Stefano_Feltri_studi_umanistici
Un articolo del Fatto Quotidiano firmato dal vicedirettore Stefano Feltri (Il conto salato degli studi umanistici) sostiene che gli studi umanistici non sono convenienti. Il paper su cui si basa però non dice questo. Ce lo spiega molto bene Galatea Vaglio in un articolo pubblicato su valigia blu che riproponiamo ai nostri lettori.

Ma davvero le facoltà umanistiche sono un pessimo investimento?

Un articolo del Fatto Quotidiano sostiene che gli studi umanistici non sono convenienti. Il paper su cui si basa però non dice questo.

Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it

posted by Galatea Vaglio on 14 agosto 2015 in Post

ha collaborato Angelo Romano

Da qualche anno sconsigliare vivamente i ragazzi di iscriversi a facoltà di tipo umanistico è diventato uno sport nazionale e ha prodotto una sorta di letteratura di genere, in cui l’esperto di turno spiega quanto sia scriteriata o almeno inutile l’idea di fare Lettere e Filosofia o Storia.

Quest’anno il compito tocca a Stefano Feltri, che in un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano ripropone l’annosa polemica tra formazione scientifica e umanistica, prendendo spunto da un paper del centro studi CEPS a cura di Miroslav Beblavý, Sophie Lehouelleur e Ilaria Maselli. I ricercatori hanno cercato di valutare per quale motivo si registri in cinque diversi paesi europei (Italia, Francia, Ungheria, Polonia e Slovenia) una carenza di laureati in Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM), nonostante l’aumento di questa tipologia di laureati sia indicato dal documento Europe2020 tra i vincoli significativi per la crescita futura dell’Europa.

In altre parole, ci si chiede per quale motivo gli studenti non si laureano nelle discipline STEM nonostante, secondo gli analisti politici e gran parte della letteratura scientifica, questi profili siano considerati quelli che offrono le migliori prospettive di stipendio e carriera.

Se studiare è un investimento di denaro e di tempo speso in formazione, quanto sono razionali, allora, le scelte degli studenti alla vigilia del loro percorso universitario? E quali sono i percorsi più proficui in termini di anni spesi per laurearsi e tempo impiegato per trovare un’occupazione remunerativa? Utilizzando l’approccio NPV, volto a valutare il valore del titolo conseguito al netto dei costi sostenuti e dei benefici ottenuti nel tempo, i tre studiosi sono giunti alla conclusione che discipline più “leggere” come Economia, Legge, Scienze Sociali garantiscono benefici maggiori rispetto alle cosiddette lauree in materie scientifiche alla luce dei minori costi (di investimento e formazione) da sostenere e che le discipline umanistiche si caratterizzano per avere bassi costi e ricavi ancora minori nel tempo.

Fin qui lo studio. Quando però il paper viene riassunto sul Fatto Quotidiano, i dati e le conclusioni vengono usate da Feltri per sostenere la tesi che iscriversi a facoltà umanistiche sia un errore tout court e una scelta dissennata. L’incipit del suo articolo è già esplicativo:

Tra qualche settimana molti studenti cominceranno l’università. I loro genitori che si sono laureati circa trent’anni fa potevano permettersi di sbagliare facoltà, errore concesso in un’economia in crescita. Oggi è molto, molto più pericoloso fare errori. Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte.

Il “purtroppo” fa già ampiamente capire che l’autore considera l’idea di iscriversi ad una facoltà non scientifica una scemenza, e la scelta di una facoltà umanistica sia già di per sé sbagliata. Ma procedendo il tono apocalittico peggiora:

È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche.

Già nel secondo paragrafo cominciano però a scricchiolare le argomentazioni, o meglio non è chiaro come si reggano in piedi: infatti prima Feltri dice che i ragazzi si iscrivono a queste facoltà perché sono portati per le materie umanistiche e le amano (quindi dobbiamo presumere che siano quelli che in italiano, filosofia e storia hanno ottimi voti per esempio), e subito dopo che scelgono le facoltà umanistiche come ripiego i ragazzi che hanno votazioni basse.

Non è chiaro da dove Feltri peschi questo ultimo dato (cioè che alle facoltà umanistiche si iscrivono ragazzi con voti bassi) cosa mai affermata nel paper originale, che non prende in considerazione il rendimento precedente degli studenti.

Ma in ogni caso, anche se vi fosse davvero una consistente massa di studenti con votazioni basse e scarsa preparazione che si iscrivono alle facoltà umanistiche perché le considerano “più facili”, non è chiaro come questo sarebbe imputabile alle lauree umanistiche in sé ed al percorso di studi scelto, né come, invitando un alunno già poco qualificato a non iscriversi a lettere ma a scegliere una facoltà scientifica si potrebbe migliorare la situazione.

Se per esempio abbiamo un ragazzo veramente portato per le materie umanistiche (e magari meno, o anche soltanto meno interessato a quelle scientifiche) e lo spingiamo a iscriversi a una facoltà scientifica che non lo attrae o per cui non è affatto portato, rischiamo comunque di votarlo al fallimento: si stancherà prima di arrivare alla laurea – niente di peggio che essere costretto a studiare per anni una cosa che non ti piace – e anche se ci arriva sarà probabilmente un laureato in materie scientifiche assai mediocre e poco competitivo, destinato o a rimanere a lungo disoccupato oppure ad accettare lavori che lo soddisfano assai poco e per cui non è tagliato.

La stessa cosa avviene per i ragazzi che si iscrivono a facoltà umanistiche tanto per fare qualcosa: restano lì a vegetare per anni, agguantando voti bassi e imparando poco o nulla, e quando arrivano a conseguire la laurea, sempre che la conseguano, sono assolutamente inadatti al mondo del lavoro e restano disoccupati. Ma, chiediamoci: la colpa è del fatto che hanno una laurea umanistica o del fatto, che, molto semplicemente, l’hanno presa controvoglia e non sono per nulla qualificati o intraprendenti?

Ma andiamo avanti, e parliamo di dati. Oggi l’articolo on line del Fatto riporta un testo parzialmente diverso dalla versione postata in originale. Feltri, infatti, in un primo tempo non aveva capito bene le tabelle allegate allo studio e confuso l’indice usato per valutare l’investimento economico per ottenere la laurea ed espresso in valori numerici con la somma necessaria a conseguire il titolo di studio. Corretto da una delle ricercatrici che hanno partecipato al progetto, ha così modificato e spiegato i criteri di valutazione:

Fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in legge o economia è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica o Informatica (le imprese italiane hanno adattato la propria struttura su lavoratori economici e poco qualificati). Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265.

Che significa? Che scegliere di studiare discipline umanistiche in Italia non è premiante perché i costi sono maggiori dei ricavi a causa – scrivono i tre studiosi – dell’eccessiva lunghezza del percorso di studi universitario, dalla durata indefinita rispetto agli altri paesi europei.

Proprio questa considerazione accende una spia e desta più d’una perplessità. Che dati hanno usato, infatti, i ricercatori? Come si legge nel paper, per quanto riguarda l’Italia, la ricerca ha preso in considerazione il percorso di laureati dall’anno accademico 1999/2000 (monitorati nel 2008), quando ancora non era entrato in vigore il sistema 3+2, i cui principali obiettivi erano proprio la drastica riduzione dei tempi di conseguimento della laurea e l’aumento dei laureati nel mercato del lavoro. Facendo riferimento a un contesto accademico e del mercato del lavoro di quasi dieci anni prima e che ha visto, negli ultimi quindici anni (anno cui si riferisce il campione interessato dalla ricerca), profonde trasformazioni, le conclusioni cui giungono gli studiosi risultano già superate e i dati utilizzati poco rappresentativi.

Feltri però non tiene minimamente conto di tutte queste varianti e afferma senza ombra di dubbio che:

Fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere. L’Italia è il Paese dove questo fenomeno è più marcato. Ma finché gli “intellettuali pubblici” su giornali e tv continueranno a essere solo giuristi, scrittori e sociologi, c’è poca speranza che le cose cambino.

Di queste riflessioni non v’è traccia nel paper. Anzi, lo scenario delineato dalla ricerca appare abbastanza differente da quello riassunto da Feltri e posto come base per il suo ragionamento.

Che, fra l’altro, ha anche altre falle. Posto infatti che questi studenti con votazioni basse e scarse competenze che si iscrivono a Lettere e Filosofia difficilmente potrebbero investire meglio i loro soldi iscrivendosi ad altre facoltà, dato che probabilmente si arenerebbero anche lì, non si capisce poi esattamente cosa c’entri la conclusione del paragrafo, che imputa l’iscrizione di massa degli studenti alle facoltà umanistiche alla presenza in tv di “giuristi, sociologi e scrittori”.

Giuristi e sociologi, infatti, non fanno parte di facoltà umanistiche come Lettere, Storia e Filosofia (va aggiunto che nel frattempo, fra una riforma e l’altra, anche il concetto di “facoltà” usato da Feltri non ha più riscontro). Poi, a dire il vero, il rapporto citato del CEPS addirittura pone la laurea in Legge, cioè quella dei “giuristi”, come una di quelle più remunerative in Italia.

Quanto agli “scrittori”, c’è da notare che per esercitare questa professione non è necessario avere una laurea in facoltà umanistica. Gadda, per dire, era ingegnere, Moravia, Camilleri e Lucarelli non risulta si siano mai laureati, Volo faceva il panettiere, e l’unico in possesso di una laurea in filosofia risulta essere Baricco, che non ha però mai faticato a trovare da campare.

Risulta inoltre poco chiaro anche il merito della critica mossa da Feltri nel suo complesso, e riassunta in quel «È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti».

In realtà, infatti, il rapporto citato si limita a cercare di capire se investire in una laurea umanistica, in taluni paesi, sia conveniente dal punto di vista economico, e cioè se a fronte di quanto speso per conseguirla, si trovi poi un lavoro ben pagato. Non dice invece nulla sulle percentuali di occupazione di chi consegue un certo tipo di laurea.

In Italia, i laureati in discipline umanistiche, checché si pensi, non sono “più disoccupati” di altri che hanno lauree differenti. Riescono a trovare lavoro prima, per esempio, di chi si laurea in biologia, facoltà scientifica. Comunque il 68% di laureati in lettere trova posto entro cinque anni dal conseguimento del titolo (la media nazionale per i laureati di altre facoltà è del 70% ) e una laurea qualsiasi è in ogni caso ancora un buon investimento, in quanto dà la possibilità di trovare un lavoro meglio pagato e più stabile rispetto a chi possiede il solo diploma.

Quindi l’assunto di Feltri, e cioè che può permettersi una laurea in discipline umanistiche solo chi non ha bisogno di lavorare, non supera la prova dei fatti. Il lavoro si trova. Forse non si troverà uno stipendio da favola. Ma magari per poter svolgere un lavoro in un campo che ti appassiona è un sacrificio anche accettabile, entro certi limiti, eh.

25 Commenti

  1. Fino a quando gli economisti (soprattutto i bocconiani) dovranno continuare ad avere questa audience sui media, quando parlano di cose che evidentemente non conoscono ? Fare (male) un riassunto di uno studio altrui e’ il massimo esempio di giornalismo che possiamo sperare di vedere in questo paese ?
    .
    La dialettica formazione universitaria/lavoro e’ molto più complessa dell’ appiattimento ad “ufficio di collocamento” periodicamento riproposto dagli economisti e ripreso acriticamente dai media e politici nostrani.

  2. non conoscevo questo Feltri – mia “colpa” evidentemente leggo poco – non sono per farmi idea affrettate e su poche basi ma, a dare una lettura del pezzo sulle iscrizioni universitarie ritorna una immagine di chi scrive a caso – alcuni dati funzionali ad una sorta di ipotesi che sia mediaticamente divisiva ed accattivante. Il tutto condito da egocentrismo a tratti e pennellate di toni biblici …
    Metodo scientifico nullo, contestualizzazione dati nulla, distinzione tra indicatori assoluti e valori relativi nulla … nulla, ….
    Il tutto poi su tema di scelte individuali … a quando un articolo sul mese migliore per mettere su una coppia e per avere figli in gamba ??? (magari cintando la scelta dei genitori dell’articolista )
    p.s.
    Ma, a che serve un simile articolo …? Pubblicità dell’improvvisazione ? Pubblicità (punto) ?

  3. Resta il fatto che: “Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica [e io ci aggiungerei Chimica, Farmacia, Medicina, Biologia e simili], l’aumento di questa tipologia di laureati è indicato dal documento Europe2020 tra i vincoli significativi per la crescita futura dell’Europa”.
    Significherà qualcosa…

  4. Stefano Feltri torna – un po’ piccato – sull’argomento:
    ______________________
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/14/universita-studiate-quello-che-vi-pare-ma-poi-sono-fatti-vostri/1959668/
    ______________________
    E su Valigia Blu arriva un’altra ottima replica firmata da Antonio Scalari:
    ______________________
    http://www.valigiablu.it/non-studiate-quello-che-vi-piace-lideona-dellestate-2015-contro-la-disoccupazione/

  5. Ogni volta che questi arroganti tromboni pontificano contro le facoltà umanistiche, la voglia di trasmettere agli studenti tutto quello che ho imparato va alle stelle! Seguire ciò che piace con rigore, serietà e passione paga assai più che ascoltare pessimi consigli di individui aggressivi che nascondono dietro dati pseudoscientifici un vuoto culturale profondo.

  6. Leggendo i commenti agli articolacci di Feltri, e mettendo insieme il loro contenuto – dei commenti – con i presupposti ideologici (neocapitalistici bocconianico-supponenti post89, non saprei come chiamarli con precisione) che si evidenziano chiaramente in detti articoli – di F., se ne puo concludere che vi si riscontrano: pregiudizio ideologico, classismo, superficialita nelle documentazione, ragionamento seplificante e distorsivo. Le due prime caratteristiche sono attinenti all”impianto generale ideologico, le restanti due alla debolezze metodologica.

  7. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/17/universita-gli-studi-belli-ma-inutili-e-lascensore-sociale-bloccato/1963721/

    Nel 2003 usciva in Italia La meglio gioventù, film di Marco Tullio Giordana – un dialogo …..
    “Professore: Lei promette bene, le dicevo, e probabilmente sbaglio, comunque voglio darle un consiglio, lei ha una qualche ambizione
    Nicola: Ma… Non…
    Professore: E allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuol fare, il chirurgo?
    Nicola: Non lo so, non… non ho ancora deciso…
    Professore: Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi, vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.
    Nicola: Cioè, secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?
    Professore: E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…
    Nicola: E lei, allora, professore, perché rimane?
    Professore: Come perché?! Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.”

  8. Stefano Feltri torna sull’argomento per la terza volta:
    ____________________
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/17/universita-gli-studi-belli-ma-inutili-e-lascensore-sociale-bloccato/1963721/
    ____________________
    E di nuovo Valigia Blu lo radiografa in un articolo firmato da Antonio Scalari e Angelo Romano (citando a più riprese i dati riportati da Roars):
    ____________________
    http://www.valigiablu.it/universita-e-lavoro-feltri-insiste-e-sbaglia-ancora/

  9. E stato decapitato dall´´Isis il massimo esperto del sito di Palmira, il cui anfiteatro e gia servito come luogo di esecuzione. Essere umanisti puo essere un mestiere pericoloso. Puo produrre nonconformismo.

  10. Da alcune indiscrezioni rilasciate alle agenzie di stampa, sembra che il premier greco Tsipras abbia fornito tra le motivazioni delle sue dimissioni la necessità di fermare Feltri. “Al quarto articolo sull’università che cercava di precisare i tre precedenti ho capito che serviva un segnale forte”, avrebbe dichiarato il premier greco. Oggi, infatti, Feltri ha finalmente cambiato argomento nel suo blog!
    Si scherza Stefano, lo sai che ti vogliamo bene!

  11. Credo sia una missione impossibile: l’Università sarà il prossimo obiettivo della rottamazione e vi è un concorde (per quanto raffazzonato e goffo) tentativo di delegittimarla….

    Giorni fa ho orecchiato ad un ristorante il seguente ragionamento: “L’Italia è in questa situazione per responsabilità delle sue classi dirigenti, che sono state terribili negli ultimi 30 anni. E di questo, mi dispiace, la responsabilità è tutta dell’Università!”
    Come se i dirigenti di oggi si fossero davvero formati all’Università pubblica!

    Credo che faccia il paio con l’ultimo disperato argomento di Feltri: le competenze degli adulti italiani sono scarsissime per colpa dell’Università – non perchè abbiamo una percentuale davvero bassa di laureati.

    • Probabilmente è una missione impossibile davvero. Ma almeno non si potrà dire che è stato fatto con il plauso di tutti.

  12. A parte tutto, irrita il fatto che qualcuno debba decidere e stabilire per ciascuno di noi cosa è utile e cosa è inutile. Penso che uno studente debba porsi altre domande:

    cosa mi piace?
    Cosa sono disposto a studiare?
    Mi interessa andare all’università o mi parcheggio?

    Purtroppo questi articoli e questa stampa producono sulle menti dei giovani (e delle loro famiglie) risultati pessimi. Non li chiamerei però cattivi maestri, perché non meritano il titolo di maestri. Sono ignoranti-arroganti che trovano molto spazio nel deprimente panorama giornalistico odierno.

  13. “Di questi temi si può – e di [sic!] deve – discutere a lungo, [ma ; ] ringrazio quindi tutti quelli che stanno intervenendo, qui e su altri siti, sia quelli che muovono critiche intelligenti sia i tanti che scrivono rabbiosi commenti sconclusionati”.

    “ […] un po’ di competenze scientifiche e manageriali non guastano”.
    Anche per fare il giornalista non guasterebbe qualche competenza in più su ortografia, sintassi, punteggiatura…

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.