Difficile, nella tragica emergenza di persone che muoiono e di ospedali che scoppiano, ragionare a mente lucida sulle cause e soprattutto tentare pronostici sul futuro, che appare incerto e minaccioso. Ma è proprio questa esperienza inaudita che ci spinge a tornare con forza sulle questioni sollevate dall’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro*, ormai forte del consenso di circa 1400 firmatari. Oggi, si levano forti le voci per un’inversione radicale delle strategie economiche. Non mancano però vari segnali preoccupanti. Alla luce di tutto questo, come promotori dell’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro, rivolgiamo queste richieste al Presidente Conte, al Ministro Manfredi e a tutti i vertici istituzionali del comparto università e ricerca: 1. Sospendere immediatamente l’esercizio della VQR, che nelle condizioni attuali comporterebbe un insensato dispendio organizzativo e un aggravio insostenibile per docenti e tecnici-amministrativi; 2. Considerare la didattica a distanza un’opzione del tutto eccezionale per far fronte all’emergenza in corso, che si potrà sfruttare per migliorare la qualità dell’insegnamento ma senza forzature o frettolose fughe in avanti. 3. Allineare l’Italia alle pratiche di scienza aperta già presenti in Europa, ovvero: a) Approvare la proposta di legge Gallo; b) Promuovere e finanziare lo sviluppo di piattaforme teledidattiche basate su software libero, sullo sviluppo di competenze informatiche locali e sulla custodia attenta dei dati di studenti e docenti.

*L’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro ha superato le 1400 firme.
È ancora possibile aderirvi scrivendo a sapereperilfuturo@gmail.com, con l’indicazione dell’istituzione di appartenenza.

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Lettera aperta

al presidente del Consiglio prof. Giuseppe Conte
al ministro dell’università e della ricerca prof. Gaetano Manfredi
alla ministra dell’istruzione on. Lucia Azzolina.

Stiamo vivendo una situazione senza precedenti almeno dal secondo dopoguerra, che mette a rischio non solo la nostra salute personale ma anche l’assetto economico, giuridico e culturale della nostra forma di vita. Difficile, nella tragica emergenza di persone che muoiono e di ospedali che scoppiano, ragionare a mente lucida sulle cause, affrontare i mille problemi di ogni giorno e soprattutto tentare pronostici sul futuro, che appare incerto e minaccioso. Ma è proprio questa esperienza inaudita che ci spinge a tornare con forza sulle questioni sollevate dall’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro*, ormai forte del consenso di circa 1400 firmatari, che tra le diverse azioni in programma vede l’organizzazione di un controvertice in occasione della 2020 EHEA Ministerial Conference, snodo del programmatico monitoraggio del Processo di Bologna, prevista per il 23-25 giugno a Roma e rinviata al 18-20 novembre a causa dell’emergenza sanitaria.

In queste settimane l’insostenibilità delle politiche europee di stampo neoliberale si è imposta in maniera drammatica. Decenni di tagli finanziari, privatizzazioni rapaci, attacchi convergenti ai beni comuni hanno reso ancora più difficili le ore che stiamo vivendo. Solo sforzi mai visti del personale sanitario hanno limitato i danni di un miope, sistematico e capillare definanziamento della sanità pubblica, parallelo a quello di altri settori altrettanto vitali per lo sviluppo civile e democratico del Paese: istruzione, università e ricerca. Si pensi solo alla carenza di medici dovuta alla scelta di imporre (e a quanto pare di conservare: http://www.andu-universita.it/2020/03/17/abolizione/) il numero chiuso a medicina, invece di adeguare il numero dei docenti a un’esigenza evidentemente cruciale. Oggi più che mai serve un drastico mutamento di rotta.

“Niente sarà più come prima”, ripetono tante voci in questi giorni, con una formula ormai triturata dalla grande macchina del senso comune. Ma tutto dipenderà dalla direzione in cui ci muoveremo. Se non avremo la forza di aprire subito una fase radicalmente nuova, mettendo in discussione i dogmi, le strategie e le narrazioni egemoni del nostro tempo, i danni di una politica che assoggetta la conoscenza all’economia rischiano di diventare irreversibili. Con un paradosso solo apparente, la trasformazione della conoscenza in asset produttivo, nel quadro dell’«economia più competitiva e dinamica al mondo» (così la strategia di Lisbona, poi Europe 2020), ha finito infatti per svilire la conoscenza stessa, asservita a logiche concorrenziali e all’unica razionalità riconosciuta come tale: il mercato. Lo attesta la convergenza tra vertici accademici e industriali (determinante in Europa il peso della European Roundtable of Industrialists, ma esemplari da noi i vari protocolli d’intesa Crui-Confindustria, Cnr-Confindustria ecc.) e più in generale un assetto ideologico che ha distrutto le logiche interne ai vari saperi, l’uso pubblico della ragione che è proprio della scienza e l’idea stessa di comunità di pari, legittimando una «alleanza oligarchica tra scienza e ricchezza» (Rancière 2005) che spezza il patto fiduciario tra cittadini e conoscenza. È questo patto che oggi dobbiamo ricostruire. Ne va della tenuta democratica di un intero Paese, minacciata non solo dalle cosiddette democrazie illiberali ma anche da forme più subdole e capillari di erosione dei diritti e di controllo della conoscenza, nel quadro del cosiddetto capitalismo della sorveglianza.

Oggi, in un mondo che sta rivelando la sua drammatica fragilità, si levano forti le voci per un’inversione radicale delle strategie economiche, fuori dalla stretta delle politiche di bilancio europee e per un nuovo welfare universalistico, con un investimento pubblico che garantisca la tenuta del sistema, a vantaggio del bene comune. Non mancano però vari segnali preoccupanti, che l’emergenza in corso rende ancora più evidenti:

  1. Nell’orizzonte autoreferenziale del governo dell’università, lascia sgomenti l’ottusa cecità con cui si manda avanti un’impresa controversa e dispendiosa come la nuova VQR scelta sensata solo per chi crede fideisticamente alla valutazione come a «un valore in sé», o, ancor peggio, si adegua alla superfetazione di un ordinamento amministrativo (così in una recente intervista il presidente dell’Anvur) che viola sistematicamente sia la libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento, sia la riserva di legge prevista dall’articolo 33 della Costituzione, per cui appunto, con buona pace della responsabilità e della sua etica, fiat justitia etsi pereat mundus.
  2. In questi giorni preoccupa anche l’opportunismo – e a tratti il cinismo – con cui vertici istituzionali e portatori di interessi prendono posizione sulla didattica a distanza, che docenti di ogni ordine e grado stanno praticando con straordinaria generosità, dedizione e competenza, nel tentativo di garantire agli studenti il diritto al sapere sancito dalla Costituzione. Il rischio è che una prassi imposta da ragioni di forza maggiore venga giudicata con ingenuo entusiasmo o, peggio, trasformata in una sorta di sperimentazione forzata, dietro la quale traspaiono finalità del tutto estrinseche ai diritti degli studenti e alle funzioni didattiche dei docenti. Da un lato l’acritica celebrazione di pratiche e tecnologie «innovative», dall’altro l’ennesima valorizzazione in termini economici di beni comuni come la scienza e l’istruzione. È facile prevedere, infatti, che la didattica a distanza possa diventare il nuovo business di quelle corporation tecnocratiche che sono ormai le nostre università, magari con un doppio canale che scaverà ulteriormente il solco delle diseguaglianze sociali: da un lato lezioni in presenza riservate a studenti privilegiati, in grado di pagarsi un corso fuori sede, dall’altro corsi online destinati a studenti confinati dietro uno schermo, che pagano ugualmente le tasse ma che non gravano su strutture e costi di gestione, con tutti i limiti di un apprendimento di bassa qualità evidenziati anche a livello internazionale (https://www.universityworldnews.com/post.php?story=20190207110446568). Ancora una volta, peraltro, i costi dell’operazione verrebbero scaricati soprattutto sul personale universitario, costretto a improvvisare competenze e a svolgere mansioni che comportano un notevole aggravio in termini di tempo lavorativo, come tanti docenti stanno sperimentando in questi giorni. Se insomma le risorse tecnologiche vanno accolte con sguardo laico e flessibilità operativa, senza alcuna chiusura pregiudiziale, è ovvio che la teledidattica, utilissima in condizioni di emergenza, non potrà né dovrà sostituire l’insegnamento basato sull’interazione faccia a faccia e l’idea stessa di universitas in quanto luogo fisico e umano, luogo politico di incontro, dialogo e anche conflitto, dove soggetti in carne e ossa non si limitano a trasferire competenze ma mettono a confronto idee, modelli di sapere e visioni del mondo.
  3. D’altra parte, gli improvvidi entusiasmi (o gli occhiuti calcoli) sulla didattica a distanza nascondono il fatto che molti di questi insegnamenti, salvo eccezioni (https://poliflash.polito.it/in_ateneo/il_politecnico_digitale_al_via_con_successo_la_didattica_online), sono affidati a sistemi proprietari in mano a multinazionali come Google e Microsoft e a datacenter esteri, con una leggerezza forse giustificabile per l’urgenza ma comunque preoccupante, non solo perché la funzione didattica, come quella giudiziaria (http://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/2020-March/017007.html), maneggia dati sensibili, ma soprattutto perché chi possiede i nostri dati e costruisce il nostro ambiente di lavoro ha anche il potere di determinare le nostre scelte (si veda, a proposito di oligopolisti ben meno potenti di Google e Microsoft, un’analisi di SPARC, Scholarly Publishing and Academic Resources Coalition: https://sparcopen.org/our-work/landscape-analysis/). È una questione cruciale che investe tutto il mondo della scienza e della ricerca. Si dice che la valutazione di Stato sia un modo per giustificare la spesa pubblica agli occhi del contribuente, come se il contribuente avesse bisogno di inaffidabili e oscure classifiche basate su costosi dati proprietari in mano a oligopolisti dell’editoria in conflitto di interessi (Scopus di Elsevier) o a fondi di investimento e banche d’affari (Clarivate Analytics, meglio nota come ISI). Perfino l’autoritaria Cina ha preso atto che la valutazione di Stato, fondata sul Journal Impact Factor smerciato dall’ex ISI, favoriva gli interessi di ricerca del mondo anglosassone e rallentava la diffusione del sapere in tempi in cui la sua pubblicità è più urgente che mai (https://twitter.com/Alea_LdSR/status/1231872684654551040). Nel frattempo, per l’emergenza Covid-19,  si moltiplicano gli appelli a rendere la letteratura scientifica accessibile (si veda solo la dichiarazione della International Coalition of Library Consortia, firmata, in Italia, dal professor Stefano Ruffo, coordinatore della Commissione Biblioteche della CRUI: https://icolc.net/statement/statement-global-covid-19-pandemic-and-its-impact-library-services-and-resources). È questa dunque l’occasione per riflettere  sulla sanità di un modello di «pubblicazione» mercantile che privatizza i nostri testi, rendendone la lettura sproporzionatamente costosa, e sull’ipocrisia di aprirli solo in occasione di epidemie che colpiscono anche la parte ricca del mondo (https://punctumbooks.pubpub.org/pub/viral-open-access-global-pandemic-covid-19-corona/branch/1). La via costituzionale per pagare il nostro debito verso il contribuente è infatti molto semplice: non togliere, ma dare più libertà ai ricercatori; e dunque rendere accessibile a tutti il nostro lavoro. In Senato, presso la commissione 7, è arenata una proposta di legge firmata dal deputato Gallo che riconosce agli autori scientifici italiani, sia pure con alcuni limiti, il diritto, paragonabile a quello già goduto dai ricercatori francesi, tedeschi, belgi e olandesi, di mettere gratuitamente a disposizione del pubblico il loro lavoro anche edito, trascorso un periodo di tempo non superiore a un anno.

Alla luce di tutto questo, in forza del consenso ricevuto da tanti colleghi, come promotori dell’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro rivolgiamo queste richieste al Presidente Conte, al Ministro Manfredi e a tutti i vertici istituzionali del comparto università e ricerca:

  1. Aprire un dibattito pubblico e sospendere immediatamente l’esercizio della VQR, che nelle condizioni attuali, con tante università chiuse, il personale isolato e anche le amministrazioni ormai dislocate in telelavoro, comporterebbe un insensato dispendio organizzativo e un aggravio insostenibile per docenti e tecnici-amministrativi, impegnati su tutti i fronti per garantire comunque il funzionamento dell’università;
  2. Considerare la didattica a distanza un’opzione del tutto eccezionale per far fronte all’emergenza in corso, che si potrà sfruttare per migliorare la qualità dell’insegnamento ma senza forzature o frettolose fughe in avanti. In questi giorni molti interventi su giornali, blog o riviste online testimoniano un grande interesse per la questione, che non dovrà essere affrontata con le soluzioni opache e verticistiche a cui purtroppo ci siamo abituati ma con un coinvolgimento ampio e partecipato di tutta la comunità universitaria, vista nella sua complessità, eterogeneità e compresenza di prospettive diverse, che devono essere raccolte e valorizzate. Sottolineare certi rischi non significa rifiutare con piglio apocalittico l’innovazione tecnologica ma subordinarla alle priorità inderogabili della didattica: dunque utilizzarla con profitto, sensibilità e intelligenza ma in forma rigorosamente sussidiaria rispetto all’insegnamento in presenza, che deve rimanere la norma e non diventare un privilegio.
  3. Allineare l’Italia alle pratiche di scienza aperta già presenti in Europa e nei principali Paesi europei, e dunque nell’immediato: a) Approvare senza ulteriori indugi la proposta di legge Gallo, a dispetto dei suoi limiti, con il proposito di estenderla alle monografie finanziate con fondi pubblici e di riconoscere all’autore la libertà di sottoporre il testo a licenze copyleft; b) Promuovere e finanziare lo sviluppo di piattaforme teledidattiche basate su software libero, sullo sviluppo di competenze informatiche locali e sulla custodia attenta dei dati di studenti e docenti.

Convinti della bontà di queste istanze, ribadiamo con forza la nostra idea di un’università pubblica, aperta e plurale, di una scienza libera fondata sull’uso pubblico della ragione e di una società che garantisca pienamente, di diritto e di fatto, il rispetto degli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione.

27 marzo 2020.

I promotori dell’appello:

Valeria Pinto

Davide Borrelli

Maria Chiara Pievatolo

Federico Bertoni

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18 Commenti

  1. Condivido in toto. La teledidattica potrebbe trasformarci ancora di più in ‘attori’, ‘intrattenitori”, mentre il professore è altro. Segnalo che gli studenti cercano insistentemente il dialogo. E’ bello, ma dà il senso di quanto anche ad essi manchi vedersi tutti insieme e discutere. Personalmente, vedrei le lezioni in teledidattica integrative rispetto a quelle tradizionali, quando qualcosa non si è potuto spiegare a fondo, o quando domande degli studenti rendono necessario espandere un argomento. Oppure in teledidattica le lectures, in cui si suppone gli studenti non debbano intervenire, mentre invece appuntamenti seminariali in presenza quando hanno letto i testi assegnati e maturato una loro visione del tema/argomento/problema.

  2. Sto cercando, come tutti noi, di rendere quanto più vive e interattive le lezioni telematiche ma più passano i giorni più sento la povertà di questo modo di comunicare, di queste lezioni sospese nel gelo del virtuale.
    Insegnare non vuol dire trasmettere soltanto dati, informazioni, conoscenze, immagini, schemi.
    Insegnare significa scambiare con gli studenti domande, sguardi, gesti.
    Insegnare significa corpimente che condividono lo spaziotempo per crescere insieme.
    Sono un docente, non un autore di documentari. Per fortuna la piattaforma che stiamo utilizzando a Unict (pur assai poco amichevole e anzi confusa), permette di
    dare voce agli studenti in audiovideo e per iscritto.
    Ma insegnare è un’altra cosa.
    Spero che torneremo presto nelle nostre aule.

  3. L’emergenza Covid-19 tocca i ricercatori in modo diverso a seconda della loro collocazione nella gerarchia accademica. Quanto per i docenti di ruolo comporta un ulteriore inasprimento delle condizioni di lavoro, che difficilmente sarà riconosciuto secondo i criteri imposti dalla valutazione di stato, ha conseguenze ben peggiori per l’ormai intollerabilmente ampia fascia di precari su cui si reggono l’università e la ricerca italiana. Per loro la proletarizzazione è molto più di un’eventualità teorica: per chi, in condizioni di assoluta dipendenza, deve sopravvivere passando da un contratto a tempo determinato a un altro, il congelamento delle procedure di selezione di ricercatori e assegnisti dovuto all’epidemia comporta, a breve termine, disoccupazione, e, a medio e lungo termine, la prospettiva di concorsi che esacerberanno una guerra fra poveri ancora più crudele e insensata, perché essenzialmente dovuta al costante e sistematico sottofinanziamento di università, ricerca ed istruzione.

    Nessuno nega che, prima di entrare nei ruoli, i ricercatori giovani abbiano necessità di un tempo di apprendimento e di prova. Un lungo periodo di precarietà, però, sottomette i ricercatori a forme più o meno esplicite di servitù accademica e incide sulla qualità del loro stesso lavoro – in un mondo in cui l’indipendenza della ricerca, come ha mostrato il ritardo cinese nell’ammettere un rischio epidemico di cui tutti noi stiamo subendo le conseguenze – dovrebbe avere un valore paragonabile a quello dell’autonomia del potere giudiziario. È dunque indispensabile, quando la crisi Covid-19 si attenuerà, affrontare questo problema non episodicamente, bensì sistematicamente.

    Nel frattempo però le università e gli enti di ricerca, con il pieno sostegno dello stato, dovrebbero adottare soluzioni di emergenza – quali la proroga dei contratti precari e altre analoghe misure richieste dall’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani. Non possiamo più permetterci un’università di schiavi.

    • Questo commento, anche se risulta materialmente scritto da me, è stato concepito e condiviso da tutti gli estensori della lettera aperta. Lo preciso perché avevo distrattamente dato questo aspetto per scontato.

  4. Una voce fuori dal coro.
    Secondo me la teledidattica dovrà essere fornita anche in futuro, contemporaneamente alla lezione in aula (i.e, mentre il docente è in aula e insegna, è visibile anche on-line dove può interagire in chat con gli studenti in remoto, e dal vivo con quelli in aula). Tale lezione potrebbe poi essere resa disponibile in quanto registrata per gli iscritti del corso.
    Questo ha molti vantaggi, in particolare per gli studenti che volessero seguire la lezione on-line :
    – il non dover assistere a lezioni in aule inadeguate per spazi e sicurezza
    – il non dover correre da una aula all’altra nel quarto d’ora accademico
    – il poter rivedere il contenuto delle lezioni da remoto

    Purtroppo o per fortuna, niente sarà come prima dopo questa pandemia…non si può tornare indietro, anche perchè chissà per quanti mesi questa situazione continuerà. Dopo la riapertura (lenta), ci saranno per molti mesi divieti di assembramento sopra un certo numero di persone per eventi in luoghi chiusi… come si può pensare di fare lezione in aule con 150-200 studenti provenienti come prima da tutta Itala? Vuol dire porre le basi per un contagio di ritorno su base nazionale, occorre essere realistici per prepararsi al meglio alla nuova situazione.

    Inoltre, guardando al futuro tra 10 anni, visto che l’Università pubblica è una, perchè non pensare ad un sistema di rete, per cui lo studente può stare a casa sua, seguire i corsi che vuole per quello specifico corso di studio, anche se erogati da Università diverse, scegliendo in base alle sue aspettative professionali, orario, e (perchè no) alle abilità del docente, evitando trasferimenti e costi associati alla vita fuori sede? La convivialità studentesca può estrinsecarsi lo stesso, nel proprio paese…

    Per cambiare ci vuole coraggio, lasciare i propri centri di potere sicuri, e incamminarsi su rotte sconosciute. Forse è arrivato il momento di provarci.

    • È da una vita che faccio anche teledidattica, sia tramite ipertesti sotto licenza Creative Commons da sempre accessibili a tutti (e che preparo senza il sostegno di nessun tecnico), sia tramite la piattaforma Moodle. In questo secondo caso alla fine delle lezioni apro le pagine del corso anche agli ospiti. Insegnando in una facoltà frequentata da studenti lavoratori, sono consapevole di quanto può essere d’aiuto la teledidattica. Non capisco dunque bene che significhi “lasciare i propri centri di potere sicuri, e incamminarsi su rotte sconosciute”.

      La mia esperienza, però, mi ha anche insegnato che la teledidattica non sostituisce la didattica, sia dal lato di chi insegna, sia dal lato di chi studia. Chi spiega, di volta in volta, può adattare la lezione rispondendo non solo ai messaggi verbali, ma anche agli insostituibili messaggi non verbali che gli mandano gli studenti; chi studia, in virtù dell’appuntamento fisso e della presenza dei compagni, è vincolato a una disciplina che, da solo davanti a uno schermo, è difficile praticare. Non a caso, qualche anno fa si parlava dei MOOC come la rivoluzione prossima ventura. Ora se ne parla molto meno (si veda il link all’articolo di “University World News” incluso nel testo della lettera) perché, fra l’altro, si è scoperto che solo una percentuale bassissima di studenti riesce a completare il corso. Ma in Italia, a quanto pare, si è sempre una guerra indietro.

      L’emergenza, poi, ha indotto a commettere la leggerezza di ricorrere, per lo più, a software proprietario e a multinazionali del capitalismo della sorveglianza. Quindi: usiamo sistemi il cui comportamento non ci è lecito conoscere, se non induttivamente e ci affidiamo ad aziende che traggono profitto dall’uso dei dati nostri e dei nostri studenti allo scopo di manipolare il nostro comportamento. L’analisi di SPARC, linkata nel testo, meriterebbe di essere non solo citata, ma letta per intero: “this is evidenced by a change in the product mix that they are selling across higher education institutions, which is expanding beyond journals and textbooks to include research assessment systems, productivity tools, online learning management systems – complex infrastructure that is critical to conducting the end-to-end business of the university. Through the seamless provision of these services, these companies can invisibly and strategically influence, and perhaps exert control, over key university decisions – ranging from student assessment to research integrity to financial planning.”

      Se l’università pubblica fosse una, rendere pubblicamente disponibili i corsi potrebbe essere certo d’aiuto. Ma la vigente valutazione di stato mette artificiosamente in concorrenza atenei arricchiti e atenei impoveriti: per sviluppare un’infrastruttura pubblica e comune della teledidattica, o ancor meglio della ricerca in generale, dovremmo superare questa impostazione, Anche per questo mi sembra prematuro, se non pericoloso, celebrare la teledidattica come se non fosse un ripiego d’emergenza, bensì una straordinaria innovazione senza considerare quanto, allo stato, ancora la circonda.

    • Ma sì, basta con questo vecchiume! Che se ne stiano a casa loro questi fastidiosi studenti, e ‘socializzino’, se proprio devono farlo, coi loro compaesani.

  5. Tanto per capire: a quale università pagheranno le tasse gli studenti che seguono i corsi? Perché mi pare ancora qualcosa che rimanda al mercato libero, alla competizione? Abbiamo parlato anxhe noi di didattica integrata.
    Lei sa che le licenze per le varie piattaforme costano…Come potranno tutte le Università permettersele? Mi sa che il progetto è sempre quello di portare tutto in certe aree svilendo e facendo morire il lavoro di generazioni in altre.

  6. Specifico meglio l’orizzonte temporale dei miei commenti:
    1) dal presente al futuro immediato: teledidattica fornita contemporaneamente alla lezione in aula (i.e, mentre il docente è in aula e insegna, è visibile anche on-line dove può interagire in chat con gli studenti in remoto, e dal vivo con quelli in aula). Tale lezione potrebbe poi essere resa disponibile in quanto registrata per gli iscritti del corso.

    2) in un orizzonte di 10 anni (meglio prima…): come sopra, ma università in un sistema di rete nazionale, in cui lo studente può anche stare a casa sua, seguire i corsi che vuole per quello specifico corso di studio, anche se erogati da Università diverse, scegliendo in base alle sue aspettative professionali, orario, e (perchè no) alle abilità del docente. Tasse universitarie pagate allo Stato, che è il proprietario delle Università e di cui già siamo tutti dipendenti, e che a livello nazionale organizza, paga e gestisce una piattaforma pubblica di teledidattica (una uguale per tutte le Università italiane). Non vedo disparità, anzi…maggiore equità. Ovviamente, per questo cambio radicale, occorre il coraggio a cui mi riferivo sopra.
    Sarebbe opportuno coinvolgere da subito gli studenti per capire che tipo di Università vorrebbero, così da evitare di adottare un modello che non soddisferebbe i potenziali fruitori.

    • Sì, mi pare ottimo. Per maggior sicurezza direi di coinvolgere anche i genitori degli studenti, così siamo sicuri di soddisfare proprio tutti.

    • Direi di coinvolgere tutti i portatori di interesse. Potremmo organizzare delle grandi riunioni telematiche. Sarebbero utili anche in vista dell’accreditamento ANVUR. Aggiungeri che dovremmo, in quelle riunioni, invitare anche rappresentanti dei presidi di qualità di ateneo. E fare verbali di tutto. Lo chiede ANVUR.

    • Noto un certo sarcasmo in queste risposte…ci sta, ci mancherebbe, anzi…
      Però in questo scenario tra 10 anni, se mai si potesse fare, non ci sarebbe più spazio per l’ANVUR e le sue valutazioni infernali, non ci sarebbero più i ruoli universitari ma una progressione stipendiale in ruolo unico. E magari docenti che possono scegliere di fare meno didattica e più ricerca, in funzione della propria propensione e abilità.
      Coinvolgiamo poi pure i genitori degli studenti…sono loro che pagano, no? In particolare se il figlio decide di studiare fuori sede…
      Penso che in questi frangenti occorra provare a essere visionari, a rischio di essere tacciati di avere visioni prodotte da sostanze… (ve la anticipo io così non la potrete usare contro di me…;-) ).

  7. Mi dispiace, non riesco ad essere d’accordo. L’università è innanzitutto una comunità. Ma non lo dico mica io, è la storia secolare di questa Istituzione.
    Se vogliamo aiutare gli studenti a seguire i corsi la soluzione è università pagata dallo stato ed investimenti in residenze universitarie.
    Adesso c’è uno stato di emergenza, che durerà mesi, non anni.
    Mesi, non anni.

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