Nei tre lunghi anni del mio dottorato di ricerca senza borsa, mi sono scoperta insegnante, ghost writer, archivista, babysitter, dogsitter, commessa e segretaria. Ormai, solo chi non conosce l’ansia da fine mese può concedersi il lusso di stare in biblioteca per fare ricerca. Questo non è che un esito avvilente delle politiche spietate di tagli. Ma c’è di più. Il diffondersi di quella convinzione neoliberista che guarda con disprezzo alle discipline umanistiche, inutili e controproducenti. Ma la resistenza alle macerie del presente abita proprio nello studio e nei sogni di chi, nonostante tutto, continua a pensare di poter cambiare il mondo.
Marx è il motivo per cui ho iniziato a studiare filosofia. “Marx” è anche la destinazione del 342, l’autobus che ogni mattina alle sei per tre lunghi anni, la durata del mio dottorato di ricerca senza borsa, mi ha accompagnato al lavoro. In questi anni mi sono scoperta insegnante, ghost writer, archivista, babysitter, dogsitter, commessa e segretaria.
Le mie molteplici identità erano definite dai miei “lavoretti”, un vezzeggiativo che mi ha permesso di segnare una distanza ideale tra il mio lavoro accademico “serio” e il resto. Questa dicotomia esistenziale esplodeva ogni volta che, imbarazzata, mi trovavo a dover definire la mia professione. Il mio lavoro serio non pagato era scandito da innumerevoli attività: scrivere saggi, leggere, studiare, seguire seminari, andare in biblioteca, assistere alle lezioni, esaminare gli studenti, organizzare convegni, collaborare con le riviste, tradurre, intervistare etc.
I miei “lavoretti” prevedevano delle mansioni ben definite per cui venivo pagata e, a volte, sottopagata. Lavorare gratis per l’università italiana non mi ha permesso di capire fino in fondo quale fosse il mio statuto, il mio ruolo e il mio dovere in una forma estrema di alienazione. Un vero e proprio mondo invertito quello per cui potevo “lavorare” all’interno dell’università solo grazie alle mie acrobazie di sopravvivenza che, alimentando la mia schizofrenia, hanno fatto di me una disoccupata occupata.
L’inceppo stava nell’ostinazione a voler definire “lavoro” ciò che, in realtà, era solamente “volontariato” della ricerca. Dico volontariato non solo perché non era previsto un compenso, ma anche perché è frutto di una scelta. Ed è proprio su questo crinale sottile della scelta personale che si gioca il torbido legame con i professori, trasformato molto spesso in un circo di promesse e ricatti, di pressione psicologica e obbedienza coatta, di abusi di potere ed esercizio del sacrificio. I dottorandi in Italia sono un anello debolissimo della catena tra studenti e professori.
Troppo vecchi per i collettivi studenteschi e troppo giovani per i sindacati, sono esclusi e dimenticati dal dibattito contemporaneo sul lavoro. I trentenni, che hanno investito tempo, soldi, fatica e speranza in progetti rifiutati e distrutti, vivono in un limbo il dramma di una totale illibertà. È un frammezzo molto difficile perché lungi dal prepararti al mondo del lavoro (che ormai è una chimera), il dottorato diventa una sospensione verso un futuro ancora più incerto. Da quando poi non esiste di fatto neanche più il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato (Legge Moratti l. 230/2005), si deve ammettere che la ricerca in Italia – tranne per una minoranza strettissima – è ritornata ad essere una questione di classe.
Ormai, solo chi non conosce l’ansia da fine mese può concedersi il lusso di stare in biblioteca per fare ricerca. Questo non è che un esito avvilente delle politiche spietate di tagli adottate nel nostro Paese da decenni. Ma c’è di più. Il diffondersi di quella convinzione neoliberista che guarda con disprezzo alle discipline umanistiche, inutili e controproducenti. È purtroppo un destino che spetta a molti, a tutto quel sottobosco della cultura che è sempre più sottoterra, a un’intera generazione derubata dalla possibilità di scelta. Ma la resistenza alle macerie del presente abita proprio nello studio e nei sogni di chi, nonostante tutto, continua a pensare di poter cambiare il mondo.
Libera Pisano
* Libera Pisano oggi lavora a Berlino con un post-dottorato in filosofia alla Humboldt universität


Cara Libera, hai tutto il mio affetto e la mia solidarietà. Nel nostro paese non esiste la consapevolezza che solo la formazione dei giovani può far uscire il nostro paese dalle sabbie mobili di una crisi economica, sociale e culturale che sembra un abisso. Le statistiche sono chiare: il 15% in più, rispetto a 10 anni fa, dei settantenni è ancora a lavoro. La disoccupazione giovanile viaggia serenamente verso il 50%. Sono ovvie due conseguenze, la prima individuale, la seconda sociale. Trovare lavoro per te è difficile; le istituzioni si perdono tutta l’innovazione che passa fra un trentenne ed un settantenne. Sono consapevole che molti pensano che non bisogna essere giovani per essere produttivi, che non si riconosce più il valore della memoria ecc… Ma il dato rimane, e nei contesti dove l’accademia funziona, si va in pensione a 65 anni (tranne casi di riconosciuta eccellenza). Due miei colleghi e amici, negli USA e in UK, a 65 anni sono felicemente e consapevolmente “spariti” dall’accademia. Quindi, vi giuro, è possibile!!
D’altro canto, posso anche dirti, da docente di II fascia, che io in 11 anni di precariato sono stato pagato, per il mio lavoro accademico, solo 5 anni e mezzo. Per il resto mi guadagnavo da vivere altrove. E sono passati non più di una dozzina d’anni. Quindi non è mai stato facile. Forse per qualcuno un pò di più, ma quella è un’altra storia.
Che dire, speriamo che un Presidente del Consiglio appena quarantenne sia capace di firmare una legge per cui sia obbligatorio prendersi il meritato riposo già a 68 anni. Questo metterebbe sul piatto esangue dell’accademia un pò di soldi per te e per chi, come te, spera di dare un contributo a questo paese disperato.
Non ho nulla contro la pensione a 65. Ma pensare che questa sia la soluzione al problema è -ed uso un eufemismo- illusorio. Forse proprio perché pressoché inutile, è possibile che il presidente del consiglio quarantenne lo faccia o meglio dica che lo farà.
Sperare che un presidente del consiglio quarantenne faccia passare la legge per cui si va in pensione a 68 anni con solo 25 o al massimo 30 anni di contributi seri e con il sistema contributivo è cosa ovvia. Probabilmente passerà anche la legge che manderà tutti in pensione a 65 anni e magari introdurrà il licenziamento obbligatorio a 55 con la riassunzione “tutele crescenti”.
BTW. Ci sono fior fiore di “colleghi USA e UK” che occupano le loro cattedre tranquillamente a 70 anni. Pensa che ci muoiono dentro…
In altre parole, la questione sono i soldi. Nient’altro. Il resto sono solo specchietti per le allodole. Fino a quando non dirotteremo fior di soldi sul sistema e decentralizzeremo le assunzioni ed i ruoli, non ne usciamo.
A presto
Marco Antoniotti
Pur essendo un “ammiratore” del modello anglosassone, mi sento sempre in dovere di intervenire quando si fanno paragoni senza conoscere bene il contesto.
In UK la durata dei corsi di laurea e’ rispettata e si puo’ iniziare il dottorato anche con un bachelor (triennale). Questo significa che si entra all’universita’ anche a 20/21 anni! Ti credo che a 65 te ne vai felicemente in pensione!
E comunque molti vanno in pensione anche prima per poi guadaganare (anche di piu’) con le consulenze.
Fare paragoni, senza tenere conto delle differenze sostanziali dell’intero sistema.
Detto questo si puo’ essere piu’ produttivi a 70 anni che a 30, quindi fare di tutta l’erba un fascio e’ sbagliato a prescindere.
Sicuramente e’ vergognoso che in Italia si continui a sfruttare la gente con la prospettiva di un posto che non ci sara’ mai. Per questo non vedo bene chi insiste per far saltare il limite dei 4 anni per gli assegni di ricerca, dato che questo e’ un modo, pratico ma ingiusto, per limitare il perpetrarsi di questa politica di attesa che porta i giovani a diventare vecchi prima di potersi finalmente “sistemare”.
up@ trovo il suo commento davvero non condivisibile, lo scontro tra generazioni soprattutto e non solo, in università è pieno di retorica che non condivido. Il problema principale è un altro la scarsità di risorse ribadito in tutti in modi e in tutte le salse anche in roars. la risposta resta meno riforme (una più devastante dell’altra da berliguer a gelmini) e più risorse. Le persone non devono essere discriminate nemmeno per età…quando lo si fa si rischiano pateracchi ideologici.Se un individuo ultra 60enne è un “rincoglionito” lo sarà in qualsiasi compito svolga. Anche se è presidente dei una fondazione bancaria, banca, papa, giudice della corte costituzionale americana o altro.Non è che l’esercizio del pensiero deteriori la mente anzi.
Aggiungo un’altra considerazione, che spiega in parte come oltre una certa età, i “professori” Anglosassoni preferiscono la pensione.
Una cosa che in Italia è inimmaginabile: il licenziamento. Ovvero in caso di ristrutturazione, la semplice considerazione che i più costosi sono proprio loro li rende le più probabili vittime della scure del licenziamento. Se l’entuasiasmo scende e i fondi attratti diminuiscono, la pensione è un modo sicuro per evitare il licenziamento. Tutto il contrario del sistema italiano, dove quando si vuole risparmiare si mandano via i giovani “precari”.
caro Plymouthian, sono d’accordo con il fatto che fare paragoni tra modelli diversi è sbagliato. La prima differenza, che basta da sola a spiegare tutta la tragedia perfettamente descritta da Libera, non è di procedure e forme, ma di sostanza: l’università italiana, al momento, è sottofinanziata e sotto organico. I precari-volontari sfruttati sono diventati indispensabili alla sopravvivenza del sistema di ricerca e di insegnamento. Creare posti stabili e decentemente retribuiti per loro è una vera e propria emergenza nazionale, e senza provvedimenti mirati in tal senso l’università collasserà definitivamente. Per questo, proprio perchè siamo in un’emergenza e abbiamo un disperato bisogno di persone che lavorino nell’università e siano pagate per farlo, qualsiasi intervento ‘tappabuchi’, persino un insignificante assegno di ricerca, è prezioso, e qualsiasi alchimia burocratica che renda più complicato avvalersi anche dei tappabuchi è semplicemente criminale. La legge Gelmini è una schifezza, da ogni punto di vista: ma tra le cose peggiori di questa schifezza c’è l’insopportabile bizantinismo che rende complesso fare qualsiasi operazione per dare lavoro nella ricerca ai più giovani. Un governo decente avrebbe già operato in direzione di uno smantellamento di questo pasticcio legislativo: non pretendo tanto, ma almeno qualche correttivo per impedire l’asfissia è indispensabile. E tra questi correttivi al primo posto metterei l’abolizione di cumuli e percorsi irrazionali e semplicemente tarati su un mondo che non è quello dell’università italiana.
Il mio personale parere è che “qualsiasi intervento” non sia la soluzione a nulla, anzi non fa che peggiorare il caos e l’incertezza.
La legge gelmini fa bene quello per cui è stata pensata, governare i tagli drastici all’università italiana.
Un governo serio ammetterebbe che l’obiettivo è sganciarsi dall’idea di università pubblica per andare verso maggiore iniziafiva privata e comunque minore “cultura”. Servono più operai specializzati quasi robot e meno menti pensanti, l’università, si sa, tende a produrre questi ultimi, “problemi” per la società…
Vedi Libera, in Italia è tutto discutibile. La maggior parte dei docenti delle Università con più di 67 anni ha più di 40 anni di servizio (e può andare in pensione con il massimo dell’assegno), avendo riscattato tutto il riscattabile con costi che oggi ci sogniamo; non parla, nella stragrande maggioranza dei casi, alcuna lingua straniera; gli indicatori degli ordinari sono in moltissimi casi più bassi di quelle degli associati. Però noi facciamo le battaglie di principio sulle eccezioni che, per carità, esistono. Ma se elevate a regola distorcono la realtà.
Dai, la Germania non è un posto brutto in cui vivere…
“La maggior parte dei docenti delle Università con più di 67 anni ha più di 40 anni di servizio (e può andare in pensione con il massimo dell’assegno), avendo riscattato tutto il riscattabile con costi che oggi ci sogniamo;
MANCA L’INDICAZIONE DELLA FONTE DEI DATI
“non parla, nella stragrande maggioranza dei casi, alcuna lingua straniera;”
MANCA L’INDICAZIONE DELLA FONTE DEI DATI; (dubito che sia conoscenza diretta, visto che ritengo difficile che lei abbia parlato direttamente con la stragrande maggioranza dei professori ultresessantenni)
“gli indicatori degli ordinari sono in moltissimi casi più bassi di quelle degli associati.”
MANCA L’INDICAZIONE DELLA FONTE DEI DATI
Non è che siamo dalle parti dell’ordinario che non ha mai scritto un rigo in vita sua?
“gli indicatori degli ordinari sono in moltissimi casi più bassi di quelle degli associati.”
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I dati non sembrano convalidare questa affermazione, vedi per es.
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Giovanni Abramo • Ciriaco Andrea D’Angelo • Flavia Di Costa
Research productivity: Are higher academic ranks more productive than lower ones?
Scientometrics (2011) 88:915–928 DOI 10.1007/s11192-011-0426-6
Anche i dati qua non convalidano l’affermazione
Scientometrics
December 2014, Volume 101, Issue 3, pp 2035-2062
Crossing the hurdle: the determinants of individual scientific performance
A. Baccini, L. Barabesi, M. Cioni, C. Pisani
Preprint disponibile qua: https://impactstory.org/AlbertoBaccini/product/kliupwngzriima5zwnjm9d88/fulltext
http://link.springer.com/article/10.1007%2Fs11192-014-1395-3
Perché non lo fanno?
@up
“Che dire, speriamo che un Presidente del Consiglio appena quarantenne sia capace di firmare una legge per cui sia obbligatorio prendersi il meritato riposo già a 68 anni. Questo metterebbe sul piatto esangue dell’accademia un po’ di soldi per te e per chi, come te, spera di dare un contributo a questo paese disperato.”
Come al solito quando si affrontano problemi complessi è necessario fare chiarezza sui numeri e cercare di non banalizzare (per lo meno chi fa ricerca e formazione ha il dovere di non essere generico e banale come spesso fa la politica). Secondo l’OCSE l’Italia ha la più alta spesa pubblica per le pensioni di vecchiaia e superstiti: 14% del PIL e le pensioni rappresentano anche la più alta percentuale di spesa sul totale della spesa pubblica, quasi 30% rispetto ad una media OCSE del 16%. Questa assurdità è il frutto di scellerate scelte politico/clientelari caratterizzate da pensioni-baby, pre-pensionamenti, contribuiti figurativi, calcolo retributivo delle pensioni e sistema a ripartizione. Questa enorme spesa pubblica improduttiva è la principale responsabile della sottrazione di risorse per altre spese sociali (vedi ammortizzatori indispensabili per un mercato del lavoro flessibile) e per la ricerca e l’istruzione. Se qualcuno pensa che incrementando la spesa per pensioni si liberano risorse per la ricerca e l’istruzione è fuori strada.
come già detto in vari interventi, il dottorato può essere un’opportunità, in quanto esperienza istruttiva e titolo accademico di istruzione superiore.
purtroppo, in Italia è sì un certificato LEGALE, MA non vale nulla (W L’ITALIA!)
es: se in un concorso della PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, dessero 30 punti di bonus (per chi è dottore di ricerca) su 80 da ottenere in totale, + 30 punti magari per 4 anni di assegno di ricerca, + altri punti per pubblicazioni, il dottorato ed il post doc. sarebbero serviti a qualcosa, anche AL DI FUORI DELL’UNIVERSITA’.
SOLTANTO DANDO VALORE AL DOTTORATO ED AL POST DOC (della serie “se non hai il dottorato, se sfigato”), SI AVREBBERO DIPENDENTI DELLA P. AMMINISTRAZIONE PIU’ PREPARATI, MENO DISPOCCUPATI E MENO INGIUSTIZIE.
POI SI AVREBBERO, IN AUTOMATICO, SOLDI PER LA RICERCA (SIA PER IL DOTTORATO CHE PER IL POST DOC CHE PER LA CARRIERA SUCCESSIVA), Perché DIVENTEREBBE ELEMENTO IMPRESCINDIBILE DELLA FORMAZIONE.
La netiquette … è un insieme di regole che disciplinano il comportamento di un utente di Internet nel rapportarsi agli altri utenti attraverso risorse quali newsgroup, mailing list, forum, blog, reti sociali o email in genere
http://it.wikipedia.org/wiki/Netiquette
____________
Una delle tante regole:
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” … non fare uso indiscriminato di parole scritte in maiuscolo (esse, infatti, corrispondono al tono di voce alto del parlato, e dunque denotano nervosismo o cattiveria)”
http://it.wikipedia.org/wiki/Netiquette
Chiedo scusa, non riesco a capire una cosa: davvero è fondamentale in questo paese mandare in pensione i docenti a 65 invece che a 68…o alzare le tasse universitarie…o tagliare le borse di studio, la ricerca…insomma l’università pubblica?
E’ davvero questo il problema?
No, io penso che il problema siano i miliardi di IVA evasa:
Ag.Entrate, in Italia evasi 231 mld Iva (http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2014/12/29/ag.entrate-in-italia-evasi-231-mld-iva_a7b1bd3c-b2e8-4236-9844-c7267796dc17.html)
Io penso che il problema è quando dicono di fare il G8 in Sardegna, spendono soldi pubblici e poi si fa all’Aquila.
Questo è lo scandalo! Non la spesa per ricerca ed istruzione!
@ Plymouthian,
caro collega, il modello di università e di società che lei caldeggia non mi piace per niente e sta entrando in crisi anche in quei paesi, come gli USA, in cui è nato: ma di questo potremmo parlare a lungo e non voglio certo annoiarla con considerazioni generiche. Quello su cui invece mi permetto di dissentire totalmente e di insistere è l’idea che la legge Gelmini sia una strumento efficace per governare i tagli imposti al sistema universitario (tagli ingiustificati, ingiusti, scriteriati e che stanno costando al paese moltissimo). La legge Gelmini è caotica anche in questo, a meno che il criterio per ‘governare i tagli’ sia semplicemente il favorire in modo acritico gli Atenei che – in primo luogo su basi territoriali – erano già avvantaggiati in partenza e i politecnici (capaci di per sè più degli atenei generalisti di attirare fondi privati, ma per ricerche per lo più di tipo applicato). La invito, peraltro, a un minimo di sano realismo. Immaginiamo che l’università ‘made in USA/UK’ sia il migliore dei modelli possibili e che un sistema privato sia strutturalmente il migliore possibile (e lei peraltro sa meglio di me che le università USA e UK ricevono contributi pubblici molto più cospicui di quelli elargiti dal governo italiano). Bene. Trasformare in questa direzione l’università italiana (o quella francese, tedesca, spagnola…), oggi, non è possibile, perchè i costi sociali ed economici di una mutazione genetica di questa portata sarebbero insostenibili. L’università italiana, peraltro, ha fatto per decenni il suo dovere, nonostante il nepotismo e il clientelarismo. Ha formato bravi ricercatori, buoni insegnanti e buoni professionisti. Ha garantito risultati scientifici più che decorosi in molti campi, e un minimo di mobilità sociale in un paese sclerotizzato, strutturalmente nepotista ed esasperatamente familista (i figli dei notai che mestiere fanno? e quelli dei farmacisti?). Oggi ha bisogno di essere curata e migliorata. Ma se è geneticamente diversa, che senso ha continuare a invocare iniezioni di ‘anglosassonismo’ procedurale? Che senso ha innestare su un corpo malato cellule che non possono essere assorbite? E’ semplicemente il modo sbagliato di affrontare il problema. Il nostro sistema è profondamente diverso da quelli che piacciono a lei, non c’è dubbio (e che non mi sono estranei, mi creda). E oggi, per non fallire, ha un disperato bisogno di quei precari, e quei precari vanno pagati e stabilizzati progressivamente, non cacciati sulla base di bizantinismi di legge. E se oggi non si vogliono pagare i soldi per fare posti da ricercatore precari, almeno si continui a dare qualche briciola per assegni di ricerca e contratti analoghi. Questa università, con tutti i suoi difetti, è troppo preziosa per il paese per essere affossata sulla base di astratte considerazioni di principio. E ringraziamo di cuore tutti quelli che ogni giorno, nonostante condizioni di lavoro indegne di qualsiasi paese civile, accettano di prestare la loro opera nella ricerca e nella didattica universitaria accontentandosi di un tozzo di pane. Mi perdoni dello sfogo!
Mi inserisco qui perché vedo che dai dottorandi senza borsa (che sono purtroppo tanti e inoltre ci sono impedimenti burocratici per far loro avere un contributo un po’ più sostanzioso per viaggi all’estero, convegni ecc.) si è passati ad altri argomenti, dove i luoghi comuni di tipo giornalistico e opinionistico non mancano (baroni improduttivi, non conoscenza delle lingue straniere ecc.). Mi da poi particolarmente fastidio, in questo blog, l’occultamento del nome-cognome vero. Lo metterei tra i segnali del coraggio civico.
Tempo fa, quando c’è stato il caso del prof. britannico che si è suicidato, avevo pensato ad un intervento che propongo ora:
Vicenda esecrabile alla quale, però, prima o poi si sarebbe comunque arrivati (forse non in questa forma drammatica ed estrema) . Sarebbe utile conoscere i risultati dell’inchiesta interna. Sarà secretata, immagino, per il buon nome dell’illustre istituzione. Se uno si guarda intorno qui da noi, i disagi e le malattie da stress si leggono sul viso delle persone. Se poi si chiacchiera un po’ con loro, si scopre che è ancor peggio. So come è aumentato il carico di lavoro degli amministrativi a fronte delle cosiddette premialità strettamente dipendenti dai fondi disponibili e comunque non compensative del lavoro in più. Pluslavoro spesso idiota, inutile, dove si demolisce ciò che è stato appena realizzato per incominciare da capo (con altri ‘programmi’! – tutto molto ‘scientifico’ e à la page, cioè informatizzato, male), il che produce soprattutto montagne di carta dove non si capisce più nulla. Questa è la trasparenza e l’efficienza amministrativa. Ma questa è la prima tappa. Perché poi tocca al corpo docente che comunque è già sotto tiro, con l’aumento di anno in anno delle incombenze sia didattiche che gestionali (idiote e inutili in buona parte, che producono solo montagne di carta ecc. ecc. come sopra e nessun aumento di efficienza). Nel contesto del degrado delle condizioni di lavoro. E’ un’erosione lenta, goccia a goccia, quasi impercettibile, che viene usata anche come mezzo di assuefazione e di intontimento, come educazione all’università del futuro. Suggerirei ad un ricercatore di medicina del lavoro di fare sondaggi sullo stato di salute psico-fisica del personale universitario e di come è evoluto nel tempo. Considerando ovviamente l’invecchiamento medio della popolazione, la sua diminuzione, l’aumento del precariato e via dicendo. Non siamo ancora al livello britannico – loro hanno avuto la loro Thatcher. Noi avremo il nostro Renzi, ultimo della gloriosa catena di ministri Miur ed altri.
la VQR: grandissima invenzione, grandissima ipocrisia.
se il risultato è negativo, quella facoltà, ateneo, dipartimento ecc….non possono assumere.
ma il risultato della VQR dipende dalla produttività di chi è strutturato, compresi i parassiti che hanno abbassato il livello generale.
chi ci rimette? il parassita? No, quello è strutturato rimarrà per sempre lì.
sapete chi ci rimette? Il precario, magari più titolato del parassita che ha fatto abbassare il livello.
Il precario non ha colpa, ma non può essere assunto.
Ora qualcuno, anche della redazione, mi dirà: basta con i parassiti, non c’entrano con il sistema del mancato reclutamento…..
e invece, c’entrano, purtroppo.
Forse qualcuno dovrebbe farsi una ragione che i dati a nostra disposizione non convalidano la tesi di una diffusione endemica di parassiti strutturati. Non c’è dubbio che esista chi ha subito e sta subendo ingiustizie più o meno gravi. Ma una discussione a livello di sistema non può prescindere dai dati complessivi. Con tutta la comprensione e la solidarietà possibili con chi ha subito dei traumi, naturalmente.
Caro Anto,
come ha spiegato in modo magistrale Beniamino Cappelletti Montano su ROARS, la VQR di fatto non c’entra nulla su come sono distribuiti i punti organico.
https://www.roars.it/il-robin-hood-al-contrario-del-d-m-punti-organico-2013/
Questo dei ‘parassiti’ in relazione alla VQR è un collegamento improprio e strumentale. Ricordo che si chiedevano tre ‘prodotti’ per 4-5 anni, salvo nei casi speciali, come assunzioni recenti, assenze per malattie o maternità. Nel nostro dip. nessuno ha presentato meno del dovuto. Invece poi è subentrata la valutazione qualitativa dei commissari. E lì sono stati dolori, certe volte, cioè valutazioni basse o negative, anche se la consistenza numerica degli ssd incideva, come è stato qui dimostrato, sulla distribuzione statistica dei valori (anzi, mi piacerebbe rileggere quel pezzo). Dunque i risultati aggregati per ssd erano puramente indicativi o tendenziali. Non si trattava, quindi, di quanto si è o non si è lavorato, quantitativamente tutti erano a posto (nel mio caso), ma della qualità del lavoro, con tutti i correttivi statistici opportuni. Come sia stato poi ricalcolato il VQR passando da ssd a dipartimenti ed atenei, non lo so.
@Marco Bella @Marinella Lorinczi
VQR: Valutazione della Qualità della Ricerca.
Io sapevo che lo scopo era quello di valutare e di permettere di assumere.
In ogni caso, allora, ammesso che non ci siamo alcun collegamento se viene fatta una valutazione e non si prendono provvedimenti, perché viene fatta?
E’ di per sé un’ipocrisia: “ti valuto, ma non me frega e se prendo provvedimenti non ti succede nulla”, ma allora, che senso ha spendere soldi e tempo per nulla?
se chi è dentro rimane dentro e chi sta fuori rimane fuori, a cosa cavolo serve?
anto: “VQR: Valutazione della Qualità della Ricerca. Io sapevo che lo scopo era quello di valutare e di permettere di assumere.”

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Su quale fosse lo scopo lascio rispondere al Coordinatore della VQR in persona: “e qualche sede dovrà essere chiusa”. Il messaggio (anche relativamente ai dottorati) allude abbastanza chiaramente ad un downsizing. Che dei precari confidino che le politiche punitive e di downsizing siano pensate per liberare risorse per loro la dice lunga sul disorientamento e la miopia che dilagano tra le vittime designate.
Scrive Anto:
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[la VQR]….E’ di per sé un’ipocrisia: “ti valuto, ma non me frega e se prendo provvedimenti non ti succede nulla”, ma allora, che senso ha spendere soldi e tempo per nulla?
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In pratica, i provvedimenti che “contano davvero” nella distribuzione delle risorse, ovvero la ripartizione dei punti organico, non hanno tenuto conto della VQR, e non è qualcosa che ho scoperto io, ma un fatto chiarissimo. Non so in che modo la VQR abbia influito praticamente sulla valutazione e sui cosiddetti parassiti: io proponevo, in disaccordo con tutta la redazione di ROARS, di rendere pubblici a tutti (e non solo a pochi elette come adesso) le valutazioni della VQR perché in questo modo si sarebbe almeno potuto biasimare gli inattivi.
Esempio pratico sull’inutilità di QUESTA VQR: Sapienza, al di là di improbabili classifiche di atenei, è comunque una delle migliori università italiane, spero che su questo siamo tutti abbastanza d’accordo. Grazie al parametro ISEF e NON alla VQR, Sapienza si è vista ridurre il turn-over dal 50% al 33%, con la perdita di ben 26 unità di conto. In pratica, Sapienza avrebbe potuto assumere 65 RTD oppure promuovere 130 RU a professore associato. Se le norme rimangono queste, l’unica soluzione per recuperare le unità di conto nel 2015 è solo di tassare senza pietà gli studenti.
“l’unica soluzione per recuperare le unità di conto nel 2015 è solo di tassare senza pietà gli studenti.”
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A proposito di “senza pietà”:
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Università di Palermo: 3.000 famiglie non riescono a pagare le tasse
http://www.flcgil.it/regioni/sicilia/palermo/universita-di-palermo-3-000-famiglie-non-riescono-a-pagare-le-tasse.flc
Mi dispiace di discutere di qualcosa di cui nessuno di noi è responsabile. Penso che la VQR servisse a dare un’idea di cosa stava succedendo nella ricerca in generale e a stimolare i singoli a ripensare, se tale era il caso, il proprio rapporto con la ricerca. Niente di sconvolgente, nemmeno tenendo conto della situazione generale di logorio e di tartassamento continui che si stava sviluppando già da anni, a causa delle rinnovate ‘riforme’.
Poi ne sono venute fuori le distorsioni.
E’ però indubitabile che la valutazione della qualità passava anche attraverso la quantità: se la quantità era insufficiente abbassava il livello qualitativo. La VQR non doveva essere utilizzata né per stilare graduatorie né per evidenziare i risultati ottenuti da singoli, invece sono state fatte entrambe le cose. Rettori o altri dirigenti chiedevano ai singoli di comunicare la propria valutazione, in barba alle disposizioni. E uno dei punti è proprio questo: perché stabilire norme se il giorno dopo sono proprio i dirigenti a violarle con il consenso di chi è accondiscendente? Comunque, la VQR è stata solo uno dei parametri di assegnazione di fondi o altro, per quel che ho capito.
A me sembra che ANTO voglia dire che chi avesse avuto la VQR bassa andava sostituito con nuove forze. Licenziato. Non dimentichi però la premialità, soprattutto come nei casi rappresentati al meglio da Perugia : se essere fedeli per quanto inerti frequentatori di riunioni (che vanno avanti con andazzo ‘bulgaro’ ; chi è più ‘attivo’ lavora al proprio computer o pensa ad altro o entra ed esce, e poi alza ogni tanto la mano) va premiato, a cosa servono i risultati della VQR? Premialità ricevuta significa che si è bravi, non importa se a scaldare la sedia. Questo tipo di premialità significa voler fidelizzare ai propri obiettivi. Quali sarebbero questi obiettivi? La risposta è ovvia per chi segue l’università degli ultimi lustri (commisioni, rapporti, regolamenti ecc. ecc., ergo riunioni riunioni riunioni).
Ma anche questo non dipende da noi individualmente.
“A me sembra che ANTO voglia dire che chi avesse avuto la VQR bassa andava sostituito con nuove forze”
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Nel caso di “valutazione peer” si può avere zero punti nella VQR avendo tre prodotti valutati tutti sotto la mediana di un’ipotetica distribuzione della qualità scientifica mondiale (ammesso e non concesso che questa scala sia concepibile e valutabile). Se si considera anche la scarsa “fairness” della composizione di alcuni GEV (https://www.roars.it/vqr-la-composizione-dei-gev-ed-una-questione-di-fairness/), non vedo proprio come sia possibile usare la VQR come un “giudizio di Dio”. Se poi ci si colloca in un orizzonte internazionale, il solo fatto che stiamo a discutere di questo è un sintomo (preoccupante) della deriva energenzialista e premio-punitiva che da anni ha preso il dibattito sull’università. Una deriva che, volutamente o meno, ha finito per rendere invisibili alcuni enormi problemi quali la progressiva soppressione del diritto allo studio e l’arretramento formativo della nazione (scivolare all’ultimo posto nell’UE come laureati vedendo allargarsi il distacco è un dato clamoroso ma infinitamente meno percepito della narrativa baronale).
Intendevo dire che in teoria la VQR sarebbe dovuta servire a … … So che nella pratica, considerati anche gli intenti dichiarati di annientare Sodoma e Gomorra poiché “il loro peccato era molto grave” tipo strapotere dei baroni, i giudizi della VQR non si sono sempre ispirati all’imparzialità, equità, approfondita conoscenza della specifica materia. C’è chi ha protestato contro il proprio giudizio, non so con quale esito. Lo stesso è avvenuto con la ASN.
Ora, purtroppo, dal momento che settimanalmente, per una ragione o per altra, vengono fuori riferimenti o alla VQR o alla ASN (si stanno espletando i concorsi, ad esempio, si stanno valutando i dottorati, si sta combattendo per i punti organico e la loro distribuzione tra dipartimenti), è inevitabile che se ne parli, siamo del tutto drogati o comunque condizionati, per non parlare della tragedia dei precari.
La Anvur esiste ancora e tutte queste procedure sono costate. I risultati finali sono più o meno quelli che si potevano ottenere con i normali concorsi, con commissari sorteggiati. Ma si è voluto tradurre il tutto in formule ‘imparziali’, ‘obiettive’, ‘scientifiche’ per contrastare le forze malefiche ed oscure. Poco importa se poi le commissioni potevano stabilire criteri propri, come avrebbero fatto in altri tempi. E c’è poco da fare, l’aver superato la ASN è diventato una medaglia, una onorificenza, segno di valore indubitabile ed eterno (per 5 anni per lo meno). Soprattutto se poi si ha la fortuna di poter avere anche un concorso, dagli esiti quasi scontati in questa fase. Infatti, nei concorsi che vedo intorno a me, i vincitori sono tutti strutturati (perché costano meno). Trascuro gli aspetti manicomiali (uno doveva garantire di poter superare un concorso con valutazione comparativa; un altro, siccome sulla soglia del pensionamento, non è stato messo nelle condizioni di concorrere subito, per cui è dovuto andare in pensione, e sì che c’era bisogno di lui per altri 5 anni – no comment …).
Ma se una sede sarà chiusa, gli strutturati non saranno licenziati, semmai trasferiti da un’altra parte, quindi anche in questo caso chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori.
La valutazione fine a se stessa non serve e rende il sistema narcisistico, autoreferenziale ed autoassolutorio.
Certo, nessuno potrebbe mai dubitare che contestualmente alla chiusura di corsi di laurea (e in ultima analisi anche di sedi) si colga l’occasione per una riduzione dell’organico nazionale. Bisognerebbe essere del tutto prevenuti per pensare che si stia pilotando un downsizing del sistem universitario.

Si noti la correlazione tra la curva gialla (RU) in forte discesa dal 2012 e la curva verde (PA) in risalita dal 2012.
E’, come noto, l’effetto “piano straordinario associati”. Che ha creato principalmente un travaso di docenti di ruolo da RU a PA.
I PO continuano ad essere in diminuzione.
Dal grafico si evince che nel 2005 i docenti universitari erano:
circa 22 mila RU
circa 18 mila PA
circa 18 mila P0
Totale: 58 mila circa.
Ad inizio 2015 risultano invece:
circa 17 mila RU
circa 20 mila PA
circa 13 mila PO
Totale: 50 mila circa.
Cioe’, in 10 anni c’e’ stata una perdita di 8 mila docenti universitari. Su 58 mila iniziali, stiamo parlando del
8/58 = 0.137 = 14 per cento circa.
Va pure aggiunto che gli RU del futuro saranno tutti (se non cambiano le leggi) a tempo determinato. Ho paura che i docenti univ. di ruolo a tempo indeterminato nel 2020 saranno solo 35 mila.
Nobel a chi ha ideato la VQR!
(Ig)Nobel!
Caro Alberto Baccini, ecco i dati e i le relative analisi che cercava (frutto di una ricerca di 23 millesimi secondi su google; con più tempo si potrebbero scrivere tomi interi). Ma sono sicuro che lei ne estrapolerà qualcosa che confermi la sua idea che noi dobbiamo essere un paese che non tocca i benedetti diritti acquisiti (e la prego, non faccia ironia a buon mercato: non ho parlato con tutti i docenti settantenni). E comunque nei miei commenti non ho mai parlato di docenti anziani che non hanno meritato ma solo di una differenza di slancio, di opportunità, e forse anche di possibilità fisica e psicologica fra un trentenne ed un settantenne. Che c’entra poi scrivere un rigo o no? Io non l’ho mai detto e non mi sogno di dirlo, avendo imparato tanto da coloro che adesso hanno quell’età. Se volete prendere in giro, Gino e Michele reclutano persone per la prossima stagione di Zelig, mentre quando scrive Libera non ci trovo niente da ridere.
Poi due ulteriori considerazioni: chi parla di sistema pensionistico diverso fra ita e USA/UK si riferisce al sistema attuale italiano, quello con cui andrò in pensione io. I lavoratori di cui parlo, invece, godono di un sistema pensionistico di tipo completamente retributivo e sono entrati nel mondo del lavoro da coetanei rispetto ai loro colleghi stranieri. Infine proponendo il cambiamento del sistema economico del paese, ho l’impressione che si proponga il classico “tutto cambi perchè niente cambi”: certo quanto siamo attenti noi dell’accademia a non appesantire il debito pubblico non volendo andare in pensione! Ve lo ricordate 5 anni fa quando un misero incremento dell’FFO fu ritirato perchè i soldi servirono a ripagare parte dei debiti della Bad Company di Alitalia? (su questo vorrei evitare di trovare la carte del Documento di Economia e Finanza 2009, ma se Baccini me lo chiede vado alla redazione del Fatto Quotidiano e spulcio un pò l’archivio).
Italia, università matusalemme docenti più anziani d’Europa
(Repubblica)
Nel nostro Paese, solo 4 docenti universitari su cento possono vantare meno di 34 anni. La percentuale di giovani schizza letteralmente in su oltralpe (il 21% di under 34 in Francia), Germania (32%) e Finlandia, dove le probabilità di stare “in cattedra” da giovanissimi è alta: 28%.
Università, troppi prof anziani in arrivo uno “tsunami demografico” (Repubblica)
“L’Italia, secondo una recente indagine del Miur, è uno dei paesi con il più alto numero di docenti ultracinquantenni (42%), simile solo a quello di Giappone e Francia. Se andiamo a confrontare il numero di professori ultrasessantenni, nel nostro Paese sono il 22,5% contro il 13,3% della Francia e l’8% del Regno Unito. Al contrario, i giovani docenti (sotto i 35 anni) da noi sono solo il 4,6% contro il 16% del Regno Unito e l’11,6% della Francia. Così il nostro sistema è privato di professori e ricercatori nell’età della loro maggiore creatività scientifica”
Secondo i dati dell’Osservatorio su ‘Gli italiani, la scienza e le tecnologie digitali’ contenuti nella nuova edizione dell’Annuario Scienza e Società 2011 (ed. Il Mulino), i docenti con più di 50 anni di età nel nostro Paese sono il 55 per cento. Certo, non è la loro età anagrafica a decretarne l’eventuale incapacità, ma a detta degli esperti questo dato ha sicuramente ripercussioni sui risultati della ricerca e sul livello di innovazione del nostro sistema universitario.
Non è una novità che alcuni docenti a fine carriera tendano a perdere la loro spinta al superamento delle frontiere, ma il sistema bloccato produce anche conseguenze su chi anziano non è. “C’è un rischio di scoraggiamento delle nuove generazioni” conferma Massimiano Bucchi, professore di Scienza Tecnologia e Società all’Università di Trento e tra i curatori dell’Annuario.
“… i docenti con più di 50 anni di età nel nostro Paese sono il 55 per cento. Certo, non è la loro età anagrafica a decretarne l’eventuale incapacità, ma a detta degli esperti questo dato ha sicuramente ripercussioni sui risultati della ricerca e sul livello di innovazione del nostro sistema universitario.”




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Trovo splendido che a fronte di un dato di fatto (l’alta percentuale di docenti anziani) la soluzione per abbassare l’età media sia quella di rottamare gli anziani il più rapidamente possibile, senza avvedersi che siamo tra i fanalini di coda nei paese OCSE come percentuale di ricercatori accademici e che stiamo in coda anche nel rapporto docenti/studenti. Il problema non sono le persone che invecchiano (a me sembra un fenomeno per cui nemmeno i dispensatori nostrani di ricetta magiche osino proporre cure miracolose), ma il fatto che si è strozzato il reclutamento in un paese che aveva già dei numeri esigui. Strano ma vero: se non assumi giovani, l’età media sale. Comunque sia, credo che sia utile ripassare qualche numero per riportare il discorso sul piano della realtà:
Dalla mia esperienza diretta, in Germania i professori <35: o sono dei geni, che vincono progetti ERC o che hanno fatto il PhD al MIT-Harvard-Oxford e hanno 200 pubblicazioni, o hanno entrature di livello e hanno almeno un post-doc in un laboratorio riconosciuto internazionalmente (vedi sopra o Max Planck o qulache CNRS con premi Nobel). La maggior parte sono W1, cioè precari, che certamente si dovranno spostare (tranne che rientrino nei casi precedenti). Per diventare W2 in un altro posto, per spostarsi ancora per diventare W3. O lasciare il paese se non si riesce a trovare nessuno che li appoggi. Credo che una grande parte (c'è chi dice il 30%) di ricercatori di nazionalità tedesca lavori all'estero.
Gli investimenti in ricerca sono ovunque irrisori, l'aziendalizzazione della ricerca è il male più grande dei nostri tempi. Se avete un po' di soldi chiunque vi dirà di metterne un 10% in qualcosa di rischioso e che potrebbe andar male. Purtroppo oggi votano troppi pensionati che pensano ai loro acciacchi e alle loro pensioni. Moriremo tutti democristiani, se ci va bene.
Io invece trovo sorprendente come si possa ancora ragionare sulle basi utopiche di un incremento di risorse che in Italia non ci sarà mai, riproponendo ricette massimaliste bocciate dalla storia. C’è, al contrario, la necessità concreta di dare un pò di risorse in più ad una generazione massacrata dalla crisi economica, dall’insolenza della politica e, in parte, dall’egoismo delle generazioni di accademici che hanno avuto veramente tanto (avendo anche dato tanto, per la maggior parte delle volte).
“Io invece trovo sorprendente come si possa ancora ragionare sulle basi utopiche di un incremento di risorse”

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A partire dal 2008, solo l’Ungheria ha tagliato più di noi le spese per l’istruzione. Tra l’Utopia e l’Ungheria c’è un ampio intervallo di opzioni praticabili, visibile a chiunque non abbia paraocchi ideologici. Comunque è quasi divertente vedere le arrampicate sugli specchi di chi non sa più come giustificare tesi pregiudiziali. Alla fine gli tocca rifugiarsi nel TINA – There Is No Alternative, ma persino i dati OCSE demoliscono questa giustificazione buona per tutte le stagioni.
Caro anonimo up (or down)
direi che è la tua posizione ad essere molto “massimalista”. E se non lo è è perlomeno triste. In ogni caso tafazziana.
Le risorse ci sono. Basta voler andarle a prendere.
Marco Antoniotti
“Comunque è quasi divertente vedere le arrampicate sugli specchi di chi non sa più come giustificare tesi pregiudiziali”
De Nicolao, non la seguo. “Paraocchi ideologici”? Ma di cosa parla. Le mie non sono posizioni ideologiche, non veda fantasmi ovunque. Io parlo per certo del passato recente e del presente e immagino un futuro prossimo molto probabile (fondandomi anche su quei dati che lei si ostina a pubblicare, ma non a valutare come fonte per la comprensione delle cose che accadranno). Non ho interesse per alcuna posizione politica e generalmente mi arrampico sugli specchi soltanto quando devo dire ad un dottore di ricerca meritevole che il nostro sistema non prevede alcun futuro, per lui e per i suoi coetanei.
Per i Giuristi:
Scusate l’intromissione,
ma ho sentito parlare di “diritto acquisiti”.
Ora, tanti (quasi tutti purtroppo) sostengono il concetto di diritto acquisito.
Ma non dimentichiamoci che se l’esercizio di un diritto esclude, in maniera correlata, l’esercizio di un altro ugualmente riconosciuto, bisogna valutare bene se può continuare ad essere esercitato:
Mi spiego meglio in termini giuridici.
L’ordinamento tutela l’interesse alla retribuzione o a conservare il proprio posto di lavoro tramite delle norme (diritto acquisito).
Può capitare (argomento dell’articolo “i volontari della ricerca”) che questa tutela leda la tutela dell’interesse della persona (precario con grande curriculum) ad entrare nel sistema (art. 34 della Costituzione italiana, anche se la Cost. parla di “studio” il merito è sempre “il protagonista”).
art. 34, comma 2, cost:
“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi piu’ alti degli studi”.
Che si fa?
Siete sicuri che prevalga il diritto acquisito?
Oppure deve prevalere, nel caso concreto, la tutela del precario con grande curriculum, prevista dalla Costituzione?
A questo ragionamento, credo, si debba ispirare la politica se vuole fare una riforma e ogni forma si discussione di miglioramento universitario.
Siete d’accordo?
Grazie,
Anto
art. 34, comma 3 (non 2), cost., chiedo scusa
Verrebbe da dire che in 30 anni non è cambiato nulla. Quando venne istituito il dottorato di ricerca, nella metà degli anni 80, le borse non coprivano il numero dei posti banditi, inoltre le borse erano così misere che era impensabile pensare di sopravviverci e infatti, ci si doveva arrangiare, tra presenze obbligatorie e lavoretti vari. Pochissimi tra i docenti di allora avevano un dottorato, che per ovvie ragioni poteva essere solo estero. I concorsi erano nazionali ecc. ecc. Poi vennero gli anni della finta abbondanza e dell’iillusione di una normalità: magari vincevi un concorso di ricercatore a 34-36 anni, ma scrivendo, insegnando ecc.pensavi che tutto avrebbe avuto un esito normale, ovvero una carriere normale. Invece accade che una scelta sciagurata (euro) e una ancora più scrieteriata (la Grande Riforma) fanno saltare il banco e ci si scopre in braghe di tela. Senza fondi, perchè se in pochi anni ti tagliano il FFO del 25% ma di quali risorse vuoi parlare? Università di massa? Negli anni 80 ti laureavi pagando tasse per qualche migliaio di lire anno ora sono necessari oltre 2.000 euro se ti va bene. I liberisti dicono che il modello sono gli USA, ma chiunque ci abbia vissuto sa come stanno le cose: benefit (casa, assicurazione, scuola per i figli, fondi) e stipendi comunque maggiori. Qui la progressione orizzontale e bloccata e quella verticale episodica e imprevedibile e gli stipendi ridicoli. Ridurre il problema dell’università al turnover mi sembra una banale semplificazione. Forse dovremmo guardare un po’ più attentamente fuori e capire meglio quello che è successo negli ultimi 20 anni. Il processo di deligittimaione del lavoro di educatori e scienziati è cominciato da lontano con la distruzione della scuola dell’obbligo e della figura dei docenti e, come c’era da attendersi è arrivata all’università. La cittadela non è assediata, è caduta da tempo e prima se ne prende atto meglio è. Un paese che ha perso il 10% del PIL e il 25% di capacità produttiva con 13,4% di disoccupazione e il 44% di disoccupazione giovanile deve trovare la forza di eliminare le rendite e i gli sprechi che sono ormai noti a tutti e concentrare le poche risorse sulla conoscenza. Il problema non è qualche professore che pubblica poco, in genere sono degli ottimi docenti, ma un sistema che non sa valorizzare e promuovere le competenze e questo non dipende dai docenti. Una quantità impressionante di studi indica che il problema del nostro paese non è l’innovazione o la delocalizzazione, ma il management. Se solo il 22% dei manager ha una laurea cosa è lecito attendersi?
Non so se Libera è in ascolto ma spero che dopo essersi trasferita a Berlino si sia resa conto che le sue vicissitudini, tristemente frequenti ed in cui molti di noi nati negli anni 70 si rispecchiano, hanno alla base una radice culturale e non solo economica. È ovvio che il taglio di risorse all’universita’ è indegno ed un ottimo indicatore del declino dell’Italia in generale. È ovvio che servirebbero piu’ risorse, piu’ concorsi, piu’ posti stabili. E pure ovvio pero’ che il volontariato forzato vissuto come “lavoro temporaneo” in attesa di non si sa bene cosa è una peculiarita’ tutta italiana che andrebbe resa un reato penale. Alla Humboldt universität quante persone ci sono che accettano di lavorare gratis? Quante pensano che questo sia un passaggio obbligato? Quanti docenti universitari ci sono che hanno la faccia tosta di chiedere ai giovani di lavorare gratis? E meno male che Libera faceva la “insegnante, ghost writer, archivista, babysitter, dogsitter, commessa e segretaria” dietro compenso per mantenersi. Ci sono purtroppo persone che fanno rientrare questi compiti nell’opera di volontariato per il professore che un giorno li assumera’…