L’abilitazione scientifica nazionale ha contribuito a ridurre la segregazione gerarchica delle donne nell’università italiana? Secondo i dati MIUR (2013) i professori  ordinari sono ancora al 79 per cento uomini. L’ASN ha fornito segni di miglioramento ha finalmente abbattutto il tetto di cristallo?  La quota di donne tra gli abilitati ad associato è stata del 39,3% e la quota di donne tra gli abilitati ad ordinario è stata del 28,9%. I risultati ASN appaiono del tutto in linea con quanto avvenuto nei concorsi locali 2008/2012 dove le donne rappresentavano il 38,2% dei nuovi associati ed il 26,3% dei nuovi ordinari.  La discriminazione di genere nei concorsi locali era il frutto di scelte delle commissioni. Per la ASN non c’è invece evidenza che siano state le commissioni a discriminare. Perché allora i risultati ASN mostrano comunque una quota di donne inferiore a quella degli uomini? Le donne sembrano aver scelto di rinunciare volontariamente al gioco accademico, dando luogo a un flusso di abilitazioni sbilanciato per genere  e perpetuando la segregazione verticale.  In effetti la  partecipazione delle donne all’abilitazione ad associato  è meno che proporzionale rispetto alla loro quota nel ruolo dei ricercatori (-11%), e soprattutto nell’abilitazione ad ordinario la quota delle donne tra i partecipanti alla competizione per ordinario è minore  del 38% rispetto al loro peso nei ruoli inferiori. Tutta colpa delle mediane? Verosimilmente sì. La loro sostituzione con un sistema di soglie minime prefissate, contribuirebbe a ridurre la segregazione di genere nell’università italiana.

 

Questo post è dedicato ad una prima valutazione dei risultati della Abilitazione scientifica nazionale 2012 (da ora in poi ASN2012) in termini di genere. In particolare l’attenzione è centrata sul tema della segregazione verticale o gerarchica. Con questa espressione ci si riferisce a situazioni in cui uomini e donne sono distribuiti in modo diverso tra categorie occupazionali, quando tali categorie sono ordinate in relazione a qualche attributo desiderabile come la retribuzione, il prestigio, la scala gerarchica o il potere decisionale  (Bettio and Verashchagina 2009). Una situazione di segregazione verticale si verifica cioè quando la quota di donne tende ad essere più bassa nelle occupazioni più prestigiose. Ci si riferisce a questa situazione anche con la metafora del soffitto di cristallo (glass ceiling). Nel caso dell’università e della ricerca la situazione delle donne è ben documentata dai rapporti She Figures dell’Unione Europea (EU2013). Per l’Italia si può fare riferimento al Report sulle donne dell’università italiana di Romana Frattini e Paolo Rossi. Le domande cui tentiamo di rispondere sono 1) l’abilitazione scientifica nazionale ha contribuito a ridurre la segregazione gerarchica delle donne nell’università italiana? 2) rispetto ai risultati dei concorsi degli ultimi anni ha rappresentato un passo in avanti o una battuta di arresto?

Le donne nell’università italiana. E’ ben noto che la presenza delle donne nei ruoli dell’università italiana è andata lentamente e costantemente crescendo negli ultimi 20 anni. Come si può vedere nella tabella seguente (Dati Miur 2013) in Italia le donne rappresentano il 36,1% dei professori universitari. Erano il 27,6% nel 1997 e appena il 14% nel 1959. La loro quota è massima tra i ricercatori, dove rappresentano il 45,6% dell’organico;  la quota delle donne nel ruolo di associato si riduce al 35% e si riduce ancora di più tra gli ordinari dove le donne sono appena il 21,1%. Per sintetizzare questi dati si può utilizzare il Glass Ceiling Index (da ora in poi GCI) che è un indice sintetico di segregazione verticale. Esso è calcolato come  il rapporto tra la quota di donne in una data posizione gerarchica e la quota di donne nella posizione gerarchica superiore. Tanto più l’indice è superiore ad 1 tanto maggiore è lo spessore del soffitto di cristallo, cioè tanto più difficile per le donne salire nella scala gerarchica. Nel caso del passaggio tra ricercatore ed associato l’indice GCI è pari ad 1,3: questo significa che la quota di donne nel ruolo di associato è inferiore del 30% rispetto alla quota delle donne nel ruolo dei ricercatori. L’indice GCI tra associato ed ordinario è pari a 1,66 cioè la quota di donne nel ruolo di ordinario è inferiore del 66% rispetto alla quota di donne associato. Complessivamente la quota di donne nei ruoli di ricercatore e associato è quasi doppia rispetto alla quota di donne ordinario (GCI=1,96). Nel 2010, i 27 stati dell’Unione Europea avevano un valore medio del GCI di circa 1,8 per la posizione più elevate nelle carriere accademiche, e nessun paese mostrava un valore vicino ad 1.

 

Tavola 1

 

E’ ovvio che perché la situazione cambi è necessario che si verifichi una modifica sostanziale nei flussi in ingresso nei ruoli. Perché la quota di donne nell’organico aumenti è necessario che la quota di donne in entrata nei ruoli sia superiore a quella già presente in organico. L’analisi dei flussi in ingresso negli ultimi anni mostra che la crescita della quota delle donne nell’organico è il risultato non solo di un flusso in entrata in cui la quota di donne è stata sempre più elevata rispetto alla quota di donne in organico, ma anche di un flusso in uscita dall’organico che ha visto una netta prevalenza di uomini.

In realtà come si può vedere dal grafico sottostante i flussi in entrata  delle donne hanno oscillato molto negli ultimi 15 anni. La quota di associate entrate nei ruoli a partire dal 2000 ha oscillato intorno ad un valore medio del 36% con una leggera tendenza crescente; in modo analogo la quota di ordinarie in entrate ha oscillato intorno ad un valore medio del 28% con una leggera tendenza crescente. Proiettando questi dati nel futuro ci sarebbero voluti 22 anni ancora per raggiungere la parità di genere nel flusso di ingresso nel ruolo degli associati; e ben 48 anni per raggiungere la parità di genere nel flusso di ingresso nel ruolo degli ordinari.

 

Grafico 1

 

Poi è arrivata l’ASN. E le regole di ingresso nel mondo accademico sono cambiate. Ma come sono andate le abilitazioni in termini di genere? Le tendenze appena descritte riferite al pre-vigente sistema di immissione in ruolo sono cambiate con le nuove regole? Per rispondere a queste domande abbiamo bisogno di dati. Quelli ufficiali MIUR ancora non ci sono, come ha sottolineato Daniele Gallo proprio su Roars [1]. Usiamo quindi il database costruito da Daniele Gallo riferito alle 59.881 domande di partecipazione che sono state classificate a mano per genere del candidato. Nei conteggi che seguono, a meno di specificazione contraria, consideriamo i dati relativi ai partecipanti all’abilitazione ed agli individui abilitati [2].   I dati sono quelli complessivi; sarebbero possibili analisi più raffinate per area e settore concorsuale che speriamo vogliano sviluppare i nostri lettori.

Al termine della procedura la quota di donne tra gli abilitati ad associato è stata del 39,3% e la quota di donne tra gli abilitati ad ordinario è stata del 28,9%. In particolare la quota di donne immesse nel ruolo di associato nel quinquennio 2008/2012 era stata in media del 38,2%; mentre la quota di donne immesse nel ruolo di ordinario era stata del 26,3% nello stesso periodo.[3] In entrambi i casi i risultati delle abilitazioni in termini di genere appaiono del tutto in linea con la dimensione in termini di quote di genere dei flussi di immissioni in ruolo realizzatosi con il sistema dei concorsi locali commentato sopra. Non è inutile ricordare che essere stati abilitati non significa essere chiamati in ruolo, per cui il flusso che stiamo commentando è solo ipotetico e dovrà essere confermato nei concorsi locali.

Tabella 2

 

Contro Pangloss. Prima di affrontare il tema della segregazione verticale nella procedura è opportuno spazzare il campo dal seguente argomento. Qualcuno potrebbe sostenere, come Pangloss, che tutto è andato per il meglio e che l’ASN è il migliore dei mondi possibile, anche per le donne. Se infatti si confronta la quota di donne abilitate ad associato (39,3%) con la quota di donne associate attualmente in organico (35,9%), e se si confronta la quota di donne abilitate ad ordinario (28,9%) con la quota di donne ordinarie in organico (21,1%), non si può non rilevare come l’abilitazione abbia premiato le donne. La quota di donne nell’organico crescerà a seguito dell’abilitazione. Non c’è quindi nulla di cui preoccuparsi, è solo questione di tempo e si arriverà alla parità di genere anche nell’università italiana. E’ innegabile e positivo che la quota di donne abilitate è maggiore della quota di donne in organico. Ed è altrettanto innegabile che questo –nel caso in cui nei concorsi locali vengano rispettate le quote dell’abilitazione- farà aumentare la quota di donne in organico. Ma questo è stato perfettamente vero anche per i concorsi locali come abbiamo visto. Il confronto tra quota di donne nell’organico e quota di donne abilitate è un confronto improprio tra uno stock e un flusso (potenziale); la grande distanza specialmente per gli ordinari non deve impressionare. Il sistema dei concorsi locali aveva generato distanze maggiori tra stock e flusso in entrata sia per gli associati che per gli ordinari. In particolare per gli ordinari la quota di donne in ingresso nei ruoli è stata più elevata della quota di donne abilitate nella ASN per ben tre anni (2007, 2011 e 2012).[4]

C’è stata segregazione verticale nella ASN? Fino a questo momento abbiamo analizzato la quota di donne abilitate, ma non abbiamo considerato esplicitamente il tema della segregazione verticale. Possiamo affrontarlo utilizzando due varianti del GCI che chiameremo indici del soffitto di vetro dell’abilitazione ASN_GCI. Il primo è riferito all’abilitazione per associato e confronta la quota di donne abilitate con la quota di donne nel ruolo di ricercatore; il secondo è riferito all’abilitazione ad ordinario e confronta la quota di donne abilitate  ad ordinario con la quota di donne nel ruolo di associato e ricercatore. Per le abilitazioni ad associato l’indice ASN_GCI ha valore 1,16 e per ordinario 1,46. Ne possiamo ricavare che la quota di abilitate ad associato è inferiore del 16% rispetto alla loro quota tra i ricercatori già in ruolo, e che la quota di abilitate ad ordinario è inferiore del 46% alla loro presenza in organico nei ruoli inferiori. Rispetto ai dati di segregazione di genere calcolati sullo stock dell’organico c’è un evidente miglioramento, ma non possiamo non concludere che anche la procedura di abilitazione 2012 appare caratterizzata da segregazione verticale di genere, in particolare per quanto riguarda il ruolo di ordinario.

La discriminazione di genere nei concorsi locali e nella ASN. Nei concorsi locali i risultati erano chiaramente responsabilità delle commissioni e la responsabilità della discriminazione di genere era da imputare direttamente alle scelte delle commissioni. Frattini e Rossi (2012) hanno stimato separatamente per donne ed uomini, per gli anni 2000-2011, il valore medio della probabilità di passaggio di ruolo tra ricercatore ed associato, e tra associato ed ordinario calcolati come rapporto tra partecipanti e concorrenti. Il rapporto tra probabilità di passaggio di ruolo delle donne e probabilità media di passaggio di ruolo è stato pari a 0,83 per le donne e 1,08 per gli uomini in entrambi i passaggi di ruolo. Ciò significa che “in entrambi i passaggi la probabilità di essere promosso è stata costantemente circa il 30% maggiore per un maschio che  per una femmina.”

Da questo punto di vista i risultati della ASN sono sorprendenti. Se si applica lo stesso criterio di calcolo utilizzato da Frattiini e Rossi  ai dati ASN si scopre infatti che sia per il ruolo di associato che per il ruolo di ordinario, la probabilità di essere abilitati non cambia in modo sensibile in rapporto al genere. Per gli associati, la quota di abilitazioni sulle domande presentate è del 40,8% per le donne e del 43,4% per gli uomini; per gli ordinari la distanza è ancor minore: per le donne la quota di abilitazioni è del 41,9% contro il 43,6 degli uomini. Questo dato indica che non c’è evidenza che le commissioni abbiano in media discriminato i candidati per genere.[5] Ci sono ragioni per salutare con soddisfazione un cambiamento notevole di atteggiamento da parte dell’accademia italiana che sembra aver abbandonato quasi completamente ed in modo repentino i comportamenti discriminatori all’opera nei concorsi locali. Ci sono altresì motivi seri di preoccupazione: l’accademia italiana ha abbandonato le tradizionali scelte discriminatorie in relazione alle abilitazioni verosimilmente perché l’abilitazione consiste di fatto nella concessione di una “medaglia” senza alcuna conseguenza rilevante in termini di carriera e stipendio. C’è da verificare se quando si farà sul serio, con le chiamate ed i concorsi locali, la preferenza per gli uomini riemerga in modo del tutto simile a quanto avvenuto nel corso degli anni con i concorsi locali.

 

Ovviamente resta spiegare perché, malgrado il comportamento mediamente virtuoso delle commissioni, i risultati complessivi mostrino comunque una quota di donne inferiore a quella degli uomini. La ragione va verosimilmente cercata nelle scelte di partecipazione delle donne alle procedure di abilitazione. Le donne potrebbero aver partecipato meno degli uomini alle abilitazioni, autoselezionandosi in generale in modo più severo rispetto agli uomini, ed in modo differenziato per i ruoli di associato ed ordinario. Per avere un indicatore sintetico di questo abbiamo applicato la stessa logica del GCI, costruendo due indicatori P_GCI riferiti alle domande di partecipazione all’abilitazione. Il primo indicatore mette a confronto la quota di donne partecipanti alla abilitazione per associato con la quota di donne nei ruoli dei ricercatori; il valore dell’indice è 1,11 ed indica che le donne tendono ad autoselezionarsi in modo più rigoroso rispetto agli uomini già per il ruolo di associato; infatti la loro partecipazione all’abilitazione è meno che proporzionale rispetto alla loro quota nel ruolo dei ricercatori (-11%). Questo fenomeno si amplifica in modo molto evidente per l’abilitazione ad ordinario. Se infatti mettiamo a confronto la quota di donne partecipanti alla abilitazione per ordinario con la quota di donne nei ruoli di associato e ricercatore abbiamo un indicatore P_GCI di 1,38 che indica una partecipazione delle donne alla competizione per ordinario in una quota inferiore del 38% rispetto al loro peso nei ruoli inferiori. Nel caso dell’abilitazione le donne sembrano dunque aver scelto di rinunciare volontariamente al gioco accademico, dando luogo a un flusso di abilitazioni sbilanciato per genere ed a segregazione verticale. Perché?

Tabella 3

Ci sono molte spiegazioni per le scelte autoselettive delle donne. Alcune fanno riferimento a caratteristiche psicologiche delle donne come una minore propensità alla competizione, minore autostima e capacità di autopromozione, scoraggiamento per le difficoltà già incontrate, altre ancora al fatto che nel momento in cui uno scienziato è più produttivo la donna deve affrontare eventi impegnativi come la gravidanza e la cura dei figli; altre infine fanno riferimento alla riluttanza delle donne a giocare esclusivamente al gioco accademico, rinunciando agli altri ruoli che svolge nella sua vita personale e sociale.

A queste spiegazioni, già note in letteratura, nel caso delle abilitazioni è da affiancare una possibile spiegazione complementare relativa al disegno istituzionale delle abilitazioni le cui regole contengono un meccanismo, quello delle mediane, che verosimilmente dà luogo a discriminazione di genere che si realizza attraverso l’autoesclusione delle donne dalla partecipazione.

Una congettura sulla autoselezione e la discriminazione di genere nella ASN. Uno dei temi investigati da chi si occupa di scientometria è il cosidetto “productivity puzzle”: esiste ampia evidenza [6]  che le donne hanno produttività scientifica, misurata in termini di quantità di pubblicazioni, più bassa degli uomini. Per quanto riguarda le citazioni, le evidenze sono meno chiare, ma ci sono lavori che mostrano che le donne tendono ad avere indicatori citazionali più bassi degli uomini.

Ora le regole di partecipazione all’abilitazione, in particolare le mediane, hanno dato rilevanza esclusiva alla quantità delle pubblicazioni e delle citazioni, piuttosto che alla qualità. Per i settori bibliometrici le soglie erano fissate prevalentemente su parametri di quantità della ricerca prodotta; per i non bibliometrici le soglie erano esclusivamente quantitative. Inoltre il calcolo delle mediane è avvenuto indipendentemente dal genere. Se è vero –come risulta da dati empirici riferiti anche al caso italiano- che le donne italiane sono meno produttive degli uomini, aver individuato una mediana per la popolazione indipendentemente dal genere significa di fatto aver fissato una asticella che per le donne è mediamente più elevata che per gli uomini. Il peso attribuito alla sola quantità della produzione scientifica potrebbe aver giocato un ruolo rilevante nello spingere molte donne a rinunciare in partenza alla competizione. Non è inoltre da trascurare che stanno entrando in azione negli atenei altri marchingegni basati esclusivamente su quantità che prevedono meccanismi premianti automatici per la quantità della ricerca prodotta. E che finiranno per avere effetto negativo in relazione agli individui meno attenti alla quantità di ricerca prodotta, tra cui le donne. Nel caso di SUA-RD, per esempio, l’enfasi sulla quantità di produzione darà luogo probabilmente a risultati peggiori per i dipartimenti con una maggiore presenza femminile.

Una breve riflessione di policy. Questa congettura è un argomento in favore dell’eliminazione delle mediane quale pre-requisito per la partecipazione alle procedure di abilitazione. Esse dovrebbero essere sostituite –come abbiamo già avuto modo di scrivere- con soglie fisse di ammissibilità definite ex-ante dalle comunità scientifiche di riferimento. Tali soglie dovrebbero essere riferite esclusivamente ad un livello minimo di produzione scientifica da considerare come soglia al di sotto della quale i candidati non sono pronti per la partecipazione. La produzione scientifica dovrebbe essere quantificata esclusivamente in termini di quantità di produzione e di tipologie di lavori scientifici (libri, articoli, etc.), senza alcun riferimento all’impatto citazionale e alle sedi di pubblicazione (classifiche di riviste). Tali soglie dovrebbero essere definite in modo autonomo dalle comunità scientifiche, con processi partecipativi dove è auspicabile che la voce delle donne venga ascoltata con particolare attenzione. L’introduzione di questa tipologia di soglie non solo eviterebbe i problemi più volte segnalati su ROARS, ma contribuirebbe anche alla parità di genere.

* Questo post contiene i dati presentati nel mio intervento il 30 settembre 2014 al convegno “Genere e scienza” presso l’università di Pisa. Ringrazio Rita Biancheri che con il suo invito mi ha dato l’occasione di riflettere sul tema. Sono altresì grato a Francesca Bettio ed Annalisa Rosselli che hanno letto e commentato versioni precedenti del post. Paolo Rossi mi ha fornito i dati sui concorsi locali. Daniele Gallo mi ha messo a disposizione il file con i dati delle abilitazioni. Una versione del post rielaborata con Annalisa Rosselli esce in contemporanea su InGenere.

[1] Non è inutile notare che anche in questo caso, come ormai è diventato usuale per tutti i dati ministeriali e  soprattutto per quelli prodotti da ANVUR, alcuni gruppi di ricerca sono in possesso di dati elementari dettagliatissimi che al momento non sono pubblicamente disponibili.

[2] Gli stessi calcoli condotti sulle 59.881 domande di partecipazione anziché sui partecipanti, e sulle 25.518 abilitazioni anziché sugli individui abilitati mostrano risultati di segregazione verticale un po’ più elevati di quelli che commenteremo nel testo poiché gli uomini hanno partecipato di più delle donne con un numero medio di domande pro-capite più elevato, ed hanno anche ricevuto un numero di abilitazioni pro-capite più elevato delle donne: 2.222 abilitazioni ad ordinario per 2039 donne 1,09 abilitazioni a testa.

[3] La scelta del quinquennio 2008-2012 come termine di paragone è stata fatta perché i dati 2013 vedono un esiguo numero di immissioni in ruolo ed appaiono anomali rispetto al trend complessivo.

[4] Se inseriamo i risultati ASN nei calcoli, la distanza temporale che separa l’università italiana dal raggiungere la parità di genere resta quella vista sopra nel testo. La ASN non ha modificato il trend del flusso in ingresso delle donne (sotto l’ipotesi che la quota di donne nell’abilitazione sia rispettata nei concorsi locali).

[5] Le commissioni hanno invece discriminato tra strutturati e non strutturati. E tra i non strutturati c’è stata anche discriminazione di genere. Il dato medio riflette due diversi risultati per personale strutturato e non strutturato. Nella ASN per associato per gli strutturati la probabilità di essere abilitati è stata di 0,59 per le donne e di 0,63 per gli uomini; tali probabilità per i non strutturati sono state di 0,284 per le donne e di 0,312 per gli uomini. Per gli ordinari la probabilità di abilitazione per i non strutturati si è attestata a 0,51 per le donne e a 0,53 per gli uomini; per i non strutturati le probabilità si sono attestate a 0,23 per le donne e a 0,29 per gli uomini. In quest’ultimo caso i dati non si discostano da quelli dei concorsi locali con una maggiore probabilità di abilitazione per gli uomini di circa il 30%.

[6] Una breve rassegna della letteratura è contenuta in A. Baccini, L. Barabesi, M. Cioni, C. Pisani, Crossing the hurdle: the determinants of individual scientific performance, Scientometrics, DOI: 10.1007/s11192-014-1395-3 [arXiv]

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27 Commenti

  1. Sia l’articolo che il commento sono fondati su calcoli sbagliati. La frazione di donne che hanno avuto l’ASN da associato e ordinario fra quelle che hanno fatto domanda è stata di circa il 47% in entrambe le fasce (6048/12619 e 2039/4289) mentre quella degli uomini del 51% in entrambe. Quindi sì, c’è una differenza, bisogna valutare se statisticamente significativa. Tutti i calcoletti sopra sono sbagliati. Non possiamo fare il rapporto fra abilitate associato e totale abilitati da associato! Che numero è? Dipende per forza dalla diversa quota di donne e uomini…

    • Beh caro Federico, la inviterei a leggere con attenzione. Quello che lei calcola è un tasso di successo già commentato nel testo. Dove è però calcolato diversamente. Non sulla base del rapporto donne abilitate/donne partecipanti, ma più correttamente come rapporto tra abilitazioni a donne/domande presentate da donne. Nel testo si afferma, se avrà la bontà di leggerlo, che non c’è differenza sostanziale tra uomini e donne da questo punto di vista. Lei chiede “Che numero è?” il rapporto tra abilitate associato e totale abilitati da associato. Beh è la quota di donne abilitate tra gli associati. Che viene poi usata nel testo per calcolare un indice di segregazione gerarchica secondo uno standard di calcolo del tutto usuale.

  2. Il meccanismo della ASN non prevede di per se stesso alcuna considerazione di genere e pertanto non si vede per quale motivo lo si dovrebbe esaminare in tale prospettiva se non per valutare a posteriori la generale maggiore presenza delle donne in ruoli in passato piu’ tipicamente maschili.
    Una politica di genere inoltre deve essere volta ad aumentare la presenza femminile nei ruoli di decisione e quindi semmai nelle commissioni ancor piu’ che tra i concorrenti.
    Mi pare discriminatorio invece voler facilitare l’accesso delle donne tramite una azione riduttiva sulle mediane: non e’ questo il problema. Ci sono candidate donne nella ASN 2012 con tutte le mediane in ordine alle quali non e’ stata conferita l’abilitazione. Credo che per queste figure andrebbero individuate azioni di sostegno gia’ nella fase legislativa.
    La risposta alla domanda principale quindi e’ che la discriminazione c’e’ perché in sede di valutazione non si considera la varieta’ di modi con cui si sviluppa l’attivita’ scientifica e il termine di paragone e riferimento per la valutazione e’ l’attivita’ maschile spesso caratterizzata da maggiore mobilita’ o interazione anche se non sempre da maggiore e migliore produttivita’ scientifica.

    • NON C’E’ NESSUNA PROPOSTA DI “AZIONE RIDUTTIVA” SULLE MEDIANE PER FACILiTARE LE DONNE. Si dice semplicemente che se si sostituisce il (di per sé folle, come abbiamo scritto decine di volte su roars) meccanismo delle mediane con una soglia fissa (uguale per uomini e donne!) definita dalle comunità scientifiche in termini di numero di lavori di ricerca necessari per la partecipazione (che è già contenuta nella proposta Roars di revisione ASN, ed anche in quella del CUN), verosimilmente si favorirà indirettamente la parità di genere.

  3. è il precario/a ad essere discriminato!

    l’ASN non ha discriminato nessuno.

    il sistema, dando precedenza all’ASN, ponendo l’attenzione solo sull’ASN (che di fatto premia gli avanzamenti di carriera), ha impedito il reclutamento, cioè ha discriminato i precari (uomini e donne).

    esiste chi è dentro (uomini e donne)

    esiste chi dentro non ci andrà mai (uomini e donne)

    • “l’ASN non ha discriminato nessuno”
      ___________________________________
      Mi sembra che l’articolo di Baccini svolga un’argomentazione supportata da logica e da numeri. Non riesco a capire sulla base di quale controargomentazione si basi l’affermazione “l’ASN non ha discriminato nessuno”. A parte il fatto che l’ASN ha sicuramente discriminato tutti gli SSD che sono stati incorporati nello stesso Settore Concorsuale di altri SSD caratterizzati da statistiche bibliometriche più elevate (e non sempre è scattata la clausola di salvaguardia della multimodalità, i cui meccanismi erano comunque metodologicamente errati come mostrato a suo tempo: https://www.roars.it/online/abilitazioni-le-mediane-di-mr-bean/).

    • nella nota 5 scrivo questo: “Le commissioni hanno invece discriminato tra strutturati e non strutturati. E tra i non strutturati c’è stata anche discriminazione di genere. Il dato medio riflette due diversi risultati per personale strutturato e non strutturato. Nella ASN per associato per gli strutturati la probabilità di essere abilitati è stata di 0,59 per le donne e di 0,63 per gli uomini; tali probabilità per i non strutturati sono state di 0,284 per le donne e di 0,312 per gli uomini. Per gli ordinari la probabilità di abilitazione per i non strutturati si è attestata a 0,51 per le donne e a 0,53 per gli uomini; per i non strutturati le probabilità si sono attestate a 0,23 per le donne e a 0,29 per gli uomini. In quest’ultimo caso i dati non si discostano da quelli dei concorsi locali con una maggiore probabilità di abilitazione per gli uomini di circa il 30%.” Quindi tra i non strutturati le donne sono state discriminate di più.

  4. Nell’abilitazione c’è un principio interessante: il calcolo dell’età accademica con scorporo degli intervalli di tempo dedicati alla cura parentale o di inattività dovuta a malattia.

    Purtroppo e paradossalmente questo indicatore viene utilizzato solo se ne risulta un’età accademica inferiore a 10.

    Al contrario, a me sembrerebbe logico che gli indicatori di produttività scientifica siano normalizzati secondo il ‘tempo effettivo’ di attività = 10 anni – (periodi dedicati alla cura parentale e/o inattività per malattia).

    Inoltre, l’ERC (European Research Council) concede un ‘condono’ di 18 mesi/figlio; in Italia si considerano i mesi di astensione dal lavoro obbligatoria (=5 mesi).

    • Grazie per questo post. Stavo proprio scrivendo sull’argomento. In questi ultimi 10 anni io ho avuto due figli e sono stata a casa solo per il congedo obbligatorio per cercare di portare comunque avanti la didattica ed altre incombenze burocratiche. Però le due gravidanze ed il post mi sono certamente costati più di 10 mesi di inattività! Per il resto sono perfettamente d’accordo sul fatto che bisogna essere giudicati allo stesso modo senza privilegi di genere.

  5. @Giuseppe De Nicolao:

    la frase “l’ASN non ha discriminato nessuno” significa che non credo nella discriminazione uomo-donna all’interno della ASN.

    Credo, invece, nella discriminazione strutturato-non strutturato all’interno della ASN.

    Il punto è:

    1)dato che non ci sono posti da RTD e, cmq, anche ci fossero, sarebbero i cd. “a fotografia”

    2)dato che non ci sono più i posti da ric. a tempo ind.

    il precario è costretto a fare domanda per l’ASN.

    Per completezza e per spiegare la discriminazione strutturato-non strutturato,
    faccio copia-incolla con un mio commento su un articolo apparso su roars.it ieri:

    “Nell’ASN per associato ad esempio, tra partecipanti, vi sono ric. a tempo ind. e precari.

    A questo punto, 90 volte su 100, è preferito il ric. a tempo ind., per i seguenti motivi:

    1)costa di meno, dato che già strutturato
    2)ha più curriculum, è normale, magari è strutturato da 10 anni, se si conta che anche lui è stato dottorando e ha avuto qualche contratto, sarà nell’ambiente da circa 15 anni, quindi il tempo per farsi un curriculum tosto ce l’ha avuto.
    3) sta in consiglio di facoltà, può votare, quindi conta di più di un precario…..il ragionamento è “non si sa mai……”
    4)vince il ric. a tempo ind. perché secondo un principio totalmente italiano della pubblica amministrazione “chi è dentro è dentrissimo, chi è fuori (può anche essere premio Nobel) è fuorissimo”.

    e’ d’accordo?
    grazie,
    anto

  6. Trovo che sia uno spaventoso segno dei tempi la foga con cui molti si affannano a negare l’evidenza di una discriminazione in nome del fatto che esistono anche altre discriminazioni. Fin quando le vittime continueranno a dividersi, ciascuno pensando di essere “piu’ vittima” degli altri, ci sara’ grandissimo spazio per i carnefici di ogni ordine e grado.

    • E’ la stessa logica di pretendere meno diritti per te visto che ne ho meno io. E’ lo spaventoso lascito di vent’anni di berlusconismo e della frantumazione di ogni riferimento politico e culturale.

  7. siamo nell’ambito della valutazione,
    quindi deve essere premiato il più meritevole, senza distinzioni di sesso.

    anche 3 degli ultimi 4 ministri dell’univ. erano e sono donne e non mi sembra che la situazione dell’univ. sia migliorata…..

  8. Grazie per i link, davvero illuminanti!
    Ora ce ne aspettiamo un paio per cercare di riflettere sulla teoria dell’evoluzione naturale, ormai radicata in ogni ambito, sociologia compresa (infatti si parla sempre piu` spesso di “darwinismo sociale”).
    E un altro paio per cercare di riflettere sulla teoria eliocentrica, ormai radicata in ogni ambito, musica leggera compresa (si ascolti l’inaudita “Around the sun” di una band di successo mondiale come i R.E.M.).

    Ah, come erano bei tempi quando le donne sapevano stare al loro posto come angeli del focolare sottomesse al padre e al marito, il Sole girava attorno alla Terra, e tutte le specie vegetali e animali del pianeta erano state create in tre giorni!….

  9. Beato colui (Anto?) che è in grado di valutare il merito assoluto e non sente il bisogno di tener conto dei condizionamenti storici e sociali, né ritiene opportuno che le “policies” operino al fine di rimuovere per quanto possibile l’effetto di tali condizionamenti. Se tutti avessero questa sana visione del mondo non si sarebbero smarriti molti bei principi ormai perduti, come l’esclusione dal voto dei poveri e degli analfabeti, per non parlare del fatto che purtroppo ormai per esssere assunti nella Pubblica Amministrazione non si richiede più il certificato di sana e robusta costituzione fisica.

  10. @Paolo Rossi

    non sono beato, sono precario da 10 anni, con dottorato, assegni vari, docenze di contratto, diverse pubblicazioni, tra le quali due libri, sono messo malissimo, perdo tutti i concorsi e non ho prospettive.

    sono anche avvocato, ma non ho mai esercitato per dedicarmi alla ricerca fra un po’ mi cancellerò dall’albo, a causa della cassa forense obbligatoria, mille spese…

    …….nessuna prospettiva di lavoro, nessuna prospettiva di famiglia…………nessuna prospettiva di fidanzamento……….tanto non ci sarebbe futuro (di costruire qualcosa) senza lavoro………….

    e, secondo Lei, dovrei sentirmi beato?

  11. Scusate se riporto il tema di discussione sulla “diatriba” sollevata da Anto.
    Essendo stato a mia volta precario storico sfuggito al massacro generazionale grazie agli ultimi concorsi RTI, capisco benissimo il suo grido di aiuto e tristemente mi interrogo sul fatto che possa essere liquidato come un rancoroso prodotto del berlusconismo.
    Permettetemi di sostenerlo a grand voce: le quote rosa sono la negazione della meritocrazia e la più’ grossa offesa che si possa fare alle donne nel 2014. Le disquisizioni sui condizionamenti storici/sociali vanno benissimo per i salotti buoni (televisivi e non) e non c’e’ bisogno di richiamarsi al renzismo per sostenere che alcuni temi non trovano più’ riscontro nella realtà’ odierna.
    La priorità dell’Università italiana oggi non dovrebbe essere quella di trovare le risorse e i modi per far avanzare di carriera contemporaneamente un uomo e una donna per meriti storici (leggi: anzianità) ma quella di incrementare l’organico con personale esterno al sistema (indipendentemente dal sesso) per meriti concreti (e qui se ne può’ discutere….).

    p.s. Sylos, scusa se non metto la mia anagrafica, spero il concetto si capisca lo stesso

    • Il problema del precariato e’ fondamentale e lo abbiamo ribadito N volte con N>>1. Ma non si risolve chiedendo di togliere diritti a chi li ha: questo gioco al massacro e’ si’ un frutto avvelenato della frantumazione politica, culturale e etica del paese.

  12. Come gia’ specificato nell’articolo, la percentuale di donne entrate nel ruolo degli ordinari nell’ultimo quindicennio e’ del 26,3% e nel ruolo degli associati è stata del 38,2%. Con questi numeri non si arriva neppure vicino a un parità di fatto neppure in un tempo infinito.
    Lasciamo pur perdere le considerazioni ideologiche, se pensate che l’obiettivo della giustizia distributiva sia un tema che “non trova più riscontro nella realta’ odierna”. Passiamo quindi alle considerazioni statistiche: quanto è probabile che i maschi siano più “meritevoli” delle femmine nella misura sopra indicata?
    Se non avete validi argomenti di natura biologica (di cui vi pregherei di mettermi al corrente con gli opportuni riferimenti bibliografici) per sostenere l’irriducibile inferiorita’ delle donne rispetto agli uomini, trovatemi un’altra buona spiegazione oppure spiegatemi perche’ non e’ necessario trovare rimedi.
    So che non è facile trovare la formula giusta, le quote non piacciono a nessuno (donne comprese, perché sono oggettivamente umilianti), ma nei Paesi civili (Scandinavia) quando (molto tempo fa) si sono resi conto che non c’erano alternative efficaci le hanno introdotte e ora da loro il problema è sostanzialmente risolto e non ne hanno più bisogno.

  13. Lungi da me l’idea di togliere diritti a chicchessia.
    Al contrario, vanno estesi a chi non li ha ma secondo una ordine ben preciso di priorità perché sono N (tendente ad infinito) le cose da fare per ridare dignità all’Università italiana e la nostra governance accademico/politica e’ in grado di farne solo una alla volta.
    Considerando che il numero di docenti (prof+RTI) è in continua diminuzione, la logica vorrebbe che la prima cosa da fare sia quella di assumere nuovi docenti tra il personale meritevole M/F attualmente non strutturato con gli strumenti attualmente a disposizione.
    Una domanda interessante da fare per verificare la volontà di “cambiare verso” sarebbe questa: quanti abilitati non strutturati saranno assunti nell’Università italiana grazie alla quota 20% ?
    Una volta ridato/esteso il diritto al lavoro a quelli a cui è stato negato per anni, si può passare ai diritti successivi, giu’ giu’ fino ad arrivare agli studenti (sarcasm).
    Il problema e’ chi decide le priorità e in base a quale logica.
    Io una lista ben precisa ce l’ho. Il mio sospetto e’ che chi di dovere preferisca il solito bilancino per le spartizioni corporative…

  14. Concordo con la linea del post. Fra l’altro avevo riportato un po’ di tempo fa, proprio qui, un po’ di statistiche sulla “leaky pipeline”, il tubo che perde, problema che affligge da decenni l’università a livello europeo, ma in genere internazionale. Le donne si “perdono” lungo il percorso accademico, fino a costituire una vera e propria minoranza fra gli ordinari.
    Avevo riportato anche il link ad un articolo su Nature, con tanto di statistiche su come la bibliometria penalizzi in misura maggiore le donne.
    Figuriamoci se gli anvuriani, dopo aver discriminato interi SSD per il solo motivo di essere piccoli e neri, si curassero più di tanto di queste questioni di “lana caprina”. Dall’età accademica è stato possibile sottrarre i periodi di congedo per maternità, ristretti però ai 5 mesi di astensione obbligatoria. Ma ogni ricercatrice sa che riprendere ad essere mediamente produttive quando il bambino ha 3 o 4 mesi di vita (ma anche dopo!) è improbabile, soprattutto se si fa attività di laboratorio. Così come pensare di partire per più giorni per partecipare ad una conferenza. Ma ci sarebbe altro da dire sulle difficoltà di conciliare la maternità con il lavoro, specie di un certo tipo.
    Dunque sì, valori minimi piuttosto che mediane sarebbero in grado di aumentare le pari opportunità.
    .
    Il benaltrismo è sempre stato un atteggiamento sterile, perché, appunto, se vogliamo c’è sempre qualcosa di peggio e si finisce per non risolvere nulla. I diritti andrebbero tutti difesi e salvaguardati, e questo compete alle scelte politiche. Non c’è stata politica per i giovani e non c’è stata vera politica per il merito. Punto, direi.
    .
    Le quote rosa. Sono nate nei decenni scorsi per intaccare i meccanismi di cooptazione usati in politica col risultato che conosciamo: netta, quando non unica, presenza maschile. Le quote sono “numeri minimi”, non sono quindi in sé una garanzia di equa partecipazione alla vita politica (o lavorativa), ma piuttosto una sorta di breccia di Porta Pia che dovrebbe favorire un cambiamento di mentalità e quindi condurre nel tempo ad un effettivo migliore bilanciamento di presenze maschili e femminili. Non sono quindi di per sé un atto discriminatorio come qualcuno pensa o vorrebbe far credere.
    Se poi le “quote rosa” sono strumentalizzate da qualcuno per favorire donne carine, diciamo così, quanto non ancora mature professionalmente, diciamo così, questo non è in sé colpa delle quote rosa.
    Ricordo comunque una frase storica che diceva più o meno così: “Quando il numero di donne incompetenti al potere sarà uguale a quello degli uomini incompetenti allora ci sarà vera parità”. Per questo, però, ci vorrebbero superquote rosa!
    Non è quello di cui c’è bisogno, ma tutto considerato chi critica certe azioni positive onestamente fa un po’ (sor)ridere.

    • Attenzione perchè c’è di peggio: poniamo che la tua età accademica sia pari a 12 anni e tu abbia portato avanti due gravidanze negli ultimi 10 anni; accade che la tua età accademica, anche decurtata delle gravidanze, rimane superiore ai 10 anni, pertanto non accedi alla ‘rimodulazione’, nè cambia il periodo di riferimento per il calcolo degli indici; a mio avviso, invece, tu avresti diritto alla rimodulazione perchè i 10 anni non sono ‘effettivi’.

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