La prima ASN, ossia le prime due tornate di abilitazione sono state per certi versi un disastro: hanno determinato un contenzioso di dimensioni colossali, impegnando il TAR Lazio (Roma) e il Consiglio di Stato con migliaia di procedimenti. Nessuno allo stato, ha osato una stima dei costi complessivi dell’operazione, che includa gli oneri di soccombenza dell’amministrazione nei giudizi innanzi alla magistratura amministrativa (un tentativo che prescinde da questo aspetto si trova qui). Comunque sia, come tutti sanno alla seconda tornata è seguita una lunga pausa motivata dall’esigenza di rivedere le procedure. Vi era dunque la speranza che il decisore politico prendesse atto di quanto accaduto e accedesse a più ragionevoli consigli. Niente di tutto ciò. Alla fine l’ASN 2.0 è arrivata, carica degli stessi difetti di quella che l’aveva preceduta. Anzi, forse peggio. Infatti, i filtri quantitativi non solo sono stati mantenuti, ma irrigiditi, poiché essi sono ora vincolanti anche per i candidati. In più le cosiddette soglie, sostitutive delle mediane, ma alla fine dei percentili stabiliti ad libitum dall’Agenzia che infatti già conosce il numero dei commissari sorteggiabili per ogni S.C. (e dunque immaginiamo, i loro nomi), sono state calcolate in modo opaco ancora una volta, sembra di capire, sulla base dei dati “sporchi” contenuti nel loginmiur: dell’anagrafe della ricerca si sono infatti perse le tracce, così come del tentativo fallimentare di sostituirla con Orcid. Insomma, ancora una volta la procedura appare un gigante dai piedi di argilla, piena di falle (nei prossimi mesi avremo modo di renderne conto) e del tutto discutibile. Nel caldo agostano essa è piombata su di una semi-addormentata accademia italiana, le cui reazioni – per una volta vivaci – sono state bellamente ignorate, così come nel cestino è finito un pur argomentato è ragionevole parere CUN; ai dubbi già sollevati sugli indicatori e altri aspetti della procedura si aggiunge poi la questione degli oneri informativi, già sollevata su queste pagine qui e qui.

Ora però vorremmo cominciare una paziente opera di analisi delle criticità delle procedure abilitative: se non altro per dimostrare che chi le ha disegnate è persona non lungimirante, o per meglio dire non in grado di apprendere dagli eventi passati. Il che è tutto dire. Tralasciamo ora di discutere degli oneri informativi assurdi e di richieste agli aspiranti commissari che cozzano contro principi risalenti alle non proprio recentissime leggi Bassanini. Amen. È nel dettaglio che si annidano le trappole più insidiose.
Sin dalla prima ASN e dalla prima VQR ci si è ficcati in un assurdo labirinto quantitativo costruito su fondamenta instabili. Ci limitiamo in questa sede alle aree c.d. non bibliometriche: l’introduzione di parametri quantitativi di produttività (tralasciamo ora di toccare aspetti degenerativi quali il salami slicing ecc.) non può fare a meno della definizione delle tipologie dei prodotti editoriali. Lasciamo pure stare la vexata quaestio delle riviste di fascia A, sulle quali torneremo prossimamente. Ma che cosa è una monografia? Come la identifico? Andiamo oltre e addentriamoci nel labirinto. Una altra tipologia di prodotto non gradita all’ASN sono le recensioni, un genere letterario peraltro piuttosto glorioso nell’ambito delle scienze umane e non solo. Tuttavia l’impossibilità di distinguere automaticamente fra recensioni critiche e semplici segnalazioni di nessun valore spinse a suo tempo Anvur a cestinare l’intero genere letterario (salvo individuare quale rivista di fascia A un periodico costituito di sole recensioni, la Bryn Mawr Classical Review). In ogni caso non sappiamo se i nostri Guardiani della Rivoluzione allora si resero conto di stare uccidendo un genere letterario tanto nobile quanto antico: forse no, poiché lo resuscitarono, già morto, stabilendo che le recensioni su riviste di fascia A (positive, negative, neutre, stroncatorie, non importa) costituiscono un positivo elemento di valutazione delle monografie. Schizofrenia? No, furberia: uno degli obiettivi dell’agenzia, infatti, e del Presidente Graziosi (già rivoluzionario in Lotta Continua, nonché corrispondente dagli USA per l’omonimo giornale) e prima di lui di Bonaccorsi è da sempre quello di potenziare il sistema delle fasce A come volano di una supposta internazionalizzazione e di immaginari standard qualitativi, costi quel che costi, anche al prezzo di introdurre nel sistema accademico una nuova forma di corruttela morale, che ha al momento il grande vantaggio di sfuggire ai giornalisti in cerca di scandali accademici. Al momento. Tutto ciò in un pacifico, crasso, placido, rilassato disinteresse (non ignoranza, che sarebbe forse meglio) del dibattito internazionale in materia: gli ex rivoluzionari evidentemente faticano a depurarsi da un malinteso leninismo. Si può fare, perché nel frattempo il (Lumpen?)Proletariat fa le anastatiche a tempo pieno, corteggia direttori di riviste di fascia A, è preso a spezzettare studi ripetitivi in tante piccole monografie.
In ogni caso, veniamo al punto. Precisiamo che la questione riguarda esclusivamente l’area 12, ma essa è alquanto significativa per una lettura complessiva del sistema.
Un altro prodotto indigesto all’ASN sono infatti le note a sentenza. Si tratta di scritti tipici dell’area giuridica, dedicati al commento, appunto, di sentenze. È vero che spesso tali scritti sono opera di studiosi alle prime armi ed è pure vero che in molti casi essi hanno scarso valore scientifico. Il caso però, è affine a quello delle recensioni: così come vi possono essere testi banali e di scarso interesse, non mancano note a sentenza assai ricche e concettose che in realtà sono dei veri e propri articoli, talora caratterizzate da un impatto significativo. Le note a sentenza, infatti, sono anche scritti con i quali gli studiosi si confrontano con le ricostruzioni e con le interpretazioni che i giudici, anche delle più alte magistrature, compresa la Corte Costituzionale, danno di molti istituti. Non sono mancate note a sentenza che hanno anche indotto ripensamenti alle stesse magistrature e al legislatore: in ciò talvolta risiede il vero impatto dello studio giuridico o se si vuole una sorta di sua terza missione, molto più di quanto potrebbero mai citazioni amicali e reciproche interne a gruppi. In ogni caso, ancora una volta ci si trova davanti al puzzle di distinguere categorie entro un genere letterario ma senza addentrarsi nella lettura dello scritto: una operazione del tutto impossibile. Ebbene, in prima istanza (ossia nella precedente ASN) le note a sentenza furono cassate al fine del superamento degli indicatori. Nell’ultima VQR quindi reintrodotte, quando equiparabili ad articoli (i.e. a discrezione dei revisori). Da ultimo, nell’ASN 2.0, nuovamente cassate, pare a opera di Cineca. Risulta infatti che la piattaforma attraverso la quale si può presentare domanda al fine di rivestire il ruolo di commissario ASN filtri automaticamente tutti i prodotti censiti come “nota a sentenza”, sulla base di una rigida interpretazione letterale (data da Cineca?) dell’art. 2 d.m. 29 luglio 2016 n. 602, sicché le note a sentenza non sarebbero articoli. A questo punto, ci chiediamo, le cronache di convegno, in assoluto uno dei prodotti più scadenti e scientificamente irrilevanti nelle scienze umane e sociali (si tratta di brevi resoconti di incontri congressuali redatti da giovani studiosi) sono invece considerate “articoli” dai nostri illuminati reggitori, purché tale sia la categoria di appartenenza scelta dall’autore nel guazzabuglio di Loginmiur? Sicché qualche insipida cronacuzza pubblicata su rivista di fascia A consentirà agli amici degli amici di superare le soglie?
Non solo, vorremmo con un esempio che il lettore apprezzasse fino in fondo il livello di degrado morale e scientifico al quale ci stanno conducendo. Immaginiamo il professor Tizio, che essendo un tipo smaliziato ha fiutato l’aria: costui ha classificato le sue note a sentenza come articoli (e magari lo aveva già fatto in occasione di ASN 1.0). I responsabili del suo archivio istituzionale della ricerca non osano contestare la scelta, anche se per via della sbadataggine dell’editor della rivista i pezzi appaiono in una sezione denominata proprio “note a sentenza” (solo questione di tempo ed essa verrà prontamente ridenominata). Il professor Caio invece è un tipo testardamente scrupoloso, sembra uscito da un racconto di Elias Canetti e classifica le sue note come note. Morale Tizio supera le soglie ed è sorteggiabile mentre Caio no, paga lo scotto della sua scrupolosità. Come finisce questa storia? Finisce male per le sorti dell’accademia italiana, trascinata nella fanghiglia di espedienti e mezzucci sotto il pretesto del miglioramento e dell’internazionalizzazione.
Ci auguriamo che il professor Caio, però, perda il suo aplomb e si ricordi che esiste un giudice a Berlino.

37 Commenti

  1. Articolo (o nota?) condivisibile. Aggiungerei che non di rado le riviste (fra le piu’ note, riv dir civ eRiv dir comm) ospitano in sezioni variamente denominate (commenti, confronto con la giurisprudenza, varieta’, etc.), in una sorta di limbo fra la parte I – che ospita saggi – e la parte II – che ospita le note – commenti a sentenze, in nulla distinguibili dalla nota. A conferma dell’idiozia di qualsiasi classificazione, esclusione, inclusione, sulla base di criteri formali (resta poi il mistero della monografia, che nessuno saprebbe definire in modo incontrovertibile, se non sulla base di criteri geometrici). Immagino che questo genere di prodotti ibridi sia destinato ad aumentare, a scapito della gloriosa nota a sentenza, dalla quale I piu’ giovani comprensibilmente si terranno alla larga

  2. Ragazzi basta! E’finita! Avete, abbiamo, fatto il possibile ma non siamo stati in grado di boicottare una menata come la Vqr! Non interessa la nostra posizione, chi puo’aspetti la pensione, chi può e ha voglia di lavorare provi all’estero, se la specifita’linguistica della sua materia non glielo impedisce. Chi è fuori dall’università tale resterà, a meno di parenti che stanno dentro e possono aiutarlo. È andata, non è una “nuttata” che passerà, e’ proprio finito tutto. Guardavo il Rettore del sud che apostrofava quel santo di De Nicolao ed era tutto chiaro, vogliono morire cosi, con l’università italiana distrutta, quell’università che comandano e comanderanno loro fino a quando non servirà più a niente, se non, forse, ad ospitare scuole alberghiere e di cucina. Dai su, la vita è bella pure senza universita’, prendiamone atto e dedichiamoci ad altro!

    • Concordo con Desolation. Purtroppo è così… il fattore familistico, amicale, sessuale, politico, geriatrico ha ucciso quel poco che restava di buono dell’università italiana. Siamo all’8 Settembre, ognuno in ordine sparso cerca di salvare il culo fregandosene degli altri. E il nichilismo impera. Chi gode in questa situazione? Quelli che hanno fatto il doppio gioco, quelli che hanno barato nel curriculum (privilegiando la quantità rispetto alla qualità), quelli che si sono giovati delle disgrazie altrui, quelli che hanno guardato all’età anagrafica piuttosto che alla qualità dei profili.

    • Tutti sappiamo il degrado cui si è giunti: l’ingiustizia è demotivante e fa danni. Eppure nessuno si unisce in un’azione che porti al blocco di tutto quanto. Ho visto con grande delusione gli atteggiamenti di fronte alla scorsa ASN: in privato denunciato ciò che si sapeva (negoziazione sui nomi, sgambetti ad alcune ‘scuole’, telefonate e visite ai commissari), in pubblico nessuna presa di posizione … anzi lodi a chi aveva superato l’ostacolo (persone di valore!!!) e ringraziamenti ai commissari. Nelle sedi istituzionali! Ciò vuol dire che tutti sono colpevoli.

  3. …in effetti, le note a sentenza dovrebbero valere, se non ai fini della soglia degli articoli di classe A (anche quando pubblicate su riviste di classe A), quantomeno come altri lavori. Insomma, per la terza soglia.
    Spesso è molto meglio una nota a sentenza che un capitolo di libro “atti del convegno”.
    Le recensioni, invece, almeno nel mio settore (diritto penale), sono generalmente molto più brevi e meno strutturate.
    In effetti, bisognerebbe lasciare alla commissione la possibilità di decidere se, per consistenza, un dato lavoro -articolo, nota o recensione che sia- possa valere o meno ai fini del superamento delle soglie quantitative. Ciò dovrebbe valere, appunto, pure per gli articoli (perché, ad es., un breve editoriale non dovrebbe poter valere come articolo scientifico: c’è dietro molto meno lavoro). Ed anche per il libri, per i quali pure ci vorrebbe una soglia quantitativa, almeno orientativa (ad es., 150 pagine), per evitare operazioni meramente strumentali.
    Mi pare di ricordare, del resto, che i mitici criteri minimi CUN (ve li ricordate?), di gran lunga migliori di tutto quanto è stato fatto dopo, prevedessero qualcosa al riguardo (in area 12, mi sembra proprio 150 pagine).
    Invece di inventarsi “per forza” qualcosa di nuovo, secondo me avrebbero fatto meglio e prima a recuperare i criteri minimi CUN.
    Certo, la valutazione della consistenza/inconsistenza ai fini del superamento di una soglia quantitativa, presuppone l’esistenza di una commissione, e quindi non può applicarsi ai commissari.
    Ma come sostenevo già in un precedente commento, i commissari sono ordinari e tanto basta. Tutto il resto rischia solo di innescare ricorsi demolitori, e non saranno le bizzarre “pretese anastatiche” del miur a fermarli.
    Ribadisco: se il più comprende il meno (e ciò è di un rigore matematico assoluto, contro il quale ogni pseudo argomento contrario è vano), che razionalità può avere un sistema che richiede di più ai commissari che devono giudicare sul meno (cioè la medaglietta asn), rispetto a quelli che devono giudicare sul più (cioè l’attribuzione dei posti a concorso) che devono solo essere ordinari?
    Questa è l’ambiguità della riforma Gelmini sul reclutamento: tanto rumore sull’asn, e poi mano libera a regolamenti locali per il reclutamento vero e proprio.
    Quindi, o si tiene altissima l’asticella in sede di asn, ma ciò non è possibile per tanti motivi, pure connessi alla giurisprudenza amministrativa formatasi al riguardo (basta la maggioranza semplice, basta l’accettabile e non ci vuole il buono, etc.), e alle differenze che si creano tra i diversi settori (finendo per risultare premiati, nella competizione tra settori per le risorse effettive, quelli in cui i commissari sono stati meno selettivi), oppure la morale è che non c’è più alcun filtro effettivo all’ingresso in ruolo.
    Siamo alla cooptazione pura. Di chi conta -per qualsivoglia ragione- in sede locale. O, magari, di chi fa la professione, e quindi ha i soldi per farsi chiamare in qualche telematica aut similia.
    Con una sorta di processo di privatizzazione dell’università. Faccio la professione? Mi vado a prendere l’asn con asticella sempre più bassa, e poi faccio arrivare un finanziamento per un posto che, come tutti, sarà assegnato da una commissione dipartimentale (designata, cioè, dal dipartimento). Tanto poi i soldi li recupero, perché col prof. davanti farò più professione….si tratta solo di un investimento!
    Bisognerebbe abolire il “medagliettificio” asn (e il connesso ruolo rtdb, resuscitando l’rti), e spostare i concorsi in sede nazionale, senza il bisogno di alcun previo filtro abilitativo, con semplici regole per garantire l’imparzialità degli esiti, magari anche recuperando i criteri CUN, che -se la memoria non mi inganna- non erano male.
    Invece, ci ritroviamo l’asn ripartita -a mio avviso- solo perché il governo vuole accontentare più persone possibili prima del referendum, sul quale rischia, come si evince dalle dichiarazioni di Renzi che ora -per quanto mi pare di capire- dice che lui non si dimetterà se perde.
    Saziatevi di asn, diritti arcobaleno, e pugni sbattuti sul tavolo in Europa (insomma, saziatevi di aria fritta), e fateci andare avanti nel disastro economico neoliberista e nella regressione alla società ottocentesca. Non avremo più la sanità pubblica, la previdenza, dovremo fare 200.000 euro di mutuo per andare all’università (lo dovranno fare i nostri figli), ma noi siamo distratti dall’ineffettivo, dall’ininfluente…dall’aria fritta. E, ovviamente, dalla mitica, nuova asn,
    Tom Bombadillo

    • E perche’ mai 150 e non 200 (1 etto e 1/2  e non 2)? Conta anche l’introduzione? E se numerata con numeri romani? E un’eventuale bibliografia finale? Conosco eccellenti opere monografiche di meno di 200 (e anche 150) pagine (I c.d. Quaderni) pessime opere di 300 e oltre. Si tratta di una scelta di fondo: accettare o rifiutare la misurazione quantitativa della qualita’ della ricerca (anziche’ una sana discrezionalita’ tecnica). Per me e’ pura idiozia, ma e’ l’ideologia del momento e ce la becchiamo, volenti o nolenti

  4. @Filippo Argenti,
    cortesemente, nel tuo settore , mi segnali 10 eccellenti volumi di meno di 150 pagine? Su due piedi, a me, nella mia materia, cioè il diritto penale, non è che me ne vengono in mente tanti….. noi abbiamo una collana apposita per questi lavori, ma generalmente non vengono considerati come i volumi monografici in sede concorsuale. E poi, se vuoi scrivere 125 pagine, sintetizzi in cento, e puoi fare anche un articolo, così ha pure molta più visibilita: nella peggiore delle ipotesi, te lo pubblicheranno in due “puntate”.
    Per quanto riguarda, invece, tutte le altre questioni che sollevi, io ho scritto chiaramente che il limite che -così ricordo, ma potrei pure sbagliare- proponeva il cun, delle 150 pagine per i libri, era indicativo, mentre lasciava alla commissione di valutare la consistenza del lavoro, per poterlo valutare ai fini del superamento dei criteri quantitativi, e questo non solo con riferimento ai libri, ma anche agli altri generi letterari.
    In più i criteri cun erano indicativi, non costituivano conditio sine qua non.
    Francamente, non ci vedo niente di tragico o di idiota, a meno che non si voglia diffendere a tutti i costi l’idea (forse, meglio, l’ideologia) della discrezionalità assoluta delle commissioni, mentre a me pare molto più equilibrato un modello di discrezionalità vincolata, con un obbligo di motivazione rafforzata, qualora ci si voglia discostare da criteri standard: come, con riferimento ai titoli, qualora si voglia negligere un titolo preferenziale.
    Forse sarebbe più prudente andare a rileggerseli, i criteri cun (tutti idioti i nostri rappresentanti al cun?), invece di dare giudizi frettolosi e offensivi.
    Tom Bombadillo

    • Buongiorno a tutti.
      Brancolo nel buio e nel tentativo di fare ordine in questo labirinto della follia (mai ci riuscirò!).
      Tra i mille dubbi uno in particolare non riesco a sciogliere. Il libro a più autori…. Qui si aprono i più disparati scenari!
      Devo considerarlo tale se ho scritto parti in tutti i capitoli del libro?
      Oppure basta abbia scritto qualche capitolo purché il mio nome compaia sulla copertina insieme a quello dei miei coautori? E in quest’ultimo caso qual è una ragionevole quantificazione del mio contributo rispetto alla monografia nel suo complesso?
      E se sono curatore ma ho scritto saggi scientifici all’interno del libro, posso considerarlo libro a più autori?
      Aiutatemi! Grazie

    • Sono in ferie. Al rientro provvedo all’elenco. Nessun intento offensivo. Ai tempi del mio concorso a cattedra qualche maestro sosteneva la tesi 200, qualcun altro 100 (150 è un buon compromesso). Anche allora si seguivano i Suoi consigli: tagliare o allungare un po’ il brodo. Francamente mi sembra privo di senso (se ho scritto 125 pp. perché devo tagliare?). La questione specifica non mi interessa troppo, non dovendo presentare domande a concorsi a cattedra. È solo una astratta questione di principio. Abbiamo due visioni diverse. La Sua è sebz’altro più attuale.

    • Magari, per ingannare l’attesa del mio rientro (ma non Le assicuro che mi dedichero’ davvero all’elenco. Le consiglio di scorrere il catalogo dei vari “Quaderni”) provi a leggere Angelici, Societa’ prima dell’iscrizione…, Barcellona, Il danno non patrimoniale. Un classico del diritto civile e’ la responsabilita’ precontrattuale, di Benatti. Dovrebbero essere poco piu’ di 150 pp. Ma se invece fossero (state) 145? Mi sembra un esempio significativo della non condivisibilita’ (cosi’ spero di non risultare offensivo) di qualsiasi criterio quantitativo e classificatorio. Ma e’ solo un’opinione inattuale di un attempato professore

  5. …sono andato a recuperare il documento cun, dove, tra le altre cose, si legge:

    che criteri condivisi e trasparenti di valutazione dell’attività scientifica dei candidati ai
    diversi livelli concorsuali costituiscono un elemento importante per promuovere i migliori talenti e la qualità delle Università;
    che gli indicatori proposti sono intesi esclusivamente al fine di determinare livelli minimi normalmente accettabili per l’ammissione alle diverse fasce della docenza;
    – che tali livelli minimi non possono essere utilizzati per determinare in modo automatico l’esclusione o l’ammissione di un candidato ad una valutazione comparativa;
    che comunque i valori minimi proposti per gli indicatori ai fini dell’accesso alle fasce di docenza sono punti di riferimento qualificanti per le commissioni e per l’autovalutazione dei candidati;
    – che in caso di non osservanza di tali valori minimi le commissioni debbono motivare le ragioni della loro scelta.

    Nel metodo, a me pare tutto molto ragionevole, nonché, proprio a livello di principio, espressivo di un importante e necessario passaggio, non dalla discrezionalità pura al suo contrario, ovverosia all’automatismo, ma ad un punto di equilibrio, tra i due eccessi ENTRAMBI sbagliati, rappresentato dalla discrezionalità vincolata.

    Anche nel merito, poi, i criteri per l’area 12 erano -a mio avviso- equilibrati (per le altre aree non saprei):
    ricercatore (qui si intende rti: ruolo assolutamente da ripristinare), 1 libro o 4 saggi negli ultimi 3 anni;
    associato, 2 libri, oppure 1 libro e 8 saggi, negli ultimi 5 anni; ordinario, 2 libri su temi non ripetitivi e 10 saggi negli ultimi 8 anni.

    In un successivo documento, si specificava che la consistenza minima per un articolo/saggio sono 10 pagine, quella per un libro 133 pagine (l’indicazione era in battute). Pure in questo caso, mi pare ragionevole.
    Per altro, mi spiace non aver reperito l’indicazione precisa in rete, e quindi non posso darvi la certezza al riguardo, ma, credo che il limite quantitativo delle 130 pagine (aut similia) rappresenti proprio il discrimine scelto da una delle più prestigiose collane del mio settore (fondata e diretta anche dal presidente della commissione asn, quello di cui i ricorrenti demolitori sostenevano la mancanza di qualificazione scientifica…vabbè, lasciamo perdere che è meglio), tra la propria sezione “libri” -forse più frequentata dagli studiosi ancora in carriera, che devono ancora provare concorsi- e la propria sezione “saggi”, forse, non a caso, più frequentati da studiosi che la carriera l’hanno terminata, e non devono utilizzare il saggio in sede concorsuale.
    Ciò dimostrerebbe ulteriormente che, anche al proposito, il cun non si è inventato niente, ma si è limitato a certificare regole non scritte già autonomamente presenti nell’area, chiedendo alle commissioni una motivazione rafforzata, nel caso in cui se ne vogliano discostare.
    Purtroppo, però, si tratta di documenti che contano “come il due alla briscola”, mentre andrebbero recepiti in atti vincolanti miur, per la sede che più conta: cioè quella dei concorsi, e non delle medagliette asn, di cui continuo ad auspicare l’abolizione.

    Più in generale, e concludo, è vero che l’università è sotto attacco, perché è l’intero settore pubblico e l’idea di società del benessere ad esserlo.
    La delegittimazione serve a giustificare -se non a far auspicare, dalla pancia degli italiani livorosi- i tagli -che gli idioti livorosi non capiscono andare a loro stesso svantaggio-, mentre i tagli servono per poter dire “visto che il pubblico non funziona? meglio il privato!”. Questo in modo che i soliti idioti livorosi siano tutti contenti “di esserselo tagliato pur di far dispetto alla moglie”, di non avere più università, previdenza e sanità, e di dover vivere e lavorare per ingrassare i prestatori professionali di denaro che gli garantiranno, invece dell’odiato pubblico, tali servizi.
    Senza più poter risparmiare. Senza più consentire trasferimenti di ricchezza alla generazione successiva, che non deve poter partire da un gradino più in su, ma sempre dallo stesso, perché altrimenti la società diviene pluriclasse e non “bipolare” come voluta dall’oligarchia liberista.
    A me questo è chiarissimo, però ciò non toglie che un ragionamento da “va (o andava) tutto bene madama la marchesa” non posso accettarlo. E questo per la semplice ma fondamentale ragione che NON è vero che andava tutto bene, anche quando avevamo i soldi e i finanziamenti e l’anvur non esisteva, le cose NON andavano così bene.
    In particolare, specie dopo la 382/80, e quindi con la mitica legge Berlinguer, il reclutamento universitario era andato fuori controllo, divenendo il luogo di troppe ingiustizie odiose. E tale è rimasto.
    C’è stata solo la parentesi dei concorsi da rti con le “mie” regole, quelle dell’APRI, ad essere un poco “meno peggio”.
    Poi c’è stata l’asn, in cui -parlo a livello di giustizia degli esiti- ci sono state luci e ombre, anche con rilevanti differenze a proposito, tra settore e settore. Ma l’ingiustizia complessiva del sistema è comunque notevolmente aumentata, visto che poi la sede che davvero conta, ovverosia quella “a valle” dei concorsi, è divenuta il regno incontrastato della discrezionalità pura.
    Nella mia esperienza APRI, ho conosciuto troppa gente con curricula spropositati che, nonostante questo, non riusciva a diventare rti. Molti sono dovuti andare fuori, non per scelta, per necessità, che è una cosa diversa. Alcuni -me compreso-, sono diventati rti proprio e solo grazie alle nostre regole APRI (curiosamente, tutti noi apristi divenuti RTI con le nostre regole ci siamo pure abilitati: sarà una coincidenza?).
    Altri, altrettanto meritevoli, ma meno fortunati, non ci sono riusciti e sono rimasti “fuori” (ma spesso pure loro si sono abilitati: una coincidenza pure questa?)
    In definitiva, la verità è che, pure pre-gelmini, le cose non andavano tutte bene manco per niente, specie in sede di reclutamento, che è quella che più conta. Ed arroccarsi sul modello della discrezionalità pura/assoluta delle commissioni non può portare a migliorarle.
    Tom Bombadillo

    • Caro Vito,
      Non sono d’accordo. La deriva quantitativa è sempre perniciosa. Insisto nel credere che la medicina stia nella trasparenza (e nel coraggio dei colleghi).

  6. Caro Antonio,
    le derive, per definizione, sono sempre pericolose, e quindi lo è pure quella quantitativa in atto: basterebbe introdurre dei vincoli equilibrati nel merito, e, nel metodo, comunque lasciare la possibilità alla commissione di motivare perché, nel caso specifico, ha ritenuto di doversi discostare dallo standard. E mi pare quello il senso, e pure la lettera, dei documenti CUN.
    La tua medicina della trasparenza e del coraggio funziona (non perfettamente, è ovvio, perché la realtà ha sempre le sue pecche, ma funziona) solo in un sistema piccolo e, per così dire, “non inquinato”: come appunto quello universitario italiano ante 382. Col todos caballeros della 382, invece -dove assieme a tanti meritevoli sono entrati, e progrediti, anche altri che viceversa non sarebbero mai entrati, né progrediti-, si è rotto il giocattolo. La discrezionalità pura, diciamolo, la cooptazione, è una gran bella cosa, ma funziona solo in un sistema con relativamente pochi ordinari tutti davvero eccellenti, che si conoscono, si frequentano, e ci si può affidare alla loro auto-responsabilità, che non sarà perfetta (sono pur sempre esseri umani), ma è certamente più che accettabile.
    Ma davvero pensi che questo sia ancora possibile dopo gli slabbramenti avvenuti con la 382 e, a cascata, con la Berlinguer?

    Caro Professore,
    per il futuro non saprei, ma le 3 indicazioni che ha voluto fornire fin qui sono tutte confermative della mia tesi, e non della sua…a meno che la mia frettolosa ricerca online non sia sbagliata, nel qual caso chiedo scusa anticipatamente…ma credo e spero non lo sia.

    Infatti, se consideriamo la carriera dei tre prestigiosi docenti da lei indicati, possiamo facilmente constatare che le 125 pagine (sotto soglia) del libro di Angelici, Società prima dell’iscrizione, sono del 1998, a fine carriera.
    Angelici, infatti, era diventato ordinario nel 1980, anche a seguito di due (pure troppo: secondo me oltre le 300 pagine è difficilissimo essere letti, tanto più oggi, con l’iper-produzione che c’è) poderosi volumi degli anni ’70, La società nulla e Consegna e proprietà, di 458 e 386 pagine.
    Non ho trovato il cv online di Barcellona, ma di certo nel 2000 era già ordinario, e anche il suo danno patrimoniale (comunque in soglia, se pur a limite) arriva a 5 anni dalla pensione, mentre, negli anni ’80 (immagino quando doveva diventare ordinario) ha prodotto Proprietà privata e intervento statale, 380 pagine, Inattuazione dello scambio e sviluppo, 248 pagine, e Diritto sistema e senso 592 pagine.
    Il libro da lei citato di Benatti in carriera era comunque ampiamente oltre la soglia (quindi non astratta, ma frutto della prassi ricorrente) cun (166 pagine: soglia 133), come anche l’altro da lei non citato, La costituzione in mora del debitore, 229 pagine.

    Discorso molto diverso e, a mio avviso, affatto più interessante, sarebbe quello di interrogarsi sull’opportunità oggi, nel 2016, di richiedere agli studiosi in carriera di scrivere (anche) libri, oppure, ai fini concorsuali, solo articoli, lasciando ai già ordinari il privilegio dei libri, delle dimensioni a loro più gradite.
    Ma il tempo e tiranno…sul punto, passo e chiudo, ché purtroppo per me non sono un attempato professore, ma solo un vecchio e attempato ricercatore.
    Tom Bombadillo

  7. …eppure l’ho scritto che la soglia era -per altro, più correttamente- in battute, e non in pagine.
    240000 è un numero più tondo?
    Vabbe, si vede che è il confronto che si vuole fare in battute…forse perché si è a corto di argomenti?
    Tom

    • Non insisto, anche se avrei altri esempi da addurre e qualche replica ai Suoi argomenti. Abbiamo un’opinione diversa e non sono riuscito a persuaderLa (i giuristi, come sa, non dimostrano, ma tentano di persuadere). Lei e’ convinto che sia possibile misurare la qualita’ e cosi’ classificare con granitica certezza (era poeta anche Catullo o solo Virgilio? Meritava la cattedra da romanziere Manzoni o era sotto soglia, rispetto a Balzac? A proposito: come si distingue un romanzo breve da un racconto lungo, a fini concorsuali?). Francamente mi sembra assurdo, pur comprendendo le ragioni che animano il Suo tentativo. Mi permetto solo un consiglio finale: non creda al mito dei veri concorsi di un tempo. Il Suo da ricercatore e’ stato l’ultimo serio, cosi’ come il mio da ordinario. Lo dicevano anche il mio maestro e il di lui maestro. L’universita’ e’ sempre stata un’istituzione incentrata sula cooptazione e il livello della cooptazione riflette, piu’ o meno, quello della societa’ civile, in un dato momento storico. In fondo anche i professori sono uomini e non vedo perche’ dovrebbero essere superiori alla media. Buona serata e auguri per la Sua carriera. Mi sembra meritevole.

  8. Scusi Vito, sono un po’stanchino ma ho ancora la voglia di capire come, secondo lei, nell’ASN ci sarebbe meno discrezionalita’ che nel sistema precedente?
    Tutti i requisiti, anche aver scritto la Bibbia, se serve le Commissioni li mettono nei giudizi e nessuno li puo’sindacare. Per il semplice fatto che non c’è interesse a far bocciare una capra in quanto nell’abilitazione non c’è competizione!
    Si vada a leggere i giudizi dei non bibliometrici (degli altri non parlo) ci sono candidati che hanno presentato tre edizioni della stessa monografia e sono stati considerati autori di tre monografie! Gente che ha insegnato 5 anni e risulta avere ampia esperienza didattica, altri che hanno insegnato 15 anni e hanno discreta esperienza didattica. Ma queste cose le sappiamo tutti, che interesse ha a difendere questo schifo? Mah…

  9. …veramente, io ho sostenuto che questo sia il sistema peggiore possibile e che, in particolare, l’asn debba essere ABOLITA: non modificata, ABOLITA.
    Se questo significa difenderla…
    Lo so, siamo tutti stanchi, però leggiamoci meglio a vicenda, altrimenti che scriviamo a fare?
    Ora, però, passo e chiudo sul serio.
    Tom Bombadillo

  10. Vogliamo parlare un attimo delle curatele che, almeno nell’area 14, contano ZERO? Io mi chiedo seriamente chi sia l’analfabeta che stabilisce criteri simili. Fermo restando che esistono curatele che valgono davvero poco — come esistono, del resto, libri e articoli di simile livello — nessuna persona solo modestamente istruita può credere che, per definizione, un libro “a cura di” possa essere ignorato del tutto. Mi scuso per la banalità, ma ci sono curatele e curatele. Alcune vengono messe in piedi in quattro e quattr’otto, e il curatore svolge davvero un lavoro marginale. Ma altre richiedono ANNI di lavoro, la conoscenza approfondita di un autore o di un argomento e della letteratura secondaria relativa, presentano un saggio introduttivo che, se non altro, dovrebbe essere preso in considerazione, e vengono pubblicate da case editrici universitarie. Malgrado tutto questo, valgono zero, per definizione. Ci voleva così tanto a permettere di valutarle, proprio come le monografie? Evidentemente, chi ha deciso così non ha un’idea delle cose sulle quali ha deciso. O forse gli sembrava una cosa troppo difficile da “valutare”? Complimenti al selvaggio (o ai selvaggi) in questione. E alla faccia della “valutazione della qualità della ricerca”.

  11. Salve a tutti.
    Sono un ricercatore senza “affiliazione” da Marzo 2016. vorrei capire se riesco ad abilitarmi a questo nuovo giro di ASN, ma mentre le statistiche GScholar sono semplici da calcolare, non è sempre chiaro se questo sia direttamente applicabile al resto della valutazione ASN.
    La mia pagina è https://scholar.google.it/citations?user=ICFNGB0AAAAJ&hl=it&authuser=1, sapreste dirmi quali sono le mie mediane?

    Grazie 1000 in anticipo
    Andrea

  12. Il quadro è perverso. Per usare un termine abusato dai giornalisti direi “inquietante”. Che il reclutamento universitario sia sempre stato una cooptazione è fin troppo noto. Quindi il candidato “passava” ora è abilitato e poi viene chiamato se è gradito a chi giudica. È chi giudica ? Uomini e donne che…..tengono famiglia o amici o amanti etc. Sempre stato così è sempre sarà.
    La perversione anzi l’inquietudine nasce dal fatto che si è ridotto il terreno su cui scegliere i GIUDICI. In maniera molto evidente…..si pensi che la monografia, una volta determinante almeno nei settori giuridici non vale più nulla. Fior di P.O. non saranno sorteggiabili. Lo saranno invece giovani “tuttologi” che sfornano articoli anche sulla grandinata eccezionale o sul litigio intercorso con l’inquilino ritenuti meritevoli perché pubblicati su riviste di fascia A ( dove ci sono parenti o amici) oppure perché, se gli spunti sono quelli sopra indicati, le occasioni per scrivere qualcosa sono tante e dunque si raggiungono le soglie…

  13. ….si ma….sulla qualità di tutto ciò chi garantisce ? Sempre persone che hanno famiglia e che in questo caso hanno il potere di far pubblicare gli articoli.
    In buona sostanza le Commissioni saranno formate nella maggioranza dei casi da PO che……non hanno altro da fare che occuparsi di ogni…spostamento d’aria avvenga intorno a loro…..dicendo il più delle volte cose ovvie o …lasciamo stare. Fior di giuristi non potranno essere sorteggiabili. Si salverà solo qualcuno…qualcuno c’è…che si dedica seriamente alla “scienza” o quelli che hanno subodorato l’andazzo e che sono stati “allertati” per tempo…

    • dite cose che nella mia solitudine ho avvertito e pensato. Nei tempi andati qualche collega anziano mi parlava di un sistema di vassallaggio medioevale, da osservare se si voleva avanzare nella carriera. A me vengono in mente altri termini e paragoni.

  14. ….riguardo ai candidati nulla cambia…..sempre cooptati saranno. Ma ora da una Commissione che inevitabilmente rischiera’ di essere non molto……autorevole.
    Posto quindi che le sorti dei candidati le decidono Commissari che …. tengono famiglia …. che senso ha ridurre così tanto il numero dei PO sorteggiabili se non per ragioni davvero “inquietanti” ? Sarà solo ignoranza o superficialità di chi ha “inventato” tutto ciò ? Mah.
    E allora basta con soglie e mediane. Sorteggiabili tutti i PO. Commissione di 10 persone e maggioranza a 6. Se cooptazione deve essere che sia almeno la più ” trasparente” possibile. Si ma qualcuno dirà: e la qualità ?
    …ma allora non hai capito nulla ?

    • Del tutto condivisibile. Una commissione più numerosa riduce i comportamenti poco specchiati. Un po’ per vergogna, un po’ per motivi pratici.

    • Perché 10 commissari? 12 è un numero più bello … anche le uova le vendono a dozzine … ci sarà un motivo (?).
      Anche la valutazione ex-post è una soluzione geniale … la facciamo ESN (Ex-post Scientifica Nazionale) o EDN (Ex-post Didattica Nazionale)?.

  15. Secondo la teoria della persistenza degli aggregati, ANVUR non può essere sciolto. ANVUR qualcosa deve pur fare: ad es. gestire l’ASN. L’ASN è una procedura che non toglie margini di discrezionalità ? E’ lo stesso. Tutto il carrozzone una volta messo in moto non si riesce più a fermare. Anche per mancanza di chiara opposizione. Evidentemente va bene cosi. La logica vorrebbe si adottassero le procedure dei paesi dove le Università funzionano. Cioè senza concorsi o altre amenità , ma per responsabilità diretta dei reclutatori. Chiamata diretta e valutazione ex-post. Con pesanti ripercussioni economiche , pesantissime, per i responsabili del male agire sia personali, in termini di stipendi , possibilità di reclutamenti futuri, che per gli atenei. E questo quello che andrebbe fatto, e ANVUR chiusa.

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