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“Smetto quando voglio”: perché lascio la ricerca e l’accademia

Sono Massimo, ero uno storico dell’integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l’Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto questo pezzo inizierebbe così. Ma non è un gruppo d’auto-aiuto, è solo la mia storia e quelle che seguono sono alcune riflessioni sul mio percorso accademico che ho deciso di mettere nero su bianco. Forse sì, anche a scopo “terapeutico”, per me stesso, certamente, ma magari non solo. Magari può tornare utile anche ad altri/e che hanno affrontato, affrontano o affronteranno le medesime difficoltà e si troveranno davanti agli stessi bivi; o quantomeno per chiudere questa esperienza senza finire per essere una sorta di meteora. Quando lasci questo lavoro, per l’Accademia smetti di esistere, sei una persona di cui è difficile parlare, o peggio, rimangono solo le “narrazioni” di chi è rimasto: “Sai, non aveva più voglia di fare questo lavoro…”, oppure “era preso da altro”, e ancora, “non ha avuto pazienza”. Sei come una lucetta lampeggiante in un vecchio film con Bud Spencer e Terence Hill (Nati con la camicia – la fissa per le fonti rimane!):  “Ehi capo, hanno ucciso il nostro agente a l’Avana”. Una lucetta che prima c’era e ora non c’è più. 

 

Ciao sono Massimo, ero uno storico dell’integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l’Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto questo pezzo inizierebbe così. Ma non è un gruppo d’auto-aiuto, è solo la mia storia e quelle che seguono sono alcune riflessioni sul mio percorso accademico che ho deciso di mettere nero su bianco. Forse sì, anche a scopo “terapeutico”, per me stesso, certamente, ma magari non solo. Magari può tornare utile anche ad altri/e che hanno affrontato, affrontano o affronteranno le medesime difficoltà e si troveranno davanti agli stessi bivi; o quantomeno per chiudere questa esperienza senza finire per essere una sorta di meteora. Quando lasci questo lavoro, per l’Accademia smetti di esistere, sei una persona di cui è difficile parlare, o peggio, rimangono solo le “narrazioni” di chi è rimasto: “Sai, non aveva più voglia di fare questo lavoro…”, oppure “era preso da altro”, e ancora, “non ha avuto pazienza”. Sei come una lucetta lampeggiante in un vecchio film con Bud Spencer e Terence Hill (Nati con la camicia – la fissa per le fonti rimane!):  “Ehi capo, hanno ucciso il nostro agente a l’Avana”. Una lucetta che prima c’era e ora non c’è più. Prima di smettere di lampeggiare, dunque, mi piace l’idea di buttar giù un po’ di pensieri, senza uno scopo o un ordine preciso. Da prendere così come sono, con imprecisioni, leggerezze e semplificazioni! È la mia storia e la racconto come voglio.

Chi sono? Iniziai a studiare la storia dell’integrazione europea all’Università e capii che mi sarebbe piaciuto studiare e fare ricerca: fu un vero e proprio colpo di fulmine. Dopo il dottorato – che trovai quasi per fortuna dopo averne rifiutato uno senza borsa che mi sarebbe costato troppo – ho quindi iniziato a “farmi le ossa”: un periodo di ricerca all’estero, le collaborazioni, l’assegno di ricerca, i contratti d’insegnamento – tutti step necessari sia a garantirti le risorse necessarie “per campare”, sia ad articolare un percorso accademico attraverso il quale provare a “entrare”, a diventare professore. Ho scritto due monografie, più di venticinque tra saggi, articoli in riviste in italiano e in inglese e partecipato a parecchi convegni-seminari-lezioni nazionali e internazionali portando così in giro per l’Italia, l’Europa e negli Stati Uniti, insieme al mio, anche il nome dell’Università per la quale lavoravo – se interessa l’elenco quasi aggiornato di ciò che ho fatto si trova qui. Ho anche scritto “dalla A alla Z” un progetto che ha fatto vincere una cattedra Jean Monnet.

Ma non voglio parlare di questo. Come scrivevo sopra, nei giorni scorsi ho finalmente trovato la forza di portare a conclusione un percorso travagliato nel quale mi dibattevo almeno da un paio d’anni – ma le cui origini risalgono a diverso tempo prima, dalla fine stessa del dottorato, direi oggi – e che ho cercato costantemente di rinviare nella speranza che qualcosa cambiasse. La svolta, il gol al novantesimo. Ma la svolta non c’è stata, niente zona Cesarini. E quindi l’improrogabilità della scelta: restare o andar via? Non so se ho davvero preso la strada meno battuta, come nella celebre poesia di Frost cui tanto tengo, ma ho deciso.

Tengo subito a precisare che quanto scrivo non vuole essere un modo, un po’ vigliacco, di togliersi qualche sassolino a giochi fatti; né una stanca lamentela del sistema universitario italiano, già sentita mille molte, frutto della “delusione”, della rabbia e delle tante emozioni negative – con le quali comunque mi sono dovuto confrontare e che devo ancora vivere fino in fondo. Infatti, quando si prova a entrare nel mondo accademico italiano, le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte, si conoscono, si sanno. Non si può dire “io non lo sapevo”, “è stata una congiura”. Si accetta liberamente e consapevolmente di giocare: si spera magari che quelle “storie” sentite, raccontate, viste, riguardino altri…perché noi lo meritiamo, perché chi ce la mette tutta…prima o poi…, perché il merito alla lunga viene fuori. È pur vero che è un sistema che ti seduce attraverso mille tentazioni (contratti, convegni, lezioni, pubblicazioni, ecc.) alimentando le tue speranze. Ma sai a cosa vai incontro, anche se non in modo pienamente consapevole – specie all’inizio.

Ma il tempo passa e quando la speranza inizia a intaccarsi, allora pensi: in fondo basta “ingoiare” ancora un po’. E quindi appelli, seminari, lezioni gratuite grazie ai quali l’ordinario di turno appalta parte delle ore che dovrebbe fare direttamente perché per questo, tra l’altro, viene pagato. Lui/lei, non tu. Sicuramente ti formano, ti aiutano a capire come impostare e affinare il lavoro, a trovare un tuo stile, come si gestisce un laureando, ecc. Ma senza risorse è un semplice, come si potrebbe chiamare?, “tirocinio accademico non retribuito”? Stage? Lo fai perché fa parte delle regole del gioco e pensi ti possa far guadagnare punti. Ma non siamo nelle graduatorie per la scuola pubblica: i punti non contano.

La prima cosa che mi viene in mente, abbastanza banale lo so, è che la costante e drastica riduzione del finanziamento dell’Università italiana, unita alla maggiore chiusura del reclutamento (ricercatori a, b…z per non parlare del fantastico mondo dell’abilitazione scientifica nazionale dove può capire che i commissari abbiano meno titoli degli aspiranti abilitanti) ha fatto sì che i professori (ordinari) abbiano visto accrescere in modo esponenziale il loro già enorme potere. Sono come l’imperatore nel Colosseo: pollice su, pollice giù. Tu puoi andare avanti, tu no. Pochi soldi, pochissimi posti. Certo, si può sempre acquistare un biglietto per partecipare alle “lotterie” tipo la vicenda SIR, ma, appunto, siamo pienamente nel mondo dei gratta e vinci. Ritenta, sarai più fortunato. Riforme sempre sbandierate al fine di premiare il merito e come mezzo di rottura dei rapporti di stampo feudali che si sono instaurati negli atenei. Riforme che però hanno penalizzato solo i non strutturati – come quei casi in cui dopo un certo numero di anni in cui hai goduto di contratti di insegnamento non ne puoi avere più: una misura tesa a contrastare il precariato ma che, di fatto, lo incentiva. Cornuti e mazziati.

Quello del merito è un ritornello stucchevole perché, come già detto, pochi soldi e pochi posti fanno sì che ci sia una lotta tremenda tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, una lotta tra ultimi – quanti piccoli “baroni in erba” ci sono tra i precari! Di fatto, per entrare hai bisogno di un supervisor (un “maestro”) col quale costruire un percorso spendibile in Accademia e di un’altra persona che ti “difenda” nei concorsi – ergo, che ti faccia entrare o comunque che ti garantisca posizioni e risorse. Le due figure spesso coincidono: le eccezioni, come i concorsi dove a sorpresa non vince il favorito di turno – espressione suggestiva per non dire “la persona per la quale è stato indetto il concorso” – confermano la regola e permettono al sistema di auto-giustificarsi e legittimarsi (“Vedi, c’è un concorso pulito e aperto! Non c’è bisogno di toccare il reclutamento e di renderlo più chiaro”).

Se non hai queste due figure sei un orfano e per gli orfani non c’è futuro: nessuno ti adotta. Magari ti possono dare consigli e fare da supervisor, certo, ma lì finisce. E io, da un po’ di tempo a questa parte, sono un orfano. Non ho un supervisor – e la doppia bocciatura che ho ricevuto all’ASN lo certifica in modo chiaro – non ho una persona che mi difende o che mi aiuta a trovare qualche risorsa per me (anche fossero poco più di mille euro necessari per pubblicare il frutto di una ricerca): una formula, quella del “non aderire e non sabotare” che è poi un esplicito pilatesco sabotaggio. Pilatesco perché è un atteggiamento privo del coraggio necessario per dirti “per te non c’è posto, fai altro”.

E cosa possono fare gli orfani che ostinatamente vogliono provare comunque a costruirsi una carriera? Si dibattono tra piccoli contratti di insegnamento e collaborazioni varie. I primi, dandoti l’opportunità di “tenere un piede dentro” e di farti chiamare professore, sono contratti capestro dove per pochi soldi hai una enorme mole di lavoro da fare (es. l’ultimo contratto che ho avuto era di 1500 euro lordi per 60 ore di lezione più una decina di appelli d’esame) i secondi, oltre a essere tassati in modo clamoroso, come se si trattasse di collaborazioni fatte da persone già autonome nel reddito e nella vita, ti portano via comunque un bel po’ di tempo. Ma hanno una sola cosa in comune: sottrarti una marea di energie per raccattare qualche risorsa. Cosa viene penalizzato? Naturalmente la ricerca che è quindi messa da parte. Io ho adorato ogni singola ora di lezione fatta, il rapporto con gli studenti, o con i docenti (delle scuole) da formare, ma negli ultimi anni la didattica mi ha impedito di continuare a scrivere e studiare con regolarità. Ma non si campa di aria e quindi accetti quello che offre il convento diventando quello che a me piace definire un “marchettaro della ricerca” cioè quel fenomeno per il quale scopri improvvisi interessi per cose di cui non te ne importa nulla, ma magari ti danno 500 euro, magari 1.000. Magari dopo mesi o anni dalla chiusura del lavoro, come mi è capitato diverse volte. Il tutto in un ambiente che ti umilia, in cui devi aspettare settimane o mesi per avere un appuntamento cruciale (a me è capitato di sentirmi dire di farmi fissare un appuntamento a cavallo di Pasqua e arrivato a Pentecoste stavo ancora lì a chiedere umilmente udienza senza ricevere risposta). Un ambiente che non capisce che qualche mese di “sfasamento” tra un contratto e l’altro o peggio, un contratto che salta ti può creare enormi difficoltà: “ti ho detto che l’assegno non potrà essere rinnovato?”; “ti ho detto che di quel progetto non se ne fa più nulla?”: e tu ci avevi investito tempo e risorse. Dietro queste dinamiche, da entrambi i lati, ci sono persone. Solo da quest’anno è prevista l’indennità di disoccupazione per alcune figure di precari dell’Università: sono palliativi e tagliano fuori diverse figure professionali, come i professori a contratto – che tengono in piedi una marea di corsi di laurea degli atenei italiani.

Certo, si può sempre andare all’esterno, no? Bandi europei, università straniere. Su questo aspetto una cosa voglio dirla, per quello che ho visto e per quello che ho fatto in questi anni nell’Università italiana. Sicuramente condivido e comprendo le motivazioni di chi ha lasciato l’Italia per l’estero (o meglio, è stato costretto a lasciare, le libere scelte non sono tantissime), ma negli ultimi anni si sta raggiungendo una sorta di “esterofilia” che è imbarazzante. Grazie alla superficialità dei media e della classe politica è passato il paradigma per cui se lavori all’estero sei bravo, se sei rimasto in Italia, come minimo, sei complice e connivente col sistema. L’ipotesi che sei rimasto perché volevi provare a cambiare qualcosa o solo perché non potevi espatriare, non è presa in considerazione. Di conseguenza, i giornali sono pieni di storie toccanti di “poveri emigranti”, che sono costantemente presentati come “l’eccellenza” cacciata dai baroni e dai raccomandati che sono rimasti a fare la bella vita. Non è così o meglio, non è solo così. Sarebbe bello che si raccontassero le storie e si provassero a risolvere i problemi anche di chi ha dedicato tempo, risorse ed energie alle Università italiane. Che se continuano a sfornare eccellenze che poi popolano il mondo, forse tanto male non sono. Pur operando in un contesto imbarazzante – sì è una ripetizione di un termine usato da poco, ma ci sta tutta. Il contesto è imbarazzante e le responsabilità tanto gravi quanto precise e cristalline.

Si potrebbe pensare che in fondo se non riesci a entrare puoi sempre giocarti le competenze acquisite nel mondo del lavoro, quello vero. Sempre ammesso che si sappia precisamente di cosa si tratta, ma che importanza ha in Italia il dottorato di ricerca? Ancora oggi, i formulari recitano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cosa è il dottorato nel mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Non la dimostrazione che sai fare un progetto, organizzare il tuo lavoro e magari quello degli altri per raggiungere gli obiettivi, innovando così il campo nel quale lavori. È altro, un pezzo di carta, inutile come quelli presi in precedenza, errori di gioventù, quasi da far cancellare sennò rischi di avere problemi a cercare lavoro, come tristemente ammetteva l’antropologo nel primo episodio della trilogia di “Smetto quando voglio”.

Dietro queste tare ciò che rimane sconcertante e inaccettabile, almeno per me, è il talento buttato di una marea di giovani studiosi, anzi non più giovani: solo in Italia sono considerati giovani gli ultratrentenni o i quasi quarantenni come me. Quante persone ho incontrato nei miei dieci anni di attività. Quanto talento, quante potenzialità per innovare le discipline, la ricerca, la didattica. Quanta rabbia nel vederli/nel vederci appassire, svanire, lasciare. Oggi sono tra questi. In un convegno sulla storiografia italiana e l’integrazione europea avevo messo in luce come di oltre quaranta giovani studiosi che avevano partecipato a un ciclo di convegni a metà degli anni 2000, solo due oggi sono strutturati – le slide di quell’intervento sono qui. Il resto sono ancora precari o hanno lasciato.

E cosa vuol dire se a quasi quarant’anni non hai ancora una prospettiva chiara di carriera? Semplice, che i giovani studiosi hanno una sola scelta: o tentare la carriera, o costruirsi una famiglia. Le due cose, troppo spesso, assomigliano a un gioco a somma zero. Se punti sulla carriera, una famiglia forse la costruirai molto, molto, in là, con tutto quel che ne consegue. Se scegli la famiglia, sai che le tue opportunità di carriera si riducono drasticamente; non c’è differenza di genere in questo: donne e uomini sono perfettamente uguali. I figli, poi, una catastrofe! Sei pazzo? Quanti sacrifici ha fatto la mia giovane famiglia, mia moglie e i miei due bimbi, perché io potessi ancora tentare. Ma, ripeto, le responsabilità sono unicamente mie non del sistema le cui regole conoscevo perfettamente e ho accettato.

Un’altra considerazione da fare, una delle ultime e così entro un po’ più dentro all’ambiente che conosco meglio, è che se ti occupi di discipline umanistiche sei abbastanza “sfigato” – ricordo che non c’è blind-refereee quindi posso usare i termini che mi pare e piace! Già, perché da diversi anni si è assistito all’irresistibile ascesa delle “tecniche”, della ricerca “quella vera”. La storia? Roba per perditempo, che cosa ci si fa con la storia?. Ed ecco che mentre viviamo nella più grande crisi dell’Europa dal secondo conflitto mondiale e in un contesto internazionale tremendamente difficile da interpretare, con nubi che si avvicinano da ogni lato del pianeta, la storia è sempre più marginale: non solo nelle Università, ma nel sistema scolastico nel suo insieme. Non esiste un professore di storia di ruolo, non esiste uno spazio specifico per insegnare la storia e il funzionamento dell’Unione europea. Il tutto è lasciato alle sensibilità dei singoli docenti e nelle attività di formazione che ho fatto, per fortuna, ce ne sono! Ma sono gocce nell’oceano. E nelle Università si preferiscono altre discipline, come quelle politologiche o legate alla comunicazione perché “più trendy”. Ma la profondità e la contestualizzazione che solo la riflessione storica è in grado di dare, che fine fanno? Gettate nello scarico, tirare la catena. Lo studio del passato è scomodo perché troppo spesso denuda il presente, lo smaschera, pone interrogativi ineludibili, e quindi non è pop, non si muove con inglesismi, con slogan, con formule. Lungi da me il denigrare tutto ciò: viva i laboratori! Viva le macchine! Ma il trattamento riservato alla storia negli ultimi anni è stato vergognoso, senza mai porsi il problema dell’impoverimento culturale e di memoria che questo vuoto porta con sé – certo, le colpe autolesioniste degli storici in queste dinamiche sono enormi, ma non voglio mica scrivere una monografia!

Ho già detto che se scegli le discipline umanistiche sei uno sfigato. Se studi storia, poi, sei lo sfigato tra gli sfigati. Ma se tra tutte le storie possibili, scegli quella dell’integrazione europea, beh, allora ci troviamo davanti allo sfigato per eccellenza. Già perché per chi si occupa di storia contemporanea troppo spesso sei etichettato come uno che si è troppo spostato sulle relazioni internazionali ed è troppo politologo. Ma per chi si occupa di storia delle relazioni internazionali sei troppo contemporaneista e comunque troppo politologo – che non guasta mai. E quindi? E quindi dovresti essere furbo e magari ripiegare su un bello studio “classico”, che ne so, la condizione dei ferrovieri a San Martino al Cimino durante il fascismo, oppure la straordinaria biografia politica del portaborse del vice segretario della sezione del partito comunista della frazione di Borghetto. Senza un tuo specifico settore disciplinare finisci per essere tagliato fuori dagli ambiti di riferimento. In un momento storico, come ho detto, che richiederebbe invece ben altro.

Se vuoi lasciarti aperti più orizzonti e non chiuderti nell’infelice mondo della storia dell’integrazione europea puoi sempre pensare che puntando sull’interdisciplinarietà, o sulla multidisciplinarietà, riuscirai a rendere più solide le tue prospettive. Errore. Nonostante si sbandierino in continuazione questi termini, la realtà è una sempre più travolgente micro-settorializzazione e una difesa a oltranza del proprio piccolo giardino, anche se intorno va tutto a fuoco. Se sei interdisciplinare, in altre parole, non hai bandiera e non sei etichettabile dal sistema dei settori scientifici disciplinari, ergo, sei a rischio “orfanotrofio”. E così il cerchio si chiude.

Ma sono stato troppo lungo e certamente un po’ rozzo e superficiale. Concludo. Io lascio, principalmente per una questione di dignità e di giustizia. Ho sempre sentito miei i versi di una canzone degli Stab (15 anni): “La voglia di viver dentro te/Onesto come tuo padre/La voglia di esser nel giusto/Come ti insegnava tua madre”. Le ho messe nei ringraziamenti della mia tesi di laurea, in quella di dottorato e anche nella prima monografia pubblicata. È proprio a quelle parole che ripenso oggi e nelle quali trovo ancora senso per capire che ho preso la decisione giusta. Che quello che ho fatto non lo rimpiango e non lo rinnego perché è stata una bell’avventura e mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Come Truman Burbank, esco dalla porta: “Buongiorno! E casomai non vi rivedessi: buon pomeriggio, buona sera e anche buona notte”. Io parto alla ricerca delle mie Isole Fiji. Non è quindi una bandiera bianca, una resa, ma un issare la vela per tornare in mare aperto. Come scrisse Paolo di Tarso a Timoteo, anche in questo caso parole cui tengo tantissimo, “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Smetto quando voglio.

Articolo pubblicato su qcodemag.it.

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54 Comments

  1. Non volevo sfuggire,
    non volevo dire che esistono ordinari con zero monografie, volevo dire che per quanto visto, sino a pochi anni fa, esisteva un concetto, che si chiamava “GRADUALITA'”:
    1) dottorato, assegno, RUC (ecco che chi lo diventa può fare una scelta di vita e rimane strutturato in eterno) – e questo e’ il tempo del PRIMO LIBRO.
    2)A questo punto se uno vuole (ma è una facoltà), può diventare PA (2 LIBRI) e poi, PO (3 LIBRI).
    3)Nella situazione Attuale, invece, uno può avere 3 LIBRI e essere disoccupato.
    4) Le indico la mia scansione temporale: Dottorato (PRIMO LIBRO), assegno di ricerca (SECONDO LIBRO), contratto di ricerca (TERZO LIBRO), ora disoccupato non ho i soldi per fare il QUARTO LIBRO.
    5) Come può vedere, anche nel mio caso c’è una gradualità ma è in “uscita”.
    6) Se mi presta i soldi, posso scrivere il mio QUARTO LIBRO.

    • Caro anto, mi permetta di farle notare che lei parla ossessivamente del numero dei suoi “libri” come fossero salami o medaglie. Di ‘disoccupati’ con tre, quattro, cinque o anche più “libri” se ne sono sempre visti molti, essendo la pubblicazione di un “libro” (come lei stesso nota, peraltro) sostanzialmente una questione di soldi a disposizione. L’era dell’ANVUR coincide appunto con l’età dell’oro degli editori a pagamento (tutti noi riceviamo periodicamente il “listino prezzi” via email di alcuni di loro). Quindi, se vuole criticare l’ANVUR dovrebbe forse provare a uscire da questa mentalità puramente aritmetica.

  2. Francesco Vissani says:

    Voglio provarci anche io a dirlo. Per progredire nella scienza e nella conoscenza non serve solo ricordare ripetere insegnare, ci vogliono persone con intelligenza e con un po’ di coraggio, non bastano le strutture o le regole, serve dare rispetto alle persone che ci provano. Conservare e preservare va bene ed e’ assai utile, ma innovare e’ un altra cosa, e questo lo possono fare solo delle persone capaci e nelle condizioni di farlo. Fino a qui tutto chiaro?

    Bene, allora ecco un bel quiz! Consideriamo una nazione che non riconosce il valore a chi ha mostrato di averne–per esempio, non rispetta chi ha guadagnato un PhD. Immaginiamo che, in questa nazione, chi ha un titolo del genere e faccia ricerca si trovi affibbiato l’etichetta di cheque of research invece che di ricercatore postdoc. Supponiamo che in questa nazione non sia per niente chiaro in che modo una persona può entrare a far parte del mondo della ricerca o nella universita’, e che chi decidesse comunque di provarci, si trovasse sottoposto a circostanze estremamente mutevoli o addirittura a regole opache. Immaginiamo anche che un giovane ricercatore di questa nazione non abbia mezzi e spazi per fare il suo lavoro ma sia sottoposto a pressioni e prepotenze. Mettiamo che questa nazione si sia abbandonata senza ritegno ad un orgia di burocrazia e di formalismi che rende impossibile ad un individuo di capire come muoversi, e che permette di andare avanti solo a chi e’ già della partita. E già che ci siamo, supponiamo che societa’ civile e accademia si guardino in cagnesco, ognuno arroccato nel suo.

    Il quiz che propongo si articola in tre domande. La prima (facile) e’ la seguente: questa nazione e’ propensa ad innovare? La seconda (meno facile) e’: perché questa nazione non prende esempio da chi fa meglio di lei, e non valorizza le persone ne’ le esperienze di successo che ci sono? La terza (molto difficile) e’: il nostro ipotetico aspirante ricercatore, che ha dalla sua integrità forza e capacita’, ma che vive in questa nazione, che deve fare?

    Infine e soprattuto: tanti cari auguri Massimo sono contento di avere conosciuto un concittadino in gamba come te anche se solo per mezzo di questo blog.

  3. Ma soprattutto una nazione dove si accetta lo status quo senza avere la voglia di cambiare, perché? Perché a tutti è successo almeno un volta di vedere cosa accade a chi alza la testa. Defenestrazione bieca e vigliacca . Se non sei strutturato è facile liberarsi di te, se sei strutturato semplicemente si crea terra bruciata intorno a te e divieni un cane sciolto. Il fatto che buona parte degli strutturati abbiano accettato la riforma non è stato in buona fede, perché riempiti di propaganda, ma perché hanno creduto di poter avere maggiore potere. Cosa che effettivamente sta accadendo in questa fase di ultralocalismo, ma non hanno capito che è il contentino, la carota che cela il bastone. Sostanzialmente hanno abdicato al loro ruolo se mai hanno creduto nel valore della ricerca. Ho seri dubbi.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      “Il fatto che buona parte degli strutturati abbiano accettato la riforma non è stato in buona fede, perché riempiti di propaganda, ma perché hanno creduto di poter avere maggiore potere”
      __________________
      Non sopravvalutiamo l’astuzia dell’accademico medio che a malapena aveva capito che c’era una riforma. Qualcuno più sveglio (tipo aspiranti consiglieri ANVUR) avrà capito che si aprivano luminose e lucrose prospettive, se solo stavi dalla parte giusta. Ma la maggioranza sonnecchiava per metà intontita dalla propaganda e per l’altra metà adagiata nella propria consolidata ignavia.

    • “Non sopravvalutiamo l’astuzia dell’accademico medio che a malapena aveva capito che c’era una riforma.”
      Proprio così. Moltissimi PO si sono accorti che qualcosa era successo solo quando hanno iniziato ad essere buttati fuori dalle commissioni di abilitazione e dai collegi di dottorato. Altri ancora (soprattutto i più anziani) non si sono ancora accorti di niente: ed è questa la cosa più spaventosa.

  4. Certo, mentre Massimo, io e molti altri andiamo a fare altro non dimentichiamo che l’accademia tutta tace di fronte ai più di 300 professori straordinari a tempo determinato, ossia ex professori ordinari in pensione, contrattualizzati dalle università (in maggioranza private) per sostenere i corsi di studio grazie al decreto della Giannini (DM 18-3-2016 n. 168), prorogato dalla fedeli fino al 2020 in sostituzione del reclutamento di almeno altrettanti prof. ass. o prof. ord., che è uno dei motivi per cui l’ASN ai non strutturati non serve a nulla.

    Sicchè gli assegnisti, assieme a tutti gli altri lavoratori italiani, contribuiscono a pagare la pensione agli straordinari a tempo determinato ultrasettantenni, che nel frattempo si fanno pagare per occupare posti sottratti al potenziale reclutamento degli stessi precari, meglio di così…

    • ecolombo says:

      La faccenda dei professori straordinari a tempo determinato è in effetti incredibile. Merita un articolo di approfondimento e denuncia di roars, che forse aveva già dedicato un certo spazio alla vicenda.
      Ma ci rendiamo conto che tali posizioni valgono per l’accreditamento dei corsi di laurea?? Credo fino al 2020…

    • Stordilano says:

      Fanno anche parte delle commissioni ASN

    • @stanco & @stordilano.
      Avevo fatto notare l’obbrobrio di tali professori già in un post qua su roars. Ha ragione Stordiano questi stanno ache nelle asn. Roars combatte soprattutto contro Anvur, Roars ha le sue ragioni (sono convinto che vedano più lontano di me), ma io nel mio piccolo continuo a sottolineare che:
      *questi straordinari sono uno schiaffo in faccia alla unipubblica;
      ** la legge Madia pensa ai precari amministrativi e non ai nostri ragazzi
      *** flc della CGIG continua far propaganda ma non esplicità con sufficiente forza il paradosso (nato dall contraddizione che nel lavoratori della conoscenza danno primato agli amministrativi)che tra i precari ci sono i ricercatori assegnisti etc…
      Ps Resto debitore di roars al suo lavoro e al suo impegno

    • Giuseppe De Nicolao says:

      “Roars combatte soprattutto contro Anvur, Roars ha le sue ragioni (sono convinto che vedano più lontano di me), ma io nel mio piccolo …”
      _______________
      A dire il vero, Roars, tra le mille cose su cui tiene accesi i riflettori, aveva incluso anche l’anomalia degli “straordinari a tempo determinato”:
      https://www.roars.it/online/tutti-straordinari-ovvero-lennesimo-regalo-del-ministro-alle-telematiche/
      https://www.roars.it/online/asn-ovvero-come-ci-hanno-fregato-ci-fregano-e-ci-fregheranno/
      _______________
      “Il Decreto Ministeriale 18 marzo 2016 n. 168 aveva consentito ai professori straordinari a tempo determinato (circa 300, tutti professori ordinari in pensione) di continuare ad essere conteggiati in deroga fino all’AA.aa. 2016-2017 come docenti per l’accreditamento dei corsi di laurea dell’ateneo, e quindi agli atenei, soprattutto privati e soprattutto telematici, di non reclutare professori. Nel dicembre 2016 sempre la Ministra Giannini ha esteso questa deroga per le università private fino all’AA.aa. 2018-2019. Ora, la nuova Ministra Fedeli, con il Decreto Ministeriale 8 febbraio 2017 n. 60 estende ulteriormente la deroga, per le università statali fino al 2018-2019 e per le università private fino all’AA.aa. 2019-2020. Il reclutamento da parte delle università non statali (a costo zero per lo stato) rappresenta una delle poche opportunità di chiamata per gli idonei all’ASN non vincolate ai punti organico. Con ogni evidenza c’è chi è in grado di influenzare le scelte politiche, perseguendo scopi che nulla hanno a che fare con la qualità della didattica.”
      _______________
      Non è una regola assoluta, ma spesso quando qualcuno si lamenta che Roars non si occupa di qualcosa si scopre che ce n’eravamo già occupati …

    • @Nicolao Caro Nicolao meravigliao, assolutamente si è come dici tu.. Io non sottolineavo che non ne avevate parlato voi, sottolineavo che ne avevo (in piccolo) accennato anch’io. Vi occupate e bene di tante cose e vi ringrazio.Mica potete fare tutto. Nel post tocco altri 2 punti
      il decreto Madia e i “nostri” precari, e il ruolo (a mio parere fortemente ambiguo della flc GGIL, forse anche di questo ne avevate parlato? Se si mi scuso. anche se leggo gran parte dei vostri argomenti e li apprezzo..qualche cosa sfugge
      Grazie GDN e Roars e non mollate!!

    • ecolombo says:

      veramente, gli straordinari a tempo det fanno parte delle commissioni ASN?
      Non lo sapevo

    • @ecolombo
      si purtroppo fanno anche parte delle asn. Sai gli over 70 sono di due categorie gli ordinari (in pensione) e gli straordinari..lo dice la parola stessa 🙂

  5. Come vediamo è inutile parlare di pubblicazioni, meritoqualcosa, abilitazioni ecc. se la situazione è degenerata a questo punto e tutti tacciono allora prendiamo atto dello stato delle cose e smettiamola di parlarci addosso. Solo, per cortesia chiudiamo i dottorati per non rovinare altra gente.

    • Francesco Vissani says:

      Ciao Stanco, capisco l’amarezza con cui avanzi la tua proposta sul dottorato, ma mi pare un po’ come il tizio che proponeva di buttare il bambino con l’acqua sporca; voglio dire, risolve il problema dello sporco, ma non e’ proprio una buona idea. Questa e’ una risorsa, la dobbiamo mettere in condizioni di fruttare. Altre nazioni ci riescono, non siamo meno di loro.

      Io mirerei a portare avanti un certo numero di istanze: 1) chiuderei i dottorati senza borsa, che sono una vergogna enorme dell’Italia, la trovo insopportabile, 2) pagherei meglio i dottorandi e garantirei loro il massimo dello spazio per crescere (anzi: per quello che posso, come coordinatore lo faccio), 3) invece di irrigidire il percorso a tre anni secchi come e’ adesso nella gran parte dei dottorati italiani, guarderei ad esperienze di successo in altri paesi e anche da noi, che mirino di piu’ allo studente di PhD (e meno alle esigenze amministrative o ai professori) 4) invece di preoccuparsi se i professori del Collegio Dei Docenti sono veri accademici con la h, mi preoccuperei di capire se hanno fatto il dottorato o no, e se non l’hanno fatto, che diano il loro contributo in altra maniera, o almeno che abbassino un po’ le penne 5) mi abituerei a chiamare “PhD” chi ha un titolo di dottorato, cosa che la legge Gelmini consente di fare 6) e infine userei questo titolo sistematicamente, ma e’ mai possibile che ancora dobbiamo dire “sai scusa ho il dottorato non solo la laurea, sarebbe un percorso successivo”. E che cavolo: i contribuenti ci hanno pagato per questo, ce l’abbiamo fatta, siamo dei PhD e abbiamo diritto di dirlo forte per rispetto verso di noi stessi e delle nostra nazione.

      Qualcuna di queste istanze e’ piu’ difficile da realizzare (sono un idealista ma lo capisco anche io). Pero’ alcune altre, se vedi bene, sono molto facilmente realizzabili; basterebbe solo crederci un po’.

    • Complimenti, soprattutto per i punti 5) e 6): un vero e coraggioso programma di riforme, se ci legge Renzi potrebbe potrebbe prenderlo a prestito per la sua prossima campagna elettorale.

    • Francesco Vissani says:

      Ciao Fausto grazie per la risposta e la simpatia, che ricambio.

      Mi confonde pero’ l’affermazione che fai. Le due istanze che menzioni sono le uniche non richiedono alcun intervento politico: richiedono la pratica quotidiana. Sono immediatamente realizzabili — a patto che lo si faccia, che si alzi la testa insomma.

      Che sia possibile, c’e’ scritto nella legge Gelmini, art.19, comma 1, punto d) che modifica l’articolo 4 della legge 3 luglio 1998, n. 210

      d) e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:
      «8-bis. Il titolo di dottore di ricerca e’ abbreviato con le diciture: “Dott. Ric.” ovvero “Ph. D.”».

      http://www.camera.it/parlam/leggi/10240l.htm

      Non serve l’intervento di nessun politico, che abbia il PhD come te o come me (o meno) serve che chi ha il PhD dica “ho il PhD”. E magari si firmi “Fausto Proietti, PhD” “Francesco Vissani, PhD”. Io, ogni volta che ha senso farlo, lo faccio.Non capisco perché invocare Renzi per una cosa che (se si vuole) si può fare immediatamente.

      (Scusa se sembro cavilloso eh, ma e’ in discussione l’idea di buttare il bambino ecc.)

  6. Stordilano says:

    Caro Anto, ma con tutti i libri che scrive, trova anche il tempo per leggere libri (oltre ai Suoi)?

  7. Stordilano:
    ha ragione,
    il fatto è che quando li ho scritti, pensavo che l’Università era e sarebbe stata una cosa seria.
    Che ingenuo, credevo sul serio “NO PAIN NO GAIN”, invece ora che sono rimasto solo con il PAIN, non mi rimane che osservare il GAIN di chi è stato più fortunato.
    Qualcuno dirà “il più bravo”, certamente ma anche fortunato a vedere il proprio merito considerato e premiato (cioè “ti valuto concretamente” e NON “non c’è posto e basta, oppure non ho tempo di seguirti”).
    Cmq i libri li ha anche scritti l’autore dell’articolo che stiamo commentando, cioè Massimo Piermattei, come lui dice e anche Massimo ci tiene e ci teneva tanto ai libri. Per tutto il resto, la mia situazione è quasi identica a quella di Massimo e purtroppo in Italia siamo il 99% degli studiosi non strutturati a fare questa fine.
    Questo, a prescindere dalla situazione individuale.

  8. Johnny mnemonico says:

    Ma lasciamo perdere. Ormai tutti scrivono libri, figuriamoci se un ordinario non lo possa fare direttamente o indretamente. Tuttavia un non strutturato può scrivere anche una caterva di libri, e nel migliore dei modi, ma i concorsi locali gli vengono preclusi a priori poichè nulla può fare quando si inizia a chiedergli di quali commissioni di dottorato ha fatto parte o a quali PRIN ha partecipato, o ancora quanta didattica ha svolto. I concorsi locali sono di fatto escludenti a priori per i non strutturati.

  9. Puoi aver scritto libri, vinto PRIN, puoi aver fatto parte di commissioni di dottorato e aver gettato anni nella docenza ma se non hai qualcuno che ti protegge: banalmente perché è andato in pensione, si è ammalato gravemente, hai deciso di non piegarti a favori sessuali, non sei e non sarai mai portaborse, e non hai un parente che conosce quello che conosce quello che fa parte di una fondazione e ti trova fondi, o se non vinci un ERC e anche quello presenta lati oscuri…come letto anche su Roars..allora non sarai mai strutturato. Siamo a questo. E se si vuole negare ancora una volta l’evidenza…il problema è che nella fame anche un posto che garantisce pochi spiccioli e un indeterminato fasullo – perché tempo poco e tutti saremo licenziabili e non vedo l’ora, peccato per certe cariatidi ma per loro già è un condanna il solo andare in pensione anche se prossimi alla tomba visto l’andazzo – si tira fuori il peggio del peggio delle persone. E non c’è etica, neanche un briciolo.

    • Johnny mnemonico says:

      Insomma, non c’è mai fine al peggio. Bersani ha dichiarato recentemente, più o meno questo: come fa la generazione del baby boom (e oltre) a non ribelarsi, a non far scoccare la scintilla di un nuovo ’68? Non lo fa perchè la generazione del ’68 (tutti amici di Bersani) non ha solo occupato militarmente tutto l’occupabile in università, ma ha fatto anche terra bruciata di ogni forma di dissenso e di autodeterminazione culturale. Hanno un potere che non è bilanciato da nessuna forma di contropotere.

  10. Quelli del baby boom hanno una concezione falsata della realtà. Sono convinti di aver ottenuto certe posizioni per merito, a voglia a spiegare loro che hanno vissuto in un’epoca di boom economico dove anche se eri un citrullo bastava una laurea per avere una posizione di prestigio. Hanno partecipato al ’68 come passatempo per poi essere più conformisti del “potere” contro cui hanno lottato. Buona parte erano dei semplici poser, della peggio specie. Avendo sostanzialmente tutto regalato non sono mai stati in grado di fare autocritica e non hanno mai veramente imparato dal passato o dai loro genitori, dato che dovevano essere contro. Non sanno invecchiare perché non hanno la maturità per invecchiare e non sanno mettersi da parte, lasciando spazio solo a finti rottamatori lecchini che in realtà mantengono lo status quo, e ci stanno regalando un paese allo sfascio. Ma moriranno inconsapevoli del disastro da loro creato. Ci avrei messo la firma a nascere qualche decennio prima.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Ringrazio Orwell per la parodia del sottoproletariato cognitivo di chi, per spiegare il dramma di una generazione salta a piè pari le ragioni storiche, economiche e sociali e trova la chiave nelle caratteristiche antropologiche dei “baby-boomers”. Questo sfoggio di bravura, regalatoci da Orwell è uno sfottò acuto e feroce dei sociologi da salotto che imperversano sul web (e non solo). Roba che, se poi riprendi in mano Alberoni (non quello dei saggi ma delle briciole di saggezza sulla prima pagina del Corriere), ti sembra di leggere Max Weber.

  11. Ah, mi sono frenato. Descrivere i “baby-boomers”, che prendo nell’accezione ampia dei nati tra il 45 e il 64 -questi ultimi cinquantenni di oggi che stanno dimostrando anche loro perle non dà poco – richiederebbe un’analisi ancora più terra terra.

    • ecolombo says:

      caro orwell,
      però forse è ancora meglio essere il figlio di un baby-boomer più che un baby-boomer stesso…
      riflettici un attimo….

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