È come se, da un anno all’altro, l’equivalente di 280 ricercatori dovessero abbandonare gli atenei meridionali per essere trasferiti nelle più ricche università settentrionali. Com’è possibile? Fu il Governo Monti a stabilire che i pensionamenti avvenuti in un ateneo A possono essere rimpiazzati da assunzioni in un ateneo B, se B ha un bilancio più solido del (pur virtuoso) ateneo A. Ed ecco che la città Milano con i suoi atenei incamera ben 84 Punti Organico (l’equivalente di 168 ricercatori) in aggiunta al rimpiazzo dei propri pensionamenti. Un organico sottratto agli atenei del Centro-Sud, in particolare  Napoli Federico II, Palermo e Roma Sapienza. Insomma, prosegue il travaso che negli ultimi sei anni ha già spostato oltre 500 P.O. dal Centro-Sud al Nord. Qualcuno obietterà che è giusto così. Per averne conferma, confrontiamo Napoli Federico II con Udine. Entrambi gli atenei sono “virtuosi” (Indicatore Spese Personale < 80% e ISEF > 1). Ma la Federico II è più virtuosa sia per lndicatore di Sostenibilità Economico-Dinanziaria (1,19 vs 1,15) sia per Indicatore Spese Personale (67,7% vs 70,9%). Ebbene, i “criteri Bussetti” premiano l’ateneo “peggiore”: a Udine spetta un turn over del 113%, mentre a Napoli  solo un misero 83%. La spiegazione? Sembra che l’algoritmo di ripartizione del turn over non tenga conto del numero dei pensionamenti, che possono variare, anche di molto, da un ateneo all’altro. Che deve fare un ateneo per migliorare i propri indicatori? La riposta è semplice: aumentare le tasse universitarie, senza curarsi del tetto massimo (sulla cui violazione nessuno vigila). Infatti, a chi spreme gli studenti spetta un “premio” a spese degli atenei che rispettano la legge. Si tratta  di aspetti più volte rimarcati da CUN e CNSU e fatti propri dal Movimento 5 Stelle in un Ordine del Giorno presentato nel 2013 e accolto dal Governo. Concetti ribaditi nel loro “Programma Università e Ricerca”. Dove sono finiti questi buoni propositi?

Testo del DM Punti Organico con tabelle pdf ed Excel: link

1. Riassunto delle puntate precedenti…

C’era molta attesa nel mondo accademico per la ripartizione dei “Punti Organico 2018” – le facoltà assunzionali derivanti dai pensionamenti degli atenei avvenuti nel 2017. L’attesa, oltre che per il ritardo con il quale è arrivato il provvedimento, era anche dovuta alle possibili modifiche ai criteri di ripartizione che era lecito aspettarsi dal “Governo del cambiamento”.

Ma prima facciamo qualche passo indietro. Fino al 2012 ogni ateneo “virtuoso”, cioè con i conti in regola secondo i parametri contabili del MIUR, era libero, al pari di altre pubbliche amministrazioni, di avere disponibilità del “proprio” turnover. Dal 2012, una norma prevista da un decreto-legge del Governo Monti ha tolto agli atenei tale autonomia, prevedendo che i pensionamenti avvenuti in un ateneo A possano essere conteggiati come turnover di un ateneo B, se B ha un bilancio ancora più solido del (pur virtuoso) ateneo A secondo un complicato algoritmo. Il meccanismo, già in sé molto opinabile – è di fatto un unicum nella pubblica amministrazione -, risulta ancora più odioso se si pensa che gli indicatori di bilancio dipendono in maniera significativa dalle entrate derivanti dalle tasse degli studenti.

Ciò ha comportato, sin dalle prime assegnazioni secondo queste “nuove regole”, un drenaggio significativo di punti organico dalle università del Centro-Sud, dove il livello di tassazione è molto basso, verso quelle del Nord, con scostamenti spesso importanti tra i diversi atenei, come già riportato in dettaglio su queste pagine.

Un secondo effetto collaterale è stata la corsa sfrenata all’aumento delle tasse studentesche, anche oltre il livello massimo di tassazione previsto dalla legge (limite che peraltro è stato notevolmente abbassato sempre dal Governo Monti), approfittando del fatto che tale legge non è mai stata fatta rispettare da parte del MIUR.

2. Punti organico 2018: the winner is … Milano

Come detto, tali norme sono dovute al Governo Monti, e sono state applicate da tutti i governi che da allora si sono succeduti: Letta, Renzi, Gentiloni. Con alcune varianti. In particolare, anche a seguito delle proteste del mondo accademico e di un ordine del giorno in precedenza presentato dal Movimento 5 Stelle contro tali modalità di ripartizione (ne riparleremo più avanti), attraverso un DPCM il Governo Renzi (Ministro Giannini), pur mantenendo l’impostazione originaria, ha proceduto a “calmierare” le evidenti distorsioni nel guadagno o perdita di punti organico da parte di un singolo ateneo, introducendo alcune clausole di salvaguardia, peraltro non particolarmente incisive, come illustrato in Tabella 1. Tali clausole sono state poi confermate dal Governo Gentiloni (Ministro Fedeli).

Ed eccoci al 28 dicembre 2018, giorno in cui il governo in carica ha proceduto a modificare le regole di attribuzione dei punti organico, varando il nuovo DPCM, a firma Conte, che detta le modalità di attribuzione delle facoltà assunzionali per i prossimi tre anni. Ebbene, la notizia è che il nuovo governo ha confermato pienamente le regole di ripartizione dei punti organico introdotte dal Governo Monti nel 2012 e applicate da allora da tutti gli altri governi. In particolare, è stata confermata la circostanza che i pensionamenti di un ateneo possano essere attribuiti ad un’altra università. L’unica novità è nelle clausole di salvaguardia: viene infatti eliminato ogni limite superiore al guadagno, a spese di altri atenei, di punti organico di un singolo ateneo, e portata al -50% (nel 2014 era -40%) la perdita massima del turnover di un ateneo virtuoso rispetto al turnover medio nazionale.

Come era facile attendersi, la ri-edizione del “decreto Monti”, peraltro con l’eliminazione di qualunque clausola di salvaguardia superiore, ha riproposto ed anzi amplificato gli squilibri denunciati gli scorsi anni. Così abbiamo, come mostrato in Tabella 2, atenei con un turnover del 663% (Università Stranieri di Siena), un vero record nella pubblica amministrazione, quasi 7 volte oltre la media nazionale del turnover (pari al 100% a partire dal 2018), e al contempo atenei che, sebbene “virtuosi”, debbono accontentarsi di un turnover quasi dimezzato rispetto al complesso degli altri atenei.

Passando ai dati assoluti, è Milano la città che esce vincitrice dalla prima suddivisione dei punti organico targata Bussetti: il capoluogo lombardo incamera ben 84 P.O. oltre il proprio turnover! Tali punti organico provengono in gran parte dai pensionamenti del 2017 degli atenei del Centro-Sud. In particolare gli atenei maggiormente colpiti da questa ripartizione sono Napoli Federico II e Palermo (entrambe perdono 25 P.O. dal rispettivo turnover), e, ancora una volta, Roma La Sapienza, che lascia sul campo quasi19 P.O.

Complessivamente il Centro e il Sud cedono, rispettivamente, 55 e 85 punti organico, a favore nel Nord. È come se l’equivalente di 280 ricercatori da un anno all’altro abbandoni gli atenei meridionali per essere trasferito nelle più ricche università settentrionali.

Ciò si va ad aggiungere alle conseguenze del Programma “Dipartimenti di Eccellenza”, usato per ripartire anche l’ultimo piano straordinario RTD-b, e 6 anni di applicazione di “regole Monti” che hanno già spostato oltre 500 P.O. da una parte all’altra del Paese, modificando radicalmente la geografica della ricerca e dell’alta formazione dell’Italia.

 

3. Eterogenesi dei fini: penalizzati anche gli atenei con ISEF alto

Qualcuno penserà: “è giusto penalizzare gli atenei con bilanci meno solidi di altri, è la legge del merito” (vi ricorda qualcuno?).  E allora chiediamoci: davvero la Federico II di Napoli meritava un turnover così al di sotto di quello nazionale? Esaminiamo i suoi indicatori di bilancio, e confrontiamoli con quelli di Udine, per avere una pietra di paragone.

Entrambi gli atenei sono virtuosi (Indicatore Spese Personale < 80% e ISEF > 1). Ma la Federico II ha un ISEF superiore rispetto all’ateneo friulano (1,19 vs 1,15). Anche l’Indicatore Spese Personale è migliore (67,7% vs 70,9%). Quale ateneo è stato premiato tra i due? Ebbene, i “criteri Bussetti” in questo caso premiano l’ateneo “peggiore”, consegnando a Udine un turnover del 113% e punendo Napoli Federico II con un magro 83%. Si dirà: “è l’eccezione che conferma la regola (del merito)”. Allora prendiamo un ateneo del Nord, per esempio Pavia e confrontiamolo con l’università con il miglior turnover in assoluto, Stranieri di Siena.

Anche in questo caso Pavia “vince” la sfida dell’ISEF con l’Università Stranieri di Siena (1,23 vs 1,22), ma viene surclassata dalla città toscana con un impietoso turnover di oltre il 700% superiore.

Si potrebbero costruire innumerevoli altri esempi. Ma cosa è successo? Non ci avevano finora detto che l’indicatore fondamentale per i bilanci era l’ISEF? Per cercare una spiegazione, avremmo voluto esaminare in dettaglio l’applicazione dell’”algoritmo Bussetti”. Ma con dispiacere dobbiamo rilevare che, per la prima volta in sette anni di ripartizioni di punti organico, il MIUR non ha pubblicato – alla data di stesura di questo articolo – la tabella contenente i calcoli di dettaglio effettuati per la ripartizione (contenenti peraltro anche dati molto interessanti, come il gettito di tassazione studentesca per ciascun ateneo). Una mancanza di trasparenza che stride con le dichiarazioni rilasciate appena qualche giorno prima dal Viceministro Fioramonti proprio su ROARS:

Tra l’altro, al pari dell’altro provvedimento cardine in tema di università del nuovo Governo, cioè il Decreto Ministeriale che ridisegna il costo standard dopo lo stop della Corte Costituzionale, anche in questo caso il “processo decisionale” non è passato attraverso l’interlocuzione con il CUN e il CNSU, e più in generale con la comunità accademica.

In attesa che la tabella di calcolo venga resa pubblica da parte del MIUR, possiamo azzardare una spiegazione che ci appare abbastanza verosimile. L’ISEF è un indicatore puramente “qualitativo”, indipendente dalle dimensioni dell’ateneo. Esso è dato dal rapporto

ISEF = E / F

dove E = 0,82∙(FFO + Fondo Programmazione Triennale + Entrate contributive al netto dei rimborsi – Fitti passivi) ed F = Spese di personale a carico dell’ateneo + Oneri di ammortamento. L’indicatore utilizzato per la ripartizione del 50% dei punti organico però non è esattamente l’ISEF, ma un suo parente stretto, cioè la quantità

M = EF

detta “margine”. Il margine è un indicatore “quantitativo”, ridisegna cioè in qualche modo le “nuove” dimensioni dell’ateneo sul reclutamento. Secondo il nuovo algoritmo adottato dal Governo, metà dei punti organico è distribuita in base al peso dimensionale, parametrato al valore di M, di ciascun ateneo sul complesso degli atenei italiani. Può tuttavia capitare – e a quanto abbiamo visto, capita spesso – che un ateneo, anche se “più virtuoso” di un altro (valore dell’ISEF maggiore), abbia un peso dimensionale (dato dal valore di M) minore rispetto al peso dimensionale dato dai punti organico derivanti dalle cessazioni in quell’ateneo. In altre parole, il peso dimensionale dato dal margine, pur alto, può non riuscire a compensare l’enorme numero di pensionamenti che un ateneo può avere la sfortuna di dover affrontare.

È dunque probabile che ad essere maggiormente penalizzati da questo algoritmo, come affermato dal Rettore dell’Università di Genova, siano tendenzialmente gli atenei col personale più anziano, quelli cioè con la maggior quantità di pensionamenti: un’altra peculiarità, finora inedita, del “Robin Hood al contrario” introdotto dal Governo Monti ed adottato ora anche dal nuovo Governo.

4. Morale della favola: non resta che aumentare le tasse studentesche

Immediato corollario è che per ottenere più punti organico occorre massimizzare il valore di M, e per un ateneo la via obbligata per farlo è aumentare le tasse studentesche, prima che lo facciano i suoi competitors. Un meccanismo perverso, ben descritto da Marco Bella in un articolo dal titolo emblematico,

che a volte può diventare beffardo: se un ateneo aumentasse le tasse fino a superare il tetto massimo previsto dalle norme vigenti, accadrebbe che quell’ateneo, invece che subire sanzioni per aver violato la legge, si ritroverebbe un “premio”, peraltro a spese degli atenei che invece la legge l’hanno rispettata!

Si tratta peraltro di aspetti più volte rimarcati da CUN e CNSU e che, come a suo tempo descritto su queste pagine da Marco Viola, erano stati già evidenziati proprio da esponenti del Movimento 5 Stelle.

In particolare, nell’Ordine del Giorno che avevano presentato, ai tempi delle prime applicazioni delle “regole Monti”, e accolto dal Governo, i parlamentari M5S chiedevano di «adottare opportune misure correttive al D.M. 713/2013 [ripartizione Punti Organico 2013, ndr], finalizzate a realizzare una distribuzione dei punti organico più equa e, in particolare, a permettere alle Università considerate «virtuose» di procedere effettivamente a un turn-over di almeno quanto previsto dalla normativa vigente senza ingiuste penalizzazioni». E ancora «A prendere in considerazione la possibilità di introdurre dei tetti massimi in percentuale agli incrementi dei punti organico dei singoli atenei italiani», oltre che «a istituire un tavolo di confronto con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca al fine di individuare possibili ulteriori percorsi correttivi volti ad attenuare gli effetti palesemente sperequativi conseguenti all’applicazione dell’attuale modello di ripartizione». Concetti ribaditi nel “Programma Università e Ricerca” presentato agli elettori.

Viene da chiedersi se gli estensori del DPCM firmato da Conte il 28 dicembre scorso si siano ricordati di questi propositi.

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53 Commenti

  1. Per essere più chiari, la normativa permetteva al Governo Conte (così come al Governo Renzi) di cambiare, anche radicalmente, il modello di dstribuzione dei punti organico.

    Infatti l’art. 7 del decreto-legislativo 49/2012 (a cui il Decreto-Monti si richiama) afferma

    “Le disposizioni di cui al presente articolo sono ridefinite per gli anni successivi con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, da emanare entro il mese di dicembre antecedente al successivo triennio di programmazione e avente validita’ triennale. ”

    Stupisce che proprio il Governo sostenuto dalle uniche due forze politiche che si opposero al Governo Monti alla fine abbia scelto di confermare in pieno le regole stabilite dal governo tecnico nel 2012.



  2. https://www.repubblica.it/scuola/2019/01/01/news/universita_nel_2019_saranno_quelle_del_nord_ad_assumere_di_piu_-215638473/
    ______________
    È “da manuale” il modo con cui Repubblica ha dato la notizia (a dimostrazione che i punti organico, a dispetto dell’inconsistenza tecnica dimostrata dal paradosso Napoli-Udine, sono invece un efficacissimo dispositivo retorico). Per rendersene conto, bastano alcuni virgolettati, tutti giocati sull’opposizione “conti in ordine/conti da sistemare” se non addirittura sulla nozione di “virtù”:
    ________
    “il ministero premia chi ha i conti in ordine”
    “Gli atenei virtuosi? Sono soprattutto al Nord.”
    “Le università che devono ancora sistemare i loro conti, invece, dovranno accontentarsi”
    “In misura maggiore se “virtuose”, più limitata per quegli atenei che si presentano con i conti ancora da sistemare.”
    “Stanto a questi criteri sono in tutto 36 su 63 gli atenei italiani “meritevoli”. In termini percentuali, il 73% di quelli del Nord”
    ________
    Come spiegato da Cappelletti Montano, l’algoritmo “punisce” (riducendone il turn over”) anche chi ha i conti in ordine. Uno degli effetti (voluti?) dell’uso di algoritmi poco decifrabili dai profani è proprio confondere le acque. Non è in gioco una verifica di “conti in ordine” o di “virtù”, ma una gara a chi ha l’indicatore più elevato. Paradossalmente, anche se tutti gli atenei fossero “virtuosi”, quelli che sono più ricchi succhierebbero parte dell’organico di chi è meno ricco (ma pur sempre virtuoso).
    È questa l’essenza politica del provvedimento. Incomprensibile, se ci si limita al comunicato stampa di Bussetti nella cui retorica Intravaia è rimasto completamente impigliato. Al punto di citare a sproposito Bussetti: “Dopo molti anni – dichiara Bussetti – si inverte la rotta: le assunzioni torneranno a crescere e non ci si limiterà al solo ripristino del turnover”. Questa citazione ha senso solo se si fa riferimento ai 220 punti organico aggiuntivi e al piano straordinari RTDb che arriveranno a valle della legge di bilancio (non menzionate da Intravaia). Nell’articolo di Repubblica sembra che sia il DM Punti Organico a sancire il cambio di rotta, mentre si limita a travasare da un ateneo all’altro un turn over senza crescita, dato che ammonta al 100%.
    Insomma, il compito non era facile (credo siano pochi i giornalisti italiani che supererebbero con successo un’interrogazione sui punti organico), ma è anche stato svolto superficialmente (per capire che senza includere la legge di stabilità non c’è inversione di rottta, bastava leggere con attenzione questo comunicato stampa MIUR: http://www.miur.gov.it/-/universita-bussetti-firma-decreto-sui-punti-organico-finalmente-le-assunzioni-tornano-a-crescere-).

  3. Qui non c’è nessun favore alle università settentrionali, semmai è il contrario: le università che tartassano gli studenti consentono di alleggerire il bilancio delle università che faticano a quadrare il bilancio. Il risultato è un “bail out” delle università meridionali finanziato in larga parte dalle famiglie settentrionali. La distribuzione dell’FFO è un altro problema.

    Guardiamo per esempio all’università degli studi di Milano: circa 50 milioni di euro di avanzo di bilancio annuo (20 di cassa perché 30 vanno in investimenti), centinaia di milioni di euro in cassa.
    http://www.unimi.it/cataloghi/divisione_stipendi/Consuntivo%20finanziario%20riclassificato.xls
    http://www.unimi.it/cataloghi/divisione_stipendi/Conto%20Economico%20relazione.xls

    Il tutto “grazie” soprattutto alla gestione Decleva che alzò le tasse di oltre 30 milioni di euro annui e ne risparmiò altrettanti sbattendo fuori a calci i costosi professori ordinari pensionabili (va bene, di fatto un costo scaricato sull’INPS; ma potevano farlo anche in altre regioni). È forse logico o morale impedire di spendere questi soldi, e lasciarli marcire in qualche conto corrente, quando ci sono università che magari non riescono a far fronte nemmeno alle spese piú urgenti? Penso che i rettori siano ben felici di potersi risparmiare qualche stipendio di associato o ordinario che preferisca trasferirsi altrove, invece di trattenerli contro la loro volontà (con quale risultato sulla bontà del loro lavoro?), e di poter usare i soldi risparmiati su piú economici nuovi ricercatori, borse di studio o altre piccole spese.

    • Travasare organico dal Sud al Nord significa cristallizzare il sottodimensionamento dell’istruzione superiore in una regione che è già in fondo alle classifiche europee. Si tratta di una strategia abbastanza chiara di abbandono al suo destino di una parte della nazione assimilata a “zavorra” sacrificabile.

    • Ti rispondo molto chiaramente: se un ateneo, come Milano, ha molti soldi in cassa, è giusto che possa usarli per fare nuove assunzioni aggiuntive, ma NON è giusto che ciò si realizzi togliendo queste facoltà assunzionali ad altri atenei (ugualmente con i conti in ordine).

      E’ inoltre sbagliato e immorale violare una legge dello Stato (l’innalzamento delle tasse oltre i limiti consentiti), approfittando del fatto che il MIUR non la faccia rispettare.

      Anche i criteri di ripartizione del FFO sono ampiamente iniqui, come discusso varie volte su ROARS. Da ultimo sul Costo Standard il Governo ha fatto un grosso favore agli atenei del Nord – ti consiglio di leggerti questo articolo: http://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2018-09-24/atenei-meno-iscritti-favoriti-nuovo-costo-standard-152132.php?uuid=AEHsel6F

    • Ora so: le Università del Nord hanno anche assunto il gravoso compito di giudicare l’operato dei loro colleghi nati al Sud ed isole. Bene.

    • Se si tratta di mobilità (di nome e di fatto o sostanziale), non si cristallizza nulla. Non ho consultato i dati sui trasferimenti fra università, che dovevano essere un grande “risultato” della legge 240/2010, quindi non so dire esattamente quale sia il travaso di organico. In linea di principio l’organico potrebbe anche crescere se si sostituisce un ordinario “emigrato” con due ricercatori, o viceversa le università con piú punti organico potrebbero rifiutarsi di alleggerire l’organico altrui e concentrarsi sullo spremere l’organico fresco e meno caro. Non mi sono informato di recente quindi ammetto di non sapere quale delle tendenze prevalga.

      Anche le università lombarde, che io sappia, sono ancora molto al di sotto del personale che avevano nel 2008. Anche con un avvicendamento al 120 % ci vorranno anni per recuperare e per tornare al pareggio di bilancio, a meno di ridurne le entrate per legge.

      Per non abbandonare a sé stesse le università meridionali, e per smettere di trattarle come una zavorra, bisogna necessariamente incrementare l’FFO. Non si scampa. Ma evidentemente non è questa maggioranza parlamentare a volerlo fare. E allora a me sembra solo responsabile che il ministro, coi propri limitati poteri, provi almeno a usare i soldi che ci sono: le persone in piú che saranno assunte avrebbero altrimenti dovuto aspettare i 5, 10, 100 anni necessari perché arrivi una maggioranza parlamentare che voglia investire università, e sarebbero emigrate o morte.

    • Beniamino, sono d’accordo che è ingiusto e immorale. Sarei favorevole a un decreto che costringa la “mia” università a ridurre le tasse e andare in pareggio, o persino in perdita, anche se ciò significa costringerla a ridursi ulteriormente. Ma quei soldi non andranno alle università sottofinanziate, resteranno in tasca alle famiglie che potevano permettersi di pagare. Solo la fiscalità generale e la redistribuzione dell’FFO ha il potere di correggere questa iniquità, non certo i criteri di assunzione.

    • Grazie per gli ulteriori grafici ma si riferiscono appunto al problema maggiore cioè l’FFO, che conosco (e si spera sia arcinoto che le università meridionali sono state definanziate negli ultimi 10 anni). Non dicono nulla sui travasi di personale, che sono potenzialmente affetti dallo specifico decreto, e quindi non aiutano a capire se la redistribuzione dei punti organico finisca per lasciare maggiori o minori disponibilità di bilancio alle università definanziate.

    • se sono “virtuose” secondo i criteri di sostenibilità economica, non si vede perché debbano cedere organico. A meno che i criteri siano sbagliati, ma allora si cambino i criteri.

  4. La politica aggressiva del Nord è una realtà. La campagna contro coloro che si laureano e lavorano nella stessa Università è servita ad imporre le proprie creature appena un posto si rendeva disponibile altrove, unitamente all’ASN, ai premi a chi chiamava esterni. Il Re è nudo solo per il bambino o si sono accorti anche gli altri? Se si sono accorti perché non lo dicono?

  5. La compressione dell’Università è purtroppo un tema trasversale, portato avanti da molti anni da tutti i partiti politici.
    Al di là dei proclami e/o delle buone intenzioni non mantenute solo se si sarà uniti in una protesta costruttiva potremmo “passà ‘a nuttata”.
    Una fonte di divisioni interne molto insidiosa è la fede politica perché è facile leggere ogni azione o dichiarazione in termini di consenso o dissenso al partito del momento. Ma se dobbiamo spingere per una politica più equa e saggia la fede politica non deve influenzare il dibattito. Deve essere un’azione collettiva e concertata, senza un particolare “colore politico” e deve essere a favore di investimenti importanti nell’Università, senza se e senza ma, senza figli e figliastri. Anche il tema Nord-Sud può diventare divisivo, ma è davvero miope pensare che tanto oggi tocca ai colleghi Meridionali il boccone amaro. Perché è il solito “Divide et Impera”, ma solo uniti si possono portare a casa dei risultati. In tal senso sottolineerei l’azione del Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria che mi sembra il modello da seguire.

  6. Un tentativo di sintesi estrema? Al sud e nelle isole si aprano pizzerie, B&B e chiringuiti sulle spiagge d’estate, e i giovani appartenenti alle fasce abbienti (ma fino a quando?) del sud, fin quando potranno, vadano a studiare al nord per restarvi. Ecco, in una frase brutale, il disegno supremo.

    • Penso sia così: già ora, convinti di laurearsi in università più prestigiose, gli studenti meridionali migrano in massa, molti si fermano al Nord. In realtà, a mio parere, sono solo le opportunità del territorio che sono diverse. Di fatto, però, si crea l’idea che, come le aziende importanti, anche le Università debbano essere al Nord.

  7. A mio avviso il dato numerico è ancora più grave e preoccupante di quanto sembri, perché temo significherebbe cadere in un effetto ottico ritenere che ci sia stata una migrazione di studiosi dal centrosud al nord corrispondente a questo progressivo drenaggio di risorse. Per avere un’idea più precisa, occorrerebbe incrociare i dati sulla provenienza geografica degli abiloitati ASN con quelli dei chiamati; ma l’impressione è che il meccanismo della quota riservata del 20% sia molto poco efficace. Nei fatti, la vera mobilità migratoria avviene a livello di alta formazione (studenti e dottorandi). Alcuni atenei del nord diventano sempre più attrattivi per studenti di tutta italia, i migliori dei quali, grazie alla esiziale combinazione tra inveterato localismo concorsuale e redistribuzione da Robin Hood al contrario dei punti organico, sanno poi di avere, in quegli atenei, concrete possibilità di carriera. Ciò consente a quegli stessi atenei di alzare ad libitum le tasse (in barba alla normativa vigente), attivando in perpetuo questo meccanismo perverso. Tutto ciò è vergognoso, e rivela la totale continuità tra l’attuale governo e i precedenti

    • @ De Nicolao:
      secondo me, invece, sarebbe solo l’ennesima dimostrazione di cerchiobottismo, di cui l’università proprio non ha bisogno. Purtroppo mi pare che i 5stelle, che pure al malcontento del mondo dell’istruzione pubblica e dell’università hanno attinto, non siano al momento capaci di proporre alcunché di forte in fatto di Università e Ricerca. Forse perché in larghe fascie del loro elettorato una penosa retorica della ‘meritocrazia’ era permeata già da tempo. Lo dico con tristezza, e sperando di sbagliarmi: perché all’orizzonte non c’è nessun’altra forza politica con potenzialità di governo che proponga un’idea di Università diversa da quella ormai consolidata (Treelle-Confindustria-FI-PD-Lega).

    • Per cercare di evidenziare un autentico “cambio di rotta”, bisognerebbe contenere il salasso attraverso una distribuzione fortemente “perequativa” dei 220 punti organico aggiunti dalla legge di bilancio (e del piano straordinario RTDb). Potrebbe essere un banco di prova per capire se la trazione leghista del MIUR è integrale o meno.

  8. Così si conducono a morte per soffocamento non solo gli atenei deboli, ma interi territori con le famiglie e il tessuto produttivo, dal primario al terziario al 4.0, che dovrà cercarsi i laureati al nord, mentre gli atenei del nord (sui quali pioveranno finanziamenti “premiali” di ogni tipo) si troveranno a fronteggiare un assalto studentesco di manzoniana memoria e così pure le città di tali università “virtuose”, con aumento degli affitti, congestione dei trasporti e dei servizi territoriali dalla sanità ai rifiuti…
    A meno che… non si intenda costringere gli atenei deboli ad attivare le “federazioni” previste dalla legge Gelmini e mai promosse dal Miur che anzi ha accumulato ostacoli e obiezioni e negato incentivi reali. Magari si potrebbe fare una legge che obblighi le università virtuose ad “adottare” o a “gemellarsi con una università in deficit.

    • Non male lo slogan: “Adotta anche tu una Università del Sud”. Ma nella proposta, che a prima vista pare ai limiti della provocazione (qualcuno sarebbe pronto a gridare a una riedizione in salsa accademica del colonialismo sabaudo, 150 anni dopo), qualcosa di buono c’è, su cui un ragionamento potrebbe essere avviato.

    • In modo diretto non c’entra. È una questione di sostenibilità finanziaria. Se lo stato delle tue casse è “più migliore” ti prendi l’organico degli altri atenei. Ciò accade quando lo stato delle loro casse, magari anche buono, è “meno migliore” dei concorrenti. Un ottimo incentivo per spremere (finanziariamente) gli studenti, perché la spremuta di studente ti rende immediatamente “più migliore”.

    • Aggiungo un aspetto forse meno evidente, e che è solo indirettamente legato all’allargamento della forbice territoriale: mi sembra che la gran parte degli atenei che hanno valori dell’indicatore spese personale inferiore al 60% (e maggiormente premiati nella distribuzione dei P.O.) sia composta da Scuole per studi avanzati (trovo SISSA, Sant’Anna, Normale, IMT, IUSS), per le quali il costo cumulativo docente incide, quasi per definizione, in modo meno pesante sulle spese complessive (essendo l’offerta formativa di questi atenei quantitativamente limitata, ed il requisito sul numero di docenti di riferimento non particolarmente stringente). A questi atenei che, per natura, non sono direttamente coinvolti nel primo fronte della didattica (le lauree triennali, per intenderci), la ripartizione riconosce risorse per la docenza, sottraendole a chi è più direttamente impegnato nella prima linea del fronte. Questo è un aspetto che era presente anche nelle ripartizioni precedenti, se non sbaglio solo in parte ammorbidito nel 2018 dal limite alla massima percentuale di ritorno.

    • Tutte le scuole citate non hanno offerta formativa né di corsi di laurea triennali né magistrali.

    • Sì. Per le magistrali credo che alcune di queste partecipino (con presenza di docenti di riferimento) ad alcune iniziative di atenei territorialmente vicini. Ma non cambia molto…

    • immagino che non c’entra ma mi chiedo se per caso quelle penalizzate adesso non abbiano un migliore rapporto … invece di migliorare il rapporto di tutti si rende “più peggiore” il rapporto di qualcuno…. Non ho dati…sto solo chiedendo se ci sono questi dati

  9. Certamente ci sono Università “viziose” anche al nord, era solo una semplificazione.
    Però non parlavo di complotto. Parlavo di mancanza di visione di sistema.
    Squilibri territoriali, diseguaglianze di opportunità, non fanno il bene del paese.
    Mi chiedo come non si veda che l’espressione “Università di eccellenza” è un ossimoro, perché l’eccellenza è una selezione ristretta, mentre l’Universitas è evidentemente la totalità di un insieme. L’Università italiana è un unico sistema, benché amministrato in sedi autonome ma subordinate alla legge e alla Costituzione.

  10. 15 Luglio 2019 Antonio Russo, 18 anni, studente eccellente, si diploma con 100 e lode, difronte all’alternativa di prendere 500 euro di reddito di cittadinanza o andare all’Università a Milaano, decide di prendersi i 500 euro, nell’arco di due mesi gli arrivano due proposte da cameriere presso un B&B e presso una Pizzeria. Antonio rifiuta e si tiene il suo reddito di cittadinanza. Alla terza proposta di fare il cameriere presso un bellissimo ristorante di una catena milaneese, si trova difronte al dilemma di accettare la proposta o rinunciare al reddito di cittadinanza. Accetta la proposta: il brillante Antonio Russo, cameriere, si ritrova con altri centinaia di ragazzi del sud e delle isole a lovorare come cameriere in “pizzerie, B&B e chiringuiti sulle spiagge d’estate” … questo è “il cambiamento”! Antonio non esiste, ma esisterà … purtroppo!!!

    • Il nesso tra questo commento e il tema di cui si sta discutendo francamente mi sfugge. Antonio Russo, se il reddito di cittadinanza non ci fosse, potrebbe scegliere se fare il cameriere (in nero) per gli stessi 500 euro o lavorare in un call center.

  11. Buon anno a tutti! La grande e ingenua domanda è la seguente: è il disegno ideologico che genera le formule, cioè determinate formule e calcoli e obiettivi, o al contrario? Con formule e calcoli complicati, sempre più astrusi, fondati per di più su dati non controllabili (occultati o incompleti) e su variabili inventate lì per lì, ad libitum, si può giustificare tutto. Però il vero cammino è quello contrario, per giustificare si inventa il meccanismo giustificatorio.

    • Il MIUR scrive al Mattino: “non c’è alcuna volontà di svantaggiare il Sud”. Ma c’è bisogno di “riequilibrare il sistema. Al Nord c’è un rapporto docenti/studenti superiore rispetto al Sud”.


    • In realtà il MIUR non ha calcolato il “rapporto docenti / studenti”, ma un nuovo indicatore: il “rapporto docenti / studenti in corso”.

      Se si considerano, come per esempio fa THE nel calcolo “students to sfatt ratio” TUTTI gli studenti, l'”alibi” del MIUR cade completamente. Tra l’altro anche per il costo standard, grazie ad un emendamento bipartisan (col parere contrario dei dirigenti del MIUR), ormai si considerano anche gli studenti al I anno fuori corso.

      Strano anche aver considerato il numero di docenti in servizio al 2017 …

  12. Come sempre vogliam fare le nozze coi fichi secchi…
    Stavolta, però, la questione si pone sia in termini assoluti (il generale sottofinanziamento del “Sistema Ricerca pubblica in Italia”), sia in termini relativi (lo spostamento massiccio di risorse dalle Università del Sud alle Università del Nord), in un quadro nel quale, peraltro, l’eventuale aumento della tassazione studentesca (con buona pace per la legge – e le sentenze – che ne prescrivono i limiti e anche i criteri per applicarla) finirebbe per ampliare la forbice distributiva dei punti organico. Mi domando se al MIUR qualcuno abbia la più pallida idea di cosa stia accadendo nei singoli Atenei (del Nord e del Sud)… Mi chiedo, ancora, se il c.d. “Governo del Cambiamento” (con un Presidente del Consiglio proveniente dai ruoli universitari) abbia compreso la gravità della situazione e, soprattutto, l’urgenza di porre fine alle strategie finora seguite e l’elaborazione di nuovi e più equi criteri meritocratici di distribuzione delle risorse; se abbia compreso che occorre rispettare l’autonomia degli Atenei, nell’ambito di un quadro che impone il rispetto puntuale e rigoroso delle leggi dello Stato e l’eventuale individuazione delle responsabilità a carico dei singoli. In ogni caso, oltre al danno, la beffa… Se non ho compreso male in ogni caso le facoltà assunzionali previste dal Decreto sono esercitabili a partire dal 15 novembre 2019… Arrivederci e grazie!

    • Trattandosi di risorse relative al 2018, le facoltà assunzionali sono esercitabili da subito. La data del 1 dicembre (non 15 novembre, per le università) riguarderà le assunzioni fatte sul contingente 2019.

  13. Alcuni commenti sostengono la tesi per cui gli atenei oggi penalizzati dalla ripartizione dei punti organico, in virtù della impossibilità di assumere più docenti di quelli che vanno in pensione, l’anno prossimo miglioreranno i loro indicatori e otterranno più punti organico, compensando così la penalizzazione subita quest’anno. Il sistema sarebbe dunque in equilibrio.

    Le cose non stanno così. Infatti, come spiegato nell’articolo, la quantità di punti organico assegnata dipende dal margine tra le “entrate” (FFO e tasse studenti) (anzi, l’82% delle entrate) e le “uscite”, cioè essenzialmente gli stipendi del personale a carico dell’ateneo. La tesi di alcuni è che se un ateneo riceve pochi punti organico per forza di cose riduce le uscite e quindi aumenta il “margine”. Qualche rettore potrebbe perfino pensare che converrebbe non spendere tutti i punti organico a disposizione…

    In questo ragionamento vi è una ipotesi implicita, quella che le “entrate” rimangano inalterate… ipotesi falsa!

    Infatti, una quota ogni anno crescente del FFO (le “politiche di reclutamento”) è proporzionale alla *quantità di punti organico utilizzati in reclutamenti o promozioni negli ultimi 3 anni”. Di conseguenza, se un ateneo riceve è penalizzato nell’assegnazione dei punti organico, se da un lato risparmia sugli stipendi al personale, dall’altro si vedrà ridurre la quota premiale del FFO.

    Non solo, ma anche la quota legata alla VQR è legata (attraverso i vari indicatori quali-quantitativi dell’ANVUR, IRAS1 e IRAS3) al *numero di docenti dell’ateneo*. Quindi se un ateneo riceve o utilizza pochi punti organico, perderà necessariamente “quote VQR”, con una diminuzione degli FFO successivi alla prossima VQR.

    Infine, nel medio termine, una diminuzione di docenti in un dato ateneo potrebbe portare alla chiusura di insegnamenti o di corsi, per il venir meno dei requisiti minimi, o alla semplice “non apertura” di CdS che invece i competitors di quell’ateneo sono in grado di aprire, attraendo così studenti. La conseguenza potrebbe essere un calo di studenti per il nostro ateneo, con un conseguente calo della quota base del FFO (in virtù del costo standard) e delle entrate complessive delle tasse studentesche.

    Ciò spiega che, se è vero che diminuiscono le uscite, diminuiscono pure le entrate! e quindi il “margine” non è detto che migliori.

    • …. beh … non proprio “analitici”. A differenza degli scorsi anni è stata tolta la singola voce “tasse studenti”. Viene invece data la voce complessiva “entrate (FFO + tasse studenti)”. Chiaramente così ci viene tolto il modo per capire se un ateneo viola il limite massimo alla tassazione studentesca previsto dalla legge

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