Classifiche internazionali

Le imprecisioni di Alesina e Giavazzi

Uno dei problemi che caratterizzano il dibattito pubblico sull’università e la ricerca è l’uso intenzionale di dati ed informazioni che deformano la realtà. Giuseppe de Nicolao ha recentemente raccolto una guida alla demistificazione delle leggende sull’università e la ricerca  messe in giro da un gruppo di economisti, la maggior parte operanti in Italia alla Bocconi o nelle famose “migliori università americane”. Questa serie di luoghi comuni è stata utilizzata sia dal ministro Gelmini che dal ministro Profumo: non solo la politica ma il lessico comunicativo è stato lo stesso durante i due ministeri.

La settimana scorsa altri due economisti, Andrea Ichino e Daniele Terlizzese, hanno scritto un articolo, pubblicato sulla prima pagina del Corriere della Sera, in cui per dare supporto alla mistificatoria tesi “i poveri pagano l’università ai ricchi” hanno riportato una serie di dati e informazioni non veritiere.  Ieri è stato il turno di un’altra coppia di economisti, Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, che, di nuovo dalle colonne del Corriere della Sera, hanno spiegato perché nell’Agenda Monti ci sarebbe troppo Stato. Con i colleghi di Roars abbiamo già analizzato l’Agenda Monti mostrando che questa si muove in perfetta continuità con le politiche del governo Berlusconi che stanno non solo ridimensionando l’università ma orientando la ricerca a essere non al servizio dell’impresa quanto piuttosto completamente assoggettata a questa.

Scrivono dunque Giavazzi e Alesina:

“… Ci spiace parlare della nostra università, ma la Bocconi non riceve sussidi pubblici, si finanzia con rette scolastiche che sono modulate in funzione del reddito, ed è uno dei pochi atenei italiani che non fa brutta figura nelle classifiche internazionali. Riprodurre questo modello altrove non è impossibile.”

Non riceve sussidi pubblici? Vediamo un po’. Il contributo pubblico (fondo di finanziamento ordinario) alle accademie private è stato nel 2012 di 89,6 milioni di euro, contro i 79.5 mln  del 2011, di cui  40.1 mln (36.8 mln nel 2011) alla Cattolica,  14,95 mln (13,5mln nel 2011) alla Bocconi e 5.5 mln (4,8mln nel 2011) alla Luiss. Come risulta dalla tabella  che determina la ripartizione del fondo agli atenei privati, le voci sono state: 9 mln in misura proporzionale alla quota attribuita agli stessi nel 2011, 4.2mln come compensazione del mancato gettito delle tasse e dei contributi universitari derivante dall’incremento degli esoneri totali riconosciuti nell’anno accademico 2011/2012 rispetto a quelli concessi nell’anno accademico 2000/2001 (o comunque, compatibilmente con le disponibilità di bilancio, per il maggiore onere conseguente agli esoneri stessi.) e  1.8 mln destinato a fini premiali agli atenei (sulla base del modello per la ripartizione teorica del fondo di finanziamento ordinario). Considerando che la Bocconi ha circa 13,000 studenti il costo per i contribuenti per ogni studente che frequenta la Bocconi è di 1.150 euro: per dare un ordine di grandezza questa cifra  è leggermente inferiore alle tasse universitarie pagate in media da uno studente italiano (circa 1.400 euro – fonte OCSE, vedi fig.16 di questa presentazione).

Ma non basta, in quanto sono questi solo i finanziamenti ricevuti dal Miur. Se ora andiamo a considerare i finanziamenti complessivamente ricevuti dalle amministrazioni pubbliche (ivi compresa la munifica regione lombarda), apprendiamo che nel bilancio 2009 (relativo al 2008), i contributi (statali o regionali) sono ‘scesi’ da 35 a 32 milioni, stando ad un informato articolo sempre sul Corriere della Sera il cui autore ha avuto la possibilità di leggere il bilancio della Bocconi che, diversamente da quello delle università private americane tanto lodate, non è messo in rete. Il che porta il costo di ogni studente per la collettività a circa 2.400 euro, molto più delle tasse mediamente pagate nelle università statali. Possiamo dunque concludere che la Bocconi riceve consistenti sussidi pubblici che sono aumentati del 10% nell’ultimo anno, proprio quando il finanziamento agli atenei pubblici ha subito un ulteriore taglio del 5% (che si è andato ad aggiungere ad una serie di tagli che continuano dal 2008). Sorge spontanea la domanda: come vengono utilizzati queste somme ricevute dalle pubbliche amministrazioni? Non è dato saperlo, visto che il bilancio non è pubblico; e forse i tanto autorevoli Alesina e Giavazzi potrebbero fornire un contributo di chiarezza e trasparenza se convincessero le autorità accademiche della loro università a pubblicizzare e a mettere in rete il budget del loro ateneo.

Ed ora veniamo alle classifiche internazionali, tanto spesso invocate come una sorta di arma di distruzione di massa contro le università statali italiane. Abbiamo già espresso  altrove non poche perplessità in merito, per cui non siamo certo noi a sostenere la loro assoluta affidabilità ed esattezza nel valutare i meriti relativi delle varie università. E tuttavia, visto che ad esse si fa continuo riferimento e che Alesina e Giavazzi sostengono che la Bocconi nelle classifiche internazionali non fa brutta figura, vediamo un po’ cosa esse dicono nel caso specifico. Ebbene la situazione è la seguente: nessuna delle università private, né quelle sorte negli ultimi anni, né quelle “storiche” (come Bocconi, LUISS, San Raffaele, ecc.), arriva entro le prime 500 o 400 posizioni nelle classifiche internazionali, come si evince dalla tabella a suo tempo da noi pubblicata. Ad esempio la Bocconi nelle classifiche generaliste (che considerano anche università specializzate), è assente tra le prime 400, 500 o 700 università del mondo in ben 7 ranking su 8. Quindi se per classifiche internazionali si considerano quelle generaliste, a cui si fa riferimento nella discussione dei rankings delle università, la situazione è diversa da quanto scritto dai due economisti, ed addirittura vi sono delle università statali che hanno posizionamenti migliori della Bocconi se si considerano specifici campi di ricerca. Ad esempio per la più citata di queste classifiche, l’Academic Ranking of World Universities – 2011, nelle prime 100 al mondo compaiono 6 dipartimenti di fisica, 2 di matematica, 2 di chimica, uno di ingegneria e zero di economia. Nel QS World University Rankings 2012-13 la Bocconi, nella categoria Social Sciences and Management, occupa il 46° posto su 50, mentre in  Engineering and Technology il Politecnico di Milano, università statale, occupa il 48° posto. Lo stesso si può dire per l’HEEACT (Higher Education Evaluation and Accreditation Council of Taiwan), in cui tra le top 300 di università italiane (tutte statali) ne erano presenti (nel 2011) 9 nel campo dell’agricoltura, 20 in medicina, 12 in ingegneria, 16 nelle scienze naturali, solo due nelle scienze sociali; la Bocconi del tutto assente. Insomma se si scorporano i vari campi disciplinari, si vede bene che l’eccellenza non appartiene solo alla Bocconi e che altre università italiane, per dirla nel termini di Alesina e Giavazzi, “non fanno brutta figura”.

Passando a classifiche più specifiche, nel ranking dell’IPCHEI (International Professional Classification of Higher Education Institutions – École des Mines, ParisTech, in tutto 392 università – Anno 2011) vengono presi in considerazione «le nombre d’anciens élèves occupant le poste de n°1 exécutif (Chief Executive Officer ou équivalent) dans une des 500 plus grandes entreprises internationales»: in questo caso la Bocconi occupa il 30° posto, in quanto vi sono 4 di questi dirigenti piazzati tra le prime 500 al mondo, e precisamente nell’ENI (Paolo Scaroni), alla Vodafone (Vittorio Colao), all’Unicredit (Alessandro Profumo) e all’Intesa San Paolo (Corrado Passera); tre imprese chiaramente italiane e solo una in parte inglese. Si noti che di solo uno si è laureato solamente alla Bocconi, gli altri hanno preso un secondo  diploma rispettivamente alla Columbia University, ad Harvard e alla University of Pennsylvania. Inoltre la Bocconi è trentesima, ma viene preceduta da ben 6 università francesi, due inglesi, 9 giapponesi, 9 americane, 1 della Corea del Sud, 1 cinese, 1 austriaca ed 1 svizzera. Inoltre gli altri manager in classifica non laureati alla Bocconi sono 4 (altri 3 sono non classificati). Infine nella stessa classifica ci stanno anche le università di Torino, Pisa e Roma (92) e Bologna (229). Nella classifica per punteggio ottenuta dai diversi paesi, nonostante la Bocconi, siamo all’11° posto, meno di Spagna e Cina. I soli ranking in cui la Bocconi ottiene buoni piazzamenti solo quelli del Financial Times dove la SDA Bocconi (ovvero la sua School of Management) ha nel 2012 l’11° posto (su 79) tra le European Business School (quindi solo Europa); e per quanto riguarda il Full Time MBA (Master in Business Administration) è 40ª su 100 nel mondo (2012). Ma nel Ranking del The Economist per Full time MBA la Bocconi precipita al 70° posto su 100 università e nel Blomberg Businessweek Business Schools Ranking è 16ª su 19 scuole internazionali (ma non USA). E ciò anche a dimostrazione di come possono variare le valutazioni dei diversi ranking.

In conclusione la Bocconi non è affatto un faro di eccellenza internazionale ed in Italia, se si guardano le classifiche scorporate o il numero di pubblicazioni/citazioni delle singole discipline, vi è di molto meglio; però lo Stato sovvenziona i suoi studenti e la Bocconi non paga l’IMU. Insomma un ottimo esempio del capitalismo all’italiana, quello a cui Giavazzi è tanto affezionato: Libero Mercato sì ma finché si scherza.

(Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblica sul Fatto Quotidiano online)

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38 Comments

  1. Paolo Rossi says:

    Siete sempre troppo generosi. Perché parlare di “imprecisioni” di fronte a casi di malafede conclamata?Io ne ho piene le scatole di chi spara sentenze sull’ Università pubblica senza viverne i drammi, di chi parla ancora di Facoltà dimostrando di non aver nemmeno letto la Legge che ha tanto caldeggiato e di non aver partecipato a un organo collegiale negli ultimi due anni (come minimo), di economisti liberisti nella colonna del dare e statalisti in quella dell’avere, di Marie Antoniette che quando manca il pane propongono le brioches. Ce ne libereremo mai?

  2. Marinella Lorinczi says:

    Analisi e repliche come questa dimostrano, in maniera più che convincente , che per demolire un ragionamento affrettato, superficiale, fondato su luoghi comuni che compiacciono le aspettative dei destinatari, oppure costruito a partire da dati parziali appositamente selezionati, se non addiriturra falsi – ebbene, che contrastare e criticare un tale ragionamento richiede molto più tempo, energia e impegno intellettuale , per non parlare dell’etica professionale. Se poi il lavoro, successivamente decostruito, viene lanciato da una tribuna diciamo prestigiosa, anche se non è il termin esatto, come un quotidiano tipo CdS, che è al tempo stesso volatile, il danno è ancor maggiore e più difficile da arginare.

    Volevo dire due parole anche a proposito dell’Agenda Monti. Non credo si tratti semplicemente di far finta di non sapere , di essere reticenti o di non conoscere effettivamente cosa succede all’università o intorno ad essa. Credo invece che provenga da piu profonde convinzioni ideologico-economistiche chiaramente espresse in quel terribile articolo del prof. Monti degli inizi del 2011 da voi ricordato (in cui spicca il trio Gelmini o chi per lei, Marchionne, Berlusconi) . Le critiche espresse da chiunque, anche prestigioso, sulle politiche universitarie italiane gelminiano-montiane semplicemente non interessano: lasciamo parlare così si sfogano ( e perdono tempo) e nel frattempo andiamo avanti secondo i nostri intendimenti. Come infatti sta succedendo, e anche la mozione della Crui è una foglia di fico, tanto per non irritare troppo il proprio elettorato. Nella visione autoorganizzativa dell’economia e per estensione della società che possono o potrebbero avere o che addirittura hanno economisti come Giavazzi o Monti, persone come loro, la Fornero ecc., farebbero semplicemente parte dell’autoorganizzazione spontanea: se il mondo va in quella direzione, non è perchè interessi da loro rappresentati lo spingono in quella direzione, ma perchè le cose andrebbero così comunque. Chi critica o si oppone, invocando sperequazione, ingiustizia sociale, divario crescente tra ricchi e poveri in senso lato, deve essere in qualche modo marginalizzato (ignorandolo o ascoltandolo con cortesia per poi ugualmente ignorarlo, nel migliore dei casi).

  3. Paolo Rossi says:

    Non solo perche’ e’ Natale, ma anche a scanso di equivoci,avendo riletto ciò che ho scritto e notando un pericoloso riferimento a Maria Antonietta, chiarisco qui che ciò di cui sento il bisogno di liberarmi sono le idee sballate, non le persone che le propongono. Anche io ho molte idee sballate, anche se purtroppo a differenza di altri io non ho la possibilità di imporle per legge.

  4. Alesina e Giavazzi sono noti per il loro atteggiamento, francamente comune più che ai bocconiani agli economisti che definito il dover essere del mondo, cercano le prove per sostenerlo, al punto di tacciare la realtà di falso se non le trovano. Tuttavia, mi sembra che facciate lo stesso errore essendo impreciso confrontare il finanziamento per studente in Bocconi ricevuto dal Pubblico con le tasse pagate dagli studenti nelle università pubbliche. Dovreste confrontarlo con il FFO per studente nel pubblico. Credo che il ragionamento che fanno è che in generale il finanziamento pubblico all’università beneficia pochi a spese di molti (tassazione generale) e che non considerandolo (loro) un bene ad accesso necessario, si dovrebbe spostare sugli studenti un onere maggiore.

    • Nell’articolo non c’è un confronto, ma si indicano ordini di grandezza. Già scritto in altro commento, ma repetita iuvant: In media gli Atenei statali ricevono 3.784 euro per studente (FFO 2012: 6.833.151.697; studenti iscritti alle università statali nel 2011 1.805.679).

    • “in generale il finanziamento pubblico all’università beneficia pochi a spese di molti (tassazione generale)”
      Ma che ragionamento è questo????
      Allora siccome io non ho mai avuto bisogno dell’intervento della polizia … nessuno mi ha mai derubato … mi dovrei rifiutare di pagare la quota delle tasse che va alle forze dell’ordine? Chi non è mai andato in ospedale, non paga la quota della sanità , etc ..
      I professionisti formati dall’università e la ricerca condotta nei nostri laboratori è un “BENE COMUNE”, oltre che un servizio ai singoli.
      Al “BENE COMUNE” ci deve pensare lo Stato con la tassazione generale.

    • Confermo quanto già detto da Alberto: non è nostra intenzione fare un confronto ma dare un ordine di grandezza. Non abbiamo neanche affrontato il tema se sia o meno opportuno che lo Stato finanzi istituzioni private (“senza onerei per lo Stato….”). Abbiamo solo notato che non è vero che “la Bocconi non riceve sussidi pubblici”. Aggiungo che prendere la Bocconi come modello denota (ancora) la completa ignoranza di cosa sia la ricerca scientifica: se gli autori avessero mai messo piede dentro un laboratorio tecnico-scientifico si sarebbero poututi rendere conto che le tasse già alte degli studenti alla Bocconi dovrebbero essere moltiplicate almeno per 5 per pagare le strumentazioni scientifiche di un qualsivoglia dipartimento che non formi solo contabili o avvocati.

    • Grazie delle precisazioni, forse sarebbero utili nel testo, per non confrontare pere con mele.
      A Paolo mi sento di dire che è proprio l’ideologismo e il disprezzo delle opinioni diverse dalle proprie che rende impossibile il confronto e fa vincere l’approssimazione. In democrazia difendo l’idea che una persona possa ritenere che l’università non sia un bene pubblico. Ed è un ragionamento, non diverso da quello che lui fa. Aggiungo che se il sistema universitario produce un bene pubblico, allora dovrebbe essere legittimo misurare quanto l’orientamento delle sue attività sia coerente con l’obiettivo assegnato e non con i (legittimi) obiettivi degli erogatori.

    • Aggiungo che mi suona un po’ complessa la linearità dell’affermazione di Francesco. Abbiamo assodato che gli Atenei pubblici ricevono 3784 euro per studente, ai quali si aggiungono circa 1400 euro di tasse per un totale di 5200 euro circa. Ora Francesco sostiene: “le tasse già alte degli studenti alla Bocconi dovrebbero essere moltiplicate almeno per 5 per pagare le strumentazioni scientifiche di un qualsivoglia dipartimento che non formi solo contabili o avvocati.” Al di là del fatto che non trovo corretto derubricare gli studenti in Bocconi come contabili o avvocati (quanta spocchia in questa affermazione e quanto disprezzo che personalmente trovo poco edificante per un cosiddetto ricercatore e docente, ma tant’è), non capisco come 5200 euro possano finanziare i laboratori. Io capisco la rabbia e capisco anche che Alesina e Giavazzi sono degli incompetenti, come ho spesso sostenuto. A me, tuttavia, le affermazioni tanto per dire danno comunque fastidio, anche quelle che potrei condividere. E aggiungo che non fanno un gran bel servizio alla presunta linearità logica di chi fa il docente. Saluti

    • Ah, poiché non vorrei sembrare anonimo. Mi chiamo Luca Solari e sono anch’io un docente. Laureato (come contabile?) in Bocconi e operante nell’università pubblica.

  5. L’unico caso europeo che io conosca di università privata con orientamento scientifico e laboratori è la Jacobs University a Brema in Germania (http://www.jacobs-university.de/). Nel 2006, l’allora International University Bremen ricevette una donazione di 250 milioni di dollari dal magnate del caffè Jacobs. Senza questa donazione sarebbe fallita. La storia si può leggere sul NYT (http://www.nytimes.com/2006/11/08/education/08germany.html?_r=0) dove si apprende anche che parte del denaro per partire giunse dal governo di Brema.

  6. alessandro bellavista says:

    Pregherei la redazione di inviare questo pezzo eccellente a un gruppo significativo dei vari pseudopolitici candidati alle elezioni nazionali. Cosi imparano qualcosa.

  7. @Isolari

    E’ straordinario come si possa passare dal tacciare gli altri di fare del”l’ideologismo e del “disprezzo delle opinioni diverse dalle proprie”

    e poi dire

    “Alesina e Giavazzi sono degli incompetenti, come ho spesso sostenuto. A me, tuttavia, le affermazioni tanto per dire danno comunque fastidio, anche quelle che potrei condividere. E aggiungo che non fanno un gran bel servizio alla presunta linearità logica di chi fa il docente.”

    Questa cosa è? Linearità o Spocchia???

    Cordialmente

    • credo sia comprensione dell’italiano, cosa di cui forse si difetta, assieme, evidentemente, alla comprensione dell’economia. e la mia risposta è certamente spocchia, letta da chi ignora. è irritazione, invece scritta da chi si confronta con l’ottusità e la non volontà di uscire dai propri paraocchi.
      tanti saluti, comunque cordiali e buona continuazione di non-dibattito (tale è la reiterata affermazione di un’unica verità, a prescindere che mi sembra non sia un vizio solo dei ‘bocconiani’, ma abbia radici diffuse…)

  8. Se l’Università non è un Bene Comune, allora cosa è?

    • ad esempio da qualcuno potrebbe essere considerata un bene di club, legittimamente.
      l’economia non è solo contabilità

  9. A me sembra che i docenti di economia siano (che sia colpa di Monti e Tremonti?) tutti un po’ Montati.

  10. indrani maitravaruni says:

    L’università un bene di club? In che senso questa visione produce risultati esplicitamente migliori rispetto all’idea di considerare l’università un bene pubblico?

  11. Uno dei problemi che gli economisti come Andrea Ichino dovranno affrontare per mettere a punto il programma di far pagare i costi dell’università a chi ne beneficia è quello, cui ha accennato Francesco Sylos Labini, dei diversi costi degli studi universitari. Un’analisi approssimativa si può fare confrontando il rapporto studenti/docenti nelle diverse facoltà. Questo è, ad esempio, 14,3 nella facoltà di medicina e 59,6 nella facoltà di giurisprudenza. Ho contato i docenti di ruolo, compresi i ricercatori, e tutti gli studenti, compresi quelli delle lauree in discipline infermieristiche. Ho contato solo le università statali. I dati sono ricavati dal sito dell’ufficio statistico del miur e si riferiscono al 2010 e 2011 (per i docenti). A occhio e croce, nelle attuali università statali, lo studente di giurisprudenza costa un quarto di uno studente di medicina. Sempre a occhio e croce se gli studenti di giurisprudenza pagassero in media 1000 euro l’anno di tasse arriverebbero a coprire gli stipendi dei loro docenti. Ovviamente non sto parlando di una distribuzione ottimale del personale docente, ma della situazione che si presenta oggi nell’università italiana. Infatti,ad esempio, ritengo che parte dello stipendio dei professori di medicina dovrebbe essere a carico del servizio sanitario nazionale. Ma possiamo intervenire solo sull’università che esiste non su quella che vorremmo avere. Nella situazione attuale alzare le tasse universitarie per tutti, indipendentemente dal costo dell’istruzione non sembra giusto. Ma avrebbe senso far pagare allo studente di medicina in proporzione a quanto costa la sua istruzione? Ricordiamo a questo punto che lo stipendio iniziale netto di un medico ospedaliero a tempo pieno è di circa 2.500 euro al mese. Decisamente inferiore è lo stipendio di un infermiere o di un tecnico di laboratorio medico. Ha senso che medici ed infermieri, con questi stipendi, paghino (subito se sono “ricchi”, successivamente, restituendo un prestito, se sono “poveri”) le spese per la loro istruzione?
    Altri problemi saranno posti non solo dai corsi di laurea per maestri o per insegnanti, per i quali la società si trova in una posizione quasi monopsonica, ma anche per i corsi di laurea in discipine scientifiche, comela fisica. A rigore il costo di un corso di laurea in fisica impartito da docenti attivi nella ricerca dovrebbe comprendere anche i costi del finanziamento della ricerca dei docenti che non passa attraverso i bilanci universitari, compreso il finanziamento degli esperimenti del CERN cui partecipano docenti italiani. In definitiva io sono convinto che quando economisti in buona fede come Ichino e Giavazzi si confronteranno con l’applicazione pratica delle loro idee (o ideologie?) finiranno per trovarsi d’accordo con Francesco Sylos Labini.

  12. ” ritengo che parte dello stipendio dei professori di medicina dovrebbe essere a carico del servizio sanitario nazionale.”
    I docenti di discipline cliniche a medicina hanno già una parte dello stipendio pagata dal SSN … ovviamente in più rispetto allo stipendio da prof universitario.

    “Un’analisi approssimativa si può fare confrontando il rapporto studenti/docenti nelle diverse facoltà. Questo è, ad esempio, 14,3 nella facoltà di medicina e 59,6 nella facoltà di giurisprudenza.”

    L’analisi è molto approssimativa poichè i docenti delle discipline di base (non cliniche) a medicina sono in media 1/3 dei docenti clinici … e le discipline di base ci sono in quasi tutti i corsi di laurea della ex facoltà di medicina, mentre le discipline cliniche non tutte sono coinvolte nei vari corsi … per esempio anatomia c’è in tutti i corsi, cardiologia non c’è nei corsi di tecnici di radiologia e/o riabilitazione etcc…Quindi il rapporto, di cui sopra, diminuisce per i clinici (pagati anche dal SSN) e aumenta per i non-clinici.
    Buon Anno

    • Non vedo come la distinzione tra docenti “clinici” e non clinici influenzi il rapporto studenti/docenti. Certamente il rapporto studenti/docenti non è un indicatore completo del costo dell’istruzione. Ad esempio non si contano in questo modo i laboratori ed altre costose attrezzature. Ma non è plausibile che la differenza di costi tra l’istruzione universitaria di uno studente di giurisprudenza e uno studente di medicina diminuisca se si contano anche laboratori e attrezzature. Come lei dice l’indennità corrisposta dal ssn è in aggiunta allo stipendio come docente universitario. Essa non dovrebbe gravare sul FFO ed è per questo che non l’ho nemmeno menzionata. Infine mi piacerebbe capire quale è la sua fonte del dato concernente la proporzione tra docenti clinici e docenti delle materie di base.

  13. Se ci sono 300 studenti e 30 docenti clinici il rapporto è 10. Lo stesso numero di studenti o magari un numero molto maggiore (cdl in cui ci sono quasi tutti quelli di base e pochi clinici) è stato seguito da 15 docenti di base: il rapporto in questo caso è almeno 20. Chiaro?

    La mia fonte sul rapporto 66/33 (2/1, sorry) è poco attendibile, ma non credo che si discosti molto dalla realtà. Mi sono basato su tre realtà che conosco.

    OT:
    dal sito MIUR:
    Corso di laurea in Medicina e Chirurgia in lingua inglese
    Fissata al 15 aprile 2013 la data della prova di ammissione per l’a.a 2013-14.
    Qualcuno sa cosa sono?

  14. Guido Abbattista says:

    Solo una richiesta di chiarimento ai due autori dell’articolo. Ho controllato l’Academic Ranking of World Universities in Economics / Business – 2012 (http://www.shanghairanking.com/SubjectEcoBus2012.html) e ho trovato che la Bocconi figura nel terzo quartile, Bologna nel quarto, di un ranking di 200 top università mondiali in Economics/Business dove ci sono sol oqueste due università italiane. C’è qualche variabile che mi sfugge oppure la performance non è poi così disprezzabile ?

    • A parte il fatto che – per sofisticare un po’ – l’essere al terzo o quarto quartile dice molto poco (in quanto potrebbe essere la Bocconi al 150° posto e Bologna al 151°), il problema che noi abbiamo sollevato non è che la Bocconi in campo economico (e in CERTI sottosettori, come i master ecc.) non si collochi in buona posizione (abbiamo anche dato una tabella in merito), ma che vi sono anche altre università statali che per altre discipline si piazzano anche abbastanza bene. La Bocconi, per essere una università specializzata (sostanzialmente in due settori: economia e giurisprudenza) non occupa nei ranking internazionali quei posti di “eccellenza” che le si attribuiscono (tranne, ripeto in alcuni sottosettori molto specifici; ed è assente in giurisprudenza). E ciò facendo sempre la tara a questi sistemi di classificazione, perchè, ad es. si potrebbe citare questo http://ideas.repec.org/top/top.econdept.html, concernente i dipartimenti di economia, dove la Bocconi viene addirittura dopo Roma Tor Vergata, Bologna, European University Institute di Firenze, Milano, Padova, Cattolica, Ca’ Foscari, LUISS, Modena e Reggio Emilia, Torino e infine, al 217° posto lei, la Eccellente. E ciò per dire che non è mica così facile emettere giudizi categorici, come fatto da A&G.

    • Per tornare al discorso generale su queste classifiche, vorrei far notare anche il punteggio e non solo il ranking. Sapendo come è costruito l’indicatore (somme di sottoindicatori più o meno vaghi da un punto di vista di definzione quantitativa, il tutto normalizzato a 100) ad esempio tra il primo e il decimo posto c’è una differenza di 35 punti (35%), mentre tra il 40esimo e il 50posto di 2,6 punti. Oltre il punteggio non è riportato, ma già da questo esempio si può agevolmente concludere che la differenza tra la posizione 100 e 200 è di qualche frazione di punto il che rende queste classifiche dei ridicoli spauracchi per gabbare gli ignoranti.

    • nickname90 says:

      Il motivo per cui il dipartimento di Economia della Bocconi risulta così in basso in classifica è perchè gran parte delle sue ricerca viene effettuata dall’IGIER, che si classifica ad un dignitoso 76 posto a livello mondiale, secondo in Italia solo alla Banca d’Italia. http://ideas.repec.org/top/top.inst.all10.html (PS uso IDEAS perché viene usato come metro di giudizio dagli autori dell’articolo).
      Per quanto riguarda il Prof. Alesina sempre IDEAS colloga il dipartimento il dipartimento d Economia di Harvard al 1 posto e lui stesso viene considerato tra i primi 30 economisti più influenti al mondo.
      Ma che volete ne capiscano gli americani, no??

    • Wow ! Tra i primi trenta al mondo: e chi lo avrebbe mai detto. Comunque certo con la classifica giusta e una bella spiegazione a posteriori tutti arrivano primo.

    • nickname90 says:

      Ha perfettamente ragione. Allora anche le vostre classifiche non sono neutrali e limpide?

      Usiamo un metodo empirico: A&G insegnano anche ad Harvard e MIT (Giavazzi è visiting professor, vero, prima di una sua critica). Il controllo sulla qualità degli autori quindi direi che è già stato fatto.

      Secondo: il fatto che l’università in Italia non funzioni è sotto gli occhi di tutti. Eppure i pochi modelli che (IMHO) sembrano funzionare vengono attaccati duramente. Inutile negarlo in Italia funzionano bene: i politecnici, Milano e Torino in primis,le scuole Superiori (Normale e Sant’Anna), qualche università al Nord (per intenderci Torino, Milano e Bologna) e qualche specialità scientifica (i.e. Trieste). In più ci sono Bocconi, LUISS e San Raffaele, che risultano ai primi posti (Fonte: Sole24Ore). La qualità la si deduce anche dal fatto che mentre molti si spostano dal resto d’Italia per venire a Milano a studiare mentre credo nessuno vada da Milano a studiare a Bari, giusto per scegliere un esempio a caso
      Piuttosto di attaccare quel poco che funziona proponete qualcosa.

      Cordiali saluti

    • Beato lei che sa tutte queste cose, senza nessuna incertezza. Perché lo dice il sole24 ore. E perché a Milano vengono a studiare molti fuori sede.
      Se ha la pazienza di leggere sul sito troverà la risposta standard che diamo a chi dice che dobbiamo proporre qualcosa.
      Le proposte ci sono sul sito. Basta leggere.

    • E UNIPD dove la mettiamo.

      Propongo che tutte le universita italiane siano come UNIPD. Ma con molte piu mense e meno studenti. 70 mila studenti per Padova (che ha 200 mila residenti) sono a mio avviso troppi.

  15. Guido Abbattista says:

    Ok, la performance non è poi così disprezzabile.

  16. Pingback: Le imprecisioni di Alesina e Giavazzi

  17. Nicola Laurenti says:

    @nickname90: “Eppure i pochi modelli che (IMHO) sembrano funzionare vengono attaccati duramente.”
    In realta`, nessuno si sognerebbe di attaccare l’allenatore del Milan se presentasse i successi ottenuti negli ultimi anni dalla sua squadra. Ma se lo stesso allenatore basandosi su questi successi pretendesse (o chiedesse alla Federazione Calcio) di imporre i propri metodi di preparazione e di allenamento anche alla Roma, al Napoli e alla Juventus, qualcuno si potrebbe (legittimamente) risentire. E qualcun altro comincerebbe a fare le pulci alle vanterie dell’allenatore, e potrebbe osservare che in fondo il Milan attualmente e` a meta` classifica, che ha subito piu` gol del Livorno, che non va tanto bene neanche in Champions League, che forse qualche vittoria passata e` arriva grazie ad un abitraggio favorevole, e cosi` via… Mi sembra del tutto ovvio che con la loro proposta Alesibna e giavazzi abbiano esposto la loro istituzione a qNon ho letto di attacchi alle Universita` di Bologna o alla Statale di Milano…

    • Nicola Laurenti says:

      manca una riga : “Alesina e Giavazzi abbiano esposto la loro istituzione a questo tipo di critiche (e al sarcasmo di Luca Salasnich).”

    • nickname90 says:

      Capisco perfettamente. Teniamo conto che gli editoriali vengono talvolta commissionati su certi argomenti. Per usare la sua metafora del Milan, se lei chiedesse a Galliani di indicare un modello di squadra vincente e la risposta fosse “il Milan” non ci sarebbe niente da stupirsi e niente di straordinario se indacasse come squadre minori il Sassuolo o il Chievo.
      Quello che mi dispiace è che, invece di rispondere dicendo il Milan è una schifezza di squadra, non si spieghi perché il modello milan non vada bene per altre squadre e perché in passato solo il Milan abbia vinto in Europa, nonostante altre squadre spendessero così tanto

      PS: per prevenire commenti ironici, mi rendo conto che la realtà dell’università italiana sia molto più complessa di questa stupida metafora.

  18. Pingback: Presidente, grazie per il “serie B” | il blog di Davide Montanaro

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