E’ da pochi giorni in libreria per i tipi di Laterza, l’agile libretto di Gianfranco Viesti La laurea negata. Le politiche contro l’istruzione universitaria. Il libro è rivolto ad un pubblico di non-addetti-ai-lavori e riprende gran parte dei risultati del rapporto della Fondazione RES, curato dallo stesso autore, e pubblicato da Donzelli con il titolo Università in declino (2016). Il libro “ha l’obiettivo di mettere in luce ciò che è cambiato nell’istruzione universitaria italiana in seguito alle scelte compiute nell’ultimo decennio. Dà un giudizio complessivamente negativo di quanto è avvenuto. Con le scelte che sono state fatte e le trasformazioni che ne sono scaturite si sono fatti grandi passi verso un paese con minori livelli di istruzione, minori opportunità per i giovani; verso un sistema dell’istruzione superiore e della ricerca più piccolo e più debole, con squilibri territoriali profondi e crescenti.” Ne pubblichiamo le pagine di apertura.

Questo libro ha l’obiettivo di mettere in luce ciò che è cambiato nell’istruzione universitaria italiana in seguito alle scelte compiute nell’ultimo decennio. Dà un giudizio complessivamente negativo di quanto è avvenuto. Con le scelte che sono state fatte e le trasformazioni che ne sono scaturite si sono fatti grandi passi verso un paese con minori livelli di istruzione, minori opportunità per i giovani; verso un sistema dell’istruzione superiore e della ricerca più piccolo e più debole, con squilibri territoriali profondi e crescenti.

Non è un libro per gli addetti ai lavori. Questi temi non riguardano solo gli universitari. Hanno conseguenze profonde su tutti i cittadini italiani: conseguenze economiche, sulla capacità di rafforzare aree di ricerca che rafforzano le sue imprese e alimentano il suo sviluppo; sociali, sulla possibilità di contrastare il protrarsi delle disuguaglianze fra famiglie ed individui e accrescere la mobilità; civili, sulla formazione delle classi dirigenti e sulla partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica; territoriali, sul ruolo degli atenei come protagonisti dei processi di trasformazione delle società e delle economie regionali;.

È opinione diffusa, e condivisibile, che in Italia servano processi di riforma in diversi campi. Troppo poco si discute però su quali siano le necessità, le esigenze di rinnovamento e di adeguamento ai tempi che si vogliono soddisfare. Si danno per scontate; ma così non è. Le finalità delle riforme possono essere molto diverse, a seconda dell’indirizzo politico con cui vengono promosse. Nel secondo dopoguerra avevano obiettivi di fondo comuni: attuare il dettato costituzionale, ampliare i diritti e le opportunità dei cittadini; i riformisti si contrapponevano ai conservatori. Oggi non è più così. E, come nel caso dell’università, le riforme possono ridurre quei diritti e quelle opportunità; possono far compiere al paese un percorso all’indietro.

È anche molto importante capire, come si proverà a fare, chi fa le riforme: chi ha deciso, e con quali modalità, i passi che sono stati compiuti. Solo in parte sono stati discussi e deliberati dal Parlamento. Per una parte molto rilevante sono stati definiti da piccoli gruppi di persone, anche in conflitto di interessi. Con un insieme di norme e provvedimenti che hanno prodotto un quadro straordinariamente complicato, scarsamente intellegibile agli stessi interessati, e del tutto incomprensibile per i cittadini. Privati della capacità di comprendere, e quindi di giudicare, quel che è successo.

Meglio una cattiva riforma che nessuna riforma; chi si oppone alle riforme è sempre conservatore. Due affermazioni diffuse, ma assai discutibili. Nelle pagine che seguono si proverà ad argomentare che i cambiamenti dell’ultimo decennio hanno significativamente peggiorato la situazione dell’università italiana, e che su molte questioni era certamente possibile immaginare interventi alternativi senza lasciare le cose com’erano. Se l’Italia realizza le riforme come nel caso dell’università, cambia ma peggiora. Va all’indietro; come il gambero.

Tratto da: Gianfranco Viesti, La laurea negata. Le politiche contro l’istruzione universitaria. Bari, Laterza, 2018.

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4 Commenti


  1. Sul Mattino di Napoli, la rensione di Marco Esposito:
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    “«Le tavole di mortalità per livello di istruzione mostrano che mediamente un laureato (maschio) ha una aspettativa di vita di 5,2 anni superiore rispetto a un italiano con al più la licenza media». Lo studente che teme di buttare via 4-5 anni negli studi scopre di colpo che la cultura aumenta la durata della vita, oltre che la sua qualità. L’istruzione produce cittadini migliori, più sani certo, ma anche attenti alla partecipazione politica e sociale e persino meno propensi a commettere reati. La presenza di un’università migliora le opportunità per le imprese locali di crescere, sia per la possibilità di assumere giovani di qualità, sia per lo spin-off delle attività di ricerca. Ecco perché, è importante che gli atenei siano diffusi sul territorio, perché sono utili allo sviluppo regionale. …”
    https://t.co/QQSCftrI33

  2. Come provocazione è gustosa, ma temo il rischio concreto che qualcuno creda davvero alla implicazione causale tra il prendere una laurea e avere una vita più lunga e in genere migliore. Correlazione non è causalità (e l’appartenenza ad una classe medio-alta sarebbe un fattore confondente da manuale). Detto questo, penso anche io che aver studiato (e letto tanti libri) *possa* rendere la vita migliore a prescindere dal lavoro che si fa o dallo stipendio che si riesce ad ottenere.

    • Credo che il senso sia chiaro: chi è meno istruito gode tipicamente di minori protezioni in diversi contesti dell’esistenza (lavoro, reddito, salute). In ogni, caso, seppure su base fenomenologica, c’è chi ha osservato che soggetti più istruiti sembrano vivere più a lungo, persino dopo aver tenuto conto di altri importanti fattori (reddito, rischi cardiovascolari,comportamenti nocivi alla salute)
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      “In summary, we do not know why education and life expectancy are correlated. Our analysis suggests that the relationship is partially explained by low income, more CVD risk factor burden and, to a lesser extent, poor health behaviors. After all of the adjustments, about 15% of the effect remains as a unique effect of education. Given our findings and those reported by others, we believe this relationship deserves continuing research attention.”
      Kaplan, R. M., Howard, V. J., Safford, M. M., & Howard, G. (2015). Educational attainment and longevity: results from the REGARDS US national cohort study of blacks and whites. Annals of epidemiology, 25(5), 323-328.
      https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4631606/

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