenti bibliometrici) potrebbe essere sdrammatizzato: è il meccanismo di ingresso e di avanzamento a garantire la qualità; la valutazione periodica dovrebbe solo assicurare la costanza dell’impegno nella ricerca (e cioè penalizzare i docenti ‘inattivi’ o ‘non operativi’), tenendo conto però che la vita dell’università è fatta da tante altre cose: governance, attività amministrative, direzione di gruppi di ricerca, didattica e così via.

Infine un’ultima osservazione nel merito: a me pare che in certe tesi Magris sia a volte un po’ influenzato da una visione perottiana della realtà italiana, specie quando sottolinea le scarse performance scientifiche dei docenti dell’università (su questo tema vedi le cose già scritte su Roars…) o insiste sulle sue patologie. È chiaro che queste patologie esistono ed è anche apprezzabile e condivisibile il richiamo di Magris a non rinnegare la tradizione economica, sociale e culturale del nostro paese in omaggio al mito anglofilo (p. 84). Tuttavia si potrebbe osservare che il fatto che la spinta propulsiva della nostra tradizione culturale sia da alcuni decenni in fase di esaurimento è in singolare coincidenza con l’inizio di riforme devastanti aventi l’obiettivo di rinnovare, modernizzare e rilanciare la nostra università. Una singolare eterogenesi dei fini? Troppo semplice: forse il discorso dovrebbe essere approfondito ed allargato sia tenendo conto del contesto tipicamente italiano – come la generale trasformazione della società, il suo decadimento politico, morale, istituzionale al quale l’università non poteva essere indifferente come fosse un’isola felice –, sia avendo presente più in generale il quadro complessivo: la mondializzazione, il neoliberismo trionfante, la concezione ‘aziendalista’ delle università, per cui gli studenti diventano ‘clienti’ (come Magris giustamente denunzia), la visione di una ricerca immediatamente rivolta al mercato, con il conseguente deperimento della ricerca di base.

È ovvio che tutto ciò non poteva essere contenuto nelle circa 80 pagine dello scritto di Magris. Ma per quel che contiene, esso è comunque il benvenuto in un panorama acriticamente e ‘ideologicamente’ orientato in un’unica direzione.

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