La Federico II scende in campo, compatta, contro il regionalismo differenziato con documento inedito sia per i toni che per le adesioni istituzionali (25 direttori di dipartimento e 4 presidenti delle scuole). «Il disegno, assai mal celato, è quello di drenare verso i territori del Nord – e verso gli apparati politico-istituzionali in essi operanti – la quasi totalità delle risorse provenienti dalla fiscalità generale, cioè le entrate da tributi erariali versati a livello regionale […] L’allarme suscitato dal disegno generale si fa ancora più intenso se si pone mente alle misure di “differenziazione” che riguardano il sistema universitario (e dell’istruzione in genere), la ricerca scientifica e la sanità […] E, una volta individuato il “metodo”, proprio sull’università pare ci si voglia in particolare accanire: come dimostra anche la misteriosa – anch’essa – bozza di decreto ministeriale, o tentativo di decreto, del 15 aprile scorso, poi sommersa da arbitrarie attribuzioni di paternità e da conseguenziali disconoscimenti tra sede politica e apparati burocratici, con cui si stabilivano meccanismi di attribuzione “premiale” di risorse secondo “criteri” pensati per ridurre i finanziamenti destinati al sistema universitario meridionale.» Quelli appena riportati solo alcuni estratti del documento che, nei confronti del “regionalismo differenziato”, si esprime in questi termini: «un procedimento inedito e privo di fondamento normativo, che relega il Parlamento in ruolo ratificatorio e che ha tenuto a lungo i contenuti delle «intese preliminari» sotto un velo di fitta opacità, sollevato solo per – meritorie – divulgazioni “private” di singoli testimoni e riviste scientifiche [NdR, vedi Roars: Ecco le bozze segrete del regionalismo differenziato. Quale futuro per scuola e università?] […] Ne risulterebbe irreparabilmente minata l’unitarietà del diritto allo studio, che sarebbe garantito in maniera diversa in ragione della mera residenza territoriale, con un incentivo formidabile a un “turismo universitario” appannaggio esclusivo delle classi economicamente avvantaggiate.» Una presa di posizione così forte da parte della maggiore università del Meridione (il cui Rettore è anche Presidente della CRUI) non può che chiamare in causa le altre università del Sud, che, a maggior ragione, sono destinate a subire le conseguenze di quella che i docenti napoletani non esitano a definire “distopia”.

 

CONTRO QUESTO REGIONALISMO DIFFERENZIATO. PER UN SISTEMA UNIVERSITARIO EQUO ED EFFICIENTE

Sul finire della passata legislatura, tre Regioni settentrionali – Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – hanno messo in opera iniziative intese a ottenere le «forme e condizioni particolari di autonomia» menzionate dall’art. 116, co. 3 Cost.

Lo hanno fatto disegnando, assieme al Governo allora in carica, un procedimento inedito e privo di fondamento normativo, che relega il Parlamento in ruolo ratificatorio e che ha tenuto a lungo i contenuti delle «intese preliminari» sotto un velo di fitta opacità, sollevato solo per – meritorie – divulgazioni “private” di singoli testimoni e riviste scientifiche.

Il processo è giunto, nella legislatura in corso, a una fase avanzata. In esso si sono ora rese attive anche molte altre Regioni, del Nord e del Sud.

Il percorso intrapreso rivela la dirompente radicalità delle misure proposte, incentrate sul massiccio trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni del Nord, e spinto fino a coprire pressoché interamente il quadro dell’art. 117 della Costituzione, misure a sostegno delle quali non vengono addotte serie risultanze analitiche. Il disegno, assai mal celato, è quello di drenare verso i territori del Nord – e verso gli apparati politico-istituzionali in essi operanti – la quasi totalità delle risorse provenienti dalla fiscalità generale, cioè le entrate da tributi erariali versati a livello regionale: il trasferimento delle competenze e delle funzioni e il richiamo all’efficienza nell’esercizio di queste sono rispettivamente strumento ed espediente retorico per tale scopo unico o maggiore. La “giustificazione” di tanto è “trattenere” in ciascuna Regione la ricchezza in essa prodotta, azzerando il «residuo fiscale», cioè la differenza tra quanto pagato dai contribuenti residenti nella Regione e la mole, presunta inferiore, di quanto trasferito dallo Stato. Ma, dal punto di vista della scienza economica, quest’uso della locuzione «residuo fiscale» ne fa uno pseudoconcetto; e il modo di “calcolo” di tale parametro tocca il limite della falsificazione, ove omette di considerare in esso gli interessi sul debito pubblico, che gravano su tutti i contribuenti italiani, a qualsiasi ambito territoriale appartengano.

Una pulsione egoistica, dunque, che rende ciechi alle conseguenze derivanti dal non certo auspicabile compimento di un simile progetto: la disarticolazione del welfare italiano, come sistema nazionale universalistico; la compromissione del modello economico, per la severa restrizione del mercato interno prodotta dal deterioramento delle condizioni del Mezzogiorno.

Ma quanto proposto è in irrimediabile contrasto con il quadro costituzionale, dal quale deriva l’obbligo di ridurre le diseguaglianze; di garantire i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali; di adempiere i doveri inderogabili di solidarietà, anche attraverso strumenti perequativi; di assicurare la tenuta del sistema di finanza pubblica, in riferimento all’ordinamento dello Stato, delle Regioni e degli altri enti territoriali.

Solo muovendo da siffatte coordinate, il principio di autonomia è coerente con il principio di unità, nel senso accolto dall’art. 5 Cost. E l’autonomia non può non alimentarsi della costante relazione tra autonomie, intese come sistema che, nel suo equilibrio, si compone nell’unità della Repubblica.

Né si può ignorare che la disciplina costituzionale delle autonomie, in ispecie delle Regioni, nei suoi tratti genetici e nel suo tenore normativo generale, è intesa alla composizione della frattura Nord-Sud, fattore storico di debolezza del sistema economico e del tessuto civile in Italia: composizione, non certo cristallizzazione o aggravamento.

L’allarme suscitato dal disegno generale si fa ancora più intenso se si pone mente alle misure di “differenziazione” che riguardano il sistema universitario (e dell’istruzione in genere), la ricerca scientifica e la sanità: dimensioni tutte che costituiscono l’ossatura dell’unità e della coesione della Repubblica. E, una volta individuato il “metodo”, proprio sull’università pare ci si voglia in particolare accanire: come dimostra anche la misteriosa – anch’essa – bozza di decreto ministeriale, o tentativo di decreto, del 15 aprile scorso, poi sommersa da arbitrarie attribuzioni di paternità e da conseguenziali disconoscimenti tra sede politica e apparati burocratici, con cui si stabilivano meccanismi di attribuzione “premiale” di risorse secondo “criteri” pensati per ridurre i finanziamenti destinati al sistema universitario meridionale. Una sorta di “anticipazione” del regionalismo differenziato a regime.

Il rischio è di determinare una completa disarticolazione di quell’ossatura: con l’indebolimento della scuola nelle Regioni del Mezzogiorno e dunque delle speranze di emancipazione e progresso connesse al buon funzionamento della intera filiera formativa che lega la scuola all’università; con percorsi universitari di studio eccessivamente frammentati, anche per criteri di accreditamento, valutazione e finanziamento; con sistemi universitari regionali subalterni al potere politico territoriale, e pericoli di involuzioni di segno localistico incompatibili con la cifra connotativa dell’insegnamento universitario. Una disarticolazione che potrebbe toccare lo statuto giuridico della docenza universitaria, assecondando l’afflusso degli studiosi di più elevato livello scientifico alle aree in grado di offrire le migliori condizioni di trattamento economico e normativo. Ne risulterebbe irreparabilmente minata l’unitarietà del diritto allo studio, che sarebbe garantito in maniera diversa in ragione della mera residenza territoriale, con un incentivo formidabile a un “turismo universitario” appannaggio esclusivo delle classi economicamente avvantaggiate. Università di diverso rango, sia per corpo docente sia per platea studentesca, nella negazione del principio di eguaglianza e della istruzione universitaria come “ascensore sociale” in coerenza con quanto affermato dall’art. 34 della Costituzione: ecco la distopia che viene proposta.

Peraltro, i criteri su cui oggi si fondano valutazione e finanziamento di Università e ricerca già favoriscono la crescita delle asimmetrie lungo la linea di frattura Nord-Sud.

Lo rivelano, in termini inequivocabili, alcuni dati: quelli relativi alla garanzia del diritto allo studio, con la Campania agli ultimi posti, insieme a Calabria e Sicilia, per percentuale di aventi diritto che accede alle borse di studio (fonte: Corte dei conti); quelli sui tagli al FFO, che, a fronte di una media nazionale del 9,8%, colpiscono gli atenei meridionali con una riduzione del 14,9%; quelli concernenti la ridistribuzione di parte delle risorse tagliate, che hanno dato beneficio per il 56% ad atenei del Nord, per il 27,2% ad atenei del Centro, per il 13,2% ad atenei del Sud (fonte: Commissione Cultura Camera dei deputati, periodo 2008-2015); quelli relativi alla riduzione dei punti organico e la distribuzione del turnover per aree geografiche: media nazionale -47,9%, Sud -56,9%, Isole -64,9% (fonte: FLC CGIL su dati MIUR).

Né le “politiche” che questi dati rivelano hanno giovato alla performance del sistema nazionale: l’Italia è penultima in Europa per numero di laureati, e prima per abbandoni.

Nelle politiche dei Governi che si sono succeduti negli anni è troppo spesso mancata dunque qualsiasi attenzione ai punti critici dei contesti in cui operano gli atenei del Mezzogiorno e, in particolare, alle varie e complesse diseconomie di sistema con cui essi devono confrontarsi. Le soluzioni escogitate, ricorrendo alle formule del “merito” e della “eccellenza” (vuote se sganciate dalla considerazione dei diversi punti di partenza), si sono rivelate meri moltiplicatori delle asimmetrie già esistenti. Una tendenza che non ha impedito a molti atenei meridionali – tra questi l’Università Federico II, la maggiore del Mezzogiorno – di assolvere comunque a una essenziale funzione di promozione culturale e di emancipazione sociale ed economica. Una tendenza che andrebbe però invertita, e che la “differenziazione” prospettata rischia invece di accentuare in maniera irreversibile e in termini drammatici per le sorti dell’intero Paese.

Per tutto questo, di fronte alla minaccia rappresentata dal progetto di differenziazione che è oggi in campo, dall’Ateneo fridericiano, attraverso i Direttori dei Dipartimenti e i Presidenti delle Scuole, proviene il più fermo dissenso: l’Università Federico II, con i suoi settecentonovantacinque anni di storia, e avendo contribuito e ancora contribuendo a formare la parte migliore delle classi dirigenti italiane, non può vedersi diminuita e resa marginale da politiche legislative tanto pedisseque a deteriori ideologie della divisione territoriale e della diseguaglianza quanto incerte e inconsapevoli nella strumentazione istituzionale apprestata.

Napoli, Giugno 2019

I Direttori

Matteo Lorito (Dipartimento di Agraria)
Michelangelo Russo (Dipartimento di Architettura)
Ezio Ricca (Dipartimento di Biologia)
Roberto Vona(Dipartimento di Economia, Management, Istituzioni)
Angela Zampella (Dipartimento di Farmacia)
Leonardo Merola (Dipartimento di Fisica “Ettore Pancini”)
Sandro Staiano (Dipartimento di Giurisprudenza)
Luigi Carrino (Dipartimento di Ingegneria Chimica, dei Materiali e della Produzione Industriale)
Maurizio Giugni (Dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale)
Giorgio Ventre (Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell’ Informazione)
Rita Maria Antonietta Mastrullo (Dipartimento di Ingegneria Industriale)
Cristina Trombetti (Dipartimento di Matematica e Applicazioni “Renato Caccioppoli”)
Fabrizio Pane (Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia)
Franca Esposito (Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche) Gaetano Oliva (Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali)
Paolo Cappabianca (Dipartimento di Neuroscienze e Scienze Riproduttive e Odontostomatologiche)
Giancarlo Troncone (Dipartimento di Sanità Pubblica)
Alberto Cuocolo (Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate)
Rosa Lanzetta (Dipartimento di Scienze Chimiche)
Domenico Calcaterra (Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse)
Annamaria Staiano (Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali)
Vittorio Amato (Dipartimento di Scienze Politiche)
Stefano Consiglio (Dipartimento di Scienze Sociali)
Andrea Prota (Dipartimento di Strutture per l’Ingegneria e l’Architettura)
Edoardo Massimilla (Dipartimento di Studi Umanistici)

I Presidenti

Francesco Villani (Scuola di Agraria e Medicina Veterinaria)
Luigi Califano (Scuola di Medicina e Chirurgia)
Piero Salatino (Scuola Politecnica e delle Scienze di base)
Aurelio Cernigliaro (Scuola delle Scienze Umane e Sociali)

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2 Commenti

  1. L’Università futura è già stata disegnata anni fa, protestino pure, non serve a nulla. Diciamo che forse il SUD avrebbe potutto farsi sentir prima e, magari, farsi anche un’esamino di coscienza su certi eccessi nella gestione dei concorsi, non avrebbe guastato.

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