Pochi dubbi sembrano sussistere sul fatto che l’attività di ricerca svolta in Italia sia di ottima qualità. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, non meno nota, che si chiama “fuga” dalla ricerca. In questo gioca un ruolo chiave, ma trascurato dagli analisti la bassa intensità tecnologica della nostra struttura produttiva. La specializzazione in settori a bassa intensità tecnologica condiziona la domanda di forza lavoro con alta formazione, innescando a sua volta una pressione al ribasso sulla spesa pubblica in ricerca che innesca un circuito vizioso che spinge alla contrazione di quella privata. In assenza di un coordinamento tra politiche della ricerca e politiche industriali il PIL italiano continuerà a crescere agli insoddisfacenti ritmi degli ultimi anni. 

italia_indefaultPochi dubbi sembrano sussistere sul fatto che l’attività di ricerca svolta in Italia sia di ottima qualità. Le conferme ci provengono da più fronti, a partire dai dati sulla produttività scientifica, espressa come rapporto tra numero di pubblicazioni ed ammontare delle spese in ricerca[1], per arrivare al riconoscimento delle “eccellenze” nazionali premiate con l’assegnazione dei prestigiosi fondi ERC (European Research Council)[2], che anche quest’anno si sono collocate ai primi posti insieme ai maggiori paesi dell’Unione Europea. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, non meno nota, che contrasta profondamente con i brillanti risultati degli scienziati italiani e che sta alzando i toni dell’allarme sulle non ottimistiche prospettive di sviluppo della ricerca nel nostro paese. Quest’altra faccia si chiama “fuga” dalla ricerca e ci mostra un paese che – paradossalmente – sta rinunciando a qualcosa che sa fare bene e che per giunta risulta oggi più che mai essenziale per la crescita di un’economia avanzata. Un fenomeno in netto peggioramento e che gli stessi dati sui fondi ERC confermano impietosamente, indicando che tra i titolari italiani del finanziamento in questione c’è una quota crescente di ricercatori che li spende all’estero. E non basta. Perché a dispetto di qualche commento, che vorrebbe ridimensionare l’entità del problema sostenendo che le dinamiche di un mondo globalizzato – quale è quello in cui viviamo –  prevedono inevitabilmente che via sia una fisiologica circolazione dei saperi, le quote ERC spese oltreconfine dall’Italia sono tra le più alte dei  paesi europei. Né i fondi spesi in Italia sono tali da compensare l’emorragia delle uscite, poiché il nostro paese si rivela tra i meno attrattivi. Questi dati – che attestano l’approfondirsi di un deficit del paese nella capacità di produrre nuove conoscenze – sono d’altra parte consonanti con tutta un’altra serie di risultati (negativi) che l’Italia sta inanellando oramai da tempo sul fronte dell’alta formazione: dalla caduta della spesa pubblica destinata all’università (in controtendenza rispetto agli stessi andamenti della spesa pubblica complessiva al netto degli interessi sul debito, che tra il 2014 e il suo minimo nel 2011 aumenta del 10,7%)[3], alla precarizzazione del corpo docente (solo il 48,3% è rappresentato da docenti e ricercatori strutturati), ad una riduzione delle posizioni di dottorato, che dal 2008 sono scese del 19% con un picco del 38% nel Meridione, per finire con un drammatico crollo delle iscrizioni all’università, che ci porta ad essere fanalino di coda per numero di laureati tra i maggiori paesi industrializzati [4].

In tutto questo quadro c’è però anche qualcosa che non torna: mettendo insieme un’offerta di alta formazione che continua a prosciugarsi con un processo di “fuga dei cervelli” divenuto oramai la cifra distintiva del nostro sistema della ricerca[5], sembrerebbe, al contrario, che della prima si riscontri un eccesso e che l’Italia debba assestarsi su livelli (ulteriormente) più bassi. Peccato che sullo sfondo vada anche crescendo l’allarme sull’insufficienza della spesa pubblica destinata alla ricerca (considerata nel suo complesso e dunque comprendente anche quella destinata agli Enti Pubblici di Ricerca, sottoposti a pesanti e crescenti tagli dei bilanci) e che in tale insufficienza sia riconosciuta una parte rilevante della difficoltà del paese di essere competitivo e di generare opportunità di crescita. Un confronto tra l’economia dell’Italia e quella dei maggiori paesi europei (e industrializzati in genere) mostra infatti da anni l’esistenza di una vera e propria forbice nella dinamica di crescita del Pil pro-capite, forbice che non accenna a diminuire nemmeno nel periodo che interessa la crisi internazionale[6]. La crisi italiana, quale è quella che sempre più drammaticamente stiamo sperimentando (e che non lascia attualmente presagire immediati spiragli) finisce così con l’essere il portato di due livelli di crisi: quello internazionale e quello determinato da una debolezza strutturale della competitività nazionale collegata a una scarsa capacità di innovazione del sistema produttivo. E a nulla sono valse le politiche tese ad incidere su una diminuzione del costo del lavoro. Mentre lo stimolo alla crescita della domanda si concentra su produzioni ad alto valore aggiunto in settori “ad alta intensità di conoscenza”, nei settori tradizionali – dove la competitività di prezzo è dominante – ha prevalso infatti la concorrenza dei paesi emergenti[7]. Se a ciò si aggiunge che gli stessi paesi emergenti (Cina in testa) hanno col tempo allargato la propria base industriale incrementando la quota di produzioni high-tech e dando soprattutto vita ad una politica autonoma di investimenti pubblici (con enfasi sulla ricerca) che ha consentito di ridimensionare il ruolo degli investimenti delle economie occidentali trainanti nella prima fase dello sviluppo, è facile comprendere come la competitività dell’Italia sia ulteriormente regredita e sia destinata a peggiorare in assenza di interventi che incidano sulla natura della specializzazione produttiva[8].

Una valutazione complessiva dell’entità della spesa in ricerca dell’Italia sul Pil mostra chiaramente come il divario più significativo con le maggiori economie industriali si concentri nella spesa effettuata dalle imprese (BERD, Business Enterprise Research and Development)[9]. Questa evidenza sembrerebbe apparentemente ridimensionare quell’insufficienza riconosciuta alla spesa in ricerca pubblica e giustificare l’attenzione dedicata al potenziamento della ricerca industriale attraverso politiche di incentivazione fiscale. Sennonché i più (ma diciamo pure la quasi totalità degli analisti) mancano di rilevare che la particolare insufficienza della spesa in ricerca delle imprese italiane, non è dovuta ad una qualche minore capacità di queste ultime di fare attività di ricerca (che andrebbe pertanto incentivata), quanto al fatto che nei settori a medio-bassa intensità tecnologica in cui è concentrata l’attività produttiva la spesa in ricerca è più bassa di quella relativa ai settori a medio -alta intensità tecnologica. Un dato che è intrinseco alla natura dei settori e che indica l’importanza di guardare al profilo della specializzazione produttiva di ciascun paese al fine di emettere una valutazione sull’ammontare della spesa in ricerca dell’industria. Ne consegue che il gap strutturale che caratterizza la spesa in ricerca delle imprese italiane rispetto alla media europea è la conseguenza dell’elevata quota di imprese presenti nei settori tradizionali, che determinano un ammontare complessivo significativamente più basso di quello che si otterrebbe se, a parità di intensità di ricerca per ciascun settore produttivo, vi fosse una maggiore quota di imprese in settori a medio – alta intensità tecnologica. Non stupisce, dunque, che da tempo numerosi e autorevoli studi abbiano dimostrato l’inefficacia delle politiche di incentivazione fiscale delle spese in ricerca[10]. Né è immaginabile che la sola dimensione media delle imprese – come spesso si lascia intendere – sia di per se’ responsabile di tale scarsa entità. La prevalenza di imprese nei settori tradizionali a medio-bassa tecnologia sottende infatti anche una minore dimensione media di impresa, ed è così che anche l’auspicabile aumento di tale dimensione deve essere considerato nella prospettiva di una significativa modifica della specializzazione produttiva in direzione di settori a più elevato contenuto tecnologico.

Quanto la bassa intensità tecnologica della nostra struttura produttiva condizioni la domanda di forza lavoro con alta formazione, innescando a sua volta una pressione al ribasso sulla spesa pubblica in ricerca (e dunque mostrando come tutta l’entità della spesa in ricerca del paese vada contraendosi lungo un circuito vizioso che interessa l’interazione negativa tra la componente pubblica e quella privata), ce lo confermano con forza le statistiche europee sull’occupazione di personale altamente qualificato in settori ad elevata qualificazione scientifica. Se si considera infatti la quota dei laureai occupati in settori ad elevata qualificazione scientifica sul totale generale degli occupati, spicca immediatamente la posizione di retrovia del nostro paese in Europa (Figura 1).

Figura 1. Quota dei laureati occupati in settori science-based sull’occupazione totale per la classe di età 25-64fig1

Fonte: Elaborazione su dati Eurostat, Human Resource in Science and Tecnology

Allo stesso tempo, se il medesimo numero di laureati occupati in settori ad elevata qualificazione scientifica viene rapportato al totale dei laureati la posizione dell’Italia si ribalta, mostrando che il numero dei laureati appare sostanzialmente allineato alla domanda che ne fa il sistema produttivo (Figura 2).

Figura 2. Quota dei laureati occupati in settori science-based sul totale dei laureati (classe di età 25-64)Fig 2

Fonte: Elaborazione su dati Eurostat, Human Resource in Science and Tecnology

Se anziché dirigersi verso settori ad alta intensità tecnologica l’industria italiana rimane ancorata a settori a medio-bassa intensità tecnologica nei quali tenta di competere (perdendo, come detto sopra, competitività a livello complessivo), il risultato non potrà chiaramente essere altro che quello di “dismettere” laureati, che, ancorché pochi, diventeranno ridondanti rispetto alla domanda effettiva. E saranno costretti alla fuga.

Essere tra gli ultimi nelle classifiche dei laureati e continuare a constatare una continua e sempre più accentuata emorragia di competenze qualificate non appare dunque più come un incomprensibile paradosso.

L”economia della conoscenza”, che ha segnato sempre più profondamente le traiettorie dello sviluppo delle economie industrializzate negli ultimi trenta anni – e sta consolidando il decollo di quelle dei paesi di nuova industrializzazione,  non è semplicemente venuta a far parte delle politiche dell’Italia.  Via via che il sistema produttivo ha dovuto fare i conti con sempre maggiori difficoltà competitive le risposte sono state ricercate nella svalutazione del cambio e, subentrati i vincoli dell’euro, nella deflazione del costo del lavoro, dimenticando che la domanda si dirigeva su produzioni a più elevato contenuto tecnologico. L’Italia ha così finito per deflazionare il suo sistema della conoscenza[11], arrivando (paradossalmente) a dimostrare lo “spreco”dell’investimento nella ricerca pubblica mentre i suoi maggiori vicini di casa – anche in periodi di austerità – ne hanno incrementato la consistenza. Oggi che questa insufficienza si avverte con più forte preoccupazione, non sembrano tuttavia essere mutata la filosofia di fondo. Il salto nell’ innovazione auspicato per l’economia italiana sarebbe quello di far funzionare meglio il sistema produttivo attraverso gli incentivi alla ricerca e il mero miglioramento delle connessioni tra università ed enti di ricerca e sistema produttivo. Soluzione destinata evidentemente a fallire se non si interviene sul profilo della specializzazione produttiva attraverso opportune politiche industriali di riqualificazione e di potenziamento di settori innovativi. Sarebbe invece quanto mai necessario riprendere il filo di questo discorso e di prevedere – stante l’innegabile urgenza di stanziare risorse finanziarie che non siano più ad un livello di sotto-criticità – un inedito coordinamento tra politiche della ricerca e politiche industriali, pena lo scontro con la dura realtà di un Pil che cresce meno di quello che dovrebbe e di un debito sempre più insostenibile di cui l’Europa chiederà il redde rationem.

[1]           Giuseppe Lipari, Le performance della ricerca scientifica italiana, Roars 7 gennaio 2014

[2]           ERC, Erc.europa.eu

[3]           Pietro Greco, Ricerca e formazione. In sette anni i tagli più profondi, Roars 30 agosto 2015.

[4]           Domenico Delle Side, Fuga dall’Università ovvero quando i dati dovrebbero far riflettere, Roars 23 aprile 2015; Giuseppe De Nicolao, Laureati. Italia ultima in Europa.. Il Meridione peggio della Turchia , Roars 16 gennaio 2015

[5]           Istat, Rapporto annuale 2015

[6]           Gianni Toniolo e Vincenzo Visco (a cura di), Il declino economico dell’Italia. Cause e rimedi, 2004; Sergio Ferrari,Crisi internazionale e crisi nazionale, Moneta e Credito vol.65, n.257 (2012), 49.58.

[7]           Patrizio Bianchi, La rincorsa frenata, Il Mulino, 2013

[8]           Stefano Lucarelli, Daniela Palma, Roberto Romano, Quando gli investimenti rappresentano un vincolo. Contributo alla discussione sulla crisi italiana nella crisi internazionale, Moneta e Credito vol.66, n.262 (2013), 169- 205.

[9]           Daniela Palma, Niente Europa senza ricerca e innovazione, l’imperativo dei paesi mediterranei, Aspenia 21 luglio 2014.

[10]         Guido de Blasio e Francesca Lotti, (a cura di), La valutazione degli aiuti alle imprese, 2008.

[11]         Francesco Sinopoli, Siamo nella società e nell’economia della conoscenza . Ma siamo chi?, ItalianiEuropei 5/2015; Francesco Sylos Labini, Previsioni e rischio: cosa ci dice la scienza sulla crisi, Laterza, 2016.

 

(Pubblicato su Italianieuropei il 28 aprile 2016)

 

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8 Commenti

  1. Parto da una battuta, che non è mia ma di un fisico che si occupa da anni di innovazione e sturt-up: “non ho ancora visto una fabbrica di candele che abbia inventato la lampadina”. La grande alleanza in corso è tra l’industria manifatturiera egemone in confindustria e l’attuale governance. Culminata in due episodi paradigmatici con protagonista il Presidente Mattarella: nel discorso di fine anno cita espliciatamente il sole24 (si tratta di un giornale organo di un sindacato), all’insediamento del nuovo presidente confindustria c’era anche Mattarella…. (oltre a naturalmente il nuovo ministro sempre di provenienza Montezemolo-confindustria). A Renzi interessano i posti di lavoro “fordisti” 200 operai assunti che imbottigliano saponi, profumi etc. la fabbrica FCA dell’alfa (ancora con ca 1800 operai in cassa integrazione -che paghiamo con soldi Inps). Renzo è davvero bravo ha capito che senza la lobby confindustriale e senza l’ideologia neoliberista non ce la poteva fare e infatti mai come oggi Bocconi, Luiss etc. ha propri ideologi-professori in ruoli di staff governativa. Altro risultato: tutti i giornali principali stanno col bomba (è davvero furbo perchè non ci sono oggi altre possibilità la nostra stampa è tra le meno libere mondo per conflitto di interessi). Col berlusca c’era più pluralismo (incredibile a dirsi) perchè Confidustria e i suoi giornali era meno compatta. Nelle pieghe dell’informazione si legge che anche negli States il rilancio dell’economia e dell’occupazione è passato attraverso imprese ad elevato knowhow ( le università hanno avuto in tal senso un ruolo). Ho sentito -giuro- dire ad un altissimo dirigente di confindustria che le università non fanno ricerca e innovazione..Il motivo era politico e furbo molti soldi europeri (tanti soldi sia chiaro per l’innovazione) sono andati attraverso le regioni a salvare imprese manifatturie decotte (e ovviamente i lavoratori e le loro famiglie). In questo contesto e con questo regime purtroppo non c’è futuro per la ricerca…

  2. Leggevo poco tempo fa, non ricordo se proprio qui su roars, che la percentuale di imprenditori dotato di laurea in Italia è il 14%, in Germania l’84%. Questo a me pare che possa spiegare la differente speranza riposta nell’innovazione da parte di chi possiede imprese e capitali. In Germania si muovono verso attività ad alto contenuto tecnologico, in Italia vendono il capannone per lucrare sulla costruzione di case (esempio tra i tanti).

    • Il problema è strutturale, e la struttura del sistema produttivo in Italia è questa: lo sfruttamento. Tutti cercano di sfruttare qualcuno, lo vediamo ogni giorno nei nostri dipartimenti e istituti: il ‘giovane’ che si assume, lo si assume per sfruttarlo, per comandare su di lui, e aumentare i propri indici bibliografici, per altro strutturati sempre apparentemente in modo assurdo, ma in realtà funzionale all’incremento veloce delle prestazioni ‘bibliografiche’. L’obbiettivo è una ‘gloria’ rappresentata da una posizione apicale accademica che però diviene sempre più effimera, visto il modo in cui è ottenuta. Così come è da noi è in tutta la società: chi può sfrutta, chi non sfrutta diventa sfruttato. In passato una possibile valvola di sfogo, per gli sfruttati o per chi aveva paura di diventarlo, era l’adesione ad una ideologia anti-sfruttamento (tipicamente il marxismo), adesso non resta che una sola strada (a parte il traffico di stupefacenti, attività che però richiede pur sempre certe ‘doti’ non comuni) tentare appena possibile di ‘mettersi in proprio’, e così passare dall’altra parte, quella degli sfruttatori, il che spiega in modo lampante il perché di tutte queste piccole imprese in Italia, e del loro strutturale nanismo (ovvio che non possono essere tutti imprenditori realmente capaci, visto che queste ‘partite iva’ è in realtà solo gente che tenta di sottrarsi allo sfruttamento e quindi sfrutta per non essere sfruttata).
      Questa è la struttura sociale in cui ci tocca condurre questa battaglia. Cioè per essere ottimisti possiamo dire che è al limite del donchisciottismo…

    • Beninteso: essere sfruttato può essere, non solo un miglioramento delle proprie condizioni (rispetto ad essere un disoccupato inesistente) ma addirittura una posizione comoda, soprattutto nel campo della ricerca…

  3. Articolo pressoché perfetto. Come ne sono apparsi tanti negli ultimi venti anni. L’unica differenza rispetto a venti anni fa è che mentre allora questi articoli prevedevano una ‘fuga dei cervelli’, adesso tale fuga è realtà conclamata da anni. Faccio un’altra previsione: il ‘come volevasi dimostrare’ non aumenterà il prestigio di chi scrive questi articoli, e quindi la sua capacità di persuasione verso il governo. E’ se anche avessimo, ipoteticamente, la forza di persuadere il governo ‘con le cattive’ , sarebbe comunque una vittoria di Pirro: il governo avrebbe mutato la sua politica per la ricerca e l’Università solo obtorto collo, e non perché esso stesso convinto della necessità di un cambiamento di strategia.
    La strategia rimarrebbe sempre quella: obbedire ‘alleuropa’, che altro non è che un piano di assoggettamento neo-coloniale dell’Italia intera.

  4. Per soprannumero questi signori, che fanno i parassiti su un corpo malato, sputano sulle materie umanistiche, su chi ci lavora e sugli studenti che le scelgono. Dettano legge e somministrano ricette. Deviano finanziamenti e auspicano chiusure. Startuppano e hubbano il sapere, sono la misura di tutte le cose.

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