Sottoponiamo ai lettori alcune proposte sul sistema dell’Università e della ricerca. Le presentiamo con l’intento di favorire una discussione approfondita, al termine della quale procedere alla redazione di un documento definitivo da proporre ai decisori. Ringraziamo in anticipo tutti coloro che vorranno collaborare alla discussione con spirito costruttivo.

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ROARS è nato per sostituire fatti alle tante leggende che circolano sull’Università italiana. Ed i fatti (Dati OCSE Education at a Glance 2012) sono:

  1. che l’Italia ha solo il 21% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupando il 34-esimo posto su 37 nazioni;
  2. che l’Italia è solo trentunesima su 36 nazioni per quanto riguarda la spesa per educazione terziaria rapportata al PIL;
  3. che  durante la crisi, mentre in 24 nazioni su 31 la spesa complessiva in formazione cresceva in rapporto al PIL, in Italia la spesa non solo è diminuita ma ha subito il calo più pesante di tutte le nazioni considerate ad eccezione dell’Estonia;
  4. che la spesa cumulativa per studente universitario è inferiore alla media OCSE e ci vede sedicesimi su 25 nazioni considerate;
  5. che le tasse universitarie sono tra le più alte in Europa: l’Italia è quarta dopo Regno Unito, Paesi Bassi e Portogallo.

Malgrado questo, la produttività scientifica italiana dei ricercatori italiani è superiore a quella di Germania, Francia e Giappone (International Comparative Performance of the UK Research Base, pp. 65-66, analisi basata su dati Scopus e OCSE).

Le leggende che da qualche anno impediscono all’opinione pubblica del Paese di apprezzare questi fatti sono state invocate per giustificare la Riforma Gelmini come strumento indispensabile per modernizzare l’accademia italiana. In realtà, l’infinito processo riformatore la sta paralizzando e soffocando. Inoltre, l’inserimento all’interno delle procedure di valutazione e reclutamento di strumenti di valutazione e controllo mal congegnati sta aprendo la strada al contenzioso giudiziario con il risultato di consegnare ai giudici amministrativi le decisioni ultime sul governo della ricerca nel nostro Paese.

Siamo convinti che sia ora di correggere la rotta, tenendo conto delle esperienze internazionali.

Per questo motivo, desideriamo sottoporvi queste riflessioni: si tratta solo di primi spunti per favorire un’ampia discussione anche in vista delle prossime elezioni politiche.

A partire di qui, vorremmo giungere alla definizione di proposte da sottoporre ai policy makers, come tappa conclusiva di un percorso di elaborazione condivisa con gli attori del sistema, e fra questi in primis con chi ha scelto di dedicare la propria vita alla ricerca.

Vale la pena di ricordare che i dipartimenti, le aule e i laboratori delle Università e dei centri di ricerca funzionano grazie alla dedizione di decine di migliaia di persone che hanno fatto una scelta ispirata in primo luogo dalla passione per la conoscenza. Persone che nella maggior parte dei casi lavorano con dedizione, e che sarebbero ben felici di fare di più, ma chiedono rispetto.

Da ultimo, va ricordato che senza un netto cambio di marcia rispetto alle politiche di tagli indiscriminati al finanziamento del sistema, non sarà possibile ottenere alcun risultato significativo.

L’Università italiana ha subito negli ultimi anni un lungo e travagliato processo riformatore. Non è ragionevole ipotizzare subito nuove radicali riforme. Per questo proponiamo misure di breve termine, più leggere e di più facile attuazione e misure di più lungo termine, che andranno comunque considerate dopo un attento monitoraggio del funzionamento del sistema dell’Università e della ricerca.

1. Reclutamento

Coordinare reclutamento e progressioni per garantire il ricambio in tutti i ruoli

Le abilitazioni nazionali sono di fatto fallite. Se anche dovessero sopravvivere all’ampio contenzioso che si è creato, è ormai chiaro che esse non sono affatto uno strumento per la promozione del merito nel reclutamento accademico, secondo quanto a suo tempo affermato dai sostenitori della l. 240/2010. Inoltre, se non verrà arrestata la progressiva riduzione dell’organico della docenza, il sistema delle abilitazioni rischia di chiudere definitivamente le porte del reclutamento a larga parte dei giovani non strutturati, a prescindere dai loro meriti scientifici.

Che l’abilitazione ora in corso giunga o meno a conclusione, occorre comunque prevedere interventi minimi correttivi per impedire il collasso del sistema. Prevediamo il ricorso a concorsi con commissioni prevalentemente sorteggiate per il reclutamento. Sia per accedere al reclutamento che per le progressioni di carriera interne all’ateneo riteniamo opportuno il ricorso a abilitazioni nazionali bandite con cadenza annuale a numero programmato.

Nel breve termine è auspicabile che:

A) Le prossime tornate di abilitazioni, successive a quella ora in corso,  si svolgano a numero programmato. Per ogni settore scientifico il numero di abilitati deve essere sufficiente alle necessità di reclutamento e ricambio generazionale nelle fasce consentendo una ragionevole libertà di scelta agli atenei, senza eccedere in modo sregolato la capacità di assorbimento.

B) Occorre definire criteri minimi di qualificazione scientifica per l’accesso alle abilitazioni, evitando parametri di natura statistica (per es. mediane, medie e percentili) ma ricorrendo a parametri assoluti, facilmente accertabili dai candidati e dalle commissioni, definiti e periodicamente rivisti dal CUN (vedi sub 2).

C) Occorre distinguere tra reclutamento e progressione di carriera. Il reclutamento nelle diverse fasce deve avvenire mediante concorsi locali riservati ai possessori dell’abilitazione scientifica, con commissioni composte per i 4/5 da soggetti esterni all’ateneo, appartenenti al settore scientifico disciplinare o al macrosettore, scelti per sorteggio pubblico tra coloro che sono dotati dei requisiti minimi di produttività scientifica.

Per le progressioni di carriera, gli atenei possono deliberare la chiamata degli interni che abbiano conseguito l’abilitazione al ruolo superiore senza ulteriori adempimenti.

Nota: la possibilità di promozione alla I e II fascia degli interni abilitati tramite chiamata (senza ulteriore concorso) è limitata a chi abbia conseguito l’abilitazione a numero programmato. Ciò non vale per le abilitazioni a numero aperto attualmente in corso, che danno solo diritto di partecipare a concorsi locali nella rispettiva fascia.

Nel medio periodo:

D) Sono necessarie misure per favorire la mobilità dei docenti fra le sedi. Tra queste, occorre considerare un incremento della quota riservata nel reclutamento locale a soggetti esterni che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’Università stessa (L. 240/2012, art. 18 comma 4), applicando tale quota separatamente per ciascuna delle fasce e per le posizioni di ricercatore a tempo determinato di tipo B.

E) Misure per ripristinare il flusso di giovani studiosi verso le Università italiane. Al momento è previsto che i giovani ricercatori, dopo il dottorato possano concorrere per assegni di ricerca, posti da ricercatore a tempo determinato (RTD) di tipo A rinnovabili una volta, e posti da ricercatore a tempo determinato di tipo B non rinnovabili con una sorta di tenure track. Questi ultimi sono suscettibili di trasformarsi in posizioni da professore associato, previo superamento dell’abilitazione scientifica nazionale Si tratta però di un canale allo stato inattivo, poiché i posti RTD tipo B sono estremamente costosi in termini di punti organico (0.7) e perché vi è un secondo canale di accesso alla seconda fascia che riguarda i ricercatori ad esaurimento, molto più numerosi.

Per superare la contrapposizione tra le aspirazioni di carriera dei ricercatori e quelle dei giovani studiosi non strutturati, occorre rendere accessibile il canale di reclutamento di tipo B direttamente ai dottori di ricerca (senza richiedere un precedente triennio di RTD di tipo A) e trasformarlo in una via di accesso al rinnovato ruolo di ricercatore a tempo indeterminato (RTI), che tornerebbe pertanto ad essere il primo gradino della carriera accademica. Contestualmente occorre istituire un’abilitazione di III livello, il cui conseguimento è necessario per l’immissione, al termine del triennio, degli RTD di tipo B nel ruolo degli RTI. In tale quadro occorre prevedere finanziamenti ad hoc riservati a bandi per RTD di tipo B. I regolamenti riguardanti il reclutamento di ricercatori a tempo determinato di tipo B debbono essere uniformati prevedendo il sorteggio pubblico di 4/5 della commissione giudicatrice e il rispetto della quota riservata a soggetti esterni che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’Università stessa. Il possesso preventivo dell’abilitazione di terzo livello è titolo preferenziale nei bandi per RTD di tipo B. Il rinnovato ruolo degli RTI è unicamente a tempo pieno e orientato prevalentemente all’attività di ricerca.

2. Riforma del CUN e Autonomia universitaria

Occorre partecipazione e condivisione delle regole.

Nel breve termine:

Il CUN deve essere riformato in modo da divenire la sede di rappresentanza istituzionale della comunità scientifica (non del sistema universitario nelle sue componenti). L’organo deve essere dunque snellito eliminando le componenti estranee alla comunità scientifica. Occorre attribuire al CUN compiti di raccordo fra le comunità scientifiche e l’Agenzia di valutazione.

Essendo organo rappresentativo delle comunità scientifiche, dev’essere il CUN a definire in modo partecipato e trasparente i criteri di massima per la valutazione.

Contestualmente occorre riassegnare al CUN la competenza disciplinare sul personale docente, se non altro come sede di seconda e ultima istanza di giudizio.

3. Sistema della valutazione

a)     Restituire la valutazione della ricerca ai ricercatori.

Il sistema di valutazione è uno degli snodi chiave per lo sviluppo della attività di ricerca. Un sistema di valutazione ben disegnato è indispensabile per le decisioni relative al finanziamento della ricerca.

L’assetto istituzionale attuale è del tutto inadeguato poiché attribuisce ad una agenzia ministeriale (ANVUR) di nomina politica e vigilata dal ministro tutte le attività di valutazione della ricerca e di «assicurazione della qualità» nell’Università. In questo modo le decisioni sulle policies non sono chiaramente distinte dalle attività di valutazione. È necessaria pertanto una modifica radicale dell’assetto istituzionale del sistema della ricerca.

Nel breve termine:

E’ urgente che il CUN, come scritto al punto 2, assuma la funzione di rappresentanza istituzionale della comunità scientifica e non delle componenti del sistema universitario. Ad esso spetta di definire, in raccordo trasparente e formalizzato con le comunità scientifiche e con l’agenzia di valutazione, i criteri di massima che dovranno potranno essere utilizzati per la realizzazione delle attività di valutazione (ad esempio le classificazioni disciplinari, le denominazioni dei corsi di studio, la definizione dei criteri per la costruzione di liste di riviste scientifiche etc.). In tal modo è possibile iniziare a riequilibrare e stabilizzare il sistema della valutazione.

Nel medio periodo:

La creazione di una Agenzia autonoma, sul modello della francese AERES, dotata di due dipartimenti separati e indipendenti fra loro, rispettivamente dediti alla valutazione della ricerca e alla valutazione e accreditamento dei corsi di studio. Ciascun dipartimento dispone di un consiglio direttivo ampio costituito da ricercatori (Università ed enti pubblici di ricerca – EPR), esperti di valutazione nominati su proposta delle Università e degli EPR e anche da personalità qualificate provenienti dalla ricerca privata. I dipendenti di Università ed EPR chiamati a far parte dei consigli direttivi percepiscono solo indennità aggiuntive a copertura delle spese e non sono assimilati nelle retribuzioni ai dirigenti del ministero.

b)     Strumenti ed articolazione della attività di valutazione della ricerca

Le esperienze in corso della VQR e delle abilitazioni stanno mostrando che gli strumenti di valutazione di cui si è dotata ANVUR sono del tutto inadeguati, perché realizzati senza il rispetto degli standard minimi adottati a livello internazionale. I risultati della VQR sono viziati da errori di impostazione tali da compromettere del tutto la credibilità dei risultati finali del costoso esercizio. Il modello VQR nella sua configurazione attuale va immediatamente abbandonato. Il database delle pubblicazioni realizzato per le abilitazioni solo difficilmente potrà essere utilizzato come anagrafe nazionale della ricerca. Per non parlare delle incredibili liste di «riviste scientifiche» relative alle aree non bibliometriche.

Per realizzare una efficace e credibile attività di valutazione della ricerca che possa essere applicata a vari livelli di aggregazione sono immediatamente necessari due strumenti di base:

1)     l’anagrafe nazionale dei prodotti della ricerca (ANPREPS), già prevista da una norma del 2009 ma mai attuata, deve essere realizzata e manutenuta dal MIUR (non dalla Agenzia di valutazione) secondo standard internazionali. I prodotti inseriti nell’anagrafe devono essere classificati per tipologie. Le tipologie (ad es. articolo/libro scientifico, articolo/libro divulgativo) sono definite dalla comunità scientifica (tramite il CUN) secondo standard classificatori internazionali;

2)     una lista di riviste scientifiche, realizzate anch’essa secondo le convenzioni internazionali sul modello di analoghe liste realizzate altrove (Finlandia, Norvegia, Francia, Australia). I criteri per la realizzazione della lista sono costruiti attraverso una ampia consultazione delle comunità scientifiche. La lista è realizzata e manutenuta dal MIUR. La lista è aggiornata annualmente. Una rivista, una volta ritenuta scientifica resta tale per tutti i settori e per tutte le aree.

L’Agenzia di valutazione della ricerca o il dipartimento a ciò preposto realizza:

  • indagini bibliometriche a cadenza annuale/biennale relative alla produttività del sistema della ricerca e impatto della produzione scientifica italiana.
  • un esercizio di valutazione della qualità della ricerca quadriennale, sulla base del modello REF britannico (peer review su un numero limitato di prodotti);
  • verifica ex post i risultati dei progetti di ricerca finanziati dal MIUR (vedi punto successivo).

4. Finanziamento della ricerca.

Ridurre la frammentazione per aumentare l’efficacia, evitare concentrazioni improprie e salvaguardare il pluralismo della ricerca.

Il finanziamento delle Università e degli Enti Pubblici di Ricerca [EPR] avviene attraverso due canali: il fondo di finanziamento ordinario, che ormai permette solo di pagare le spese fisse, ma non di finanziare l’attività di ricerca; ed i finanziamenti per progetto.

Per quanto riguarda il primo canale, per le Università una parte del fondo di finanziamento ordinario (in prospettiva il 25%) dovrebbe essere distribuita in funzione dei risultati conseguiti nella ricerca e nella didattica tenendo conto dell’efficienza nell’uso delle risorse.

Il sistema attuale di finanziamento a progetto non è coordinato centralmente, non garantisce trasparenza delle decisioni e soprattutto concentra le risorse (su gruppi e discipline) in modo del tutto inefficiente. Il recente bando PRIN per esempio, concentra le risorse in modo eccessivo in ambiti disciplinari in cui tale concentrazione non è nei fatti necessaria né auspicabile, perché non sono necessari finanziamenti di entità particolarmente ingente per condurre la ricerca. Ne segue che molti gruppi di ricerca nell’Università e gli EPR non sono messi in condizione di operare in maniera ordinaria.

Premessa necessaria al ridisegno del sistema è che tutti i finanziamenti straordinari rispetto all’ordinario funzionamento di enti di ricerca e Università, inclusi i progetti bandiera, devono essere assegnati tramite bandi pubblici. L’obiettivo è la costruzione di un meccanismo (bandi, progetti, revisione da parte di panels indipendenti) che distribuisca fondi per la ricerca  tenendo conto di capacità e risultati.

Nel breve termine:

Occorre differenziare i bandi per progetti di diversa dimensione (grande, media e piccola), ognuno con una periodicità diversa (più frequenti per i progetti di piccola dimensione).  I progetti più piccoli (ricerca individuale e per piccoli gruppi) sono di importanza fondamentale perché permettono di finanziare la ricerca di base curiosity driven e salvaguardare per questa via il pluralismo della ricerca in un contesto in cui le attività di valutazione per loro natura tendono a premiare la ricerca mainstream.

Le procedure di valutazione devono essere svolte nel modo più rigoroso e trasparente secondo le guidelines europee per la peer review. I nomi dei valutatori vanno resi pubblici a bando concluso e i loro CV devono essere resi pubblici.

L’agenzia di valutazione della ricerca deve svolgere sistematicamente attività di verifica ex post dei risultati dei progetti finanziati.

Nel medio periodo:

Si può prevedere la creazione di un organismo nazionale di coordinamento del finanziamento alla ricerca, per evitare sprechi di risorse ed allocazioni errate. A questo proposito sono possibili due scelte alternative.

La prima, consiste nella creazione di un’agenzia ad hoc, che accentri e coordini le fonti di finanziamento della ricerca, attualmente disperse e pertanto difficilmente programmabili. Una tale struttura può tuttavia generare un potenziale incremento dei costi e compromettere l’autonomia degli enti finanziatori.

In alternativa, è possibile pensare a una struttura leggera che si incarichi di:

  • manutenere un archivio pubblico dei bandi per finanziamento alla ricerca
  • manutenere l’elenco nazionale dei valutatori dei progetti di ricerca
  • fornire guidelines e supporto per la redazione di bandi effettivamente competitivi, che siano all’altezza dei migliori standard.
  • fornire guidelines e supporto per la valutazione dei progetti presentati e per la verifica dello svolgimento delle attività di ricerca in itinere.
  • assicurare un monitoraggio continuo ed un’attività di analisi del sistema del finanziamento alla ricerca.

5. Valutazione della didattica ed accreditamento

Recuperare il ritardo senza morire di burocrazia.

L’Università italiana è in enorme ritardo in relazione alle attività di assicurazione della qualità dei corsi di studio ed accreditamento come definiti nel processo di Bologna. ANVUR sta preparando AVA (Autovalutazione, Valutazione, Accreditamento) il cui disegno appare ispirato ad un controllo burocratico e centralizzato delle attività di educazione terziaria.  AVA prevede la raccolta di una gran mole di dati – incluso dati di dubbia utilità per la rilevanza della qualità -, ma mette in secondo piano il giudizio esperto sulla conduzione delle attività ordinarie.

Nel breve termine:

I Nuclei di Valutazione costituiti presso le singole Università svolgono in coordinamento con l’Agenzia nazionale le attività di valutazione ex ante in itinere ed ex post, verificando le rispondenza delle attività degli organismi locali di “assicurazione della qualità”   agli standard nazionali.

Il CUN definisce i criteri e controlla denominazione, disegno e contenuti dei corsi di studio.

Come già rilevato, ANVUR è agenzia di nomina ministeriale e sottoposta alla vigilanza del Ministro. Non sembra presentare le caratteristiche di indipendenza dal ministero richieste alle agenzie di valutazione da ENQA (European Association for Quality Assurance in Higher Education), e che dovranno essere vagliate da EQAR (European Quality Assurance Register for Higher Education).

Nel medio periodo:

È quindi opportuno prevedere la sua trasformazione (vedi sub 3), in modo che l’attività di valutazione ed accreditamento dei corsi di studio si svolga secondo le linee previste dagli Standards and Guidelines for Quality Assurance in the European Higher Education Area.

6. Enti di Ricerca

Più autonomia per una migliore realizzazione della propria missione.

È necessario invertire il processo di marginalizzazione della comunità scientifica interna e del personale negli organi di autogoverno, la riduzione dell’autonomia e l’ingerenza politico-ministeriale nella gestione degli Enti Pubblici di Ricerca (EPR). Gli EPR devono avere la capacità di organizzare la propria struttura con l’obiettivo di perseguire la mission definita in sede politica dai ministeri di riferimento. Deve essere garantita sia l’autonomia della ricerca che l’indipendenza del potere politico degli organi decisionali degli enti.

Gli EPR saranno quindi disciplinati esclusivamente dai loro statuti, redatti in coerenza con i principi contenuti nella Carta europea dei ricercatori garantendo spazi autentici di autogoverno e partecipazione diretta del personale.

La comunità interna deve esprimere oltre al consiglio scientifico almeno un rappresentante nel consiglio di amministrazione comunque composto da personalità che vantano esperienze di alto livello nei settori di competenza dell’ente. I consiglieri di amministrazione esterni all’ente dovranno essere scelti con un bando pubblico e selezionati successivamente dal consiglio scientifico. Il ruolo del consiglio scientifico dovrà essere non solo di carattere propositivo rispetto all’implementazione della mission dell’ente ma anche rispetto all’organizzazione del lavoro a garanzia dell’autogoverno e dell’autonomia dei ricercatori nell’ambito della missione dell’ente stesso.

I Presidenti degli EPR e gli eventuali componenti di nomina governativa nei Consigli di Amministrazione devono essere scelti nell’ambito di distinte rose di candidature proposte da appositi comitati di selezione nominati, di volta in volta, per ciascun ente.

Gli EPR devono poter operare sulla base di un piano quinquennale di attività, che deve definire gli obiettivi, i programmi di ricerca, i risultati socio-economici attesi, nonché le risorse, che dovranno essere previste in coerenza con il programma nazionale per la ricerca che dovrà diventare anche esso quinquennale.

7. Diritto allo studio

Il diritto allo studio universitario occupa da sempre un ruolo marginale nel panorama delle politiche sociali, con la conseguenza di essere collocato al fondo dell’agenda politica dei governi che si sono succeduti, e di avere assegnate risorse irrisorie anche nel periodo pre-crisi. Negli ultimi due anni (2010 e 2011) il Fondo statale che finanzia le borse di studio – l’intervento principale a sostegno dei capaci e meritevoli privi di mezzi – è stato pari a meno di 100 milioni di euro. In primo luogo, dunque, occorrerebbe un’inversione di tendenza culturale che riconosca all’insieme di interventi a favore degli studenti dignità di politica.

Nel breve termine:

Un primo passo in tal senso potrebbe essere, non solo quello dell’incremento del finanziamento statale, pure indispensabile, ma quello di creare all’interno del MIUR, una Direzione specifica per lo studente ed il diritto allo studio universitario, attualmente invece accorpata a quella per l’Università. Questa dovrebbe avere il compito di monitorare sistematicamente gli interventi redigendo una relazione annuale.

Il sistema di finanziamento dovrebbe essere modificato in modo tale che gli studenti aventi diritto alla borsa abbiano la garanzia di riceverla su tutto il territorio nazionale, con condizioni di accesso uniformi, e che tutti abbiano un contributo monetario integrativo della borsa se partecipano a programmi di mobilità internazionale.

Oggi le tre fonti di finanziamento delle borse sono lo Stato, le Regioni e gli studenti attraverso la tassa regionale per il diritto allo studio universitario (DSU). Tuttavia sia lo Stato che le Regioni stanziano le risorse in base a quanto messo a bilancio e non in base al fabbisogno. Non esiste alcuna forma di corresponsabilità finanziaria, che è ciò che consentirebbe di far scomparire la figura dello studente idoneo non beneficiario, presente solo in Italia. In Germania, ad esempio lo Stato contribuisce per il 65% e i Länder per il restante 35%.

Quindi, sarebbe necessario un coordinamento nazionale degli enti regionali per il DSU, il che sarebbe utile sia ai fini gestionali degli enti stessi, che potrebbero comparare costi e procedure, sia per rendere più uniformi i criteri di accesso ai diversi interventi e le relative tariffe.

In luogo di 50 bandi di borse di studio, e altrettanti bandi per l’alloggio e altrettanti regolamenti di ristorazione, sarebbe opportuno che ve ne fosse uno a livello nazionale, almeno per la borsa di studio, come accade negli altri paesi europei.

Nel medio periodo:

Dovrebbe essere ripensato il Fondo per il merito, istituito dalla legge 240/2010, per trasformarlo in un Fondo di garanzia per l’erogazione di prestiti agli studenti attualmente esclusi dalla borsa di studio: gli studenti con una condizione economica lievemente migliore degli aventi diritto alla borsa, ovvero quelli che si potrebbero definire “quasi-borsisti”, e gli studenti iscritti a corsi post-laurea. Nel fondo dovrebbero confluire le residue risorse del progetto “Diritto al Futuro” – Fondo per il credito ai giovani, in capo al Dipartimento della Gioventù, consistente nell’erogazione di prestiti a studenti universitari meritevoli.

164 Commenti

  1. mi limito, per ora, a commentare la parte sul reclutamento.
    a un primo sguardo direi che non è quello che vorrei, però è meglio di quanto abbiamo ora (anche se ci vuol poco). apprezzo però che si sia passati finalmente alla parte costruttiva e spero che questa sia una bozza che sarà possibile rivedere e modificare.

    la chiave sta tutta nel ripristino della terza fascia, e fin qui va bene perché è l’unica via d’uscita sensata dal caos attuale.
    vado per punti, cercando di limitarmi:

    1. fatico a ritenere sensata l’esistenza di una terza fascia dedicata prevalentemente alla ricerca, non esiste in nessuna parte del mondo una cosa del genere. ci sarà un motivo, o no?

    2. d’accordo nell’abolire il tda, ma perché fare del tdb la chiave d’accesso alla terza fascia? come si coniuga questo con l’idea di una fascia prevalentemente di ricerca (ricordo che i tdb hanno obblighi didattici pari agli associati)?

    3. della miriade di contrattini vari (assegni, cococo, tecnologi a td, docenti a contratto) che ce ne facciamo? non sarebbe il caso di sfrondare?
    personalmente abolirei cococo e assegni, che non danno le tutele minime di cui un lavoratore ha diritto e lascerei il contratto td che ha invece tutte le tutele del caso (e contributi pensionistici congrui).
    finché le università potranno scegliere tra fare 5 assegni o fare un td (che poi può diventare rti) faranno prevalentemente assegni…

    4. ottima la richiesta di aumentare le quote per esterni, ma di quanto? e non è il caso anche di ripensare la definizione di esterni, per renderla più vincolante ed evitare gli scambi (roma1–>roma2 e viceversa)

    5. discutibile – perché contraria al principio di responsabilizzare i dipartimenti – la proposta di sorteggiare le commissioni. In astratto preferirei commissioni interamente locali ma con severi premi/punizioni ex-post. Questo in linea di principio, all’atto pratico devo dire che solo col sorteggio le cose sono un po’ migliorate negli ultimi concorsi da rti.

    6. l’idea della chiamata diretta per tutti gli abilitati strutturati di questa tornata senza ulteriori valutazioni mi pare assurda e in totale contraddizione con le critiche che voi stessi avete proposto a questa procedura abilitativa. Se non credete che questa abilitazione sia fatta bene perché dare un premio così rilevante a chi la passa (o meglio ai soli strutturati che la passano)? Questo vuol dire solo una cosa: intasare i ranghi, bruciare una marea di punti budget, soffocare definitivamente le speranze dei più giovani. a questo dico NO NO NO!

    7. MA UN INCENTIVO PER L’ASSUNZIONE DEI PRECARI CHE PRENDERANNO L’ABILITAZIONE – QUESTA ABILITAZIONE – PROPRIO NON LO VOGLIAMO DARE?

    grazie cmq per quanto fate.

    • insorgere: “7. MA UN INCENTIVO PER L’ASSUNZIONE DEI PRECARI CHE PRENDERANNO L’ABILITAZIONE – QUESTA ABILITAZIONE – PROPRIO NON LO VOGLIAMO DARE?”
      ____________
      La risposta sta nelle quote di posti riservate ad abilitati esterni da bandire mediante concorsi locali con 4/5 dei commissari sorteggiati. Dato che le chiamate degli abilitati interni non passano da questo canale, è chiaro che quei concorsi locali non hanno alibi costituiti da candidati “locali” che per ragioni di politica accademica “devono” vincere. Anche l’accesso alla posizione iniziale si basa su un concorso con queste caratteristiche e, inoltre, il precario che avesse conseguito l’abilitazione nazionale possiede un titolo preferenziale.
      ============
      insorgere: “l’idea della chiamata diretta per tutti gli abilitati strutturati di questa tornata senza ulteriori valutazioni mi pare assurda ”
      ____________
      Come notato in seconda battuta anche da “insorgere”, avevamo inserito una nota per chiarire che gli abilitati di questa tornata non avrebbero diritto a “chiamate dirette”:
      ____________
      Nota: la possibilità di promozione alla I e II fascia degli interni abilitati tramite chiamata (senza ulteriore concorso) è limitata a chi abbia conseguito l’abilitazione a numero programmato. Ciò non vale per le abilitazioni a numero aperto attualmente in corso, che danno solo diritto di partecipare a concorsi locali nella rispettiva fascia.

    • ok. sappiamo bene quanto pesino di solito i “titoli preferenziali”, tendenzialmente nulla….

      mi turba un po’ la tendenza a schiacciare i precari tutti in un unico blocco, a prescindere dal livello di preparazione e dalla fase della carriera.
      ci sono precari neo-dottorati per i quali il tdb e poi rti andrebbe benissimo e precari in età più avanzata – tra i trenta e i quaranta – che avrebbero tutti i titoli per competere per posizioni da PA ma che avranno poche o nulle possibilità perchè i posti saranno occupati per scatti di carriera e trasferimenti (i posti per esterni servono anche a fare i trasferimenti).

      non sono convinto che basti ampliare – ancora non è chiaro di quanto – il numero di posti per esterni per risolvere la questione. sopratutto se non si chiarisce meglio il concetto di esterni.

      la legge ora qualifica come esterni soggetti che negli ultimi tre anni non abbiano avuto rapporti con l’ateneo che bandisce. ma ciò non impedisce scambi tra atenei della stessa città, per esempio. Proporrei di ampliare il numero di anni, arrivando a 4 o 5, e di escludere coloro che lavorano in atenei della stessa regione (anche per garantire una mobilità vera).

      infine, come detto prima non si può intervenire solo sui td (a e b) ma bisogna intervenire anche sugli assegni e i cococo per regolare i meccanismi di ingresso.

    • “mi turba un po’ la tendenza a schiacciare i precari tutti in un unico blocco, a prescindere dal livello di preparazione e dalla fase della carriera”
      _______________________
      Il numero programmato dovrebbe consentire il conseguimento di abilitazioni di seconda e prima fascia anche a precari che abbiano i titoli, mentre il canale interno per le promozioni dovrebbe risolvere il problema dei candidati locali (difficilissimi da scalzare). Infine, i concorsi riservati ad esterni (la riserva deve valere per tutte le fasce) con commissioni sorteggiate per 4/5 dovrebbero creare un’arena competitiva che non sia fittizia. È chiaro che il precario si trova a competere con chi cerca un trasferimento, ma la commissione sorteggiata per 4/5 dovrebbe sentirsi libera di far vincere il migliore (l’interesse è coprire il posto meglio che si può).

    • mi piacerebbe avere una risposta anche sugli altri punti.

      in particolare: 1. che ce ne facciamo della pletora di contratti e contrattini che non danno le garanzie minime cui un lavoratore ha diritto (malattia, maternità, contributi adeguati)?
      2. che senso ha rendere il tdb, che ha obblighi didattici consistenti, il passaggio per ottenere un posto a tempo indeterminato che sia “prevalentemente di ricerca”?
      3. di quanto si pensa di elevare la quota per esterni?

    • Un’altra ottima osservazione insorgere.

      L’introduzione di un contratto unico di “ricerca” è un’ottima idea (invece dell’introduzione dell’ennesima figura, il “tecnologo” prevista dai soliti Vogons).

      Esiste tale contratto (che non è – come pensato da qualche genio – di “formazione”) con tutti i crismi ed i pagamenti di contributi previdenziali come dio comanda e se uno vuole può andare fino alla pensione in questo modo.

      Anche in questo caso non è difficile…

      A presto

      MA

    • Non sono “promozioni in totale libertà” perché le abilitazioni sono a numero programmato. L’interno che venissse chiamato ha superato una valutazione competitiva a livello nazionale con numero limitato di idoneità ed in cui si è confrontato anche con esterni. Se non c’è il numero programmato (situazione attuale), siamo d’accordo che le chiamate senza concorso degli interni non sono proponibili (vedi nota di cui sopra).

  2. Mi limito a commentare la lettera A del primo punto. Io quest’anno non ho presentato domanda per l’abilitazione, ma intendo farlo il prossimo anno. E’ un mio diritto, scegliere in quale anno partecipare. Non voglio trovarmi davanti lo sbarramento del numero programmato, dato che oltre 40000 candidati di quest’anno non hanno avuto questo tipo di blocco. E la nota per me non vale, dato che non sono strutturato. Se il sistema di quest’anno ha fallito non devo farne io le spese. I concorsi locali rischierebbero di essere “intasati” per i primi anni da quelli della prima tornata. Non ci sarebbe neanche più la necessità di fare altre tornate. Mi sembra una proposta così assurda che devo aver capito male.

    • “Non ci sarebbe neanche più la necessità di fare altre tornate”
      _____________
      Le altre tornate, se non altro, scaricherebbero i concorsi locali da quegli interni che, una volta conseguita l’abilitazione a numero programmato, avrebbero un canale diretto, alleggerendo i concorso locali. Comunque il lettore evidenzia un problema reale, ovvero la gestione della probabile ondata di abilitati che si verrà a creare nel 2013, pesante eredità della disastrosa gestione attuale.

    • Sujay ha ragione. Introdurre il numero programmato equivale a dire che l’abilitato ha un qualche diritto al posto e fino a quando non lo ha quel numero programmato potrebbe ridursi notevolmente o sparire addirittura (vedi scuola). Se il titolo di dottore di ricerca è indispensabile per diventare ricercatori, non vuole dire che dobbiamo limitare il numero di posti di dottorato al numero di ricercatori da reclutare. L’attuale ASN dovrebbe servire per studiare il problema più nel dettaglio. Per farlo occorrerebbe eliminare la penalizazione di due anni per i non abilitati e fare una selezione forte per potere poi constatare gli effetti sul reclutamento. Eliminare la penalizzazione (roba da medio evo) servirebbe a non avere ritiri e quindi dare la possibilità alle commissioni di avere un quadro ampio della situazione. Un esperimento ma senza effetti collaterali. Ovviamente si deve anche riformare l’ANVUR.

  3. Non sono d’accordo sulla proposta per il CUN. Attualmente la presenza di associati e ricercatori al CUN ha probabilmente impedito derive autoritarie in stile ANVUR. Non mi fido della maggior parte degli ordinari che ci sono in circolazione. Forse in un futuro migliore le cose saranno diverse, quelli di ora hanno un forte potere dissuasivo.

    • personalmente credo che il cun sia parte del problema e non parte della soluzione.

      è tendenzialmente una camera di compensazione corporativa, per non parlare del fatto che gli scandali che hanno coinvolto il suo attuale presidente (che rimane saldamente al suo posto)

    • @insorgere
      Il presidente attuale è un PO e lo sarebbe anche nell’idea CUN di ROARS. Il CUN fine anni 90 cosa era? Non veniva più rinnovato, i ricercatori erano stati promossi e la presidenza imperversava impedendo le riforme come la terza fascia. Ribadisco che un CUN senza componenti non PO finirebbe come l’ANVUR.

    • Forse c’è un’incomprensione. Non stiamo dicendo che il CUN deve essere fatto di ordinari. Diciamo che il CUN è il luogo di rappresentanza (elettivo) della comunità scientifica italiana. Dentro ci stanno perciò personale docente di tutte le fasce, e personale degli EPR. Non, come adesso, rappresentanti del personale tecnico-amministrativo, studenti, rettori, direttori amministrativi. Non l’abbiamo scritto, ma credo che un punto cruciale sia che il CUN riformato svolga attività formalizzate e trasparenti di consultazione con le società scientifiche. L’agenzia di valutazione ha come unico referente per l’intera comunità accademica proprio il CUN.

    • TUTTO IL POTERE AL CUN!
      Ogni ricercatore, ogni docente, ogni vero studioso, ogni accademico onesto si rende conto che l’attuale situazione ha solo due sbocchi. O il potere rimarrà nelle mani della cricca degli anvuriani, e questo significherà ogni sorta di repressioni per i ricercatori, per i docenti e per i precari, il proseguimento della guerra, e con esso inevitabilmente fame e morte…

      Oppure il potere passerà nella mani dei ricercatori, dei docenti e degli accademici rivoluzionari, e in questo caso vi sarà l’abolizione completa della tirannia dell’anvur, lo scacco immediato dei capitalisti e l’offerta immediata di proposte per una pace giusta. Allora la libertà di ricerca sarà assicurata ai ricercatori, allora il controllo dell’università sarà assicurato ai docenti, allora i precari avranno pane e questa guerra insensata terminerà!

      7 Novembre (25 Ottobre) 1917

    • @insorgere. Mi dispiace, ma proprio non capisco. Nessuno ha scritto TUTTO IL POTERE AL CUN. Tutt’altro. Stiamo scrivendo che un c’è bisogno di un bilanciamento tra due istituzioni: Agenzia di Valutazione e un qualche organismo (se non vogliamo chiamarlo CUN chiamiamolo pure in qualche altro modo) rappresentativo della comunità scientifica.
      Non credo neanche che il bilanciamento dei poteri avrà come conseguenza il pane ai precari.

    • era solo un jest, uno scherzo o provocazione.

      quanto al cun, come a tutti gli organi rappresentativi dentro le università, c’è una parte di personale che non è rappresentato e che pure è quantitativamente notevole e che rappresenta il futuro del sistema…

      dopo lenin si potrebbe citare sieyes:
      Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa

    • “quanto al cun, come a tutti gli organi rappresentativi dentro le università, c’è una parte di personale che non è rappresentato e che pure è quantitativamente notevole e che rappresenta il futuro del sistema…”

      Concordo al 100%. C’è una soluzione?

    • L’odio strisciante verso ricercatori e associati da parte dei precari è ormai parte integrante del “divide et impera” usato dalla casta accademica per dominare la scena. Ci cascano tutti. L’andu chiedeva concorsi solo con PO commissari, accontentato. La sinistra chiedeva un’agenzia per la valutazione, accontentata. La crui si lamenta di troppi revisori registrati al cineca, presto sarà accontentata. Continuiamo così, diamo addosso a quei comunisti rivoluzionari e rompiballe di ricercatori e associati. Questa è la vera riforma.

    • nessun odio, solo volontà di ottenere diritti minimi.

      @ baccini

      beh, ammesso e non concesso che il sistema della rappresentanza locale e centrale vada bene così com’è si tratterebbe di estenderla anche ai non-strutturati.

      finché i precari non voteranno per eleggere i rettori il sistema privilegerà le promozioni ai nuovi ingressi.

    • cmq, al di là della polemica sulla condizione precaria – che in generale mi pare interessi meno di quanto dovrebbe – credo che ci sia un problema di scarsa coerenza interna nell’impianto disegnato dalla vostra proposta.

      mi spiego: volete un sistema in cui i singoli atenei siano in competizione tra loro per la quota premiale di ffo?

      beh, allora mi dite che senso hanno le commissioni fatte per 4/5 di esterni sorteggiati? che responsabilità si assumono, che interesse hanno?

      e che senso ha una camera di compensazione corporativa come il cun in un sistema in cui ciò che conta è la competizione tra le sedi?

      guarda caso nel sistema uk, che è pubblico e in cui gli incentivi contribuiscono efficacemente a indirizzare il reclutamento, non c’è il cun e nessuno si sognerebbe di introdurre commissari esterni (sorteggiati o eletti).

    • @insorgere
      Io imposterei il problema in altro modo. Le ricette di politica per università/ricerca vendute in questi anni come risolutive erano semplici e coerenti. Abolizione del valore legale. Competizione tra atenei. Valutazioni con parametri oggettivi.
      Il documento che stiamo discutendo ha alla base l’idea che intervenire su università e ricerca è complicato e richiede non ricette semplici e coerenti, ma un mix di misure che si adattino alle istituzioni di questo paese. E le cambino senza l’ennesima riforma epocale che l’università dopo anni di continue riforme epocali ed inefficaci forse non reggerebbe.

  4. Su anagrafe della ricerca e database dei progetti.

    Immagino che in una proposta di questo tipo non si possa entrare dei dettagli, tuttavia ci sono alcuni punti che vale la pena di indicare meglio.
    Anpreps è un pezzo di un sistema che deve mettere in collegamento input , output (outcome), dati grezzi e profili personali dei ricercatori. In questa ottica deve essere dunque progettata in collegamento con il DB dei progetti e con un archivio che raccolga i dati grezzi, in modo che tutto il ciclo della ricerca possa essere tracciato e valutato sulla base di tutte le informazioni significative.
    E’ costruita da specialisti di gestione dell’informazione e di architettura dell’informazione sulla base di indicazioni fornite da esperti di valutazione e secondo le migliori pratiche internazionali.
    Anpreps è pubblica.
    Un punto importante deve essere la definizione di un identificativo univoco per i ricercatori italiani, che ne tracci il profilo e li identifichi presso gli editori, gli enti finanziatori della ricerca e nel sistema di gestione dei dati della ricerca. Potrebbe essere ORCID?

  5. SU CUN –

    il passaggio

    “Il CUN deve essere riformato in modo da divenire la sede di rappresentanza istituzionale della comunità scientifica (non del sistema universitario nelle sue componenti). L’organo deve essere dunque snellito eliminando le componenti estranee alla comunità scientifica. Occorre attribuire al CUN compiti di raccordo fra le comunità scientifiche e l’Agenzia di valutazione.”

    va ridefinito per coerenza con:

    “Contestualmente occorre riassegnare al CUN la competenza disciplinare sul personale docente, se non altro come sede di seconda e ultima istanza di giudizio.”

    è difficile immaginare che una rappresentanza “sola” delle comunità scientifiche possa intervenire, istituzionalmente, su questioni del personale docente in quanto tale.

    in generale non va sottovalutata la natura “trasversale” del CUN attuale

    • è difficile immaginare che una rappresentanza “sola” delle comunità scientifiche possa intervenire, istituzionalmente, su questioni del personale docente in quanto tale

      Se composto di soli PO si eccome. Io infatti suggerivo di rileggere la storia degli anni 90.

  6. Riguardo al reclutamento, con particolare riferimento al comparto umanistico, faccio presente all’estensore di queste proposte, che ci troviamo, e ci troveremo in futuro ancora di più, di fronte al caso di giudicati che hanno titoli superiori a quelli dei loro giudici, come del resto le mediane predisposte per questa abilitazione testimoniano. Che senso ha far passare a uno studioso due livelli di verifica (o giudizio), se in entrambi i casi i commissari non sono in grado di valutarlo? Il fatto è che bisogna far ricorso a parametri sempre più oggettivi, per limitare la discrezionalità di commissioni squalificate, che partoriranno nuovi incompetenti… come la situazione delle discipline umanistiche in Italia sta testimoniando.

    • I parametri sempre piu’ oggettivi sono gia’ una chimera nel caso delle scienze dure (e figuriamoci nel caso dei settori umanistici) che servono solo a deresponsabilizzare il giudizio delle commissioni. C’e’ invece bisogno di responsabilizzare le scelte.

    • Ci si muove su un terreno delicato. La commissione di interni o completamente nominata dalla sede potrebbe piò facilmente pianificare scambi con altre sedi relativamente alla quota obbligatoria di esterni (io te ne prendo uno e tu prendi il mio). Il sorteggio serve a sparigliare i giochi. Una commissione di esterni, senza conflitti di interesse, sarebbe nella condizione migliore per scegliere i migliori. Nel documento non è scritto ma io ritengo ragionevole che la sede possa rifiutarsi di chiamare il vincitore (eventualmente con qualche penalità come era prima della L. 240). Ciò dovrebbe scoraggiare i commissari sorteggiati da scelte di parte che non approderebbero comunque a nulla.

    • Il fatto che i “giovani” abbiano più titoli dei “vecchi” è un fatto assolutamente naturale. La quantità dei titoli, ma non necessariamente la qualità, è molto legata alla tecnologia a disposizione degli studiosi. Come appartenente ai vecchi mi ricordo la mancanza delle fotocopiatrici e i calcoli fatti con la “Divisumma” Olivetti.
      Oggi in un giorno riesco ad avere accesso a fonti bibliografiche che in altri tempi richiedevano un mese di lavoro e a effettuare un complesso calcolo statistico in un secondo quando in altri tempi ce voleva un’ora per uno semplice.

    • il discorso sull’impatto della tecnologia per le discipline umanistiche ha un valore molto relativo.

      certo si ha più facile accesso alla bibliografia – o almeno a una piccola parte di essa contenuta nei database delle riviste (ma non alle monografie) – d’altra parte la quantità di testi da seguire e da conoscere è cresciuta esponenzialmente.

      il problema posto da green baron è reale: nelle discipline storiche si diventava associati con un libro, ordinari con due. questo per la generazione degli attuali cinquanta-sessantenni.
      per i trenta-quarantenni ci vuole un libro e il dottorato per avere un assegno di ricerca, e due o più libri per potersi anche solo giocare un posto da rti…e i prodotti non sono necessariamente di livello inferiore.

    • @Palazzi: ma da dove derivi che sia “naturale” per i “giovani” avere piu’ titoli???
      Si da’ il caso che le attuali strumentazioni moderne siano a disposizione dei “giovani” e dei “vecchi”… Anzi: i “vecchi” in genere hanno a disposizione moderne strumentazioni e i “giovani” che le utilizzano!
      Forse e’ piu’ facile pubblicare (e non sarei certo), ma e’ cosi’ per tutti.

    • Mi sembra che ne abbiamo gia’ discusso in abbondanza. Ha senso considerare degli indicatori minimali che taglino la coda della distribuzione, ad esempio il 10% piu’ scarso. Dopodiche’ se il 25% di risorse fosse “distribuita in funzione dei risultati conseguiti nella ricerca e nella didattica tenendo conto dell’efficienza nell’uso delle risorse.” come proponiamo, vi sarebbe un incentivo alla responsabilizzazione.

    • no, l’incentivo ha senso se e solo se è il dipartimento in piena autonomia che valuta e delibera.

      se le scelte gli fanno gli esterni sorteggiati gli incentivi non contano una beneamata fava

    • @ Giovani e vecchi. La produttività scientifica, senz’altro quella quantitativa, sulla qualitativa il discorso è più complesso, è massima fra l’età dei 30-40 anni. Quindi bisogna fare il confronto fra la tecnologia a disposizione quando si aveva quella età. Il ritardo o addirittura l’incapacità di utilizzate il computer o internet di tanti docenti anziani credo che sia cosa nota, i vecchi devono supplire a questo con l’esperienza maturata e questo fa sì che non esiste altra alternativa da quella di far selezionare i giovani dai vecchi.
      Faccio un esempio che farà arrabbiare molti. I giovani per capire e valutare un articolo scientifico lo devono leggere tutto, per i vecchi non è così, basta leggere poche pagine per capirlo. Insomma per i vecchi una pubblicazione scientifica è come un panino, basta un morso per capire se è buono, chi non ha esperienza in panini se lo deve mangiare tutto e forse non è neanche sufficiente in quanto ha mangiato troppo pochi panini per giudicare.

  7. IL numero programmato è una proposta sensata ma il numero programmato di abilitazioni dovrebbe essere determinato ogni anno con un buon anticipo per permettere l’attuazione del concorso. Quali saranno i criteri per la determinazione di questo numero?
    a) Limite esclusivamente economico? Allora servirebbe una programmazione delle risorse per università, gruppi concorsuali, dipartimenti ancora più in anticipo. A occhio almeno due anni prima. È una cosa realistica? Secondo me no!
    b) Limite secondo le esigenze. In questo caso il numero delle abilitazioni sarà senza dubbio superiore a quello di coloro che avranno effettivamente un posto.
    Questo seconda soluzione è la più credibile, allora proporrei di abolire il concetto di abilitazione, che è un concetto di livello valutativo assoluto, ritornando ai concorsi comparativi pari al numero dei posti indicati dalle esigenze e quindi di fatto prevedendo un numero di vincitori superiore a quello di coloro che saranno effettivamente chiamati. Poi la disponibilità delle risorse determinerà ex-post i posti effettivamente copribili. I vincitori non chiamati resterebbero tali per diciamo 2 anni e si aggiungerebbero ai vincitori degli anni successivi . Si potrebbe ogni anno sottrarre ai posti richiesti dalle esigenze il numero di coloro che sono rimasti senza posto nei due anni precedenti, in modo tale da non accumulare eccessivamente il numero dei vincitori senza posto.
    Rimarrà comunque il difficilissimo problema della distribuzione delle risorse, che con sicurezza saranno senz’altro inferiori alle esigenze. Il rapporto fra criteri per la distribuzione dei fondi e criteri per la determinazione delle esigenze è e sarà, a mio avviso, il problema chiave per l’università.

    • sul numero programmato: ma esiste da qualche parte un modello simile?

      perché si deve sempre reinventare la ruota?

      non basta guardare come fanno nei paesi (francia per es.) in cui un sistema di abilitazione, a più livelli, funziona da tempo?

      lì non ci sono limiti. e non ci sono mediane e h-index, solo peer review

    • Completamente d’accordo con insorgere. L’abilitazione è un titolo, se deve essere qualcosa d’altro meglio lasciarla stare.

    • Che l’abilitazione possa essere un titolo (ma per chi??? PER COSA???) e’ una boiata che solo la Gelmini poteva pensare…
      Insomma: se uno e’ precario e abilitato, ma cavolo! questo deve far pensare! Vuol dire che c’e’ qualcuno che ha criteri bibliometrici migliori della meta’ (semplifichiamo) dei prof. associati (ASSOCIATI!) del proprio SSD e lo lasci a casa???
      Ma dovresti lasciare a casa qualche associato della seconda meta’ (al limite) e prender lui che tra le mille difficolta’ e ricatti del precariato e’ riuscito pure a esser produttivo!
      Piu’ di tanti prof. associati!!!
      Che l’abilitazione (per i precari) rappresenti qualcosa di piu’ che un titolo “preferenziale”…quasi una prelazione per un posto futuro…questo si!

    • il numero programmato di abilitazioni è un misto tra abilitazione e reclutamento, non ha senso. Se l’abilitazione deve scremare deve essere a numero aperto. Può essere anche considerato titolo per altre carriere, perchè negarla? Il reclutamento deve essere maggiormente responsabilizzato, niente sorteggi o esterni. Il punto nodale è il meccanismo ‘punitivo’ per reclutamenti inefficienti.

      ps. sarebbe più ordinata e chiara la discussione se per ogni tema ci fosse un post separato.

    • “il numero programmato di abilitazioni è un misto tra abilitazione e reclutamento, non ha senso. Se l’abilitazione deve scremare deve essere a numero aperto. ”
      __________________________
      Il numero programmato appare essenziale per consentire promozioni senza concorsi locali (i promossi hanno già superato una valutazione di natura comparativa e possiamo risparmiare un’ulteriore procedura valutativa che non sia il via libera del dipartimento che conosce bene anche le loro qualità didattiche). A loro volta, questi “scorrimenti” permettono di liberare i concorsi locali dalla (pesante) ipoteca dei candidati locali che da tempo immemorabile hanno inquinato le procedure concorsuali. Se si va verso il numero aperto (opzione adottata anche in altre nazioni) bisogna capire come gestire le promozioni. Ci sono due possibilità.
      1. Se si possono decidere a livello di dipartimento (senza ulteriore concorso locale), in un dipartimento pieno di abilitati il peso dei gruppi accademicamente più forti metterebbe in grave difficoltà gli abilitati che non hanno le spalle coperte. In regime di numero programmato gli abilitati accademicamente deboli a livello locale hanno più speranze di farsi valere perché il loro titolo è meno inflazionato.
      2. Se per essere promossi bisogna vincere un concorso aperto a tutti (probabilmente la scelta migliore) ci troviamo di nuovo a gestire concorsi con il famigerato candidato locale che condiziona l’imparzialità dei commissari.

    • se il problema è il candidato locale si può sempre aumentare di molto la quota per esterni. portarla al 60% per esempio.

      le abilitazioni-concorso non possono funzionare bene perché creano disparità di trattamento a partire da una medesima valutazione positiva

    • Per rendere l’abilitazione meno “inutile” e quindi renderla effettivamente un titolo che dia qualcosa, anche a chi poi non sarà chiamato nelle università, si potrebbe pensare di utilizzare comunque gli abilitati all’interno delle università in qualche modo. Si potrebbe stabilire che essi hanno la precedenza nei contratti di insegnamento, si potrebbe stabilire che coloro i quali acquisiscono l’abilitazione e occupano ruoli statali (nella pubblica amministrazione o nelle scuole) possono avere carichi didattici part-time nelle università, che possono partecipare alle ricerche scientifiche (d’ateneo e altro) e così via.

    • l’ablitazione è già titolo preferenziale per l’accesso ai contratti d’insegnamento (che comunque sono una schifezza malpagata e che verranno in ogni caso assegnati ad hoc).

      @ de nicolao

      il tuo ragionamento sul problema del candidato interno si potrebbe anche tradurre così: siccome sai che una squadra è in combutta con l’arbitro allora per evitare che vengano regalati dei rigori gli fai vincere la partita a tavolino. mi pare paradossale…

      il problema dei concorsi in cui l’interno era privilegiato non si risolvono sancendo formalmente tale privilegio.

    • Se si legge bene la proposta si vede che il reclutamento avviene con concorsi riservati ad esterni la cui commissione è per 4/5 sorteggiata tra professori esterni alla sede. Proprio il contrario della partita vinta a tavolino. Che ci sia una percentuale di progressioni di carriera all’interno delle sedi mi sembra del tutto ragionevole (l’alternativa è imporre che ogni avanzamento debba coincidere con un cambio di sede: norma molto dura che non mi vede contrario a priori ma che ritengo nulla più che un esercizio di pensiero perché non avrà mai il consenso necessario a divenire legge). Se ci devono essere progressioni interne, proprio per non truccare le partite, è meglio che vengano tenute separate dai veri reclutamenti. Per evitare che ci si autopromuova allegramente a ruota libera, abbiamo previsto che questi scorrimenti interni siano riservati a chi consegue l’abilitazione a numero programmato, avendo pertanto superato una valutazione comparativa a livello nazionale con posti limitati. Sinceramente, non vedo dove stiano i privilegi e il nuovo sistema sarebbe di gran lunga più favorevole a chi, esterno al sistema universitario, vuole farsi reclutare.

    • @denicolao
      “Se si va verso il numero aperto (opzione adottata anche in altre nazioni) bisogna capire come gestire le promozioni. Ci sono due possibilità.”

      ———————
      Nel documento proposto giustamente si distingue tra reclutamento e promozioni in termini di procedure. Non è raro che in una organizzazione ci siano meccanismi e procedure diversi per il reclutamento e le promozioni. Ma è una cosa sulla quale riflettere.

      Mi sembra che De Nicolao sia implicitamente d’accordo sul fatto che il reclutamento debba avvenire tramite commissioni interne post abilitazione, in modo da responsabilizzare i ‘reclutatanti’. Detto brutalmente, il nuovo elemento può far alzare o diminuire il livello scientifico o la qualità della didattica del dipartimento e di conseguenza i finanziamenti erogati sulla base della produzione scientifica o didattica.

      Diverso è il discorso delle promozioni: se promuovo uno scarso al posto di un bravo, lo scarso continuerà a produrre poco e il bravo continuerà a produrre molto. Nessun effetto sulla produzione totale del dipartimento e sui finanziamenti. Per questo si suggerisce il “numero chiuso” e la commissione esterna.

      Ho capito bene?

    • “Mi sembra che De Nicolao sia implicitamente d’accordo sul fatto che il reclutamento debba avvenire tramite commissioni interne post abilitazione, in modo da responsabilizzare i ‘reclutatanti’.”
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      In realtà preferirei commissioni con una minoranza di interni (anche uno solo) e una maggioranza (anche 4/5 di esterni sorteggiati). Questo aiuterebbe ad evitare “reclutamenti combinati” con altre sedi (io recluto i tuoi e tu recluti i miei). Se il concorso è un vero reclutamento dall’esterno, la sede può affidarsi a commissari in buona parte esterni che abbiano solo il mandato di scegliere il migliore. Io lascerei alla sede la possibilità di non chiamare il vincitore come estrema difesa nei confronti di scelte incongrue da parte della commissione, ma questo si può discutere. Sarebba da considerare anche la possibilità che la sede specifichi un profilo scientifico-didattico non troppo stretto ma che garantisca l’acquisizione del tipo di competenze di cui ha bisogno (magari è una sede forte dal punti di vista dei teorici e sta cercando uno “sperimentale” per potenziare sia l’offerta didattica che la ricerca). Su questi aspetti, c’è spazio per proposte e discussioni.
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      “Diverso è il discorso delle promozioni: se promuovo uno scarso al posto di un bravo, lo scarso continuerà a produrre poco e il bravo continuerà a produrre molto. Nessun effetto sulla produzione totale del dipartimento e sui finanziamenti. Per questo si suggerisce il “numero chiuso” e la commissione esterna.”
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      Sì, dal momento che c’è il numero chiuso e la valutazione di esterni, se anche esistesse una cricca dipartimentale, deve pur sempre promuovere qualcuno che ha superato un filtro nazionale di natura competitiva. Se poi nello stesso dipartimento c’è un abilitato che viene mobbizzato, può partecipare ad uno dei concorsi per esterni banditi dagli altri atenei. La mobilità serve anche a dare sbocco a chi ottiene un riconoscimento in termini di abilitazione nazionale, ma è vittima di ostracismi locali. Attualmente, chi è vittima di ostracismi locali non ha molte vie di uscita.

    • In realtà preferirei commissioni con una minoranza di interni (anche uno solo) e una maggioranza (anche 4/5 di esterni sorteggiati). Questo aiuterebbe ad evitare “reclutamenti combinati” con altre sedi (io recluto i tuoi e tu recluti i miei).
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      Mi sembra che questa proposta sia un po’ in contraddizione con il sistema di responsabilizzazione dei dipartimenti. Se la commissione è esterna (in maggior parte) non si può imputare la responsabilità della scelta in capo al Dipartimento. Vedrei molto meglio un Dipartimento che ci mette la faccia direttamente, con i suoi docenti che selezionano i futuri colleghi. Per evitare i reclutamenti combinati non c’è stratagemma giuridico che tenga: l’unica cosa che può spezzare le cordate è il vil denaro (=finanziamenti erogati in base a produttività scientifica e didattica). In questo caso, almeno, io recluto i tuoi solo se sono bravi e fanno bene al mio Dipartimento e il patto tiene solo se ho gente abbastanza brava da far reclutare a te. D’altra parte se si sganciano i reclutamenti dalle promozioni, perché dovrebbero fare questo sforzo immane per lo scambio di posti? Se voglio assumere al livello più basso, lo faccio direttamente (mettendoci la faccia). Se voglio assumere ad un livello superiore (implicitamente promuovere) è sempre più conveniente (in termini di delta di coefficiente) promuovere direttamente (sempre mettendoci la faccia).

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      Sì, dal momento che c’è il numero chiuso e la valutazione di esterni, se anche esistesse una cricca dipartimentale, deve pur sempre promuovere qualcuno che ha superato un filtro nazionale di natura competitiva. Attualmente, chi è vittima di ostracismi locali non ha molte vie di uscita.

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      Dunque la storiella potrebbe essere più o meno questa.
      Ogni Dipartimento dichiara di quanti reclutamenti e di quante promozioni ha bisogno (e/o quanti se ne può permettere). In base al totale si stabilisce un numero chiuso di abilitati da nominare a livello nazionale. All’abilitazione partecipano esterni ed interni. Gli esterni abilitati saranno papabili per tutte le procedure di reclutamento. Gli interni abilitati saranno papabili per tutti i reclutamenti banditi al di fuori del proprio Dipartimento e per l’eventuale promozione interna. Il mobbizzato interno dovrà affrontare la concorrenza all’esterno, mentre il favorito resta quasi candidato unico. Entrambi sono abbastanza bravi perché hanno superato l’abilitazione a numero chiuso, ma uno è sgradito e dovrà cercare altrove perché la mobilità è bella. Se gli ordinari che lo odiano hanno qualche amico qua e là, non sarà difficile che con tanti aspiranti al reclutamento anche altrove sarà fatto fuori. Allora il mobbizzato mette l’abilitazione nel cassetto e l’anima in pace. Cosa c’è di diverso da quanto accade oggi?

    • “Allora il mobbizzato mette l’abilitazione nel cassetto e l’anima in pace. Cosa c’è di diverso da quanto accade oggi?”
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      Fino ad oggi non riusciva nemmeno a prendere l’idoneità e quando l’aveva presa non riusciva a giocarsela fuori dal suo ateneo. I miracoli non esistono, ma se le abilitazioni non sono inflazionate, esiste possibilità di essere promossi dal proprio dipartimento soprattutto se l’abilitato svolge ricerca e didattica di buona qualità (vedi logica della responsabilizzazione). Se non riesce a farsi promuovere oppure deve aspettare perché altre promozioni sono considerate più prioritarie della sua, può partecipare a concorsi banditi da altri atenei dove non deve vedersela con candidati locali che partono favoriti dallo “ius loci”. Mi sembra un tentativo onesto di semplificare (ci risparmiamo un bel po’ di finti concorsi che erano pensati come promozioni mascherate) senza sbracare (per essere promossi bisogna comunque passare un filtro nazionale) ed offrendo delle possibilità a chi è esterno oppure vuole spostarsi (non c’è solo il caso del mobbizzato: qualcuno potrebbe desiderarlo per coltivare meglio i suoi interessi scientifici o anche solo per la voglia di nuove sfide).

    • come già detto la questione centrale è la contraddizoine tra i commissari esterni e la responsabilizzazione dei dipartimenti.

      non si può voler la botte piena e la moglie ubriaca, se si vuole responsabilizzare i dipartimenti (e premiarli o punirli in virtù delle scelte fatte) devono essere liberi di scegliere in piena autonomia e senza commissari esterni.

      altrimenti, se si ritiene che i commissari esterni siano necessari, si rinunci all’idea della quota premiale del ffo e agli incentivi.

    • OK @Insorgere, mi era sfuggito il fatto che gli abilitati avranno comunque la precedenza per i contratti; questo è almeno qualcosa. Ma non basta ovviamente. Resta la questione che avevo posto: è importante rendere l’abilitazione un titolo che non sia una medaglia di latta, che serva a qualcosa. Oltre alle altre cose dette, si potrebbe anche pensare – visto che l’inquadramento nella fascia ha due profili diversi (quello concernente i “diritti civili” nella istituzione e quello economico) – che gli abilitati acquisiscano la possibilità di svolgere nelle università e nel sistema accademico nel suo complesso (e per le questioni di più specifica attinenza della ricerca) una funzione equivalente a quella della fascia per la quale si sono abilitati (ad es. partecipazioni a commissioni scientifiche e di concorso, ricerche, ruoli dirigenziali accademici ecc.). A tale scopo, il fatto che l’abilitazione non sia inflazionata, e quindi sia stabilito un ragionevole numero programmatico (che non deve coincidere affatto con l’esatta determinazione dei posti liberi) avrebbe un senso.

    • Non riesco a convincermi della bontà del numero chiuso.

      Riparto da due principi generali: responsabilità delle strutture e chiarezza delle procedure (vedi anche commento di Giuliana Fiorillo).

      Chiarezza delle procedure

      a) Netta separazione tra canali di promozione e reclutamento. Effetti: si elimina la concorrenza sleale tra interni ed esterni; l’interno mobbizzato può farsi reclutare altrove; la struttura (Dipartimento) dichiara chiaramente se vuole un elemento in più (reclutamento) o se vuole promuovere (non che si chiama un posto, ma si vuole una promozione).

      b) Abilitazione nazionale aperta. Effetti: scrematura dei possibili reclutandi o promuovendi; confrontabilità a livello nazionale; l’abilitazione ’inflazionata’ non è un danno se è chiaro che essa è solo un prerequisito e non crea aspettative.

      Responsabilità delle strutture

      a) Commissioni interne per promozione e reclutamento post abilitazione. Effetti: responsabile del reclutamento/promozione è la struttura = concorrenza tra reclutatori e non tra reclutandi (come in una azienda l’ad è responsabile del buon andamento dell’impresa, non il singolo operaio), che significa anche responsabilità di una buona organizzazione interna in autonomia.

      b) Valutazione ex post della ricerca e della didattica parametrata ai coefficienti utilizzati. Effetti: se recluto bene ottengo una buona valutazione = maggiori finanziamenti; un Dipartimento con 10 ordinari deve essere migliore di un Dipartimento con 10 associati=responsabilità del Dipartimento sulle promozioni.

    • “Non riesco a convincermi della bontà del numero chiuso.”
      ________
      È semplice: il numero programmato alleggerisce la pressione su atenei e dipartimenti. È un modo per dare una spinta a chi è riconosciuto valido dalla comunità scientifica ma ha pochi appoggi locali (non appartiene al clan giusto oppure è di un SSD “minore”). Abilitazione a numero aperto serve solo a prevenire casi clamorosi (e attualmente potrebbe fallire anche questo scopo) e mette in circolo una quantità di abilitati da impegnare atenei e dipartimenti in giochi accademici estenuanti. La selezione fine si sposta a livello locale, dove esistono realtà anche parecchio problematiche. L’idea che la valutazione ex-post possa prevalere sulle cordate locali mi lascia perplesso. In presenza di gruppi di ricerca consistenti, vere e proprie macchine da guerra bibliometrica, c’è la possibilità di schiacciare (ingiustamente) anche chi è bravo scientificamente, ma non è integrato in una cordata vincente, senza che la valutazione ex-post rilevi grandi anomalie. È questo sarebbe forse il meno peggio: infatti, pur senza promuovere/reclutare incapaci, si possono preferire studiosi “allineati” sotto diversi punti di vista (politico, di scuola scientifica, di interessi economici). Insomma, troppo potere alle realtà locali. Ci sono esigenze di “biodiversità accademica” che si tutelano meglio con il numero programmato che costringe le sedi a pescare in un bacino non eccessivamente ampio di candidati. E anche la commissione decisa dal dipartimemnto per il reclutamento mi mette l’orticaria. Un membro interno (max due membri interni) può bastare. Agli esterni conviene fino ad un certo punto fare pasticci: in quel caso il dipartimento non chiama e hanno perso il loro tempo. In questo modo, il ricercatore espatriato avrebbe qualche chance in più di farcela dato che i commissari sorteggiati (dopo che si sono chiuse le domande dei candidati) non avrebbero particolari alibi per preferirgli qualcun altro meno bravo.

    • Allora faccio un’altra storiella.
      Ci sono due candidati allo stesso livello scientifico e didattico: uno allineato, per scuola o interessi, l’altro sgradito o biodiverso o di nicchia.
      1° ipotesi: col numero programmato non ci stanno tutti e due. Quale dei due vincerà l’abilitazione? La selezione sarà casuale oppure vincerà il mainstream. Alla selezione locale la commissione conferma la scelta e il Dipartimento chiama se il vincitore è l’allineato, non chiama se vince il biodiverso.
      2° ipotesi: col numero programmato si abilitano entrambi. La commissione locale di esterni – che non gliene frega niente – ascolta il membro interno e sceglie l’allineato.
      3° ipotesi: col numero programmato si abilitano entrambi. La commissione locale di esterni – dove capita per caso un altro biodiverso – non ascolta il membro interno e sceglie il non allineato. Però il Dipartimento non lo chiama.
      Alla fine il biodiverso, abilitato o no, resta al palo.
      Attenzione: il potere di chiamata/non chiamata restituisce al governo locale quello che gli si vuole sottrarre con la commissione esterna.

    • Costringere il dipartimento a chiamare il vincitore selezionato dalla commissione a prevalenza esterna è un’opzione che si può valutare. In una logica di pesi e contrappesi, sposta il pendolo dalla parte della comunità scientifica nazionale limitando ulteriormente il potere locale a livello di sede, a cui rimarrebbe essenzialmente il controllo di due processi:
      1. decisioni sulle promozioni degli interni che hanno ottenuto l’abilitazione nazionale a numero programmato
      2. decisioni sui bandi per il reclutamento esterno, la cui selezione è demandata ad una commissione prevalentemente esterna
      È una configurazione possibile, che limita la libertà di manovra delle cricche locali a costo di qualche rigidità.

    • Invito, comunque, a riflettere ulteriormente sulla opzione “commissione esterna”.

      L’idea che la comunità scientifica nazionale limiti l’esercizio del potere locale è vera fino ad un certo punto. Si parla comunque di comunità formate da un centinaio di persone che si incontrano, si telefonano e fanno accordi. La “commissione esterna” può essere esterna (anche se sorteggiata) solo di facciata e perseguire comunque una strategia contrattata.
      Il vantaggio di un maggiore controllo a livello nazionale, pertanto, può essere di modesta entità.

      D’altra parte, la commissione esterna legittima la scelta di un candidato ‘gradito’ anche se tale scelta è in realtà l’espressione di un accordo corporativo. Il potentato locale sceglie ma finge che a scegliere siano altri. Due svantaggi: la scelta non può essere imputata a chi l’ha effettivamente presa; gli sgraditi restano comunque fuori.
      Lo svantaggio derivante dal fatto che i veri reclutatori (gli ordinari locali) non ci “mettono la faccia”, pertanto, può essere enorme.

      Valutiamo bene il saldo tra costi e benefici.

  8. La butto lì, solo riguardo la questione “diritto allo studio”.

    Bisogna, sottolineo bisogna, pensare anche ai criteri di assegnazione delle borse. Qui a Pavia, realtà dove peraltro il diritto allo studio non è certo effimero (c’è pieno di collegi), l’ente regionale dava borse per reddito che venivano rinnovate con requisiti minimi, del tipo 25 CFU entro il luglio del primo anno, 80 entro il luglio del secondo, 135 entro il luglio del terzo, senza alcun controllo della media voti. Ora sono state alzate le soglie per i crediti, ma ancora niente riguardo i voti. Questo secondo me è da rivedere profondamente.

  9. Esperienza personale: Ieri non sono stato ammesso ad un RTD, (quando la domanda supera 6, deve esserci una selezione preventiva), pur avendo DUE MONOGRAFIE IUS 01, privato, e anche molto supportato, li mortacci loro!!!!!!!!

  10. Mi riprometto di leggere approfonditamente la vostra bozza di “programma” e di commentare a mente fredda. A caldo alcune cose mi convincono, altre no.
    Ma c’è un’osservazione di fondo che vorrei fare subito: mentre nel paragrafo sugli enti di ricerca vi è un forte richiamo all’autonomia (sono d’accordo al cento per cento!), nei paragrafi sull’università non ce ne trovo nessuno. Anzi mi sembra di respirarvi – ma spero di sbagliarmi perché sarebbe a mio parere un errore storico e politico – un certo neo-centralismo, quasi che si preferisse un “sistema autonomo di università” a un “sistema di università autonome”.

    • E’ vero. Ci siamo interrogati sull’assenza del tema dell’autonomia. Per gli EPR quello è il problema principale. Per l’Università abbiamo dato per scontato il governo locale, e ci siamo preoccupati soprattutto -perché al momento è il problema principale- del sistema di controllo/valutazione centralizzato, con organismi di nomina ministeriale. Mi sentirei di dire nessun neo-centralismo.

    • Io non sarei personalmente contrario (è lo stesso sistema che vige, a quanto ne so, in Francia e in Polonia, con variazioni locali). Non abbiamo avanzato questa ipotesi in quanto abbiamo voluto fare delle ipotesi realistiche (che come avete visto sono distinte nel breve e medio periodo) visto lo Zeitgeist del momento. Questa proposta ci sembrava per il momento troppo rivoluzionaria. Tuttavia ne possiamo discutere (e in un mio prossimo articolo su Roars la propongo, insieme ad altro).

  11. Alcune osservazioni sulla voce RECLUTAMENTO
    Sono molto d’accordo su quasi tutto, in particolare sulla re-istituzione della terza fascia – che però non chiamerei assolutamente con la vecchia denominazione RTI, bensì, essendo appunto a tutti gli effetti una terza fascia della docenza, in un altro modo: la denominazione sin qui farsesca di Professore Aggregato andrebbe benissimo. A questa figura, la cui retribuzione dovrebbe essere lievemente incrementata rispetto a quella attuale degli RTI, occorrerebbe – pena il collaso del sistema – attribuire l’obbligo di insegnamento, a fronte delle possibilità di scorrimento di carriera per chiamata diretta così come ben descritto nella proposta.
    Allo stesso modo, sarei molto favorevole a un’abilitazione a tre livelli, ma ho molte perplessità sul numero chiuso: penserei piuttosto a un modello “alla francese”, in cui all’abilitazione non si dia (come sta assurdamente accadendo in Italia) l’enfasi di un quasi-concorso, ma di una semplice “scrematura”: all’abilitazione per il primo livello (Maitre de conferences) in Francia si partecipa di norma già subito dopo il Dottorato, ma questa non viene “drammatizzata”: se nei primi 4 anni non si viene chiamati, si ripropone la domanda e pace. Di sicuro, non si ha diritto di accedere ad alcuna ope legis.

    • E’ una proposta molto ragionevole però non passerebbe il vaglio di medicina e giurisprudenza (storia anni 90 appunto).

    • In merito al modello alla francese, vedi la mia risposta a Tari Bari. Vorrei precisare in merito che tale modello mi pare prescinda persino dal Grande Concorso Nazionale Unico Per Tutti i Ricercatori di Tutte le Discipline: e qui sta proprio il nocciolo duro della situazione. Si rinuncerà mai in Italia al modello del Concorsone? Inoltre quel modello si basa sul giudizio (ampio, articolato, responsabile) dato da pochi esperti (di solito tre, scelti per la competenza specifica da un organismo nazionale rappresentativo della disciplina) alla dissertazione (inedita) presentata dal candidato (quando vuole), e quindi sul successivo incardinamento a chiamata nell’università che abbia il relativo posto disponibile.

    • In Francia è così per quanto riguarda l’habilitation – che serve per aver diritto alla qualification come Professeur. Per il livello iniziale – maitre de conferences – ottenere la qualification è ancor più semplice: ottenuto il dottorato, si inviano le proprie tre migliori pubblicazioni a una commissione nazionale di due membri, che le LEGGONO e le valutano nel merito. Se non si ottiene, niente drammi: si può riprovare l’anno successivo (senza assurdi “turni di penalizzazione”), davanti a una diversa commissione nazionale.

  12. (1) “Le prossime tornate di abilitazioni,…”

    Negativo. Molto, molto negativo. Le abilitazioni devono essere mandate a quel paese.

    Si prosegue: “Per ogni settore scientifico”. Molto negativo. I “settori” vanno aboliti.

    L’introduzione del “ruolo unico differenziato a livello locale” è l’unica soluzione ragionevole. Inoltre va introdotta una sola regola anti-imbreeding e va affrontato il problema del differenziale di retribuzione tra un ricercatore ed un ordinario (problema che si risolve con il “ruolo unico”).

    Posso continuare ma l’itero paragrafo “(1) Reclutamento” è da cassare.

    (3) Sistema della valutazione

    Il modello è la NEREA americana (www.nerea.gov) non l’AERES francese. I francesi sanno fare i burocrati, noi no.

    (4) Finanziamento alla RIcerca.

    Il FFO deve servire, per l’appunto alle spese ordinarie. Il finanziamento via PRIN non funziona data l’architettura “annuale” del sistema. Va creata una (o più) agenzia nazionale per il finanziamento della ricerca con bilanci pluriennali. Naturalmente, questa agenzia non va “gestita con criteri da Venture Capital” (chi ha orecchie per intendere … :) )

    In altre parole trovo le proposte perlomeno farraginose.

    È necessario ripartire da altre assunzioni di base.

    Marco Antoniotti

  13. La proposta è molto interessante, ed è la cosa migliore e più ragionata che sia apparsa da anni nel panorama delle discussioni sul sistema di educazione terziaria italiano.
    Ovviamente, su alcuni punti è probabilmente utile una seconda riflessione. Personalmente di primo acchito l’idea che mi pare più discutibile è quella dell’abilitazione a numero chiuso, con le voci che da essa dipendono (possibilità di chiamata diretta). Mi pare introduca più problemi di quanti ne risolva. Comunque il tutto va meditato.

  14. Parto dalle riflessioni di Antoniotti sul finanziamento della ricerca: occorrera’ discutere anche alcuni dettagli, tra i quali:

    1. le modalita’ di selezione dei referee;
    2. le modalita’ di presentazione e valutazione delle proposte.

    Mi permetto di segnalare le mie opinioni attuali sul punto 2. L’unico schema europeo che mi convince veramente e’ quello FET Open, con una valutazione in due fasi. Nella prima fase si valuta un’idea presentata in forma anonima e solo successivamente chi presenta idee ritenute valide riceve l’invito a scrivere una proposta completa che viene ulteriomente valutata.

    Il testo in inglese che segue e’ tratto dalla “Guide for Applicants” di un bando aperto: FP7-ICT-2013-X (mi scusino coloro che non hanno familiarita’ con i moduli della burocrazia europea):

    When eligible, the evaluation process is accomplished in 2 steps. The first step, where only B1 is considered,
    cares about the first criteria only and implements a strictly anonymous evaluation process with the help of remote evaluators. If a proposal is successful at the first step (i.e. The score related to the scientific criteria is equal or above the corresponding threshold), its evaluation continues at the second step taking into account further the “Implementation” and “Impact” criteria from Part B2.
    If a proposal is not successful at the first step, it does not go through the second step of the evaluation.
    The second step of the evaluation is not anonymous and is carried out through a combination of remote evaluation and panels of experts that convene in Brussels.

    Solo una procedura simile puo’ permettere agli “outsider” di avere qualche possibilita’ di finanziamento.

    Sul punto 1 devo ancora formarmi un’opinione precisa. In assenza di un’agenzia di finanziamento indipendente, forse anche qui procedure di sorteggio potrebbero essere preferibili. La mia impressione, basata su evidenza aneddotica, e’ che le attuali pratiche italiane di selezione dei referee non siano tra le migliori possibili. Questa mia impressione si estende, pero’, anche al livello europeo. Qual e’ il vostro parere a questo proposito?

    Cordiali saluti

    Enrico Scalas

    • A proposito della “peer review”, ho appena appreso da Nature dell’esistenza del Global Research Council e di un tentativo di rendere uniformi le procedure di valutazione delle proposte di finanziamento a livello globale. C’e una dichiarazione di intenti:

      http://www.globalresearchcouncil.org/statement-principles-scientific-merit-review

      Potrebbe essere un buon punto di partenza per la nostra discussione.

      Scusate l’ulteriore intrusione.

      Cordiali saluti

      Enrico Scalas

    • Il meccanismo dei FET Open può andare, ma rimuovendo i vincoli imposti dalla CE circa i consorzi. In pratica, andrebbero fusi i FET Open e gli ERC con sostanziali finanziamenti pluriennali. Un ri-bilanciamento finanziario è necessario: un meccanismo FETOpen/ERC dovrebbe fare la parte del leone con programmi pluriennali a scadenze di consegna certe. I meccanismi di tipo consorziale dovrebbero invece essere ah-hoc e non sottrarre fondi al primo meccanismo. Questo vale a livello nazionale ed europeo.

      In ogni caso una o più agenzie di finanziamento sono necessarie. E – ri-ba-dia-mo-lo! – i fondi ad esse destinati devono avere la priorità assoluta. Il bilancio dell’ANVUR fa messo in ricerca. Il che significa stralciare anche le parti della proposta ROARS che parlano di cose simili.

    • Sono perfettamente d’accordo con l’idea di introdurre finanziamenti individuali tipo ERC.

      Per aggiungere carne al fuoco, ritengo che, nei temi dei bandi e a tutti i livelli, sarebbe preferibile evitare la rincorsa alle mode scientifiche del momento.

      Saluti

      Enrico Scalas

    • Io sono sotto le mediane. Evidentemente siamo al “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”.

      P.S. Il mio CV è online.

    • E poi ricalcoliamo le mediane e disabilitiamo coloro che stanno sotto le nuove mediane. E poi ricalcoliamo le mediane e …. E basta con ste mediane!

  15. Alberto Baccini trova che non ci sia nessun neo-centralismo nel documento ROARS come mi era sembrato di scorgere. Gli voglio credere. Ma, premesso che sono un sincero estimatore della posizione politica e tecnica assunta dal CUN negli ultimi convulsi anni con chiari e coraggiosi documenti ufficiali, almeno la frase del documento ROARS “Il CUN definisce i criteri e controlla denominazione, disegno e contenuti dei corsi di studio.” mi sembra francamente un ritorno neo-centralistico rispetto all’autonomia didattica introdotta nel 1999.

    • Forse espressa in modo confuso, l’idea è questa: allo stato attuale esiste un controllo centralizzato stringente di disegno e contenuti dei corsi nelle fasi di istituzione e soprattutto di attivazione. Con AVA nella forma in cui ANVUR l’ha anticipata il sistema è portato alle estreme conseguenze. Chi ha letto AVA non può non preoccuparsi di ciò che succederà. Direi a Luciano Modica che c’è da preoccuparsi non del centralismo del documento di ROARS, ma di quello previsto dalle norme vigenti. E soprattutto del ruolo sproporzionato, senza contrappesi (e nella composizione attuale dall’inadeguatezza tecnica)
      di ANVUR.
      Il punto è anche a mio avviso centrale. Roars ha suggerito una possibile via. Interessati a conoscere e discutere altre soluzioni possibili. questo il senso del nostro documento.

    • domanda per il prof. Modica:

      il pd cosa pensa di fare dell’attuale sistema una volta al governo?

      e sul tema della terza fascia da reintrodurre come si pone?

    • Il PD dovrebbe fare l’On. Tocci Ministro. Ma temo che l’andazzo sia che al MIUR ci debba andare “un cattolico”, il che fa venire il latte alle ginocchia (o peggio).

  16. Il testo e’ molto lungo e difficile da commentare in breve.
    L’unico commento che mi sento di fare e’ sull’impianto base del testo stesso.
    Ovvero Reclutamento e valutazione non vanno visti come due punti separati, ma come un unico fondamentale punto.
    Il reclutamento deve essere libero o quasi, e la valutazione deve essere di conseguenza spietata, con possibilita’ di licenziamento per i fannulloni.
    Non condivido il principio per cui chi si e’ guadagnato un posto (per baronia o per “merito”) deve conservarlo a vita anche se non fa nulla, solo perche’ e’ stato selezionato secondo astrusi criteri che l’oligarchia di turno ritiene premianti per il “merito” (qualunque esso sia).
    Lasciamo che le Universita’ usino la loro autonomia per selezionare chi vogliono e che siano punite quando sbagliano.
    Per il resto aggiungo che nel resto del mondo non esiste una track di sola ricerca, ma esistono track di solo insegnamento. Forse sarebbe il caso di valutare questa opzione per coprire tutti quei posti necessari solo perche’ ci sono insegnamenti da coprire.

  17. Non ho il tempo per una analisi accurata e quindi mi limito solo a pochi punti.

    Innanzitutto, detto da (primo) ricercatore EPR di un ente (INAF) che e’ numericamente predominante nel proprio settore disciplinare (astrofisica), trovo la proposta un po’ troppo universitocentrica, mentre vedrei una opportunita’ per una maggiore unitarieta’ tra Universita’ ed EPR (a la Ruberti, o a la Figa’-Talamanca)

    Quindi non apprezzo molto che gli EPR siano affrontati solo alla sezione “6. Enti di Ricerca”. Commento solo due punti oltre che in generale.

    “Gli EPR saranno quindi disciplinati esclusivamente dai loro statuti”

    benissimo, ma non vedrei male che tali statuti abbiano un template minimo e standard su cui basarsi, e da cui non possano derogare “in peggio”

    “La comunità interna deve esprimere oltre al consiglio scientifico almeno un rappresentante nel consiglio di amministrazione”

    Fortunatamente nell’INAF (nonostante le critiche che non erano ancora soddisfatte della rappresentativita’ del nostro statuto), la rappresentativita’ del personale (dipendente e associato) e’ ben al di sopra di questi livelli. Rimando a una sinossi degli statuti dei vari enti in questo paper
    http://sax.iasf-milano.inaf.it/~lucio/WWW/Personal/Pub/j79.pdf

    Mi pare poi ci sia un po’ di confusione su cosa sia un EPR. Questa confusione e’ fisiologica perche’ ci sono enti piccoli monosede, enti monosede con una funzione di supporto al governo, enti plurisede monodisciplinari, e poi il CNR. Ho tentato un quadro riassuntivo in questo punto di una mia pagina web http://sax.iasf-milano.inaf.it/~lucio/WWW/Opinions/nobrain3.html#ent a cui rimando

    —-
    Commento poi brevemente sul punto 1C, “1. Reclutamento
    C) Occorre distinguere tra reclutamento e progressione di carriera”

    questo e’ indubbiamente vero, ma occorre capire da dove comincia il reclutamento, e p.es. cosa sta dietro nella pratica all’idea di Profumo di estendere la Abilitazione Nazionale agli EPR.

    Soprattutto perche’ negli EPR esistono tuttora le tre fasce “di ruolo” (ricercatori / primi ricercatori / dirigenti di ricerca e tecnologi / primi tecnologi / dirigenti tecnologi), dove il reclutamento e’ quello nella fascia iniziale … ma nell’universita’ con i RTD questa fascia e’ nominalmente scomparsa. Quindi si ha a che fare con una ulteriore disuniformita’

    Che cosa sarebbe mai una “abilitazione nazionale a ricercatore” ?

    Il meccanismo di reclutamento (la progressione di fatto non avviene) come avviene ora internamente ad INAF (di volta in volta commissioni quasi del tutto locali per risparmiare o nazionali, scelte dal centro “a rotazione”, e con personale almeno delle due fasce superiori, e con rispetto delle proporzioni di genere) pare funzionare decentemente (essere esente cioe’ dai vizi citati dalla stampa, vuoi nepotismi vuoi selezione di imbecilli),ossia selezionare persone valide. Semmai il problema e’ un eccesso di persone valide rispetto ai posti disponibili !


    Sul punto “D) Sono necessarie misure per favorire la mobilità dei docenti fra le sedi”

    Tali misure, ammesso che siano desiderabili, non potrebbero che essere COSPICUE “relocation allowances” … ma le ritengo improbabili nella attuale congiuntura, ed anche mitizzate (perche’ mai traslocare ?) ed irrealistiche (chi mai arrivato ai 40-50 anni sarebbe disposto a traslocare in maniera definitiva ?).

    Mentre vedrei molto meglio una mobilita’ bidirezionale tra EPR ed Universita’ (che puo’ avvenire nella stessa area geografica)


    Sul punto “4. Finanziamento della ricerca.
    il fondo di finanziamento ordinario, che ormai permette solo di pagare le spese fisse”

    … anche qui il problema di base e’ l’ammontare complessivo. Continuo a trovare assurdo che si debbano caricare sui “progetti” (magari inventandoli per dire di fare certe cose, quando quelle che si vogliono e si debbono fare sono altre) delle spese sostanzialmente fisse quali acquisto di computer, consumabili, piccole missioni.

    Sarebbe meglio se la maggior parte della ricerca di routine (quella che non richiede di assumere assegnisti o articolisti) fosse finanziata o sul FFO o con automatismi (p.es. per il tempo di Guest Observation assegnato tramite il referaggio dei Time Allocation Committee), senza ulteriore burocrazia.

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