È stato appena pubblicato il “Rapporto sulla conoscenza – Edizione 2018” dell’ISTAT. In Italia la spesa per ricerca scientifica continua ad essere inferiore a quella delle altre maggiori economie europee (nel 2015, 1,3% del Pil contro una media dell’insieme dei paesi europei poco superiore al 2,0%). Nel 2016, la quota di persone tra i 25 e i 64 anni con almeno un titolo di studio delle scuole medie superiori era del 60%, inferiore di 17 punti percentuali rispetto alla media europea. Il livello medio d’istruzione degli imprenditori delle piccole imprese (fino a 50 dipendenti) è relativamente modesto. Il livello d’istruzione d’imprenditori e dipendenti è correlato alle prestazioni delle imprese: più è elevato, più i salari sono alti e, soprattutto, i tassi di sopravvivenza nel periodo di crisi sono elevati. Non si è investito e sufficienza ed ora il nostro sistema produttivo, comparativamente “ignorante” e, di conseguenza, con bassi livelli di produttività, è in affanno e trova difficoltà a competere ad armi pari nei mercati internazionali. Di fronte a questa diagnosi impietosa, i temi della cultura e delle conoscenze restano indietro nell’agone di questa deprimente campagna elettorale. La buona notizia è che moltissime persone che operano nei vari settori della conoscenza – i docenti delle scuole e delle università, i ricercatori – continuano caparbiamente a fare il proprio dovere, con lusinghieri risultati, nella speranza che “ha da passà ‘a nuttata”.


È stato appena pubblicato il “Rapporto sulla conoscenza – Edizione 2018” dell’ISTAT. http://www.istat.it/it/archivio/209513. Il Rapporto propone, per la prima volta, una lettura integrata delle diverse dimensioni della creazione, della trasmissione e dell’uso della conoscenza nella vita delle persone e nell’economia.

Il quadro che emerge, ben noto a chi segue questi aspetti della vita nazionale, è preoccupante, anche se dalle statistiche si vedono alcuni segnali di miglioramento ed alcuni punti di forza.

Il Rapporto conferma che siamo un paese che non investe a sufficienza in conoscenza, e che ne paga le conseguenze sia sul piano sociale che su quello economico. L’Italia si colloca, tra i paesi europei, tra quelli che meno investono in formazione, istruzione, ricerca scientifica, innovazione, tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Il fatto è che da decenni questo settore cruciale per la vita del paese è trascurato dai decisori sia pubblici che privati. Non si è investito e sufficienza ed ora, di fronte alla globalizzazione, il nostro sistema produttivo comparativamente “ignorante”, e di conseguenza con bassi livelli di produttività, è in affanno e trova difficoltà a competere ad armi pari nei mercati internazionali.

Di fronte a questa diagnosi impietosa, i temi della cultura e delle conoscenze restano indietro nell’agone di questa deprimente campagna elettorale. Nei programmi delle formazioni politiche in lizza (che non è più appropriato chiamare partiti) l’educazione, la scienza e le sue applicazioni sociali ed economiche sono come al solito la Cenerentola; anzi c’è chi, epigono del triste ministro Tremonti che si permise di affermare che “con la cultura non si mangia”, opera, per meglio esercitare il potere non democratico, per affermare l’ignoranza come valore.

Nel Rapporto c’è un’infinità di dati estremamente interessanti. Vediamone alcuni.

In Italia la spesa per ricerca scientifica continua ad essere inferiore a quella delle altre maggiori economie europee (nel 2015, 1,3% del Pil contro una media dell’insieme dei paesi europei poco superiore al 2,0%).

L’Italia presenta un ritardo storico nei livelli d’istruzione rispetto ai paesi più avanzati: nel 2016, la quota di persone tra i 25 e i 64 anni con almeno un titolo di studio delle scuole medie superiori era del 60%, inferiore di 17 punti percentuali rispetto alla media europea.

Le condizioni familiari di partenza dei giovani studenti continuano a incidere sui percorsi e i risultati dell’istruzione, attribuendo maggiori chance a chi proviene da famiglie più istruite.

Il livello medio d’istruzione degli imprenditori delle piccole imprese (fino a 50 dipendenti) è relativamente modesto.

Il livello d’istruzione d’imprenditori e dipendenti è correlato alle prestazioni delle imprese: più è elevato, più la dinamica del valore aggiunto è favorevole, i salari sono più alti e, soprattutto, i tassi di sopravvivenza nel periodo di crisi sono elevati.

Un grazie all’ISTAT che ci dice come stanno le cose e che ci mostra, dati alla mano, che con la cultura si mangia – anche.

Purtroppo dobbiamo registrare per l’ennesima volta che chi deve porre rimedio a queste debolezze strutturali del nostro paese fa orecchie da mercante.

La buona notizia è che moltissime persone che operano nei vari settori della conoscenza – i docenti delle scuole e delle università, i ricercatori – continuano caparbiamente a fare il proprio dovere, con lusinghieri risultati, nella speranza che “ha da passà ‘a nuttata”.

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2 Commenti

  1. Dai vostri articoli si impara sempre. Come anche da questo. Vorrei sapere se esiste qualche ricerca o dato sulla correlazione tra la ripartizione nella popolazione dei livelli di istruzione e il funzionamento dell’apparato burocratico. A me sembrerebbe di sì. Anche se sul funzionamento della burocrazia incideranno molto le scelte politiche, scelta dei dirigenti, indirizzi politici, individuazione degli obiettivi. Inefficienza e opacità di funzionamento possono essere il risultato del livello medio di istruzione oppure il risultato di scelte più o meno consapevoli? O anche le secondo possono essere determinate dal primo? O si tratta di un mix aleatorio? Mi riferisco sempre al livello medio dell’istruzione e alla sua qualità , sempre che siano stati mai rilevati nell’apparato burocratico.

  2. Quest’analisi non ha alcun senso. Il rapporto CONFERMA; da DECENNI questo settore cruciale è trascurato; l’Italia presenta un ritardo STORICO e così via. Come può venire in mente di spiegare una novità (la marcia indietro dell’Italia negli ultimi vent’anni) con un fattore costante?

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