Attraverso la politiche per la scienza aperta i processi di produzione, validazione, disseminazione e valutazione della ricerca finanziata con fondi pubblici vengono resi trasparenti e accessibili a tutti. L’Italia sconta un grave ritardo rispetto al resto dell’Europa, che è determinato dalla assenza di politiche di sistema, di obiettivi comuni, di strategie e strumenti. Nonostante l’assenza di una regia, parecchie sono le iniziative istituzionali che provano ad allinearsi alle pratiche europee. E’ importante che queste (molto spesso) isolate iniziative istituzionali si iscrivano in un progetto più ampio nel quale l’Open science divenga stabilmente la modalità di fare scienza.

A livello europeo la strada verso la apertura della ricerca è stata intrapresa da tempo (con alcune evidenti contraddizioni ad esempio rispetto alle politiche sul copyright e al tema della valutazione della ricerca), fin dal Settimo Programma quadro in cui si chiedeva che le pubblicazioni esito di finanziamenti di quel programma fossero disponibili pubblicamente in modalità green o gold. Il post grant FP7 ha messo a disposizione dei ricercatori che avevano avuto un grant all’interno del programma un fondo di 2 milioni di euro che è stato erogato per pubblicare (a progetti conclusi) oltre 1300 fra articoli, monografie e capitoli di libro

La richiesta di pubblicare ad accesso aperto i risultati delle ricerche finanziate è diventata un obbligo in H2020 così come è diventato un obbligo (con possibilità di opt out) quello di rendere i dati delle ricerche finanziate FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, Reusable). Mai come in periodi difficili come quello attuale si è potuto apprezzare il valore della apertura dei dati e delle pubblicazioni scientifiche (si veda: openaire; semanticscholar; ncbi) ai fini di una rapida condivisione dei risultati della ricerca e di un più veloce sviluppo di nuove linee di ricerca a partire da risultati condivisi.

Il tema dell’open science risulta tuttavia ancora ampiamente ignorato in Italia, dove mancano politiche che allineino il nostro paese agli altri paesi europei, e dove, anzi, politiche sulla scienza aperta (anche solo i punti fondamentali) mancano del tutto.

Certamente sono presenti singole iniziative importanti e utili, come ad esempio AISA che sta portando avanti una proposta di modifica alla legge sul diritto d’autore, che gestisce una lista di discussione sui temi della scienza aperta e che si pone come osservatorio delle diverse iniziative in atto in Italia e in Europa, o la creazione del gruppo IOSSG che si propone la condivisione di documenti e buone pratiche sulla gestione dei dati della ricerca. Singole istituzioni hanno iniziato ad attivarsi sulle tematiche dell’open access e di una politica green attraverso la autoarchiviazione dei lavori di ricerca in IRIS, o la creazione di un supporto ai ricercatori per la gestione dei dati della ricerca, ma queste azioni, ancorché significative, risultano sfilacciate e spesso anche poco coerenti con le politiche istituzionali, perché non sono inquadrate in politiche di sistema che diano la linea ad università e centri di ricerca (in particolare che creino infrastrutture e eroghino fondi), che monitorino i  risultati raggiunti e li portino a momenti di sintesi atti a stimolare nuovi programmi. Il contesto nazionale risulta semplicemente impermeabile a queste tematiche.

Le esperienze di altri paesi europei che hanno cercato di recepire in maniera incisiva ed efficace gli indirizzi della Commissione Europea insegnano che una doppia azione è necessaria, dall’alto e dal basso, affinché si possa realizzare quel cambiamento culturale necessario per creare un terreno in cui le attività di open science non siano viste come qualcosa di astruso, incomprensibile, ingiusto, negativo o peggio ancora superfluo, ma come l’unica via possibile di pratica della scienza.

In questo senso l’esperienza dell’Università degli Studi di Milano può rappresentare un interessante caso di studio.

L’ateneo, che è un mega ateneo multidisciplinare, è partito dal presupposto che non esiste una unica via verso la apertura, la trasparenza e la condivisione della ricerca, ma che le diverse aree disciplinari hanno attitudini e modalità diverse, che in momenti diversi una strada possa essere più efficace di un’altra e quindi diverse e molteplici devono essere le modalità di approccio alla scienza aperta.

Il cambiamento culturale necessario alla implementazione di politiche di open science efficaci non si ottiene da un giorno con l’altro. Sono necessari anni perché certe pratiche possano essere accettate e poi introiettate dai ricercatori.

Si è partiti nel 2008 con una piattaforma di riviste open access diamond (per altro avviata con il sostegno dell’attuale Rettore) che gira su un software open source, OJS,  nel 2009 è stato pubblicato il regolamento che prevedeva la archiviazione in IRIS delle tesi di dottorato e con l’obbligo che queste risultino open access dopo un eventuale embargo massimo di 18 mesi,  e nel 2014 è stata approvata la policy che prevede di archiviare i lavori di ricerca nell’archivio istituzionale (IRIS) possibilmente in una versione che può essere aperta. E’ del 2017 la approvazione della policy su Research data management.

Oggi dopo 12 anni dalla creazione della piattaforma di riviste l’università di Milano ha la più grande piattaforma di riviste open access diamond italiana (piattaforma per cui non pagano i lettori per leggere e non pagano gli autori per pubblicare), una massa critica notevole di tesi visibili nell’archivio istituzionale e connesse al portale europeo Dart Europe e si è data come obiettivo nel piano strategico 2020-22 di raggiungere il 50% delle registrazioni archiviate in IRIS con un PDF open allegato.

Proprio perché l’open access è riconosciuto come valore da perseguire in piccola parte esso rientra ora anche nei criteri di distribuzione delle risorse.

L’open access alle pubblicazioni scientifiche non è però l’unica strada intrapresa dall’Ateneo, che da qualche anno sta lavorando sulla possibilità di una gestione dei dati della ricerca conforme agli standard internazionali (FAIR data) supportando i suoi ricercatori nella stesura dei data management plans e nella gestione e archiviazione dei dati in modalità FAIR.

Un commissione ad hoc istituita ormai da 4 anni segue gli sviluppi a livello istituzionale e internazionale delle politiche sulla scienza aperta, monitora i risultati e riporta nei Dipartimenti gli esiti delle discussioni affinché si traducano in azioni concrete. L’azione della commissione a livello dipartimentale è stata fondamentale per la diffusione di informazioni e dati e soprattutto per il supporto alla pianificazione dei dipartimenti.

Da qualche anno inoltre l’ateneo raccoglie i dati sul pagamento delle APC per l’open access e partecipa al progetto europeo OpenAPC, rendendo pubblicamente conto della spesa che annualmente fa per pubblicare ad accesso aperto.

Momenti di formazione sull’Open Science sono ormai stati istituzionalizzati per i corsi di dottorato e sono comunque previsti su richiesta dei Dipartimenti.

Un ulteriore passo è stato fatto quest’anno con la istituzione (proposta dalla Commissione Open science e approvata dagli Organi) di un fondo di Ateneo per il pagamento delle APC di pubblicazioni open access gold* (escludendo dunque l’ibrido per via del double dipping**) il cui autore sia primo ultimo, secondo o corresponding.

Il fondo di 150.000 euro è stato suddiviso in tre parti. Una prima di 50.000 euro dedicata ad assegnisti e dottorandi i quali possono beneficiare di un finanziamento al 100% fino a 1500 euro di APC.

La seconda per ricercatori (RU e RTD) che possono beneficiare di un finanziamento dell’80% delle spese per APC e la terza dedicata ai PA e PO che possono beneficiare di un finanziamento del 60% delle spese per APC. Le regole per la richiesta di finanziamento che deve sempre essere vista dal direttore del Dipartimento sono state pubblicate qui

La ratio che sta dietro alla istituzione di questo fondo è quella di sostenere la pubblicazione ad accesso aperto dei ricercatori più giovani in cui venga anche loro riconosciuto un contributo significativo alla stesura del lavoro, di abituare tutti a utilizzare la DOAJ (Directory of Open Access Journals) come fonte e database di riferimento (per poter essere finanziata una pubblicazione deve essere in una sede editoriale indicizzata da DOAJ) e di poter monitorare centralmente la spesa per APC (a questo punto restano in capo ai dipartimenti le spese per open access ibrido che è comunque sempre possibile anche se non sostenuto dall’ateneo).

L’iniziativa è stata senza dubbio ben accolta dai ricercatori più giovani che hanno già quasi totalmente esaurito la quota loro destinata. Non sono state presentate proposte non pertinenti, nel senso che coloro che hanno fatto richiesta la hanno fatta seguendo con attenzione le indicazioni fornite e quindi abituandosi ad utilizzare la DOAJ come fonte di informazione. Il dato sulle sedi di pubblicazione a cui le diverse aree si sono rivolte (che conferma una tendenza già in atto da un paio d’anni) sarà oggetto di riflessione in seno alla Commissione Open Science per capire i criteri di scelta di alcune sedi o di alcuni editori e le tendenze in atto.

Attivare, mantenere e sviluppare politiche di Open Science in un contesto di assenza di linee guida e politiche nazionali richiede uno sforzo costante di aggiornamento, fondi e personale dedicato. In Italia manca ancora purtroppo la consapevolezza rispetto al fatto che non esiste una ricetta che vada bene per tutte le istituzioni, per tutte le aree scientifiche disciplinari e per tutti i momenti.

Per questo il lavoro sul cambiamento culturale all’interno delle istituzioni, sull’aggiornamento e la connessione con le iniziative a livello europeo ed internazionale deve essere costante e condiviso.

Molte sono le competenze presenti nel nostro paese su queste tematiche, ma sembra che siano poche le istituzioni che le sanno impiegare. L’Università di Milano nel corso degli ultimi 12 anni ha avviato un percorso virtuoso che ha trovato nell’ultimo piano strategico una buona sintesi e il punto di partenza per ulteriori fruttuosi sviluppi. La molteplicità delle azioni messe in campo, tutte seguite, monitorate, discusse e rendicontate all’interno della Commissione Open Science e negli Organi, può essere un suggerimento per le altre istituzioni, perché l’open science non venga intesa in senso riduttivo come questa o quella azione, ma come la modalità con cui la ricerca deve essere svolta secondo un principio ben descritto da un sostenitore dell’open science purtroppo recentemente scomparso:

Open science is just science done right (J. Tennant)

*Una rivista Open Access gold prevede che tutti gli articoli accettati siano pubblicati open dietro il pagamento di un importo (Article processing charges)

** Il double dipping si ha quando si paga per pubblicare una rivista ibrida, che pubblica alcuni articolo ad accesso chiuso accessibile tramite abbonamento e alcuni articoli ad accesso aperto. In questo senso praticamente la stessa ricerca viene pagata due volte: dall’abbonamento e dalle fee richieste agli autori. Questa modalità andrebbe scoraggiata perché gli autori hanno sempre a disposizione la alternativa di archiviare i propri lavori nella versione autorizzata dall’editore in un archivio istituzionale (open access green)

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