Sono per certi versi stupefacenti la tardiva scoperta e il successivo innamoramento, da parte di un certo numero di accademici italiani, degli indici bibliometrici. Solo in Italia può capitare di discutere con un collega economista, tutt’altro che inesperto di valutazione, sentendosi dire che occorre, in buona sostanza, ricorrere a parametri bibliometrici rigidissimi in modo da rendere meccanico il processo di reclutamento accademico, perché il giudizio delle commissioni (la cosiddetta peer review) è sempre e comunque inattendibile e incompatibile con la valorizzazione del merito.

Un giudizio del genere lascerebbe a bocca aperta, credo, qualsiasi collega straniero, abituato a lavorare in università che da decenni fanno uso anche di parametri bibliometrici. Anzi, basterebbe scorrere rapidamente la letteratura scientifica in materia di valutazione per rendersi conto che, nei paesi che da più tempo sperimentano la bibliometria come parametro di valutazione, vi sono dubbi crescenti sulla sua efficacia viste anche le ricadute negative in termini di comportamenti opportunistici e di freno al libero sviluppo della ricerca scientifica di base. E’ significativo che uno scienziato autorevole come Jacopo Meldolesi, che vanta oltre 12.000 citazioni ed ha ampia esperienza come valutatore anche all’estero, abbia espresso di recente su roars.it riserve sugli indici bibliometrici anche per quei campi dove ormai sono di uso comune (medicina e biologia).

In ogni caso, nelle sedi estere gli indici bibliometrici (in particolare l’H-index) costituiscono solo uno degli elementi nella valutazione di un ricercatore, mai l’unico. In tutte le grandi università straniere il processo di reclutamento termina con un colloquio, che altro non è se non peer-review, mirante anche ad accertare aspetti solitamente da noi trascurati, come la capacità di lavoro di gruppo, la capacità di proporre progetti innovativi, e così via.

L’anomalia italiana cui facevo poc’anzi cenno si spiega con la cattiva prova di sé che ha purtroppo dato in molte occasioni l’accademia italiana: la bibliometria diventa così, secondo alcuni, lo strumento per tenere a bada le baronie e per assicurare che sia premiato il merito. Più in generale, lo sguardo rivolto dal legislatore al sistema universitario negli ultimi anni è stato alquanto diffidente: regolare dunque il più possibile, imbrigliare l’università in una fitta rete di prescrizioni per assicurare che alla fine si faccia quel che si deve.

Questo contribuisce a spiegare il fenomeno solo apparentemente paradossale per cui il ministro Gelmini ha promosso una riforma che impantana l’università in una burocrazia cicikoviana. Non mi pare che questo sia il modo giusto di procedere. L’iperregolazione finirà solo per irrigidire il sistema, anche in punti cruciali quali la ricerca di finanziamenti, lo sviluppo di progetti di ricerca, la proposta di un’offerta formativa adeguata e, non ultimo, complicherà alquanto i processi di internazionalizzazione.

D’altro canto, gli italiani sono da sempre maestri nell’aggirare le regole: quando si è cominciato a parlare di bibliometria, il ragionamento più corrente nell’accademia verteva sul come eludere con successo eventuali parametri rigidi. Non se ne esce: la burocratizzazione e la proliferazione di regole non sono la chiave per riportare in auge la moralità; anzi, deresponsabilizzando e favorendo comportamenti opportunistici nel lungo periodo danneggeranno ulteriormente la qualità della nostra accademia.

C’è bisogno d’altro: di semplificazione, di flessibilità e soprattutto di pubblicità e trasparenza, perché sia a tutti noto il comportamento di chi opera le scelte e perché possa essere criticato e se è il caso messo alla berlina. Bisogna insomma riscoprire quel concetto ben noto al mondo anglosassone e difficilmente traducibile con una sola parola in lingua italiana: accountability. Lì è la condizione per una vera promozione del merito.

Questo articolo è stato pubblicato sul Riformista del 1 dicembre 2011.

 

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2 Commenti

  1. Noto che il dibattito pubblico sul ruolo e sul contenuto delle regole è soggetto ad una variabilità e ad un confronto piuttosto umorale.

    Come contributo alla “teoria” dei concorsi per un posto di lavoro, invito alla lettura dei “Recruitment Principles” della Civil Service Commission del Regno Unito:
    http://civilservicecommission.independent.gov.uk/admin/assets/spaw2/uploads/files/Recruitment_Principles.pdf
    Una lettura complementare (applicazione al caso di una certa Autorità Indipendente, sempre in UK) è:
    http://www.competition-commission.org.uk/rep_pub/corporate_documents/corporate_policies/recruitment_and_selection_policy.pdf

    Si noti la gerarchia di ruoli e di responsabilità che vengono definiti, e l’affermazione dei 3 principi di MERITO, EQUITA’ E PUBBLICITA’ che informano tutta l’architettura delle attività delle selezioni concorsuali. Nel Regno Unito usi e costumi consolidati della società funzionano come ulteriore guida anche dove il dettaglio normativo non è reso troppo restrittivo. In Italia vi è la necessità di sopperire con altri mezzi se si vuole indirizzare il comportamento delle persone secondo criteri di qualità. Senza per questo annullare la libertà e la responsabilità delle persone, come proposto dall’ANVUR.

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