ABRAVANEIDE – Atto I

Secondo Abravanel e D’Agnese, i laureati in fisica dell’Università di Padova sono dei «nerd con la testa fra le nuvole» a cui «le aziende guardano  con una certa preoccupazione» al punto che trovano lavoro «meno dei laureati in qualsiasi altra materia di qualsiasi università d’Italia». Se questa affermazione vi lascia perplessi, non esiterete a comprendere le ragioni che ci inducono a inaugurare una nuova rubrica intitolata “Abravaneide”. A dispetto del nome altisonante, c’é ben poco di eroico, dato che ad essere epici sono soprattutto gli svarioni di cui ci occuperemo. Al nostro eroe eponimo abbiamo già dedicato due articoli (qui e qui), che ne evidenziavano la propensione all’uso disinvolto di fatti e numeri. L’uscita del suo nuovo libro, “La ricreazione è finita” (scritto con Luca D’Agnese), ha coinciso con una visibilità ancora maggiore sui media e con un tour di presentazioni del libro, attraverso incontri organizzati presso sedi universitarie di primo piano come la Bocconi e il Politecnico di Milano (martedì 26 maggio alla Fondazione MAST di Bologna con la presenza del rettore Ivano Dionigi). Il libro, una vera miniera di luoghi comuni, imprecisioni e sviste, offrirà ricco, ancorché inglorioso, materiale alla nostra Abravaneide, che inauguriamo con una recensione scritta da Fabrizio Tonello, il quale ha provato a sottoporre a fact checking le affermazioni di Abravanel e D’Agnese, scoprendo che i tuttologi “made in McKinsey” non sanno interpretare le tabelle di Almalaurea: il 58,8% dei fisici di Padova è impegnato a proseguire gli studi (dottorato, master, etc) e solo il 3,9% non lavora, ma cerca. Secondo la definizione ISTAT, il tasso di occupazione di questi “nerd con la testa tra le nuvole” è un “modesto” 96,1%.

I link a tutte le puntate dell’Abravaneide, l’epica raccolta degli svarioni di Abravanel:

 

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Roger Abravanel colpisce ancora: dopo Meritocrazia torna a farsi sentire con un altro libro scritto insieme a Luca D’Agnese, La ricreazione è finita (Rizzoli) opportunamente promosso il giorno dell’uscita, il 17 aprile, da un intervento in prima pagina dello stesso Abravanel sul Corriere della sera. Un merito va certamente riconosciuto ai due autori: la coerenza. Coerenza nelle tesi (scuola e università in Italia non funzionano) e coerenza nello stile (mia zia ha una cugina che dice che gli zingari sono tutti ladri). Una coerenza che forse, venendo entrambi gli autori dall’americana McKinsey, potrebbe essere meglio definita come stubborness, ovvero testardaggine.

Per esempio, c’è l’eterno tormentone del “I fuori corso esistono solo da noi”, che Abravanel attribuisce alla liberalizzazione degli accessi all’università nel 1969. Roars si è già occupato più volte di questa bufala (Abracadabranel! L’università fantastica di CorriereTV), quindi basterà citare le serie storiche dell’Istat: i fuori corso erano il 24,4% degli iscritti nel 1968-69, prima della liberalizzazione degli accessi, e diminuirono negli anni successivi, per esempio erano il 19,7% cinque anni dopo. Ripresero ad aumentare, lentamente, negli anni successivi: nel 1978-79 erano il 24,7%, cioè quasi esattamente la percentuale di dieci anni prima. Il forte aumento dei fuori corso avviene dopo, a metà degli anni Novanta, quando supera il 30% e poi raggiunge rapidamente il 43%, nel 1998-99: un po’ difficile dare la colpa di questo fenomeno a una legge di 30 anni prima. I nostri autori insistono: “Nel 1969, l’ammissione all’università venne aperta a tutte le scuole (…) Soprattutto i primi anni, le università si riempirono di studenti, ma il numero di laureati non aumentò di pari passo. Crescevano invece i fuori corso e nasceva l’università-parcheggio”.

hqdefaultLe università si riempirono di studenti”? L’affermazione suona un po’ esagerata: gli immatricolati passarono da 173.189 del 1969 (prima della legge 11 dicembre 1969, n. 910) a 241.316 nel 1979: un aumento del 39% in dieci anni è significativo ma non certo alluvionale e, tra i paesi industrializzati, l’Italia continua ad avere una delle percentuali più basse di diciannovenni che si immatricolano. Il nostro apprendista contabile Abravanel continua “ma il numero di laureati non aumentò di pari passo”, il che avrebbe provocato l’aumento dei fuori corso e la nascita dell’università parcheggio. Al contrario: in proporzione, il numero dei laureati aumentò significativamente di più del numero di immatricolati: se nel 1969 erano stati 47.520, nel 1979 furono 76.061, con un aumento quindi del 60%.

Non aumentò di pari passo, ma molto più velocemente. Infine, l’università-parcheggio: anche su questo i conti non tornano. La percentuale di iscritti all’università sulla classe d’età 19-25 anni in Italia sono sempre state bassissime: nel 1968-69, per esempio, era appena il 10%. Ci sono voluti 21 anni perché raggiungesse il 20% e altri 11 perché superasse il 30%. Ha toccato il suo massimo storico, 41,5%, nel 2007 e poi ha iniziato a scendere: come si sa, le immatricolazioni negli ultimi anni sono calate rapidamente (260.000 nel 2013-14, contro 338.000 dieci anni prima), soprattutto per la mancanza di sostegno agli studi sotto forma di minori tasse e di borse di studio più diffuse e generose.

twoplustwo2Ma, in fondo, perché dannarsi sui numeri? La cifra stilistica di Abravanel è chiara: parliamo come fossimo al bar, anzi un bar di periferia non dotato di wi-fi (che permetterebbe di collegarsi a Wikipedia). Per esempio, negli anni Settanta, “il benessere aveva aumentato le aspettative delle famiglie e nessuno voleva più fare l’operaio”, dichiarazione che sta alla pari con quello che dicevano le sciure milanesi di 40 anni fa: “Signora mia, non si trova più una donna di servizio nemmeno a pagarla oro“. Nota per il lettore pignolo: in Italia, nel 1970 i dipendenti dell’industria era 4,9 milioni, nel 1980 erano aumentati a 5,6 milioni, una chiara conseguenza del fatto che “nessuno” voleva più fare l’operaio.

Abravanel è laureato in ingegneria, D’Agnese in fisica quindi si suppone che abbiano entrambi una certa confidenza con i numeri. Per esempio nel libro si dice:

I fisici dell’università di Padova che lavorano un anno dopo la laurea sono il 27 per cento, praticamente meno dei laureati in qualsiasi altra materia di qualsiasi università d’Italia. (…) Dopo aver frequentato Scienze politiche a Messina lavora il 33 per cento.

Questi dati servono per spiegare che

le aziende guardano a un laureato in Fisica con una certa preoccupazione. Pensano sia troppo teorico, poco orientato ai rapporti interpersonali: un nerd con la testa fra le nuvole.

Se fosse dipeso da Abravanel Enrico Fermi, Bruno Pontecorvo, Carlo Rubbia e svariati altri fisici italiani, compresi quelli che hanno lavorato alla bomba atomica o vinto il Nobel, non avrebbero mai trovato un posto: tutta gente con la testa fra le nuvole e “poco orientati ai rapporti interpersonali”.

Rapporti umani a parte, Abravanel potrebbe magari procurarsi a basso costo un research assistant che vada sul sito di Almalaurea a controllare le percentuali. I suoi dati, infatti, non sono mai corredati da una fonte (segnaliamo che il prezioso libretto di Umberto Eco “Come si fa una tesi di laurea è sempre disponibile”, anche in pdf) ma l’origine è facilmente individuabile: l’indagine 2014 sulla Condizione occupazionale dei laureati. Ora, secondo Almalaurea, la percentuale di laureati in fisica a Padova che lavoravano un anno dopo la laurea era il 31,4% (e non il 27) ma soprattutto, il 58,8% degli intervistati non lavorava perché impegnato in dottorati o master, oppure vincitore di una borsa di ricerca, l’ambizione di tutti i giovani fisici. Quindi il corso di laurea in Fisica ha fatto precisamente quello che doveva fare: formare giovani talenti per la ricerca, pochi: essendo Padova un’università piuttosto meritocratica i laureati erano appena 65, di cui 51 sono stati intervistati.

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Per una curiosa coincidenza, erano 51 anche i laureati in Scienze politiche di Messina intervistati da Almalaurea, dei quali lavorava il 47% (e non il 33). Un grande successo per Messina? Non proprio: dopo la laurea magistrale il numero di studenti che proseguivano una formazione di eccellenza era pari esattamente a zero. Tra quelli che lavoravano,il 62,5% proseguiva il lavoro che faceva prima di laurearsi, quindi palesemente la laurea non gli era stata particolarmente utile, e chi aveva ottenuto una condizione lavorativa stabile era il 12,5%. Questo giusto per dire che, se proprio si vogliono confrontare le mele con le zucchine, sarebbe bene almeno farlo contando esattamente le cassette di frutta e verdura esposte in negozio. Come dicevamo, D’Agnese è laureato in Fisica e Abravanel in Ingegneria, quindi è comprensibile che abbia un occhio di riguardo per i suoi compagni di studi. Secondo lui, gli ingegneri hanno “capacità di analisi, di cogliere le connessioni tra diverse variabili applicandole alla soluzione di problemi reali“, quindi sono più appetibili per le aziende.

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E così succede che l’ingegnere non vada solo a costruire strade e a progettare elettrodomestici, ma finisca a fare ricerche di mercato, finanza e consulenza aziendale, mestieri che hanno poco a che fare con quello che ha studiato.

Chissà come devono essere contenti quelli che hanno sgobbato mesi per passare l’esame di Analisi matematica e poi vanno a fare marketing delle caramelle… Però, siccome bisogna campare la vita, i laureati in ingegneria a Bari “trovano quasi tutti lavoro” (notare la precisione: in quale specializzazione? In che anno? Dopo quanto tempo? Con quale salario? God Only Knows, come direbbero in McKinsey). Per aiutare i nostri autori siamo andati a cercare la risposta sul sito di Almalaurea, dove il “quasi tutti” viene quantificato: 59,6% a un anno dalla laurea magistrale (dato 2013). Quando poi si guarda alle condizioni di lavoro offerte, si nota che il presunto entusiasmo delle aziende per i problem solvers è modesto: solo il 26,1% ha un lavoro stabile e solo il 51,4% afferma che la laurea ha migliorato la sua condizione lavorativa. La tesi del libro, espressa fin dal sottotitolo, è semplice: “Scegliere la scuola, trovare lavoro”. Se siete laureati e disoccupati è colpa vostra che non avete scelto l’università giusta e il corso di studi giusto.

Per dimostrarlo, Abravanel mette a confronto una delle facoltà che palesemente considera inutili, Lingue, con una facoltà di Economia:

Il 65 per cento dei laureati in Lingue e letterature straniere a Cà Foscari trova lavoro contro il 35 per cento dei laureati in Economia di Catanzaro.

Abracadabra! Studiare a Cà Foscari è meglio che studiare a Catanzaro e, per una volta, i nostri due autori hanno usato le percentuali giuste (o quasi). Forse, però, sarebbe stato utile rendere noto al lettore che Cà Foscari si trova a Venezia, ovvero la seconda destinazione turistica italiana dopo Roma, con oltre 34 milioni di presenze l’anno, e che magari trovare lavoro lì sapendo l’inglese, il russo, o il cinese è più facile che non trovare lavoro a Catanzaro dove i laureati in economia al massimo possono sperare di vendere polizze di assicurazione sulla vita. Giusto per pignoleria, il tasso di disoccupazione a Venezia nel 2013 era l’8,9% mentre a Catanzaro era il 21,1% Numeri, numeri, numeri: ma alla McKinsey non si occupano di cifre, di conti, di dollari?

Com’è che con Abravanel non se ne trova mai uno giusto? Forse la risposta sta nel fatto che agli opinionisti del Corriere non importano i fatti ma solo i discorsi, in altri tempi si sarebbe detto “l’ideologia”, come le varie fantasie sul merito, le classifiche delle università migliori e altra paccottiglia utile per riempire le pagine quando si (stra)parla di università.

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18 Commenti

  1. Devo essere particolarmente poco astuta, ma non riesco a capire l’astio profondo contro i fuori corso: ammesso e non concesso che siano un fenomeno soltanto italiano, ci si potrebbe chiedere il perchè. In molti paesi è previsto uno statuto speciale per gli studenti che lavorano – cosa che da noi non esiste -, il che fa sì che non vengano computati come fuori corso, appunto. Ora, si dà il caso che molti dei nostri studenti vanno fuori corso proprio perchè lavorano – al nero, in generale, per arrotondare, visto che da noi le borse di studio sono inesistenti anche per buona pate degli aventi diritto. Personalmente non riesco a capire l’accanimento contro i fuori oorso, costretti a pagare tasse esorbitanti, assolutamente non giustificate: qual’è il costo aggiuntivo, per le università, degli studenti fuori corso? Non mi risultana che si svolgano corsi o attività particolari per loro: è una sorta di accanimento contro i disgraziati che oltre a studiare lavorano. Certo, ci sono anche nulla facenti, ma non credo che percentualmente siano la maggioranza. Quanto al disinvolto uso delle cifre dei nostri autori, c’è da augurarsi che se l’ingegnere fa i calcoli così anche quando esercita la professione si astenga dall’esercitarla: altrimenti i ponti crollati si moltiplicheranno!

    • Avanzo una congettura, in parte rafforzata da una lettura parziale del libro di Abravanel e D’Agnese. Siamo di fronte a persone che non hanno una conoscenza del mondo dell’università né diretta né attraverso lo studio della letteratura scientifica e delle statistiche nazionali e internazionali. Quando pensano ad un fuoricorso pensano al figlio/a dei loro conoscenti, tipicamente di ceto medio alto. Hanno in mente qualche ragazzotto/a un po’ viziato, che se la prende un po’ comoda con lo studio. Se ad Abravanel venisse spiegato che le tasse universitarie possono superare abbondantemente i 3.000 Euro, la risposta sarebbe: «vedete che ho ragione a dire che l’università è (praticamente) gratuita?». Alesina e Giavazzi hanno fatto esattamente questo ragionamento:
      ___________________
      «Continuiamo ad offrire istruzione universitaria pressoché gratuita anche per nuclei familiari dal reddito molto elevato. […] Nelle facoltà scientifiche dell’università di Pavia, le più costose d’Italia, le famiglie con reddito più elevato pagano circa 3.500 euro»
      ___________________
      In questo mondo dorato, non esistono studenti lavoratori e non esistono studenti che abbandonano gli studi perché non ce la fanno a pagare le tasse universitarie (persino quelle per le fasce di reddito medio-basse) o a pagarsi da vivere mentre studiano. La mia congettura è che l’aneddoto sulle brioches di Maria Antonietta catturi bene l’attitudine di questi maître à penser.

  2. “Tristo è il paese che affida la riforma del proprio sistema d’istruzione a Abravanel” (Leonardo da Vinci) e purtroppo grazie alla subalternità culturale, al vuoto del PD è quello che succede da molto tempo a questo parte. Però non si capisce proprio perché rettori di rinomate università si prestino a presentare questo libro e perché i docenti e gli studenti di tali università non abbiano niente da dire in proposito. Parafrasando Nanni Moretti “ve lo meritate Roger Abravanel come guida intellettuale del paese”.

    • ” non si capisce proprio perché rettori di rinomate università si prestino a presentare questo libro e perché i docenti e gli studenti di tali università non abbiano niente da dire in proposito. ”
      ===================
      Malafede oppure atrofizzazione del cervello.

  3. La mancanza di onestà intellettuale é una problematica gravissima che parte da una mancanza d’etica e rispetto verso gli altri. Parallelamente questo non sarebbe possibile se la controparte, che riceve passivamente queste „buffonate“ , invece non accettasse e reagisse adeguatamente.
    L“´Abravaneide a dispetto del nome altisonante, ha ben poco di eroico,“, concordo perfettamente!
    Essa purtroppo non mette in luce solo gli svarioni, ma la bassezza morale e intellettuale a cui siamo giunti, sia da un lato da parte di chi li produce, sia dall´altro da parte di chi li riceve e li cita o supporta come alti esempi da seguire.

    ———————
    Ricordo un libro di Maurizio Viroli La libertà dei servi.
    In breve:
    “Se essere cittadini liberi vuol dire non essere sottoposti a un potere enorme e assolvere i doveri civili, è evidente che gli italiani non possono dirsi liberi; ossia, sono sì liberi, ma liberi nel senso della libertà dei sudditi o dei servi.

Gli italiani hanno dimostrato nei secoli una spiccata capacità di inventare sistemi politici e sociali senza precedenti. Anche la trasformazione di una repubblica in una grande corte è un esperimento mai tentato e mai riuscito prima. Rispetto alle corti dei secoli passati, quella che ha messo radici in Italia coinvolge non più poche centinaia, ma milioni di persone e le conseguenze sono le medesime: servilismo, adulazione, identificazione con il signore, preoccupazione ossessiva per le apparenze, arroganza, buffoni e cortigiane. Poiché il sistema di corte ha plasmato il costume diffondendo quasi ovunque la mentalità servile, il rimedio dovrà essere di necessità coerente alla natura del male, vale a dire riscoprire, o imparare, il mestiere di cittadini. Per quanto sia ardua, è la sola via. Il primo passo è capire il valore e la bellezza dei doveri civili.“

    ————–
    Come ben é noto oggi la manipolazione e il condizionamento ha mezzi molto più potenti che in passato (marketing, soldi e poteri forti) ma i meccanismi sono sempre gli stessi.

    https://www.youtube.com/watch?v=SNb7JjaHHxc

  4. Scrivo solo per precisare che la presentazione del libro non avrà luogo presso l’Università di Bologna – quando l’ho letto un brivido è corso lungo la mia spina dorsale – ma presso la Fondazione MAST. Cos’è? Il sito della Fondazione, che ha sede a Bologna, contiene informazioni assai vaghe (http://www.mast.org/chi-siamo). Spero che il Rettore Dionigi sia lì anche per contrastare le tesi degli autori, magari con l’analisi di Fabrizio Tonello (grazie!) sotto mano.

  5. Ah, quindi se, secondo l’ing. Abracadavanel, gli ingegneri hanno “capacità di analisi, di cogliere le connessioni tra diverse variabili applicandole alla soluzione di problemi reali”, come si spiega che lui non gliela fa?
    E’ la dimostrazione vivente che la cosa peggiore che ti può capitare nella vita non è scegliere l’università sbagliata e diventare un “nerd con la testa fra le nuvole”, ma scegliere quella giusta rimanendo un nerd senza testa.

  6. La solita invidia degli ingegneri nei contronti del fisici.

    E la solita invidia di UNIBO nei confronti di UNIPD.

    E questo è niente, vedendo le descrizioni fantasiose dei giornalisti riguardanti gli studenti del mio liceo, che in questi giorni sono su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali.

    Comunque si!! Da padovano ho studiato Fisica a UNIPD proprio perchè NON volevo lavorare in banca come mio padre e mio nonno. Ne volevo insegnare economia aziandale alle superiori come mia madre, ne fare il commercialista come mio fratello.

    Ho scelto la disciplina (Fisica) dove risultavo meno peggio al liceo (mi piaceva tantissimo assieme alla Filosofia) e che, al tempo, aveva la percentuale più alta di laureati operanti in ricerca pubblica ed accademia.

    • E quando nel 1991 mi sono laureato (in 4 anni e 4 mesi (per secondo, il primo è PO di Cosmologia a Ginevra)) con il massimo dei voti ho comunque mandato una ventina di CV ad aziende italiane (IBM, Pirelli, Olivetti, ENI,…) ma non ho ricevuto risposte.

      L’unico che mi ha contattato è stato un ricercatore del CNR di Venezia che offriva una borsa di studio, ed che aveva trovato il mio nome nella lista dei neolaureati. Nel frattempo avevo però vinto un posto di dottorato in Fisica a Firenze (e Pisa ad Ing. Nucl.) e quindi ho rinunciato alla borsa CNR.

      Anche dopo il dottorato mio padre voleva che andassi a lavorare in banca. Ma io ho resistito. Chiaramente ho perso una valanga di soldi, ma chi se ne frega!! Volevo lavorare in un posto dove la lingua ufficiale è l’Italiano e non in Dialetto Veneto.

  7. Le frasi del libro di Abravanel sono leggermente diverse da quelle riportate. Le frasi esatte sono queste (prese da Google book):

    “Quest’idea assurda fa si che, in certe facoltà, gli studenti a lavorare in azianda non ci pensano proprio. Il cordo di laurea in Fisica è probabilmente l’emblema di questa situazione: un anno dopo la laurea magistrale lavora una percentuale bassissima di studenti, inferiore al 30 per cento”.

    E Abravanel continua cosi:

    “Anche nelle prestigiose università del nord. I fisici dell’Università di Padova che lavorano dopo un anno dalla laurea sono il 27 per cento, praticamente meno dei laureati in qualsiasi altra materia di qualsiasi università d’Italia. Per fare un raffronto, basti pensare che dopo aver frequentato Scienze Politiche a Massina lavora il 33 per cento”.

    Poi Abravanel subito aggiunge:

    “I migliori fanno il dottorato, poi vanno a studiare all’estero ed hanno borse di studio per la ricerca”.

    E poi ancora:

    “Ovviamente le aziende italiane guardano ad un laureato italiano in Fisica con una certa preoccupazione. Pensano sia troppo teorico, poco orientato ai rapporti interpersonali: un nerd con la testa tra le nuvole. Spesso i professori alimantano nei ragazzi la convinzione che il mondo aziandale sia un universo parallelo, di cui loro stessi non sanno quasi nulla”.

    E Aravanel prosegue scrivendo:

    “Qualcuno degli aspiranti ricercatori con una marcia in più degli altri, e magari anche un pò di fortuna, riesce a fare una carriera brillante nella ricerca e nell’insegnamento universitario anche restando in Italia. Gli altri, la maggioranza, conducono una vitaccia e in diversi casi anche i risultati della ricerca languono. Alcune delle intelligente del nostro paese sprecano un bel potenziale produttivo”.

    Ed ecco infine il colpo finale di Abravanel:

    “Il problema delle lauree in Fisica e Matematica è confermato dal successo nelle iscrizioni alle facoltà di ingegneria-matematica (con attenzione alle applicazioni, come matematica finanziaria eccetera) ed Ingegneria-Fisica (nanomateriali, laser eccetera) del Politecnico di Milano, che sono centocinquanta all’anno, dello stesso ordine di grandezza di quelle di matematica e fisica all’Università Statale”.

    • Abravanel: “Gli altri, la maggioranza, conducono una vitaccia e in diversi casi anche i risultati della ricerca languono”
      ================
      Conoscendo lo scrupolo di Abravanel, immagino tutti i dati e la letteratura che avrà consultato per essere sicuro che la maggioranza conduca una vitaccia e che i risultati della ricerca lascino a desiderare. Credo che se fosse per Abravanel, Il CERN verrebbe convertito in qualcosa di utile e i ricercatori rieducati a svolgere attività socialmente giustificabili. Che ne so? Scrivere manuali sulla meritocrazia, per esempio.

    • E’ in progetto una laurea magistrale in Ingegneria-Matematica anche a UNIPD, tutto in inglese. Ci dovrebbe essere anche un corso di “Advanced Quantum Mechanics” tenuto da un bravissimo fisico teorico della materia.

      Stay tuned!!

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