Reclutamento

Tempi, scelte ed incubi dell’attuale reclutamento universitario: cosa non va e come cambiare

In questo articolato saggio Alessandro Bellavista esamina la nuova disciplina del reclutamento dei professori e dei ricercatori universitari alla luce delle recenti pratiche di valutazione della ricerca e delle tendenze regolative del sistema universitario nazionale. Lo studio mette in evidenza, da un lato, i difetti di architettura dei meccanismi di reclutamento e di valutazione costruiti dal legislatore che si enfatizzano nella loro applicazione in concreto; dall’altro lato, e soprattutto, la continua e profonda invasione della politica nel mondo accademico, che comporta il rischio di una inammissibile lesione dei valori, costituzionalmente riconosciuti, della libertà di ricerca e dell’autonomia universitaria.

SOMMARIO: 1. Premessa.- 2. Concorso pubblico, cooptazione, sorteggio, elezione.- 3. I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni. L’abilitazione scientifica nazionale.– 4. L’Asn 2.0: un incubo giuridico?- 5. Dislocazione incontrollata di potere normativo e politica della ricerca.- 6. L’invasione diretta della politica nel sistema universitario.- 7. Precarietà, primo ingresso nel sistema, selezioni locali.- 8. Proposte di modifica della carriera accademica.

Di seguito pubblichiamo l’introduzione dell’articolo, rinviando il lettore interessato all’articolo nella sua interezza, originariamente pubblicato su Munus, Rivista giuridica dei servizi pubblici, fasc. 3, 2016.

PREMESSA

L’avvio delle procedure per la ripartenza dell’abilitazione scientifica nazionale ha intensificato il dibattito tra gli appartenenti alle comunità scientifiche. Dibattito che, in realtà, non si era mai spento; ma che, a ben vedere, aveva accompagnato, fin dalle origini, la messa in opera delle nuove regole in tema di reclutamento dei professori e dei ricercatori previsti dalla cosiddetta riforma Gelmini, e cioè dalla l. 30 dicembre 2010, n. 240. Particolare interesse e preoccupazione sollevano le recenti scelte del governo nazionale in relazione sia all’introduzione di innovative tecniche di finanziamento del sistema universitario (legge di bilancio per il 2017) sia alla creazione di una sorta di procedura straordinaria (del tutto extra ordinem) di reclutamento dei professori (cosiddette “cattedre Natta”). Entrambe le decisioni destano molteplici perplessità, non solo sul piano politico, ma anche e soprattutto su quello della loro coerenza tecnico-giuridica e dell’evidente mancato rispetto dei principi costituzionali che disciplinano il ruolo dello Stato nel campo della formazione superiore e che, in particolare, salvaguardano l’autonomia delle istituzioni universitarie.

Peraltro, l’esame delle più importanti opzioni, degli ultimi anni, in materia di politica universitaria si intreccia profondamente con il discorso pubblico sulla medesima università. A tal punto che è probabile che la nota e distorta narrazione dei molteplici difetti del sistema universitario italiano[1], quando non sia stata disegnata ad arte con specifici obiettivi politici, abbia fortemente influenzato parecchie scelte politiche sull’università, o quantomeno abbia contribuito a formare un’opinione pubblica favorevole (oppure insensibile) al progressivo indebolimento delle istituzioni universitarie: realizzato specie, ma non solo, attraverso il cosiddetto “avvelenamento dei pozzi”, e cioè attuando misure di definanziamento, in prima battuta, e poi di costante sottofinanziamento[2] e di vari vincoli[3] al turnover.

Sia chiaro, com’è stato osservato dagli studiosi più attenti, l’università italiana «è tutt’altro che innocente,…ha molte colpe a suo carico, e molto da correggere al suo interno»[4]. Tuttavia, l’immagine pubblica dell’università diffusa e propagandata dai media e utilizzata dai policy makers, in modo bipartisan, è «ferocemente denigratoria», basata su informazioni manipolate alla bisogna e argomentazioni caratterizzate da «disonestà intellettuale»[5]. Tutto questo ha favorito un vero e proprio processo di «manomissione punitiva» del sistema universitario (a partire dal 2008 e fino a questi giorni) che «va ben al di là delle effettive responsabilità, dei guasti e degli sprechi materialmente riscontrabili e si configura come un conseguente tentativo di disarticolare il sistema formativo prodotto, con tutti i suoi pregi e le sue carenze, da un secolo e mezzo di storia nazionale»[6].

Beninteso, ormai da diversi anni, il centro ministeriale e la collegata agenzia di valutazione (l’Anvur) elaborano prescrizioni che, ispirate dalla massima diffidenza nei confronti del mondo accademico, ingabbiano entro schemi precostituiti gli altri attori del sistema e si basano su un trittico elementare: sorvegliare, punire[7], premiare[8]. L’Anvur risulta così dotata di un enorme potere ed estende le sue capacità regolative, a macchia d’olio, anche al di là delle sue competenze formali, su ogni minuto aspetto dell’attività delle università. Non solo resta fortemente discutibile la posizione di autonomia dell’Anvur rispetto al centro politico del sistema, a causa del meccanismo delle nomine dei componenti di tale organo[9]; ma tale agenzia ha realizzato la creazione di un vero e proprio “cerchio magico” di esperti della valutazione. E cioè di un “élite di accademici” scelti da Anvur, in modo autoreferenziale, senza una reale selezione pubblica, i quali hanno il compito di guidare i suddetti processi, non incontrando limiti se non quelli della propria morale[10]. Insomma, autonomia universitaria e libertà della scienza sono sempre più in pericolo di fronte a vaste ed incontrollate ingerenze esterne[11].

[1] Cfr. A.Banfi, Prima che la nave affondi: un rapido bilancio della riforma dell’università e qualche possibile intervento correttivo, in Giorn. dir. amm., 2013, 548 ss.; nonché i costanti e molteplici contributi sul sito www.roars.it.

[2] Cfr. Università in declino, a cura di G.Viesti, Roma, Donzelli, 2016.

[3] Cfr. M.Ricci, Il reclutamento dei professori universitari a livello locale: vincoli finanziari e riparto di competenze tra gli organi collegiali, in Abilitazione scientifica per i professori universitari, a cura di F.Carinci – M.Brollo, Milano, Ipsoa, 2013, 99 ss.

[4] M.Moretti, “Noi e le nostre università”, in Università e formazione dei ceti dirigenti, Bologna, Bonomia University Press, 2015, 522.

[5] M. Moretti, “Noi e le nostre università”, cit., 523.

[6] M. Moretti, Sul governo delle università nell’Italia contemporanea, in Annali di storia delle università italiane, 14, 2010, 11.

[7] Cfr. V. Pinto, Valutare e punire, Napoli, Cronopio, 2012.

[8] Cfr. C. Barbati, L’assicurazione della qualità nel sistema universitario al tempo di Anvur, in Giorn. dir. amm., 2013, 701 ss.

[9] Cfr. C. Barbati, Il governo del sistema universitario: soggetti in cerca di un ruolo, in Riv. trim. dir. pubb., 2014, 344; R. Calvano, La legge e l’Università pubblica, Napoli, Jovene, 2012, 101 ss.

[10] Cfr. A. Baccini, Come e perché ridisegnare la valutazione, in il Mulino, 2013, 80 ss.

[11] Cfr. Pinelli, Autonomia universitaria, libertà della scienza e valutazione dell’attività scientifica, in Munus, 2011, 567 ss.; e F. Denozza, La ricerca scientifica e le tecniche di valutazione, ivi, 589 ss.

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18 Comments

  1. Apologia giuridica del sistema baronale

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Sarebbe bello che i commenti entrassero nel merito (sempre che chi li scrive ne abbia la capacità).

  2. L’articolo non tocca il problema dei trasferimenti da un ateneo all’altro. Punto molto dolente, assurdo che per trasferirsi si debba rivincere un concorso già vinto o trovare qualcuno che faccia il trasferimento inverso… Solo per gli universitari è così, triste… ma forse altrimenti qualcuno perderebbe il controllo…

  3. Si potrebbe iniziare dalla cooptazione (necessaria), dal sorteggio (antidemocratico), dall’autonomia (autoreferenziale) e via dicendo.
    Resta il fatto che se un professore ordinario riuscisse a fare un po’ di autocritica e si domandasse se almeno una volta come commissario in un concorso abbia mai scelto il candidato migliore (quante centinaia di articoli si possono citare per ricordare che questo è lo scopo di un concorso?) invece di un proprio allievo (nel migliore dei casi), di un proprio parente, un congiunto, un figlio di colleghi (lo sappiamo sono sempre i più bravi), allora riuscirebbe a capire perchè qualcuno abbia sentito l’esigenza di riformare il sistema di reclutamento e di togliere loro, dopo i soldi a pioggia per la ricerca, anche l’unico potere che gli era rimasto, ovvero quello di scegliere la propria successione.
    Se tutto il resto mondo da diversi decenni ha deciso di darsi delle regole in questo senso, mettersi a fare i Don Chisciotte ha poco senso.

    • indrani maitravaruni says:

      La scelgono lo stesso, con la differenza che ci sono meno risorse. Quindi alcuni insegnamenti muoiono e basta.

  4. Ottimo articolo. Solo non condivisibile l’elogio della progressione di carriera, che è il trionfo del municipalismo e della burocratizzazione della ricerca. Mi sembra invece del tutto sensato che le chiamate dei professori già in ruolo da una sede all’altra seguano un canale diverso dai concorsi per abilitati, non avendo senso la comparazione fra soggetti in situazioni eterogenee. Resto dell’idea che il problema dell’università sia, innanzi tutto e storicamente, il conformismo dei più e il servilismo di tanti professori. Non abbiamo mai avuto il coraggio di opporci seriamente a lusinghe e minacce del governo di turno. Siamo invece sempre pronti ai dispettucci da vicino di banco e alle chiacchiere da corridoio. Ne è un esempio la pagliacciata della VQR

  5. Non va il fatto che uno 10 anni fa non poteva sapere se l’articolo che stava mandando ad una rivista sarebbe stato mandato ad una rivista di classe A.
    Non esisteva la classe A, ma per l’ASN di oggi rileva la classe A negli ultimi 10 o 15 anni.
    La retroattività è costituzionalmente illegittima.
    Noi parliamo dell’ASN, poiché, a causa della malvagità e dell’incompetenza della politica, esiste solo l’ASN.
    Non possiamo farci nulla. L’ASN esiste e, purtroppo, è l’unico modo per strutturarsi.
    A questo punto le soluzioni sono 2:
    1)reintrodurre la terza fascia ric. a tempo indet.
    2)In alternativa, un sistema di ingresso graduale che, però prescinda dall’ASN.
    L’ASN è diventata un incubo, ci si buttano tutti, esiste solo l’ASN.
    Ma la promozione dovrebbe essere l’ultimo gradino partendo dal reclutamento, non viceversa.
    Invece, ora uno si struttura soltanto dopo aver conseguito il massimo, cioè L’ASN.
    E’ come dire che un giocatore di calcio potesse prendere il primo stipendio soltanto all’apice dei suoi risultati, ad. es., solo dopo aver vinto la coppa del mondo…..e prima come fa a campare? Siete d’accordo?
    Tutti quelli che oggi sono ordinari sono stati, prima, al 99% ricercatori a tempo indeterminato.
    Ecco che, partendo da una base di tranquillità, hanno potuto, con merito ma soprattutto con gradualità, arrivare ad essere ordinari, non trovate?
    Oggi, le stesse persone ce la farebbero non potendo più salire il “gradino della tranquillità” del ric. a tempo ind.? Come farebbero ad accumulare titoli valevoli per l’ANS presumibilmente disoccupati o con rtd in scadenza?

    • Non posso non concordare.
      Noto anche che con l’incubo del termine del proprio servizio, i nuovi ricercatori destabilizzano la vita delle università, cercando (e trovando) chi fa i propri interessi, e danneggiano senza pietà chi non ha ‘padrini’ e ‘madrine’.
      Aggiungo che l’ASN non dà risultati che siano nel merito, che esiste più che il sospetto che si siano favoriti anche adesso a livello di concorso i locali. Che i favori si debbono restituire, in una catena senza fine, che lascia molto amaro in bocca e, perciò, non contribuisce al benessere di chi lavora in questo mondo.
      In sintesi, il baronato non si è affatto estinto: forse semplicemente perché non ci sono ‘puri’.

    • C’è un ulteriore aspetto di questo incubo. Ridurre la gran parte dell’abilitazione agli ultimi 10 o 15 anni per tutti i SSD. Mi sembra evidenti che la qualità e la quantità non posso sempre viaggiare insieme nella carriera di scienziato. Figuriamoci se possiamo ridurla ad un finestra temporale. Chi ha partorito questa norma non aveva la minima idea di cosa significa fare ricerca.

    • Concordo pienamente.
      Il baronato è duro a morire! E la meritocrazia va a farsi benendire. Ma daltronde solo chi ha “realmente” affrontato la “gavetta” ha coscienza della validità di quanto su scritto

  6. Antonio.Violante says:

    ANVUR mostro onnivoro dai vertici di nomina partitica sta cancellando ogni prerogativa dei docenti intesi come comunità scientifica. Classe A per le riviste introdotta con validità retroattiva e dunque a partita iniziata, a stravolgere le regole del gioco. Come? Innescandosi un meccanismo perverso col quale a contare qualcosa per l’ingresso nella carriera universitaria o per progredirvi (o anche per continuare ad afferire ai dottorati) sono solo gli articoli su periodici di classe A o le monografie recensite in essi, mentre il resto è fuffa. Io, almeno, lo ho sperimentato sulla mia pelle. E poi: riviste scientifiche di prestigio internazionale (con tanto di ISSN) ma sconosciute all’ANVUR e dunque, per caduta, non riconosciute da AIR e CINECA e di conseguenza inutilizzabili per ASN.
    Taglio delle unghie ai baroni grazie alla riforma Gelmini, secondo uno storytelling venduto dai media all’opinione pubblica? Ma quando mai … Piuttosto, con la precarizzazione della fascia dei ricercatori e l’eliminazione dei PA dalle commissioni di concorso, il potere baronale è cresciuto negli ultimi sette anni come mai prima … con i PA equiparati, di fatto, agli assistenti di ruolo e i ricercatori ai borsisti di una volta.
    Per anni ho cercato di sensibilizzare i colleghi non dico a fini di rivolta, ma almeno alla presa di coscienza di una tale deriva. Risultati: zero. Nella celebre favola del re nudo di Andersen dopo la dichiarazione in pubblico circa la nudità del sovrano, la folla, almeno, aveva cominciato a rumoreggiare. Invece, nell’Università italiana nulla. Come un sasso lanciato nello stagno e assorbito dalla melma del conformismo generale (boicottaggio VQR docet), senza lasciare nemmeno onde concentriche.
    Sono sicuro che se si obbligasse il corpo accademico a un giuramento individuale di fedeltà al governo (da rinnovarsi a ogni cambio di esso), a rifiutarsi non arriverebbe una percentuale dell’1% come nel 1931 (12 rifiuti su 1200 con conseguente perdita della cattedra), bensì avremmo un tasso di astensione – ad andare bene – da prefisso telefonico.

    • Atavicamente un popolo di onniaccettanti, conformisti, servi, lecchini del qualunque idiota al potere; tutt’al più, di menefreghisti inerti come sesami qualunque cosa gli accada intorno, ignari anche del semplice significato della parola “indignazione”. Perché la cosiddetta-sedicente intellighentsia accademica dovrebbe fare eccezione? E’, anzi, in prima fila; eccellente anche in questo caposaldo del carattere nazionale

  7. ecolombo says:

    Impossibile naturalmente affrontare il problema del reclutamento (che è un problema politico, a mio modo di vedere) in un unico articolo.
    Dobbiamo riflettere sui nodi relativi al reclutamento, appunto, in termini di problemi politici, per poterne uscire. Ed ai problemi politici (forse è brutto dirlo, in un’epoca come questa) ci si può contrapporre solo attraverso forme di mobilitazione collettiva.
    La retorica dell’università più o meno virtuosa, o dei “mali” occulti del sistema è puramente strumentale. L’Anvur ovviamente è uno strumento politico, non di valutazione; le cattedre Natta vogliono fabbricare delle figure politiche, non docenti. Se non partiamo da questi (ovvi) presupposti non credo sia possibile inquadrare la questione. A meno che non ci faccia piacere che il reclutamento si politicizzi (a me non fa piacere, ma parlo a titolo personale).
    La mossa più ovvia per contrastare questo sistema mi pare la reintroduzione della terza fascia di docenza, i famigerati ricercatori a tempo indeterminato. Credo che la 382 debba essere un punto di nuova lotta. Poi si può discutere se sia stata usata bene o male dalle università, ma è indubbio che una figura del genere rappresenti una chiave di libertà (di ricerca, anzitutto) all’interno del sistema. Comunque la retorica anti-università è quasi riuscita a far credere agli stessi docenti che la terza fascia sia stata il male, il che è tutto dire.

  8. @ecolombo:
    sottoscrivo, e si vedrà che se si re-introdurrà la terza fascia, questa costituirà il primo normale gradino di una scala, la cui salita corrisponderà ad una promozione graduale e non fanatica/isterica/anarchica/violenta come è quella dell’ASN-incubo attuale.

  9. ecolombo says:

    segnalo, intanto, la presenza nel sistema di ancora ben 128 ricercatori tempo determinato “Moratti”.
    Candidabili dunque ad altri 12 anni di precariato “Gelmini”.
    Uno scandalo che queste figure siano state lasciate marcire in un sistema precedente e ormai morto, aspettando che terminassero i contratti senza fare nulla (che ne so, trasformarli automaticamente in un RTDa Gelmini).

  10. l’abilitazione scientifica sta creando una generazione di docenti che non studiano per innovare o approfondire un tema di ricerca ma si impegnano solo per aumentare i propri indici bibliometrici (non tutti ovviamente ma una larga maggioranza) cosa che non ha niente a che vedere con la buona ricerca. l’autorship non e’ mai certo (chi ha scritto cosa?) nessuno chiede nulla ai candidati della propria ricerca e per finire non esiste una prova didattica (tanto poi mica vanno ad insegnare….ed invece si!).

    tutto il contrario dei sistemi universitari più evoluti, dove le interviste ai candidati possono durare giorni, si guarda alla didattica, le ricerche vengono lette e si verifica la conoscenza dei contenuti

    questo e’ quello che dovrebbe fare un serio sistema di reclutamento e non utilizzare indici artefatti e soglie inspiegabili (….a tutti tranne all’ANVUR)

  11. ecolombo mi risulta di interview con panel diversi – scientifico didattico amministrativo – che possono avvenire in diverse date, il senso era quello

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