Testo presentato da Filippomaria Pontani nell’incontro “La valutazione della ricerca in ambito umanistico: problemi e prospettive“, organizzato dal Partito Democratico (M. C. Carrozza – M. Meloni) a Roma il 21 marzo 2012 

 

 

Gentili colleghi,

viviamo in un tempo gravido di ipocrisia, nel quale il discorso pubblico quasi unanime (talora, ahimè, anche dal seno del Partito che ci ospita (e che ringrazio) e del governo che sarà a breve qui rappresentato) propone e impone rappresentazioni insincere, gabellando come grande achievement dell’Europa lo strangolamento della sua nazione più antica, o la cancellazione dei diritti dei lavoratori come panacea verso una miracolosa e non meglio precisata crescita economica. Credo pertanto opportuno partire da un’operazione-verità sul tema che oggi ci riunisce, articolata in una premessa e tre brevi tappe, e giudicata dalla specola di un filologo, di uno che, tant bien que mal, lavora con le parole.

Una premessa, dunque (e mi rifaccio qui anche all’intervento di Luca Illetterati che abbiamo appena ascoltato). La retorica della “valutazione” è stata imposta in tutti i campi e i livelli dell’istruzione con il linguaggio e la violenza tipici dei paradigmi neo-liberisti ben noti in altri settori della vita associata: l’ideologia fordista della “produttività culturale”, misurabile secondo parametri numerici, è stata brandita come una clava per additare la classe accademica – indubbiamente colpevole di molte oscenità – come un ammasso di fannulloni, e si è sdoganata l’idea che l’università debba adeguarsi a paradigmi aziendalistici incarnati – con toni spesso sprezzanti o compiaciutamente punitivi – negli slogan di “competizione” ed “eccellenza”, ben prima che questi concetti venissero sottoposti a qualche forma di riflessione, o che anche si individuassero dei criteri minimamente condivisi o attendibili su cui fondarli. Su questi temi ha ottimamente riflettuto, da sociologa qual è, Francesca Coin.

È successo, in altre parole (e questa è la prima tappa del mio discorso), che si è messo il carro davanti ai buoi, e si sono imboccate le scorciatoie più facili, realizzando appieno quel presagio di Bill Reading, che nel libro postumo del 1996 (The University in Ruins) paventava che l’«accountability», il sacrosanto “dovere di rendere conto”, si traducesse di fatto in un «accounting», in una contabilità (cfr. R. Ceserani, I saperi umanistici oggi, in A. Pioletti [a c. di], Saperi umanistici oggi, Rubbettino 2011, 15-29). La contabilità è quella dei rankings internazionali, che rappresentano ormai l’ossessione di ministri e rettori, e mirano a conformare la libera ricerca delle università secondo criteri stabiliti a Shanghai non si sa bene da chi. La contabilità, per giungere al tema odierno, è quella che pesa le pubblicazioni in termini numerici disinteressandosi nella sostanza di ogni parametro qualitativo, e di ogni ponderazione disciplinare: il Nucleo di Valutazione della mia università (nel quale non siede alcun “umanista”) ha inteso premiare un articolo rispetto a una monografia, un co-authored paper rispetto a un testo ad autore unico, una noterella uscita su una rivista di San Marino rispetto a un corposo saggio sul Giornale storico della letteratura italiana; i criteri e parametri ANVUR per le abilitazioni usciti un anno fa addirittura escludono gli atti di convegno, ed equiparano una monografia (n’importe laquelle) a due articoli (n’importe lesquels); ne ha parlato Massimo Vallerani . La contabilità è quella della solerte Divisione Ricerca del mio Ateneo, che tra mille utili messaggi intesi a favorire i progetti e gli investimenti, invia come memento ai docenti di area umanistica una classifica delle loro pubblicazioni 2004-2010 censite su “Scopus”, in cui quasi tutti gli italianisti (tra i quali anche colleghi di altissimo profilo) risultano assenti, e il modesto filologo classico che vi parla – pur risultando in cima alla lista – vede espunti non solo i suoi 3 libri, ma anche alcuni saggi apparsi in volumi collettanei di De Gruyter, o nella rivista oxoniense pù importante del settore, misteriosamente sfuggita al radar della banca dati.

Dalle mie parole potreste dedurre una sfiducia preconcetta nei confronti della valutazione: non è affatto così. Io credo nella valutazione, e credo nel suo valore d’indirizzo. Credo tuttavia fermamente – per riprendere quanto enunciato all’inizio – che la valutazione debba mantenere qualche aderenza rispetto alla verità di ciò che avviene, e non sfociare in convenzioni pericolose non solo in quanto false, ma anche in quanto suscettibili di sviare la ricerca stessa in derive test-oriented o ranking-oriented. Ricordo, a livello di simpatico aneddoto, il giorno in cui il mio rettore, uomo imbevuto di cultura aziendalistica, molto attento a favorire in ogni modo la ricerca, e anche a propagandare urbi et orbi Ca’ Foscari come “uno dei migliori atenei d’Europa”, il giorno dicevo in cui il rettore ebbe a comunicarci via mail la soddisfazione per l’ingresso di un’umanista, la nostra valente storica dell’arte Paola Rossi, tra i Top Italian Scientists della VIA: fu un amaro risveglio per tutti quando gli fu fatto notare che si trattava di un mero caso di omonimia non disambiguata da GoogleScholar: tra i VIA l’unico “umanista” (linguisti a parte) era e rimaneva Umberto Eco.

Come mostra la mia propria produzione scientifica, io credo fermamente nell’opportunità di pubblicare in sedi internazionali e visibili, e credo che si debbano vivamente esortare gli studiosi italiani a farsi valere in tali sedi per mostrare quanto di buono – spesso all’insaputa dei colleghi stranieri – si produce nelle nostre università; ma credo anche che questo non possa valere sempre e comunque (le migliori riviste di italianistica sono italiane, senza dubbio alcuno), e credo soprattutto che non esista allo stato alcun database adeguato a fornire anche in minima parte delle indicazioni attendibili sulle citazioni o sul prestigio della produzione scientifica della nostra area di riferimento. Credo altresì che un simile database non possa farsi se non a livello internazionale, per ragioni intuibili e che svilupperò tra un attimo: ma rilevo che non più tardi di 5 giorni fa, in un apposito convegno veneziano, il collega inglese Ben Martin, che ha consigliato per anni la Commissione Europea sui temi della research policy, ha esposto le difficoltà quasi insormontabili che ci separano dalla creazione di un database condiviso capace di raccogliere tutta la produzione scientifica (riviste e monografie), di sceverare le citazioni (che nell’ambito umanistico sono usate in maniera ben diversa rispetto a quanto avviene nelle scienze esatte), di ponderare i tempi di reazione (le riviste più importanti hanno tempi di attesa di 2-3 anni, e le reazioni a un articolo si rilevano spesso con grandi ritardi), e di classificare infine i “prodotti della ricerca” (orrendo neologismo di stampo fordista) secondo criteri come Citation Index o Impact Factor (quest’ultimo, a detta del suo stesso inventore Eugene Garfield, del tutto inadatto a valutare “the average individual scholar”: M. Cassella, Social peer review e scienze umane, «Journal of Library and Information Science» 1, 2010, 111-32: 114 leo.cilea.it/index/jlis/article/download/30/35 ). A parere di Martin, nella migliore delle ipotesi (cioè nell’ipotesi tutt’altro che scontata di una collaborazione delle banche dati esistenti come WoS o Scopus, che – lo ribadisco – sono banche dati private accessibili a pagamento), ci vorrebbero almeno 5 anni per creare uno strumento di questo tipo, e un investimento enorme; per di più, la valutazione degli articoli sulla sola base della rivista in cui appaiono è un errore metodologico grave (come hanno mostrato molti studiosi, tra cu il qui presente Alberto Baccini, e come ha dichiarato apertamente lo European Research Council, o il documento IMU sui rankings): tanto che alla fine Martin stesso, che a questo problema ha dedicato anni di lavoro, ha concluso che “it is unclear whether the benefits of doing all this are greater than the cons”. Alle nostre latitudini, l’esito quasi paradossale del meccanismo di valutazione delle sedi di pubblicazione escogitato da CUN e CNR nel dicembre 2009 è stato ben discusso da Piero Attanasio («Informatica Umanistica» 5, 2011, 109-26).

Non condivido pertanto l’ottimismo del dott. Bonaccorsi, che in un recente documento dell’ANVUR giura nel verbo di Henk Moed (ottimo studioso, il quale infatti ha abbandonato l’accademia e oggi lavora direttamente per Elsevier, cioè per Scopus), liquida come bazzecole occasionali i colossali fallimenti dei sistemi valutativi basati sulla bibliometria in due Paesi di non poco conto, come la Francia e l’Australia, e sostanzialmente propone l’adozione in Italia di valutazioni automatiche che nel resto del mondo (persino nel nuovo REF britannico) vengono progressivamente abbandonate. Che poi nei documenti di alcuni GEV (10 e 11: mi conforta sapere da Donata Gottardi che non è così nel GEV 12) si parli di “mix valutativo”, e che cioè si preveda comunque anche una forma di peer-review non cambia la sostanza del problema: se gli strumenti sono del tutto inattendibili (e nel campo umanistico lo sono), se persino il principio stesso viene abbandonato in altri Paesi che ci hanno preceduti (ne hanno scritto ottimamente Giuseppe de Nicolao e Antonio Banfi), non si capisce perché insistere ora su un binario così poco promettente, tanto più che l’etichettatura preliminare di un contributo o di un ricercatore con un “numero” o con una “fascia” non può non orientare il giudizio di merito sulla sua produzione (sostenere che l’intento sia quello inverso, ossia di verificare il rating di una rivista sulla base degli articoli in essa contenuti, espone all’evidente obiezione di hysteron pròteron: perché allora il rating andrebbe semmai fatto ex post, non ex ante).

Forse andrebbe meditato il rapporto del Wissenschaftsrat tedesco che nel 2010 suggeriva di valutare le pubblicazioni delle scienze umanistiche esclusivamente sulla base di una valutazione qualitativa di pubblicazioni scelte, relegando gli indicatori quantitativi a “informazioni secondarie”. O forse andrebbe considerato il parere di Massimo Brutti («Storia del diritto» 2011, 421-430), un uomo certamente caro al Partito che ci ospita, secondo il quale gli elementi quantitativi devono essere validi solo come “soglie minime” per l’accesso a un concorso o a un finanziamento, non come criteri automatici di giudizio. Ecomunque, aggiungo io, benissimo introdurre soglie minime, ma magari bisognerebbe evitare di inviare annualmente a tutti i docenti di un ateneo la “lista di proscrizione” che espone al pubblico ludibrio i “docenti inattivi” (chi cioè ha meno di 6 pubblicazioni negli ultimi 6 anni), indipendentemente non solo dalla qualità delle pubblicazioni stesse, ma anche dal ritardo di un ricercatore nell’inserire i dati che lo riguardano, o dalle vicende personali che egli può avere attraversato. Purtroppo anche questo è avvenuto nel mio Ateneo.

 

Questo ci porta alla seconda tappa del mio discorso (la terza sarà brevissima, non temete), relativa più in particolare al caso italiano. Non è un mistero che il sistema accademico italiano sia corroso da vincoli di setta, di collusione reciproca e di omertà. In una simile situazione, l’idea di creare in quattro e quattr’otto delle liste di riviste suddivise in fasce, chiedendole alle singole Società, facendole rivedere di straforo a un paio di stranieri, e poi cercando di correggerle in sede GEV – il tutto secondo criteri mai apertamente precisati, come ha mostrato Antonio Banfi  – non è forse stata un’idea brillante. Se a livello internazionale si paventa l’effetto distorsivo sul rating delle riviste indotto dallo strapotere di editori come Elsevier o Thomson-Reuters (che sono al contempo anche gestori dei principali database), cosa accadrà in Italia dove i baroni più accaniti avranno vita facile a magnificare l’imprescindibilità della loro neonata rivista settoriale pubblicata da un editore spregiudicato come Fabrizio Serra, a premio sulla Miscellanea storica della Valdelsa, o su altre gloriose e vivissime realtà locali destinate con questo meccanismo a morte certa? Torno al punto di prima: un ranking nazionale, come hanno mostrato le sagge parole di Luca Illetterati e della Società italiana di filosofia teoretica, non ha alcun senso sia per i suddetti limiti intrinseci del ranking, sia in quanto – se mai si dovesse fare un discorso di “fasce” – l’unico discorso attendibile sarebbe quello prodotto a livello sovranazionale da un lavoro omogeneo, convergente e non improvvisato, da parte (almeno) delle Società di tutte le nazioni europee.

Dietro questo problema si nasconde una questione più sostanziale: poiché, alla luce dell’assenza (o dell’inattendibilità strutturale) degli strumenti minimi di analisi quantitativa, il sistema di valutazione in area umanistica deve riposare essenzialmente sulla peer-review, come evitare che quest’ultima sia inquinata dai deplorevoli meccanismi di favoritismo e di “cordata” che tante volte hanno imperversato nei nostri Atenei (basti pensare al caso dei PRIN)?

Su questo punto concordo pienamente con Brutti:

a) bisogna che i valutatori siano scelti secondo criteri trasparenti e condivisi (duole dire che ciò non è pienamente avvenuto con le nomine ANVUR: sono prontissimo, per ipotesi, ad accettare come valutatore un illustre e rissoso collega, ormai pensionando, che mi ha appena dedicato un intero articolo di insulti e sfottò su una rivista gestita da un suo amico; ma vorrei almeno capire con esattezza chi ha deciso di renderlo il mio valutatore, e perché);

b) bisogna che il peer-reviewing venga costruito in modo convincente (appena ieri un illuminante contributo di Antonio Banfi ha disegnato i problemi lasciati insoluti dalle decisioni ANVUR), e venga riconosciuto come un’attività scientifica a pieno titolo, che si concreti in giudizi limpidi e pubblici, non in numeretti apposti in base a un’impressione: troppo alta è la posta in gioco. Ora, la programmatica sfiducia che molti di noi nutrono nei confronti dell’onestà dei colleghi italici, mi induce a caldeggiare con forza l’opportunità di ricorrere massicciamente per questa operazione – se va fatta – a valutatori stranieri, inevitabilmente meno compromessi dei nostrani (naturalmente questo sarà un po’ più difficoltoso per alcune discipline, ma credo che qui importi, per così dire, il trend). Credo che un valutatore competente e imparziale, non legato da vincoli di banda con il valutato, non abbia alcun bisogno di ratings di riviste o peggio di case editrici (delle case editrici non parlo, perché a troppi è evidente quali grumi di interessi si celino dietro l’elezione per acclamazione di improbabili trimurti), perché egli è benissimo in grado di giudicare da sé il contenuto di quanto legge e la sede in cui il lavoro è apparso. Ho agito come peer-reviewer per articoli e progetti del Fonds National Suisse, dell’Agence Nationale de la Recherche, del governo irlandese e di quello georgiano, di comitati inglesi e americani: il mio parere – di norma relativo a persone che non conoscevo, o conoscevo appena – è stato richiesto in modo dettagliato ma non pedante o vincolato a liste, e messo insieme ad altri per prendere poi una decisione finale. Una progressiva “esternalizzazione” della valutazione è forse l’unica via per sottrarsi ai disastri delle consorterie nostrane; ma è un processo inevitabilmente assai costoso.

 

Eccoci così all’ultima tappa, una cronometro rapidissima ma cruciale. Qui oggi si parla di valutazione, rischiando pesanti effetti distorsivi e inseguendo dinamiche suscettibili di “normalizzare” la ricerca secondo logiche mainstream, come più volte denunciato da Francesco Sylos Labini; qui oggi si programmano grandi investimenti per realizzare questa valutazione, e si prevedono conseguenze epocali di questo VQR per l’allocazione dei fondi, per lo sviluppo di progetti di ricerca, per la differenziazione del valore delle lauree, per la sussistenza stessa di intere sedi universitarie. Che non vi sia chiarezza, tra il Ministero e l’ANVUR, sui precisi àmbiti in cui varranno e verranno adoperati i risultati del VQR, mi pare assai deplorevole: l’unica cosa che mi sento di escludere è che essi varranno solo per la valutazione delle strutture nell’allocazione di parte piccola dell’FFO, come qualche autorità si ostina a dire. Direttamente o indirettamente, le conseguenze di questo processo saranno senz’altro assai più profonde.

Ma dietro questo processo vi sono almeno tre elementi connessi che meriterebbero un’attenzione financo maggiore, in quanto partono da premesse ideologiche e hanno conseguenze pratiche di grande momento:

a) la parte sempre maggiore di premialità destinata a chi è in grado di attirare fondi; questo principio, che ha lasciato perplessi perfino gli estensori dei criteri del REF inglese, e che il sullodato Wissenschaftsrat tedesco ha cercato di mitigare, vale già nella mia università per lo stanziamento dei fondi di ricerca di ateneo, e premia chi ottiene denari dalla Regione leghista per un corso di Dialettologia o chi convince una banca a sponsorizzare dei “grandi eventi” – la medesima logica, estranea agli studi umanistici, che ha trasformato i corsi di storia dell’arte in corsi di Management culturale, su cui rimando alle chiare parole di Tomaso Montanari (A cosa serve Michelangelo?, Einaudi 2011); di più, secondo i sullodati criteri ANVUR la capacità di attrarre fondi diventerà un parametro essenziale per valutare l’idoneità di uno studioso ai ranghi di professore, e questa è la cartina di tornasole di quel becero processo di monetarizzazione del sapere di cui dicevamo all’inizio;

b) il finanziamento alla ricerca universitaria è sempre decrescente nel nostro Paese, e i progetti di legge attualmente in discussione rischiano di occludere il reclutamento dei giovani in maniera irreversibile per molti anni;

c) tutte le valutazioni più sopraffine non daranno alcun reale profitto finché l’ingresso nella carriera universitaria avverrà secondo un principio di cooptazione così smaccato come quello attualmente in vigore: se i concorsi per ricercatore a tempo determinato continueranno ad avvenire con commissioni nominate per intero dall’ordinario interno che bandisce il posto (senza cioè alcuna elezione né alcun sorteggio dei commissari), credo che vedremo ancora per molto tempo giovani cardiochirurghi ben raccomandati che s’insediano, e giovani con alto prestigio internazionale costretti a emigrare verso altri lidi.

Grazie.

 

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8 Commenti

  1. Caro Pontani, al di là delle molte cose che non condivido del tuo intervento, a cominciare dal tono generale, ciò su cui ti chiederei un chiarimento pubblico è la tua affermazione secondo cui Fabrizio Serra Editore sarebbe un “editore spregiudicato”. Vorresti precisare cosa intendi, per cortesia ?

  2. L’articolo, oltre ad essere irritante nel tono e nella sua supponenza, è profondamente contraddittorio. Da un lato, ammette che le riviste italiane possono essere inquinate da vincoli di setta etc. e che quindi non possono essere utlizzate come indici di qualità dei lavori. Dall’altro invoca il peer review, che miracolosamente dovrebbe essere esente dai vincoli di setta etc. L’autore suggerisce di utilizzare colleghi stranieri come referees. Non è affatto sicuro che risolva il problema per Italianistica, visto che tutte le sette hanno amici stranieri a cui far fare i reports. La soluzione non è praticabile nei settori umanistici, probabilmente la maggioranza, dove gli stranieri non conoscono l’italiano.

    • Se la letteratura latina e quella italiana sono settori umanistici, come credo, mi sembra probabile che gli studiosi stranieri che si occupano di queste discipline conoscano l’italiano. Probabilmente la stessa cosa si potrebbe dire anche per altri settori umanistici, come alcune discipline storiche. Di solito gli storici del medioevo o quelli del risorgimento, tanto per fare due esempi, sono in condizione almeno di leggere l’italiano. Purtroppo è sempre più raro che ci siano filosofi britannici o statunitensi in grado di leggere la nostra lingua, e qui forse il suggerimento di Pontani è davvero inapplicabile.

  3. L’intervento di Giunta è “giunto” a suo tempo alle orecchie di chi si occupa di editoria accademica e di open access, perché parla di problemi ben noti e di sicura rilevanza. A Pontani però farei presente che molte materie, tra cui appunto quella dell’editoria accademica, presentano una certa complessità che resiste a battute e semplificazioni e l’unica cosa che viene da dire nel leggere certe “riprese” è che sarebbe auspicabile una maggiore consapevolezza, se la sobrietà è un dato caratteriale che non ci si inventa benché possa coesistere con – e molto spesso aiuti – la comprensione dei fatti. A proposito di spregiudicatezza.

    • A me l’intervento di Pontani è piaciuto parecchio, sia nel tono che nel contenuto.
      Non sta a me prenderne le difese, ma fatico a vedere le contraddizioni che Federico vi trova: Pontani si limita ad osservare che ISI e Scopus non funzionano (ancora) per le discipline umanistiche. E questo è difficilmente contestabile.
      Quindi è impossibile valutare la qualità di un paper nelle humanities calcolandone l’IF; di conseguenza, bisogna ricorrere alla peer review.
      Poi non vedo la spregiudicatezza che Abbatista riscontra: se Fabrizio Serra è un editore che si comporta nel modo che si sa, perché mai dire che è spregiudicato sarebbe un’offesa, o una indebita semplificazione di un dibattito complesso? Dov’è la complessità che – almeno a me – sfugge del tutto?
      E’ mai possibile che un’annata di ‘Appunti romani di filologia’ costi 270 euro, quando CQ (che esce in due corposi fascicoli annui) costa soltanto 110 sterline? Suvvia…
      Anche qui, non credo che debba essere io a difendere Pontani, ma mi pareva che i suoi argomenti meritino di essere presi seriamente in considerazione, senza perderci in questioni di secondo piano, perché – a modesto parere del sottoscritto – quelle di Pontani sono una delle riflessioni più interessanti sulla valutazione della ricerca nelle humanities che siano uscite su questo blog e che mi sia capitato in generale di leggere negli ultimi mesi.

  4. Ho molto apprezzato la sua analisi, l’ho segnalata ai colleghi e anche qui: http://www.biuso.eu/2012/03/22/luniversita-svalutata/

    “Consiglio vivamente di leggere l’intervento che Filippo Maria Pontani ha svolto in occasione di un recente convegno dedicato alla Valutazione della ricerca in ambito umanistico: problemi e prospettive.
    Si intitola Sulla retorica della valutazione e in esso Pontani riesce a chiarire anche ai non addetti ai lavori in che cosa consista la valutazione, perché praticarla nel modo che i decisori politici e accademici stanno imponendo ha come risultato la fine della libertà di ricerca, in che modo tali pratiche continueranno a favorire i baroni, le loro cordate e l’inveterato malcostume universitario italiano.
    Una sintesi davvero eccellente.”

  5. Non riesco a capire la ragione economica dei 1750 euro che Fabrizio Serra addebita all’autore che vuole pubblicare il proprio articolo ad accesso aperto (http://ur1.ca/8vnjn). Al cambio attuale è una cifra paragonabile a quelle richieste da Plos:

    PLoS Biology US$2900
    PLoS Medicine US$2900
    + Fabrizio Serra US$2337, 3
    PLoS Computational Biology US$2250
    PLoS Genetics US$2250
    PLoS Pathogens US$2250
    PLoS Neglected Tropical Diseases US$2250
    PLoS ONE US$1350

    Plos, però, pubblica riviste interamente ad accesso aperto, con un sistema di compensazione che permette agli autori “poveri” di non pagare nulla, perché i loro costi vengono spalmati sui contributi dei “ricchi” (http://www.plos.org/publish/pricing-policy/publication-fees/). Fabrizio Serra pubblica ad accesso chiuso e può contare sugli abbonamenti e su rapporti ufficiosi con società di studi. Per dare un termine di paragone italiano, io ho speso 1850 euro, con un altro editore, per pubblicare ad accesso aperto non un articolo, ma un libro intero – piuttosto corposo.

    E’ vero che l’editore italiano concede agli autori l’autoarchiviazione in repository aperti istituzionali o disciplinari, dopo un anno dall’uscita della rivista, Questo permesso, però, viene messo in atto solo se gli autori o le loro istituzioni hanno la sensibilità di approfittarne. Se si fa una ricerca per editore in find.openarchives.it si ottengono 137 occorrenze del suo nome. Da un controllo a campione veloce mi risulta però che una parte di esse contenga solo metadati senza testo pieno.

    Stando così le cose, mi pare che Fabrizio Serra, pur permettendo una via verde all’accesso aperto che per ora sembra -nei fatti – poco incisiva, cammini pericolosamente vicino a quella che Antonella De Robbio ha battezzato “via rossa”. all’accesso aperto. Chiamarlo “spregiudicato” non mi sembra inappropriato.

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