Storia di un’inchiesta che si è fatta da sé

In questi mesi, non volendo essere usata dalle piattaforme proprietarie raccomandate per la teledidattica, ho sperimentato alternative libere, e, fra queste, sia i sistemi di teleconferenza basati su Jitsi di iorestoacasa.work,  sia, direttamente, quelli offerti da uno dei suoi partecipanti, il GARR.

Non potendo permettermi altro, ho provato solo quanto messo gratuitamente a disposizione per far fronte all’emergenza pandemica: e mi sono resa conto che, in Italia, non avrei potuto trovare niente di meglio dei servizi del GARR, di cui tuttavia nessuno o quasi sembrava aver sentito parlare.

E però, se lavoriamo all’università o in un ente di ricerca, GARR, anche se ne ignoriamo il nome e l’esistenza, è il terreno che abbiamo sotto i piedi: è infatti sia la rete che ci connette sia, e soprattutto, chi la gestisce: “GARR è la rete nazionale a banda ultralarga dedicata alla comunità dell’istruzione e della ricerca. Il suo principale obiettivo è quello di fornire connettività ad alte prestazioni e di sviluppare servizi innovativi per le attività quotidiane di docenti, ricercatori e studenti e per la collaborazione a livello internazionale.

La rete GARR è ideata e gestita dal Consortium GARR, un’associazione senza fini di lucro fondata sotto l’egida del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. I soci fondatori sono CNR, ENEA, INFN e Fondazione CRUI, in rappresentanza di tutte le università italiane.”

Del GARR vale la pena leggere sia le condizioni di privacy generali, qui, sia quelle proposte, qui, per il servizio di cloud. I dati personali che raccoglie sono ridotti al minimo; e, soprattutto, nessuno dei suoi utenti viene profilato a scopo di manipolazione, pubblicitaria o d’altro genere.

Così non è, invece, per le piattaforme di teleconferenza più popolari, quali Zoom, MS-Teams, G-Suite for Education e quant’altro, i cui termini di copyright e di privacy – almeno per il loro uso apparentemente gratuito sono variamente discutibili, come mostra, nel dettaglio, questo studio. Non a caso il governo francese ha preferito mettere a disposizione dei suoi funzionari e dei loro interlocutori un servizio di teleconferenza proprio, che gira su Jitsi, giustificandolo così:

“lo Stato ha scelto di creare e amministrare una  piattaforma di teleconferenza propria, ospitata sui propri server: il suo dominio, combinato con una cifratura dei dati tramite un protocollo sicuro, offre una  garanzia ulteriore di riservatezza delle comunicazioni.”

Quanto, in Francia, pare evidente per le funzioni dello Stato, dovrebbe esserlo a fortiori per la didattica e la ricerca. Anche se, per amor di discussione, ammettessimo che almeno quanto fornito a pagamento dalle grandi piattaforme proprietarie rispetti le norme europee sulla privacy e non finisca mai, nella nebulosa del cloud, in meno regolati lidi, rimarrebbe la circostanza che dati delicati vengono affidati a datacenter esteri, soggetti a scelte politiche e poliziesche altrui, e che, soprattutto, chi fornisce  il servizio disegna un ambiente di opzioni predeterminate da lui e solo da lui, e non certo dai docenti, dagli studenti e dai tecnici italiani che dovranno subire sia le decisioni di chi ha comprato il servizio per loro, sia del servizio stesso.

Questi sistemi – sosteneva Edward Snowden in una prospettiva più ampia di quella sull’editoria scientifica di una più recente analisi di SPARC [1]

“sono fondamentalmente depotenzianti. Li paghi e credi di ricevere in cambio un servizio. Ma tu gli dai molto più del tuo denaro: gli dai anche i tuoi dati, e rinunci al controllo, rinunci all’influenza. Non puoi plasmare la loro infrastruttura, né cambiarla per adattarla alle tue esigenze”.

Pare, però, che questo problema non sia avvertito dalle istituzioni italiane: le università  – salvo poche eccezioni, quali il Politecnico di Torino che usa e sviluppa strumenti liberi anche più efficaci di Jitsi – hanno preferito le offerte depotenzianti dalle piattaforme proprietarie. La stessa pagina del Ministero dell’Istruzione dedicata alla didattica a distanza tace, almeno nel momento in cui scrivo, su quanto offerto dal GARR: si parla solo di Google, Microsoft e TIM, dando l’impressione fuorviante che l’Italia sia un paese così povero di denaro e di spirito da non avere una propria infrastruttura per la didattica e per la ricerca. Di nuovo, conviene richiamare la Francia come termine di confronto: il sito del ministero omologo non invita a rivolgersi a Microsoft o Google, ma affida la continuità pedagogica a un ente pubblico, il CNED, con il servizio Ma classe à la maison.

Com’è possibile che le istituzioni italiane, a partire dal Ministero, ignorino il GARR, cioè una loro diretta emanazione, per consegnarsi al controllo di multinazionali private?

Una volta proposta in pubblico questa domanda, l’inchiesta si è fatta da sé. Arturo di Corinto, in un articolo del 24 marzo 2020 uscito su “Repubblica” aveva parlato dell’impegno del GARR nell’iniziativa iorestoacasa.work. IL GARR stesso ha dato e sta dando notizia dei suoi servizi gratuiti d’emergenza in un testo del 27 marzo richiamato nella sua pagina d’accesso. Federico Leva ha documentato, qui, come sia poco verosimile che il silenzio ministeriale sia dovuto a una mera mancanza di conoscenza. E, soprattutto, Giuseppe Attardi, che ha diretto per quattro anni la piattaforma cloud del GARR, ha reso pubblica sulla mailing list del centro NEXA la sua importante testimonianza, che merita una lettura attenta e integrale.

Il cloud computing è un sistema per condividere risorse di calcolo materiali e immateriali che esonera gli utenti dalla necessità di acquistarle e amministrarle distributivamente, nelle proprie sedi. Il servizio offerto può essere, con un grado di libertà e di responsabilità via via maggiore per chi lo usa, un programma, una piattaforma o un’infrastruttura. Il GARR non solo offre queste risorse, e ne ha fornito il know-how all’estero, ma sviluppa e condivide le conoscenze per amministrarle, aggiungendo anche un servizio, di cui qui, che – scrive Attardi – “consente a chi non è un  sistemista o è digiuno di tecniche di virtualizzazione di creare  applicazioni scelte da un catalogo”, per esempio attivando sul cloud un’istanza di Moodle per la propria scuola o la propria università.

In luogo dell’ottima risorsa pubblica che avevano in casa, i rettori, secondo Attardi, sembrano aver preferito adottare sistemi privati e proprietari perché questa opzione è apparsa loro più economica e meno gravida di responsabilità rispetto all’alternativa di assumere e formare sistemisti e programmatori padroni del  loro mestiere.

Non sono in grado di calcolare se sviluppare le potenzialità del GARR sarebbe, in denaro, meno o più costoso che consegnarsi a GAFAM. È però chiaro, perfino a chi, come me, conosce l’informatica solo per sentito dire, che una comunità universitaria e di ricerca collettivamente incapace di mantenere e sviluppare un’infrastruttura propria, di controllare i propri dati e di promuovere e sviluppare competenze proprie pagherà un prezzo infinitamente alto in termini di sapere, di potere e di libertà, perché sarà sempre più dipendente – entro ambienti di scelta disegnati da altri – da sistemi e da conoscenze che non  le appartengono. Non si limiterà, cioè, a mettere i propri dati sul computer di qualcun altro, fuori d’Italia,  ma sarà usata da strumenti e ambienti di scelta disegnati da qualcun altro, e cioè da multinazionali private che traggono profitto dal commercio di manipolazione e sorveglianza. E formerà, per le aziende italiane, tecnici a loro volta incapaci di farne a meno, perché nient’altro è stato loro insegnato.

Non investire in Istruzione, Università e Ricerca, incoraggiando presidi e rettori a una contabilità sulla base di orizzonti ristrettissimi e grettamente competitivi, produce, evidentemente, anche questi effetti.

Non sono un’informatica. Ma da studiosa, da docente e da cittadina preoccupata mi sembra doveroso chiedere perché le istituzioni italiane hanno preferito sistemi privati e proprietari fuori dal loro controllo invece di pretendere soluzioni aperte, pubbliche e controllate da loro, e augurarmi che le risposte, se ci saranno, siano fatte oggetto di un dibattito pubblico partecipato.

La questione ha un lato tecnico che qui ho cercato di ridurre al minimo, ma il suo cuore è filosofico, politico e culturale: in un mondo che l’emergenza pandemica ha reso ancor più digitalizzato, la rinuncia a determinare i propri sistemi senza delegarli a un tutore neppure disinteressato rischia di produrre non solo un ritardo tecnologico e economico, ma, post-democraticamente,  una condizione di minorità non soltanto digitale. È, in altre parole, una cosa troppo seria per lasciarla decidere agli amministratori.

 


[1] SPARC, Landscape Analysis The Changing Academic Publishing Industry – Implications for Academic Institutions, 2019 <https://sparcopen.org/our-work/landscape-analysis/>: “Academic publishing is undergoing a major transition as some of its leaders are moving from a content-provision to a data analytics business. This is evidenced by a change in the product mix that they are selling across higher education institutions, which is expanding beyond journals and textbooks to include research assessment systems, productivity tools, online learning management systems – complex infrastructure that is critical to conducting the end-to-end business of the university. Through the seamless provision of these services, these companies can invisibly and strategically influence, and perhaps exert control, over key university decisions– ranging from student assessment to research integrity to financial planning” (i corsivi sono miei).

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24 Commenti

  1. Vari problemi con effetti convergenti:

    – chi lavora o produce conoscenza non sempre trova sponde presso il potere o presso l’informazione

    – chi fa informazione professionalmente come regola si appoggia al potere e non alla societa’

    – i cittadini provano ad informarsi da soli ma spesso ricadono nei canali “social” piuttosto che sulle fonti originarie

    Infine, last but not least

    Non c’e’ rispetto per la competenza e per la conoscenza scientifica, mentre c’e’ un gran gusto per la spettacolarizzazione. Esperienze di successo come il GARR o che so come la SISSA a Trieste per l’educazione dottorale restano separati dalla societa’ o relegati ad ambiti specialistici o locali.

    PS Il sottoscritto lavora per l’INFN da 20 anni, stima profondamente Enzo Valente https://www.garr.it/it/chi-siamo/organi/storico-direttori-garr/enzo-valente, e lamenta lo stesso tipo di problemi per una cosa molto piu’ piccola ma non meno significativa, il premio ASIMOV, che ho fondato e che coordino. A dispetto dei numeri e dei risultati, risultiamo quasi trasparenti ai media.

  2. Purtroppo mi sembra evidente che nessuno sia interessato a rispondere alla domanda dell’autrice dell’intervento, che peraltro è stata posta anche all’interno di un precedente post. A mio avviso, invece, la questione dell’utilizzo della rete GARR dovrebbe essere cruciale. Pochi sanno della possibilità di utilizzare l’infrastruttura e i laboratori di calcolo che sono messi a disposizione dal CINECA per le Università (statali e non statali). Il CINECA, almeno quando la sua sede era a Roma e precisamente a San Lorenzo in via dei Tizii, gestisce (gestiva?) la rete GARR. Con il CINECA feci un interessante progetto di ricerca rispondendo ad un bando per l’High Performance Computing dove il contributo non era in termini di soldi ma di ore di utilizzo di clusters di computers che consentono di ottenere alte prestazioni di calcolo. Ricordo anche la possibilità che si aveva di acquistare un computer ad alta prestazione e invece di farlo ammuffire all’interno di una stanza di un dipartimento poteva essere dato in gestione al CINECA che lo collegava in rete con gli altri computers del suo laboratorio in modo tale da potenziare il cluster da mettere poi a disposizione. Tutte queste cose sono poco pubblicizzate e spesso uno le trova per caso o per sentito dire. Secondo me non ci vuole molto a condividere tutte queste risorse per progettare una piattaforma italiana da utilizzare per didattica e ricerca.

    • Il CINECA non c’entra NIENTE con la RETE GARR! Condivide lo stesso palazzo ma con entrate diverse. Il CINECA è SOLTANTO un utente della Rete GARR.
      La Rete GARR, come scritto nell’articolo, è gestita dal CONSORTIUM GARR.
      Prima di scrivere bisognerebbe saperle le cose, non parlare per sentito dire. Anche perchè si genera soltanto confusione e non si aiuta nessuno.

  3. Io ho vivo interesse verso una piattaforma italiana. Conosco GARR da tanti anni. So che i miei colleghi hanno competenze e creatività. In che modo possiamo supportarvi? È proprio il caso di dire facciamo rete.

  4. AD non si alteri, il punto non è chi gestisce la rete GARR, il punto è che ci sono in Italia parecchie competenze, persone ecc…, che potrebbero condividere risorse per rispondere alla domanda posta nell’articolo sul perché si dovrebbe affidare la teledidattica a Google o similari.

  5. Caro Andrea direi che va precisato, che il problema e’ il potere e anche la televisione. Repubblica ci fa una bella figura, ma gli altri giornali? E soprattutto, mi sembra che Maria Chiara Pievatolo sottolinei sin dall’inizio “di cui tuttavia nessuno o quasi sembrava aver sentito parlare” riferendosi agli ottimi servizi offerti dal GARR. Ecco, sento che questa domanda andrebbe soppesata:

    in un momento in cui la nazione aveva bisogno di informazioni, sono state fatte circolare oppure no?

    Ero quasi riuscito a non aggiungere: invece di parlare di pallone, ma purtroppo mi e’ scappata.

  6. A Francesco Vissani: Repubblica??!! Ecco “il furto con destrezza”, espressione che ha suscitato qualche alzata di soppracciglio qualche settimana fa. Una furba operazione “culturale” portata avanti da anni e che ora finalmente ha trovato il suo ovile: a Torino, da Treelle.

  7. Sono un fan sfegatato di GARR, che ritengo una delle poche strutture in Italia (se non l’unica) in grado di rendere operative delle infrastrutture cloud-native degne di questo nome.

    L’infrastruttura OpenStack di GARR è stata costruita da 4 persone ed eroga risorse IT per 150 Kilowatt. Per servire le scuole ci vorrebbero infrastrutture da 32 Megawatt! Se non siamo in grado di far girare i nostri workload su nostro ferro, in stile Private Cloud, l’alternativa si chiama Google Cloud, Amazon Web Services e Microsft Azure. Con buona pace dell’indipendenza, della privacy, dell’autodeterminazione.

    Il Software Libero, senza infrastrutture su cui farlo funzionare, serve a poco. Negli USA hanno costruito le infrastrutture (usando OpenStack, appunto) e infatti negli USA il Software Libero è un asset fondamentale, non solo una questione di principio. Dobbiamo batterci e sbatterci per avere più infrastrutture.

  8. Approvo l’idea centrale: liberarsi dei servizi delle multinazionali a favore di servizi pubblici nella scuola pubblica. Mi chiedo se GARR reggerebbe.

    Permettetemi però di essere “antipatico”: che cosa ha fatto GARR (non faccio nomi, perché davvero non saprei di chi sarebbe il compito) per fare sapere al Governo, al MIUR, alle scuole italiane, ai docenti, agli italiani tutti della sua esistenza e delle sue risorse? Appena chiuse le scuole, ho cercato in rete le soluzioni che mi consentissero di continuare a insegnare matematica e fisica per i miei studenti di liceo scientifico: di GARR non ho trovato nulla all’epoca.

  9. Ringrazio Maria Chiara Pievatolo per i due link. Immagino che i francesi proseguiranno in qualche modo questa esperienza anche dopo l’emergenza e apriranno (se non lo hanno già fatto) finalmente una seria discussione su come all’Università si potrebbe ampliare (non sostituire) l’offerta didattica attraverso l’uso di piattaforme digitali.

  10. Condivido jedes Wort dell’intervento della prof.ssa Pievatolo: vorrei tuttavia condividere il mio tentativo, recentissimo, di esplorare la possibilità di connettere il mio liceo, il Giordano Bruno di Melzo, in provincia di Milano, con la rete GARR. Il funzionario, gentilissimo, con cui ho parlato mi ha spiegato che il cavo in fibra, che viene concesso in uso esclusivo all’utente, costa 3 euro al metro (non al chilometro): l’hub più vicino alla mia scuola è quello del Politecnico di Milano di via Giuseppe Colombo. La distanza, misurata in modo approssimativo, si aggira intorno ai venti chilometri (=20.000 metri). E’ chiaro che senza un intervento pubblico dall’alto una singola scuola, un singolo istituto, per quanto perfettamente consapevole di quanto ricordato dalla professoressa, non ce la può fare. Il progetto di qualche anno fa per portare la “fibra veloce” alle scuole di quattro regioni nel sud (GARR-X Progress) ha raggiunto 133 istituti scolastici in tutto (qui la relazione finale: http://www.garrxprogress.it/comunicazione/download/documenti-di-progetto/280-relazione-finale-del-progetto/file). Sono tanti? sono pochi? In ogni caso, servono investimenti strutturali e strategici, molto più ampi dei PON.

  11. Segnalo un altro messaggio di Giuseppe Attardi con una stima dei costi del suo progetto: https://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/2020-June/018103.html Ma è chiaro, come scrive Martino Sacchi qui sopra, che al vertice si deve diventar consapevoli che scuola e ricerca italiane non sono un coacervo di aziendine in concorrenza, bensì un sistema pubblico, e meritano culturalmente e politicamente un intervento di sistema (si veda anche: https://scuolalibera.continuity.space/lettera-professor-meo).

    Questa consapevolezza, per quanto la questione sia stata recentissimamente proposta in senato (https://www.youtube.com/watch?v=VwxSVl_HT4k ; qui la trascrizione: http://senato.it/japp/bgt/showdoc/0/hotresaula/0/0/index.html?part=doc_dc-ressten_rs-gentit_isaniaodg-intervento_mantovanim5s) continua ministerialmente a latitare, come si vede da qui: http://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/attachments/20200625/af8ab884/attachment-0001.jpe

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