Quanto sareste disposti a pagare delle scarpe marchiate “HIKE” o “DAIADS”? E che ne dite di una maglietta “FUMA” o di jeans “D&C”. Oppure preferite una macchina fotografica “NOKLA” che usa pile “PenesamiG”? Ma anche in ambito scientifico bisogna fare attenzione e, a volte, basta una “s” a fare la differenza. Il  Journal of Sports Sciences è una rivista della Taylor & Francis, indicizzata su Scopus, Medline e sul Journal Citation Report di Clarivate Analytics. Ma se togliete la “s”, il Journal of Sports Science è quella che potremmo definire una “rivista tarocca”, che sta all’originale né più né meno di quanto le scarpe “HIKE” stanno alle “NIKE”. Non è indicizzata ed è pubblicata da David Publishing Company, un editore additato come “one of the most notorious members of the predatory-publishing ecosystem”. Per chi non lo sapesse, sono dette “predatorie” quelle riviste che pubblicano articoli scientifici dietro compenso e senza i normali controlli di qualità (peer review) tipici dell’editoria scientifica. Ebbene, dal marzo 2017 la versione tarocca è inclusa, accanto a quella originale, nell’elenco ANVUR delle riviste di Classe A del Settore concorsuale 11/D2 (Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa). Un sedicente “esperto della Valutazione (GEV) dell’area 11/D2 (Didattica, Pedagogia Speciale e Ricerca Educativa) dell’ANVUR per la revisione della classificazione delle riviste pedagogiche” (nonché sedicente “componente del sotto Gruppo di Esperti della Valutazione (GEV)” per l’ultima VQR) ha pubblicato non meno di cinque articoli proprio in quella rivista. Articoli che contribuiscono ad alzare il valore di quegli indicatori bibliometrici scelti da ANVUR come criterio per la selezione dei commissari dell’abilitazione scientifica e dei concorsi universitari. ANVUR, però, non sta con le mani in mano: lo scorso luglio ha pubblicato una lunga lista di riviste in procinto di perdere la patente di scientificità nei settori non bibliometrici. Nella lista non c’era la rivista predatoria senza la “s”, ma in compenso c’erano riviste come Lancet, British Medical Journal, HOPE, la rivista di storia del pensiero economico forse più importante al mondo, Monthly Review e di alcune note riviste italiane come il Mulino e il Ponte. Seguendo un copione ormai abituale, a quattro giorni dalla pubblicazione, le liste erano poi scomparse dal sito dell’Agenzia. Secondo i parametri della valutazione anvuriana, la scientificità di Lancet è incerta. La rivista tarocca, invece, staziona tranquillamente in Classe A. 

 

1. Quando a fare la differenza basta una “s”

Quanto sareste disposti a pagare delle scarpe marchiate “HIKE” o “DAIADS”? E che ne dite di una maglietta “FUMA” o di jeans “D&C”. Oppure preferite una macchina fotografica “NOKLA” che usa pile “PenesamiG”? Ma anche in ambito scientifico bisogna fare attenzione e, a volte, basta una “s” a fare la differenza. La costruzione del nuovo potere accademico utilizza pratiche assai più sottili e difficilmente monitorabili di quelle di un tempo. Talmente impercettibili che può bastare una consonante in più.

Chi ha acquisito dimestichezza con i meccanismi della bibliometria anvuriana e ne elabora gli editti può escogitare strategie vincenti che permettono di condizionare in proprio favore (e a vantaggio della propria ristretta cerchia di amici e allievi) le abilitazioni e, a cascata, i successivi concorsi locali. Il tutto, sotto l’asettica parvenza di oggettività che viene dall’uso automatico di criteri quantitativi

Un esempio?

Nelle liste bibliometriche di Area 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche), con particolare riguardo al settore concorsuale 11/D2 (Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa) risulta presente la rivista della Taylor & Francis Journal of Sports Sciences (di cui si possono leggere le Instructions for Authors).

Questa rivista non era presente nel primo elenco delle riviste dell’area, nemmeno in classe B.  Ma è presente fin dall’edizione del 2016 nella lista delle riviste di Classe A dell’Area 11. E conserva la stessa qualifica nell’ultimo elenco pubblicato, aggiornato da ANVUR nel marzo 2017.

Journal of Sports Sciences è indicizzata su Scopus, Medline, e sul Journal Citation Report di Clarivate Analytics. E fin qui siamo nella norma.

Nella lista pubblicata da ANVUR il 9 marzo 2017 compare anche il Journal of Sports Science, che sottrae una fondamentale “s” rispetto al Journal of Sport Sciences e non conosce indicizzazione alcuna in Scopus, Medline o JCR.

Nella lista pubblicata in marzo da ANVUR questa seconda rivista è indicata in minuscolo, per segnalarne la novità rispetto alla lista precedente.

2. Riviste predatorie: cosa sono e come funzionano

Ma da dove salta fuori questa seconda rivista dal titolo così simile alla prima? Arriva probabilmente dallo spazio profondo delle riviste che usano chiedere all’autore di pagare un contributo per accedere alla pubblicazione ed in cui troviamo non solo oneste e blasonate riviste open access, ma anche riviste che ormai vengono indicate con l’etichetta di predatory journals.

Il Journal of Sports Science (senza la “S”) è una giovanissima rivista nata nel 2013 per i tipi di David Publishing Company. Un editore che vanta come slogan di voler passare “From Knowledge to Wisdom” e ricorda di essersi proposto “originally as USA-China Business Review Journal, Inc., USA, founded in 2001”. Un editore che già qualche anno fa era additato, in una lettera pubblicata sul Chronical of Higher Education, come “one of the most notorious members of the predatory-publishing ecosystem”)

Non per caso, la rivista ha visto promuovere nei suoi confronti una contestazione di plagio da parte dell’editore della preesistente rivista dotata di “s”.

Non solo il titolo è quasi identico, ma sono stati scopiazzati anche gli “Aims & Scopes” della preesistente rivista:

the title is almost identical to our own Journal of Sports Sciences which is now in its 33rd volume. Further, the Aims & Scope statement for “Journal of Sports Science” on the David Publishing website duplicates a substantial part of the text from the Aims & Scope statement for our own journal “Journal of Sports Sciences”. I attach a comparison of the respective Aims and Scope text as an Appendix to this letter. Identical text is highlighted in yellow.

Ciò nonostante, come abbiamo già visto, il Gruppo di lavoro degli esperti ANVUR di area 11, dopo attenta e meditata analisi, ha inserito questo predatory journal nell’agognatissima lista delle riviste di Fascia A. Eppure, basta guardare più da vicino questa new entry per avvedersi che:

Per pubblicare sulla rivista in questione, la procedura è semplice e istantanea come un post su Facebook: si carica il file dell’articolo dalla propria pagina personale nel sito della rivista (ma i non nativi digitali possono mandare il tutto con una semplice mail all’indirizzo della rivista), preoccupandosi di aggiungere nome e indirizzo del corresponding author. Tutt’altra musica rispetto ai “complicati” passaggi di ScholarOne Manuscripts site.

3. Ohibò, chi pubblica lì? Un sedicente esperto ANVUR

Tra chi ha pubblicato diversi articoli a proprio nome (vedi 1, 2, 3, 4, 5) sul Journal of Sports Science, c’è un professore italiano nel cui curriculum, aggiornato al 2016 e pubblicato in rete, si legge quanto segue:

Questo sedicente Esperto della Valutazione avrebbe partecipato alla revisione della classificazione ANVUR delle riviste pedagogiche, proprio nel settore concorsuale 11/D2, nella cui lista di classe A è stata recentemente aggiunto il Journal of Sports Science.

Usiamo il termine sedicente perché nei documenti presenti nel sito ANVUR non siamo riusciti a trovare traccia della sua partecipazione ad un GEV della VQR 2011-2014 e nemmeno della sua partecipazione al Gruppo di lavoro per la classificazione delle riviste scientifiche. Neppure lo abbiamo trovato tra gli Esperti di Valutazione e Altri Esperti, attivi e scaduti, nella sezione di Amministrazione Trasparente. Abbiamo solo trovato il suo nome nell’elenco dei revisori della VQR 2011-2014. Un curriculum impreciso? Difficile dirlo: dato che abbiamo accesso solo ad una piccola minoranza delle delibere ANVUR, come potremmo escludere l’ipotesi, vagamente romanzesca, di squadre di Esperti della Valutazione che operano sotto copertura?

ANVUR, però, non sta con le mani in mano: lo scorso luglio ha pubblicato una lunga lista di riviste in procinto di perdere la patente di scientificità nei settori non bibliometrici. Nella lista non c’era la rivista predatoria su cui pubblica l’esperto ANVUR, ma in compenso c’erano riviste come Lancet, British Medical Journal, HOPE, la rivista di storia del pensiero economico forse più importante al mondo, Monthly Review e di alcune note riviste italiane come il Mulino e il Ponte. Seguendo un copione ormai abituale, a quattro giorni dalla pubblicazione, le liste erano poi scomparse dal sito dell’Agenzia. Finora, è riapparsa solo una sottolista (costellata di errori) che elenca le riviste che perderebbero la patente di scientificità perché prive, secondo ANVUR, del codice ISSN.

In conclusione: secondo i parametri della valutazione anvuriana, la scientificità di Lancet è incerta. La rivista tarocca, invece, se ne sta tranquillamente in classe A.

 

 

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17 Commenti

  1. Nel nostro gruppo Facebook, un lettore ha posto una domanda che merita di essere riportata:
    _________
    “Da non credere. Capisco cercare di mettere dentro la rivista tarocca se è nell’interesse di qualcuno, e sperare di farla franca. Ma togliere The Lancet? Devono essere proprio fumati.”
    _________
    In realtà la ragione per togliere The Lancet, non è poi così diversa da quella che deve aver motivato l’inserimento in classe A di una rivista predatoria. La logica è sempre la stessa: la difesa degli interessi particolari di chi riesce mettere mano agli elenchi. Una difesa che può essere condotta sia mettendo nell’Olimpo le riviste su cui si è abituati a pubblicare (fossero anche predatorie) sia declassando le riviste su cui pubblicano i concorrenti:
    _________

    “Il BMJ, ed anche The Lancet e molte altre riviste di area medica sono state considerate riviste di classe A. Adesso non solo escono dalla classe A, ma vengono addirittura considerate non scientifiche. Molti studiosi di Area 13 pubblicano anche su quelle riviste. Si dice che si tratti di statistici, matematici e anche economisti che collaborano con medici. Le riviste mediche sono riviste con indici bibliometrici più elevati delle riviste di statistica/probabilità/economia. E, quindi, chi scrive su quelle riviste gode di un vantaggio citazionale nei concorsi, dove l’IF e le citazioni pesano. Limitare il recinto della scientificità alle sole aree di specifica pertinenza potrebbe permettere agli statistici-statistici, agli statistici-sociali e a quelli economici di controllare ciascuno il proprio orticello, senza dover fare i conti con per esempio gli epidemiologi o più in generale con chi ha collaborato con studiosi di altre discipline a maggiore impatto citazionale.”
    https://www.roars.it/online/anvur-451-il-british-medical-journal-non-e-una-rivista-scientifica-e-nemmeno-lancet/

  2. Premessa:
    questa è una domanda seria.
    Secondo voi,
    la Ministra è consapevole dell’esistenza dell’Anvur?
    Non sto scherzando, sono serio.
    Occorrerebbe informarla che esiste l’Anvur e che la stessa agenzia ha escluso Lancet.
    Il lavoro dell’Anvur non è stato mai oggetto dei vari dibattiti che si sono susseguiti in televisione e nei giornali nei giorni dello scandalo di diritto tributario.
    Eppure i dibattiti ci sono stati, anzi c’è stata una concentrazione di vari dibattiti in diverse trasmissioni televisive (Porta a porta, Matrix, Tagadà ecc…)
    Purtroppo il tutto è durato 24 ore, e mai si è parlato dell’Anvur e di come lavora.
    Forse il Ministro non conosce Lancet,
    ma Vespa (Porta a Porta e Porro (Matrix) dovrebbero sapere che si tratta di una rivista importantissima.
    Mi auguro che il lavoro ed il ruolo dell’Anvur emergano nei dibattiti futuri.

    • La ministra mi è stata a sentire una mezz’ora buona mentre parlavo di ANVUR ad una conferenza organizzata da FLC-CGIL. ANVUR non è che non la conoscono. ANVUR serve. Eccome se serve. Per ammantare di oggettività le scelte discrezionali della politica.

    • Caro anto, non capisco come, nella nostra nazione, si pretenda che una persona capace preparata e intelligente quanto ti pare possa fare allo stesso tempo il ministro della istruzione (che presiede alle scuole elementari, medie, superiori; a professori presidi e personale ata; ai provveditorati) ma anche il ministro della università (che significa gestire lauree e lauree magistrali; professori, ricercatori, borsisti, amministratori; phd; postdoc) ma anche il ministro della ricerca (enti; amministrazione; ricercatori; ecc).

      Ci aspetteremmo che monitorasse, desse indirizzi, cambiasse quello che serve, aggiungesse e togliesse; poi tenesse i rapporti con i comitati, con il parlamento, con industrie e con sindacati, con gli stati esteri, con l’europa; ecc; ma come ci può umanamente riuscire?

      A me sembra IRRAZIONALE dare ad una sola persona tanti compiti cosi’ disparati, mi sembra INGIUSTO verso delle realta’ cosi’ importanti e cosi’ diverse, mi sembra SBAGLIATO in quanto la gestione non può che finire quasi interamente nelle mani di burocrati.

      Bisognerebbe tornare indietro e riconoscere che la gestione del dottorato non e’ omogenea a quella della istruzione elementare, che la ricerca non ha molto a che fare con le scuole medie, che le specificità vanno valorizzate, che il tempo delle piramidi e’ finito.

  3. Ma alla fin fine questa giostra delle riviste deve camuffare altro, cioè quello che è insensato a prima vista avrà una sua logica in termini di potere, disciplinare politico economico, altrimenti sarebbe di una gratuità stupida. Oppure, più banalmente, l’Anvur così vuole dimostrare la sua ‘produttività ‘, il suo diritto di esistere sotto il sole.

  4. non so se è sempre così, ma tempo fa mi capitò tra le mani l’elenco delle riviste scientifiche dell’area 11: in cima, alla A, compariva “Abruzzo Contemporaneo” e in fondo, alla T, c’erano le “Transactions of the American Mathematical Society”. Ma che senso ha?

  5. Francesco Vissani, PhD:
    sono d’accordo, i separerei i dicasteri, come in passato,
    uno all’istruzione,
    un altro all’università e alla ricerca.
    Anche se,
    purtroppo,
    l’esperienza dice che quando erano separati (es. Mussi all’Univ. e Fioroni alla scuola, – Governo Prodi 2006-2008),
    non si è combinato nulla.
    Quando, invece, erano riuniti, es. Gelmini, sono state fatte tante cose (cioè danni).
    Infine non c’è la volontà politica di occuparsi dell’università e non c’è stata neppure con 3 ministri (2012, 13, 14, 15, 16) Profumo, Carozza, Giannini).
    Speriamo che Dio illumini i politici e che gli stessi si facciano illuminare.

    • Grazie anto:

      sulla efficacia, vorrei insistere sul fatto che gli uffici del ministero sono una grande fonte di inerzia verso qualsiasi cambiamento; parlo dei grand commis per capirci, che non rispondono al corpo elettorale ma (e’ il caso di dirlo) dettano legge.

      Quanto ai ministri, conosco Chiara Carrozza come compagna di università e la rispetto; chiarito questo “conflitto di interessi”–che magari distorce i miei giudizi–credo che abbia avuto poco tempo per lavorare ma non abbia fatto male. Discorso simile per Profumo, che mi sembra abbia fatto bene nel breve tempo del suo dicastero.

      Di Mussi vorrei ricordare una storia. Alcuni giovani scienziati, vincitori di un posto in Francia, gli scrissero una lettera che e’ ancora attuale e per questo te la ripropongo,
      http://www.marcocirelli.net/lettera_ministero.html
      Lo sventurato rispose? Ma quando mai: si limito’ a mettere quella lettera nel sito del partito che stava fondando (“Sinistra Democratica” mi pare si chiamasse). Insomma la tratto’ come fosse sua corrispondenza privata, non come una lettera indirizzata ad un Ministro della Repubblica italiana. Non vorrei commentare oltre.

      Mio sommario, e scusa se non e’ molto profondo: l’efficacia del ministero dipende (e non poco) dalla persona che ne riveste il ruolo.

      Ciao!

      ps mi firmo con il “PhD” nella speranza di incoraggiare anche qualcun altro a cominciare a farlo 🙂

    • Mussi fu quel “genio” politico che propose i concorsi con i commissari anonimi, dicendo che si era ipirato ai reviewers anonimi delle riviste internazionali … Un’idea che poteva venire in mente solo ad un funzionario della STASI, …

    • Almeno per me, alla simpatia ed al pregiudizio positivo è succeduto un post-giudizio, a valle della scandalosa distribuzione dei punti organico. Per motivi a me incomprensibili ha deciso di sacrificare la sua reputazione personale pur di avvantaggiare Sant’Anna. @Vissani “credo che … non abbia fatto male”: solo quell’atto – che trovo pazzesco – la rende purtroppo indifendibile.

  6. Francesco Vissani, PhD:
    condivido e aggiungo: “dipende dalla sensibilità” della persona che ne riveste il ruolo.
    Sensibilità per la rilevanza della ricerca
    e per l’impegno profuso per più di un decennio da tantissimi precari che hanno scritto troppo (sia qualitativamente sia quantitativamente) e che ora sono fuori dal sistema e, infine, per i problemi del mondo accademico nella sua totalità.

  7. A me sembra, di nuovo, che tutti gli argomenti tecnici e di dettaglio attinenti alle situazioni (fino a quella attuale), siano stati ampiamente discussi. La conclusione, viste le reazioni della controparte, è sempre la stessa: indifferenza e incapacità di chi ha poteri politici e decisionali, anzi protervia e prepotenza per il reiterarsi delle prime due, o, peggio, volontà mal camuffata di ridurre l’università all’obbedienza e di trasformarla in una sorta di fabbrica dotata di catene di montaggio (mal congegnate, peraltro, ma fluidamente postmoderne e pseudoscientifiche, cioè del tutto inaffidabili e pericolose). E poco importa, oramai, che sia Moratti, Gelmini, Carrozza, Valeri ecc. ecc., tutti spingono verso gli stessi obiettivi. A ciò si aggiunge la spettacolarizzazione attraverso i talk shows. Emblema ne è stata l’iniziativa della Crui, dove il rappresentante del MIUR (chi era?) è rimasto scandalosamente silente. Si avvicinano le elezioni, e le preoccupazioni dei politici sono altre. La ministra Valeri deve gestirsi, a modo suo, anche i problemi della scuola. La finanziaria non so a che punto sia. Dunque, per quel riguarda l’università, tutto è nelle mani dell’Anvur, che non è un’istituzione a se stante ma come se lo fosse. Però non deve rendere conto a nessuno, né verso l’alto, tanto meno verso il basso. Sarebbe opportuno esigere dai rettori, eletti direttamente dal personale universitario, di farsi carico dei problemi degli elettori ed esigere risposte chiare, rapide e costruttive dal ministero e dalla ministra direttamente. Tavolo delle trattative, vi ricorda qualcosa?

    • Io credo che ANVUR sia inossidabile perché coperta da uno “scudo spaziale”, gentilmente messo a disposizione da MEF (il vero padrone del MIUR) con un occhio vigile della Banca d’Italia (non a caso il Direttore dell’ANVUR è un di regola funzionario preso in prestito da lì). Essere schiacciati dal tallone dell’ANVUR ce lo chiede l’Europa o giù di lì. È una delle ricette economico-sociali che dovrebbero risanarci e, come tale, non può essere messa in discussione. E, anche quando sbagliano, sono danni collaterali di una medicina che è – per definizione – buona.

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