Dopo il memento ricevuto dal Corriere della Sera qualche giorno fa in prima pagina da Lorenzo Salvia in merito all’impegno del Presidente Monti a promuovere una vasta consultazione sulla possibilità dell’abolizione del valore legale della laurea, apprendiamo sempre dallo stesso giornale e dalla stessa firma che essa dovrebbe partire il 22 marzo online. Tale ritardo del premier non è certo attribuibile a un arretramento di fronte alla forte pressione di potenti lobby, visto che proprio il sistema universitario italiano – quello forse più interessato al mantenimento del valore legale – sembra essere stato negli ultimi anni la lobby meno potente: ne sono testimonianza i successivi e reiterati interventi punitivi nei suoi confronti. Oppure bisogna intendere in altro modo tale ritardo?

In effetti, l’idea della consultazione era stata lanciata come una sorta di ritirata strategica di fronte ad una forte pressione di settori influenti della pubblicistica italiana (trasversali in tutti i partiti, dalla destra alla sinistra) che riteneva l’abolizione del valore legale della laurea come il passo fondamentale per un rinnovamento dell’università italiana, per il rilancio della ricerca e per favorire “competizione e merito”. Di fronte alla proposta di sua immediata introduzione, Monti, prendendo anche atto delle perplessità esistenti in seno al consiglio dei Ministri, aveva deciso di prender tempo con la proposta della consultazione.

Ma forse il ritardo fa leggere in filigrana un’altra realtà, della quale il più delle volte si preferisce ignorare persino l’esistenza. Una diversa realtà che va in direzione del tutto opposta a chi – basandosi sulle parole di un abusato Luigi Einaudi, tratte fuori da un contesto argomentativo ben più articolato – sostiene la tesi dell’abolizione del valore legale come una sorta di panacea per tutti i mali dell’università italiana. Esistono in effetti studi ben documentati – redatti in tempi insospettabili (come quello del marzo 2011 del Servizio Studi del Senato) o assai di recente (come quello varato dalla Commissione parlamentare, Indagine valore legale 31-01-12) che dimostrano con ampiezza di documentazione e di argomenti quanto sia di difficile attuazione un tale provvedimento (anche per vincoli di natura comunitaria e internazionale) e come esso non abbia affatto quegli effetti rigeneratori da molti indicati. Ma nel contempo s’è anche sviluppato un vasto dibattito (specie sul sito ROARS – vedi alla fine l’elenco degli interventi sinora pubblicati), in cui si sono confrontati i sostenitori delle opposte tesi, che ha visto una prevalenza di posizioni assai scettiche in merito a tale abolizione.

Dunque v’è già un ampio materiale documentale e informativo che potrebbe essere assunto a base di una decisione, e che certamente non andrebbe a favore dei liberalizzatori. Forse appunto in ciò sta la motivazione della prudenza di Monti: come contrastare gli studi ben fatti e approfonditi prodotti dagli stessi organismi istituzionali in base a qualche citazione ormai datata, all’eterna ripetizioni di argomenti scontati e a meri assunti ideologici di alcuni gruppi di opinione?

Perché, se poi si va a guardare bene al cuore del contendere, si arriva facilmente alla conclusione – già varie volte sottolineata da molti – che tale abolizione non avrebbe alcun senso per il settore privato, il quale sa bene chi è in possesso di una buona laurea e in ogni caso si attribuisce l’onere della selezione del migliore; e lo avrebbe anche assai poco per il settore pubblico (tranne nel caso degli avanzamenti interni ottenuti per mero automatismo), dove nei vari concorsi – specie in quelli universitari, cui tanto spesso ci si riferisce – il peso della laurea e il suo voto incidono percentualmente assai poco sulla valutazione finale, gran parte della quale è basata su titoli e colloqui in cui il potere discrezionale delle commissioni è assai alto. Pertanto, in ogni caso, se si vuole scegliere il migliore o il più bravo, nessun ostacolo insormontabile proviene dal valore della laurea – per cui «una laurea in una buona università vale come quella presa a distanza con gli atenei telematici», come scrive Salvia – visto che la parte preponderante dell’onere della scelta ricade comunque sulla commissione (come ho già sostenuto in un precedente articolo).

A meno di non voler procedere a una sorta di classifica generale delle università italiane in modo da stabilire una soglia di valutazione della qualità, sulla base della quale verrebbero esclusi i laureati delle università che stanno al di sotto di essa. Ma, a parte la difficoltà a realizzare un meccanismo del genere – ignoto a tutti i paesi del mondo, ivi compresi i favoleggiati Stati Uniti –, non starebbe ciò a significare una sorta di incasellamento assai poco liberale degli individui in una sorta di gabbia di ceto, territorio o tradizione, al di fuori e indipendentemente da ogni merito personale? Alla predestinazione di ordine – vigente prima della rivoluzione francese – non verrebbe a sostituirsene una di territorio e/o di ricchezza economica (solo i ricchi potrebbero permettersi le università migliori, trasferendosi e mantenendosi fuorisede)? E non starebbe tale sistema anche a significare la sfiducia e l’impossibilità di concepire un processo selettivo, tramite concorso, che sia veramente in grado di promuovere i migliori? Beh, certo se si portano a mente recenti esempi governativi, bisognerebbe tristemente ammettere che è quest’ultima la situazione. Che Monti non abbia avuto presente ciò, nel prendere tanto tempo?

Ci domandiamo a questo punto cosa possa aggiungere di più una consultazione online a quanto già sappiamo e agli argomenti che sono stati portati avanti con cognizione di causa: l’effetto sarà verosimilmente una divisione in due partiti, in base ai convincimenti ideologici di ciascuno. Oppure – per essere coerenti col clima che sta montando in Italia – perché non introduciamo un voto “pesato”? Esso potrebbe valere in proporzione dell’h-index del votante o degli altri criteri elaborati dall’Anvur o – nel caso non sia docente universitario – in base a dove ha conseguito la laurea: vogliamo mettere l’opinione di un bocconiano con quella di un laureato all’università di Roccacannuccia? E nel caso non sia neanche laureato, allora il voto varrebbe in base alla regione di provenienza, secondo le classifiche effettuate dal PISA e da altri rapporti di valutazione della qualità dell’insegnamento medio e secondario superiore, che come sappiamo hanno fatto notare consistenti differenze regionali. Ai privi di titolo nessun peso! Sarebbe un bell’esempio di transizione dalla “democrazia liberale” alla “democrazia ponderale”: il merito “pesato”, innanzi tutto!

(Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata
su “Il Riformista” dell’8 marzo 2012)

 

*   *   *

Sul tema dell’abolizione del valore legale del titolo di studio ROARS ha sviluppato un ampio dibattito. Ecco in successione cronologica i link a tutti gli articoli sinora pubblicati ex professo sull’argomento:

“Cordini e Cassese sul valore legale del titolo di studio”, di Giovanni  Cordini (25 ottobre 2011)

– L’Università e il Paese, di Paolo Rossi (2 novembre 2011)

“Matteo Renzi e il valore legale del titolo di studio”, di Francesco Coniglione (2 novembre 2011)

“Valore legale, un mantra della destra”, di Guido Martinotti (8 novembre 2011)

“Dossier del servizio studi del Senato sul valore legale del titolo di studio” (9 novembre 2011)

“Appunti sugli effetti connessi all’eventuale abolizione del valore legale del diploma di laurea, della Rete29Aprile (12 novembre 2011)

“Sul valore legale del titolo di studio”, di Alessandro Figà-Talamanca (6 dicembre 2011)

“Liberare l’università? Lettera aperta a M. Hack”, di Francesca Coin (ripreso dal Blog di Francesca Coin de Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2012)

– “Università: si riparta dalla riforma fallita”, di Alessandro Figà Talamanca (ripreso da Il Riformista del 25.1.2012)

– “Sul valore legale della laurea”, di Luciano Modica (ripreso da Europa del 26 gennaio 2012)

– “Soppressione del valore legale dei titoli di studio?”, di Giovanni Figà Talamanca (lettera del 2 febbraio 2012)

– “La nebulosa del valore legale”, di Giliberto Capano (ripreso da Europa del 24 gennaio 2012)

– “Valore legale del titolo di studio e iper-regolazione”, di Alessandro Figà Talamanca (12 febbraio 2012)

– “Appunti sul valore legale della laurea”, di Emilio Padoa-Schioppa (15 febbraio 2012)

– “Sul valore legale del titolo di studio”, di Enrico Carloni (ripreso dal sito dell’Istituto di Ricerche sulla Pubblica Amministrazione – 17 febbraio 2012)

– “Lauree a geometria variabile e valore legale. Discutendo con Andrea Ichino”, di Francesco Coniglione (22 febbraio 2012)

– “Qualche domanda sulla c.d. abolizione del valore legale dei titoli di studio”, di Bernardo Giorgio Mattarella (ripreso dal Giornale di Diritto Amministrativo – 2 marzo 2012)

– G. Bachelet sul valore legale del titolo di studio, di Giovanni Bachelet (link a Tuttoscuola n. 519 – 11 marzo 2012)

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13 Commenti

  1. Secondo un articolo del blog noiseFromAmerika
    http://noisefromamerika.org/articolo/vie-baronaggio-sono-infinite
    in un concorso per ricercatore a tempo determinato di Filosofia del Diritto della Federico II, la Commissione avrebbe valutato un Master Internazionale (corrispondente ad un “Master di I livello”, nel nostro ordinamento) presso un’istituzione spagnola 9 punti, ed un Dottorato in Ricerca 7 punti.

    Questo fatto ci (ri)conferma che i titoli di studio si possono valutare, nei concorsi pubblici. Una cosa che noi abbiamo sempre saputo, ma che viene denegata a bella posta dagli Ichino et al. per poterci tirare contro palle di neve.

    Il punto è *come* valutare, e – in certi casi – *se* sia adeguato infognarsi in una tale valutazione, in presenza di altre prove e di altri titoli più “significativi” ai fini della decisione per cui quella procedura concorsuale viene effettuata.

  2. Da segnalare nel testo sopra linkato il seguente punto conclusivo (vedi testo allegato) che fa INORRIDIRE coloro che conoscono quanto elevata sia e fosse (prima del massacro), la qualità sia della ricerca sia della didattica prodotta in Italia anche confrontata con quella prodotta nei paesi esteri.
    Le mie domande sono le seguenti: che senso ha ridurre l´Università a industria? per quale motivo l´Università italiana che all´estero, per chi ancora non lo sapesse, viene considerata tra quelle che preparano qualitativamente meglio, deve invece copiare sistemi che si fondano su principi storici, culturali e economici totalmente diversi?
    Per quale motivo dobbiamo svendere i gioielli di famiglia quando proprio questi ci hanno dato il prestigio e di cui dovremmo essere orgogliosi? Perché dovremmo creare una massa di UNIVERSITÀ INDUSTRIA?

    In Italia è esattamente la classe industriale che non ha saputo gestire l´immenso patrimonio culturale, scolastico e innovativo che nelle Università italiane veniva e viene prodotto. Non credano gli “industri” e lo stato che modificando l´Università in direzione di una ricerca e didattica “mordi e fuggi” bassata sull´HOMO ECONOMICUS o HOMO PECUNIA essa produrrà progresso e innovazione per il paese.

    Sicuramente c´è modo di migliorare (sempre) di rendere più trasparente l´apparato universitario e semplificare dove necessario, renderlo qualitativamente migliore, ma le vie che si stanno cercando rispecchiano un regresso e non un progresso, ci vorranno decenni per ricostruire ciò che andrà perso!! Quello che mi stupisce è la carenza di etica sociale che questo testo rispecchia e la carenza di autostima del paese e delle sue risorse culturali.

    È questo il contesto in cui si collocano le iniziative per l’abolizione del valore legale della laurea? e il loro obiettivo finale è proprio l’innalzamento della qualità della formazione universitaria?
    Parlano i FATTI non le PAROLE a mi correggo parlano le TASCHE DELLO STATO!

    Legislatura 16º – 7ª Commissione permanente – Resoconto sommario n. 350 del 01/02/2012
    Dal „DOCUMENTO CONCLUSIVO, APPROVATO DALLA COMMISSIONE, DELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUGLI EFFETTI CONNESSI ALL’EVENTUALE ABOLIZIONE DEL VALORE LEGALE DEL DIPLOMA DI LAUREA
    (Doc. XVII, N. 14)“
    Dal capitolo 5: conclusioni

    2) Molti osservatori concordano nel ritenere che l’attuale qualità media della formazione universitaria italiana è insoddisfacente. Le cause di questo malfunzionamento sono varie e hanno radici profonde nel tempo: il periodo della contestazione studentesca negli anni ’70 del secolo scorso, la rapida trasformazione dell’università da università di élite a università di massa, un reclutamento del personale docente talora poco meritocratico, le troppo blande procedure di controllo e valutazione dell’attività didattica e dell’attività di ricerca, la scarsa concorrenza tra le varie università, la proliferazione eccessiva di corsi di laurea e di sedi universitarie distaccate, finanziamenti statali nettamente inferiori (in proporzione al PIL) rispetto a quelli degli altri grandi Paesi europei, una distribuzione dei finanziamenti statali tra le università fatta in base alle serie storiche o in base a indicatori, come il numero degli studenti immatricolati e il numero degli esami superati, tendenti a promuovere concorrenza al ribasso tra le università, la scarsa incisività dei “requisiti minimi”, la diffusione di università telematiche scadenti, eccetera. Questa situazione non è più tollerabile per varie importanti ragioni. In particolare è assolutamente indispensabile che la formazione del capitale umano, determinata in modo preminente dal sistema universitario, abbia la qualità necessaria perché il nostro Paese possa degnamente concorrere con gli altri Paesi nel sempre più impegnativo processo in atto di globalizzazione e confronto delle economie. Se la nostra università funziona male, inevitabilmente di qui a qualche tempo ne soffrirà tutto il sistema Paese. E’ questo il contesto in cui si collocano le iniziative per l’abolizione del valore legale della laurea. Il loro obiettivo finale è proprio l’innalzamento della qualità della formazione universitaria”.

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