È iniziata la fase 2. Poi ci sarà la 3, la 4 e chissà quante altre ancora. Di certo sappiamo che non ci sarà la fase 0, quella in cui si riavvolge il nastro e tutto torna come prima. La pandemia, con i drammi sociali che ha già provocato, con le modificazioni che ha già prodotto nelle esistenze, lascerà segni profondi sulle nostre forme di vita. Il grande pericolo è che l’emergenza diventi norma, che i modi che forzosamente costringono il nostro attuale abitare il mondo, e cioè l’isolamento, il distanziamento, la disponibilità eccezionale a un controllo dell’autorità statale su ciò su cui essa non può e non deve avere controllo, diventino abitudine, prassi consolidata.

Proviamo a guardare all’Università. Essa ha risposto all’emergenza in un modo che per molti versi ha dell’incredibile, trasferendo nel giro di poco più di una settimana pressoché tutte le attività sul web. Uno sforzo impressionante che ha visto coinvolti docenti, tecnici, amministrativi e che ha consentito a centinaia di migliaia di studenti di continuare a essere studenti, di continuare a far parte, per quanto in un modo del tutto inusuale, della comunità universitaria.

Ma cosa succederà dopo?

Il 16 aprile scorso Paolo Andrei, il Rettore dell’Università di Parma, ha inviato una lettera ai docenti del suo ateneo nella quale sostiene che, siccome è realistico ipotizzare per il prossimo futuro una contrazione di risorse per le università e poiché è altrettanto realistico pensare che molte famiglie faranno fatica a permettersi la residenza fuori sede per i figli, vale la pena pensare la pratica emergenziale di erogazione della didattica di questi mesi in termini non più, appunto, emergenziali, ma invece normali, unendo cioè alle lezioni presenza che solo pochi potranno frequentare, le lezioni on line per chi non potrà.

“Si tratta di fare un grande sforzo progettuale – scrive Andrei – che ci consenta di ripensare le nostre modalità di erogazione della didattica e che ci permetta di cogliere (e vincere) la sfida che il futuro dischiude innanzi a noi”. Questa riorganizzazione è un preciso dovere, secondo il Rettore, che “tutte e tutti abbiamo verso il Paese”. Per cui non andare in questa direzione, ovvero verso la trasformazione dell’emergenza in norma, sarebbe immorale.

Negli stessi giorni in cui Andrei scriveva questa lettera, un docente dell’Università di Bologna, Federico Bertoni, scriveva un brevissimo e bellissimo libro che si intitola “Insegnare (e vivere) al tempo del virus”. Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Nottetempo ed è scaricabile gratuitamente in formato digitale.

L’elogio della teledidattica di cui si riempiono la bocca rettori e ministri, scrive qui Bertoni, è del tutto coerente con l’imporsi di un modello di università che in effetti è quello che ha caratterizzato molte delle politiche di questi ultimi anni e che considera gli studenti non come cittadini che reclamano il diritto al sapere (art. 34 della Costituzione), ma come “clienti da soddisfare, consumatori di beni e servizi, acquirenti di un prodotto”. Il rischio, secondo Bertoni (che non poteva avere letto la lettera di Alai, ma sembra averla prevista), è che qualcuno pensi di utilizzare l’emergenza per spingere ulteriormente in direzione di un nuovo modello di organizzazione degli atenei nel quale i docenti diventano ‘riproducibili’ a piacere, gli investitori e i provider di servizi informatici si fregano le mani (le piattaforme su cui si regge la didattica a distanza sono tutte piattaforme private che non solo ovviamente vengono pagate, ma che si trovano a gestire oggi una quantità spaventosa di dati sensibili su cui sarebbe il caso di aprire un serio discorso) e gli studenti continuano a pagare le tasse, ma senza gravare fisicamente su aule, strutture e costi di gestione. Il pericolo che cioè Bertoni giustamente paventa è che si realizzi una sorta di automatica selezione di classe: “da un lato lezioni in presenza riservate a studenti privilegiati (cioè non lavoratori, di buona famiglia, capaci di sostenere un affitto fuori sede), e dall’altro corsi online destinati a studenti confinati dietro uno schermo e nei più remoti angoli d’Italia”.

La discussione, come si vede, non è dunque, come spesso la si vuole far passare, tra i paladini della tecnologia e coloro che la guardano con sospetto, ma riguarda più radicalmente due idee di Università (e di scuola): una Università (e una Scuola) intesa come luogo di trasmissione della conoscenza rivolto a studenti che sono clienti e un’università (e una scuola) intesa come bene comune e strumento imprescindibile di uguaglianza sociale. Due idee che non riguardano evidentemente solo il mondo dell’istruzione, ma la società tutta. A dimostrazione che la gestione dell’emergenza è oggi una questione che certo attiene norme sanitarie e soluzioni amministrative, ma è già, e sarà sempre più, questione squisitamente politica, ovvero questione che riguarda il significato attraverso cui pensiamo le nostre vite e il nostro essere comunità.

Articolo pubblicato su Il Mattino di Padova il giorno 11 maggio 2020.

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16 Commenti

  1. I principi costituzionali evocati nell’articolo sono sacrosanti. A me sembra però che l’atteggiamento di colui che scrive sia più elitario di coloro che invece provano a calarsi nella realtà. Il nostro paese sta andando incontro ad una recessione epocale dove sicuramente molte famiglie non avranno più la possibilità di mantenere i propri figli all’Università, in particolare, se fuorisede (studiare e vivere nelle grandi città come Roma o Milano costa!). Fermo restando che la costruzione in presenza del sapere è fondamentale, non si capisce dall’articolo quali sarebbero le soluzioni al problema. Molti scriveranno che bisognerà investire nell’edilizia e nella costruzione di studentati. Bene! La cosa però richiede tempo e gli studentati bisogna farli bene affinché non caschino come all’Aquila. Bisogna incrementare le borse di studio. Ottimo! Le borse di studio però coprono solo una minima parte dei costi che devono sostenere gli studenti fuorisede. Inoltre, l’erogazione di queste borse deve essere “per sempre” e non fermarsi dopo l’emergenza ritornando ai “beneficiari senza assegno”. In un altro post c’e’ chi scrive, giustamente, di prendere accordi con le aziende di trasporto per agevolare lo spostamento degli studenti. Io vivo a Roma e la nostra azienda di trasporto, impegnata in improbabili piani di rilancio, ad entrare e uscire dal tribunale fallimentare e col parco macchine forse più vecchio d’Europa, non è in grado di assicurare un servizio decente all’utenza ordinaria. Pertanto, la soluzione di stringere accordi (pur ottima) non si avrà dall’oggi al domani. L’alternativa dovrebbe allora essere quella di portare fisicamente le sedi universitarie in “ogni angolo d’Italia”, cosa che però appare alquanto costosa e di difficile realizzazione visto che molte sedi decentrate di Università sono state chiuse nel recente passato perché poco efficaci. A questo punto, non si capisce perché per garantire l’accesso di tutti allo studio (principio costituzionale) non bisognerebbe pensare a come utilizzare in modo complementare alla didattica in presenza gli strumenti digitali. Al momento, l’unica alternativa alla frequenza è la non frequenza delle lezioni. Pertanto, chi può frequenterà l’Università e gli altri si arrangino!
    Un ultima considerazione riguardo le piattaforme digitali. Le Università, oltre ad essere piene di virologi, architetti ecc.., dovrebbero anche essere piene di informatici che dovrebbero essere capaci di sviluppare una piattaforma digitale, magari a sorgente aperta e condivisibile, evitando quindi l’invasione di quelle straniere. Infine, separiamo nettamente Scuola e Università su questo argomento.

    • Il mio e’ un commento breve e modesto. Dico solo una cosa: avrei preferito un po’ piu’ di “dispiacere” da parte di molti sulle ricadute didattiche prodotte dalla situazione (seria, serissima) prodotta dalla epidemia. Situazione difficile per tutti, studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo. La sensazione (molto brutta, ma forse solo personale), e’ che ci sia chi e’ in un certo senso “in corsa” col virus, sperando di portare a casa dei risultati (?) prima che l’argomento emergenziale perda forza. Ogni tanto, mica sempre, ma ogni tanto, sarebbe stato consolante anche sentir parlare di ritorno alla normalita’. O vogliamo ritenere che questa emergenza durera’ per sempre? Da alcuni segnali sembra di si. Quando ti arrivano certi email nella casella istituzionale nei quali si parla di “Elearning: da soluzione di emergenza a innovazione di sistema”, beh, saro’ certamente io quello sbagliato, ma eufemisticamente parlando il riflesso non e’ positivo. Emergenza va bene, pero’ calma, “innovazione di sistema”, con tutta l’umilta’ possibile, io non l’ho mica delegata a nessuno, e riterrei un livello minimo di buona creanza che i docenti venissero come minimo consultati. Difatti, con tutta l’umilta’ possibile, l’Universita’ c’e’ perche’ ci sono gli studenti: vero, verissimo, ma l’Universita’ c’e’ anche perche’ ci sono i docenti che hanno qualcosa da insegnare.

  2. Io credo, però, che nessuno ha sollevato il problema delle ore di lavoro dei docenti, che si sono di molto incrementate. Dei consigli tutti telematici, senza nessuna discussione, se non fra pochi. Abbiamo detto da molto addio alla democrazia

  3. @mariam: Quale è il piano della discussione, il diritto allo studio (art. 34 della Costituzione) o lo stato giuridico dei docenti? Il contenuto di questo articolo focalizza principalmente sulla trasformazione degli studenti in clienti. Di cosa parliamo?

  4. Credo che tutto l’intervento di Andrea Scozzari sia dirimibile con la questione dell’essere riformisiti o meno o, per dirla con Carlo Galli, liberali o no. La questione è se va difesa la funzione dell’Università oppure se basta solo il nome Università intesa anche come scatola vuota, come feticcio. Perché l’Università è o non è. E quanto scritto dal prof. Illetterati oggi od Emanuele Conte nei giorni scorsi è sufficiente. Se invece si privilegia il riformismo, allora lo scenario è quello fotografato dalla realtà, con la formazione che diventa una Halbbildung (cfr. T.W. Adorno). Le conseguenze di ciò sono già sotto gli occhi di tutti. Il fumo negli occhi dell’Università proprio mentre la si sta bruciando, in nome di uno “spirito del denaro” (Simmel) che livella e oggettiva tutto e taglia ciò che non è merce e non ha un ritorno immediato in termini di profitto.
    A noi la scelta; il resto di conseguenza.

  5. Ha ragione. Il diritto allo studio di studenti volenterosi, ma impossibilitati alla frequenza per motivi economici, mi sta a cuore. Ma ciò che voglio dire è che non si può assicurare con il sacrificio personale dei docenti. La mia giornata tipo in questo periodo è stata di 12 ore al giorno… Parlo di lezioni, tutoraggio, correzione saggi, correzione tesi. In più, ci si chiede ricerca. Lei vede bene che le cose sono collegate ….

  6. Ottimo articolo. I problemi economici si risolvono con strumenti economici e non trasformando l’Università in qualcosa di diverso. Sicuramente è un’occasione troppo ghiotta per i sacerdoti della didattica innovativa, per i seguaci dell’austerità, per i liberisti…. Inoltre le piccole università (quelle vere non le sedi distaccate con poche facoltà) non mi risulta che siano poco efficaci, al contrario sono indispensabili per attuare i valori alla base della nostra Costituzione.

  7. Così come avevo scritto all’Autore dell’articolo all’indomani della sua pubblicazione, vorrei precisare che l’intento della mia lettera (rivolta alle colleghe e ai colleghi del mio Ateneo) non era assolutamente quello di prefigurare uno spostamento dalla didattica in presenza a quella a distanza. La logica della mia lettera, forse non del tutto chiara, e me ne scuso, era differente. Siamo stati costretti a impiegare, in situazioni emergenziali, strumenti di e-learning per favorire il più possibile il prosieguo dell’anno accademico, ci siamo tutti impegnati per mantenere vivo e vitale, compatibilmente con la situazione di emergenza, il rapporto con i nostri studenti, e saremo impegnati ancora per diversi mesi nell’impiego di questi strumenti auspicando che, nel più breve tempo possibile, si possa tornare a una attività didattica pienamente in presenza.
    In questo contesto, lo sforzo che tutti abbiamo compiuto potrà essere di stimolo per meglio impiegare, rispetto al passato, le tecnologie a servizio della didattica, non in senso sostitutivo ma complementare, nel senso che potremo meglio supportare, qualora giudicato utile e appropriato, la nostra attività didattica in presenza attraverso l’impiego (aggiuntivo) di strumenti (certamente non nuovi) il cui utilizzo così ampio non era stato mai fatto nell’esperienza passata di molti docenti (me compreso).
    Il senso di responsabilità cui mi appellavo nella lettera era rivolto, invece, ai problemi dell’oggi, cioè alla necessità di assolvere al meglio, pur nella complessità del momento, il nostro ruolo di docenti nel servizio che ci lega agli studenti, avendo presente che nella situazione emergenziale il nostro dovere, anche sotto il profilo etico, consiste nel garantire ai nostri studenti il massimo del nostro impegno nell’impiego di metodologie didattiche di non semplice utilizzo, con tanti difetti, ma pur sempre indispensabili per tenere in vita il rapporto educativo e formativo studenti-docenti, anche in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando. E tutto questo risulta ancora più evidente se pensiamo al possibile “isolamento” di diversi studenti che, durante la crisi sanitaria ed economica in atto, potrebbero trovarsi in condizioni di grande difficoltà se non opportunamente coinvolti mediante il corretto impiego degli strumenti digitali.
    Siamo tutti consapevoli della fatica e dell’impegno che ci è stato richiesto e che è stato richiesto agli studenti, ma non possiamo non cogliere, sia pure nella crisi del momento, nuovi stimoli per svolgere sempre meglio il nostro lavoro.

  8. Per l’emergenza va bene, per la normalità no.
    In ogni caso, ho sperimentato 3 appelli online per esame orale: la commissione non può contenere “sottocommissioni” come al solito, ma soltanto una stanza virtuale per materia, il titolare e l’assistente. Risultato: si raddoppiano i tempi e gli appelli vengono spalmati su più giorni.
    Lo studente sta LEGGENDO?
    Lo si capisce, lo so, si scopre subito, ma non si può provare, non si può dire: “Chiuda quel libro!!!” perché non si è in presenza e non si può provare con testimoni, ergo FARSA.
    Comunque, capisco Mariam, alla quale dico che, purtroppo, tutto questo è in linea con un trend costante: facilitare la vita dello studente ad ogni costo, anche a costo che il docente diventi lo zerbino dello studente.
    In genere, anche prima del Covid 19, ogni giorno viene creato un NUOVO DIRITTO per lo studente e, in maniera correlata, un NUOVO OBBLIGO per il docente.
    Se, derogando all’autonomia universitaria, la legge stabilisse, ad esempio per assurdo, per particolare corso di laurea non più di 4 appelli l’anno, molti, tra gli studenti, sarebbero più responsabili e responsabilizzati, meno “avventurieri”, sicuramente più preparati e maturi.
    Invece tutti gli atenei fanno a gara “a chi offre di più” in relazione alle facilitazioni, ma che classe dirigente viene fuori?
    Un ateneo offre 8 appelli, un altro, per fare concorrenza 9, l’anno dopo il primo 10 ecc….. e così via, concorrenza al ribasso……tutto ciò è indegno. Lo studente ci prova e alla fine passa l’esame in modo indegno. Ma il futuro non sarà per lui facile come “l’azienda università per il cliente studente viziato”.
    Quando esce sarà un massacro per lui.
    Invece, su versante docente è sempre più dura: precariato, abilitazione, valori soglia ecc.…, complimenti a chi sta governando questo processo, vedo molto molto equilibrio!

  9. Non sarà che abbiamo scoperto, in questa occasione, che le misure sul diritto allo studio sono ben poca cosa e non riescono a compensare le differenze di reddito delle famiglie degli studenti? La soluzione può essere la didattica a distanza “per chi non può frequentare”? Oppure dovrebbe – deve – essere quella di un piano autentico di sostegno agli studenti in termini di servizi nelle città universitarie e/o di sostegno economico diretto (anche tipo carta prepagata mensile)?

  10. Oppure borse di studio che vadano a chi ne ha realmente bisogno? Che si evitino trasferimenti che causano costi eccessivi smettendola di dar danaro alle università già ricche? Che si dia valore allo studio evitando di passar tutti perché altrimenti tolgono finanziamenti? Spesso sono i migliori proprio i ragazzi non ricchi. Poi il divario cresce solo perché gli altri hanno più possibilità.

  11. Si può fare una donazione di sangue online?
    Si può concepire un figlio online?
    Si può mangiare un piatto di pasta online?
    Ci si può fare la doccia online?

    NO.
    Ci sono cose nella vita che si possono fare online, altre no.
    Chi vuole capire, capisca.
    Fermiamoci prima di diventare tutti imbecilli e disadattati.
    C’è la vita, VIVIAMOLA!

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