Il sistema universitario e della ricerca italiana sta affondando: la riforma Gelmini, unita al taglio dei finanziamenti operato da Tremonti e ai recenti provvedimenti del governo Monti, sta portando il sistema al collasso definitivo. Non si è trattato né di una casualità, né del frutto d’insipienza, quanto invece di un attacco molto ben preparato e condotto a termine attraverso una determinazione, da parte del governo Berlusconi, pari solo all’attacco permanente verso la magistratura e grazie a un’opposizione politica che quando non è stata d’accordo (raramente) non ha certo brillato per avere un ruolo attivo di contrasto. Il ministro Profumo, prima di lasciare il governo, ha firmato il decreto in cui è previsto un taglio di 300 milioni di euro al finanziamento ordinario delle università per il 2013, che cala così di quasi il 20% rispetto al 2009. Dunque, si passa da una situazione in cui si riusciva a stento a mantenere il funzionamento ordinario a una situazione in cui ci sono ben trenta atenei a rischio default : in pratica non avranno le risorse per pagare gli stipendi. Come ci si potrebbe aspettare gli atenei più a rischio sono quelli dell’Italia meridionale: Foggia, Cassino, Napoli, Bari, Palermo, ecc.

In questa situazione il barocco meccanismo dell’abilitazione scientifica nazionale, attraverso il quale si sarebbero dovuti reclutare i nuovi professori, produrrà un fiasco epocale, in cui i neoabilitati non avranno alcuna speranza di essere assunti – se non per una frazione ridicola. Il nuovo primo ministro ha recentemente dichiarato che si dimetterà se si dovranno fare tagli alla cultura, ricerca, università: ma i tagli sono stati già fatti e ormai, anche in assenza di nuovi tagli, il sistema si avvia al collasso.

 

L’emergenza “default” si somma a una serie di “storiche” emergenze che si sono aggravate nella scorsa legislatura: il fondo del diritto allo studio è crollato così come le immatricolazioni, i fondi per la ricerca di base sono calati del 50% nell’ultimo anno mentre le tasse universitarie continuano ad aumentare. Il nuovo ministro dell’istruzione si trova dunque a operare in una situazione di estrema criticità. Il problema chiave è che il ministero dell’economia verrà con ogni probabilità amministrato con la stessa logica che ha guidato i ministri del recente passato e che è quella della destra più ottusa e reazionaria: per ridurre la pressione fiscale proveniente dalle spese sociali, la ricetta consiste semplicemente nel tagliare e privatizzare al massimo i servizi oggi offerti dal welfare state, come se lo sviluppo potesse nascere dal taglio dell’IMU piuttosto che dall’investimento in innovazione e ricerca.

Tuttavia l’ampia maggioranza parlamentare di questo governo non si riflette in un consenso diffuso nel paese. Al contrario i due principali partiti che formano il governo hanno chiesto i voti al proprio elettorato promettendo un governo in contrasto l’uno con l’altro. In particolare, il centro sinistra si proponeva di attuare una politica capace di marcare una discontinuità netta con il recente passato: si è verificato esattamente l’opposto. La situazione politica generale è dunque molto fragile: al primo serio scoglio, che può ben essere costituito dal default degli atenei dell’Italia meridionale, le contraddizioni di questo governo non mancheranno di saltare fuori.

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11 Commenti

  1. Anche da me il link NON funziona! “Error 404 – Nothing Found”
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    Giustamente in questo articolo si affrontano temi „locali-italiani“ relativi all´Università e la ricerca ma perdiamo di vista che questa „cellula“ è solo un puntino nella „società globale del rischio“ (libro consigliato del sociologo Ulrich Beck, Università di Monaco). “La globalità del rischio non implica, ovviamente, un´equità globale del rischio, anzi. La prima legge dei rischi ambientali è: L´INQUINAMENTO SEGUE I POVERI.”
    Questa frase si ri-specchia anche nell´ambito descritto dall´articolo, basti localizzare quali sono le aree geografiche dove più probabilmente si chiuderanno le Università; al Sud d´Italia. Il divario tra ricchi e poveri, anche per accedere alla scuola e ai fondi della ricerca, si accentua a livello globale, locale e personale allo stesso tempo. Le politiche economiche attuali imposte ai paesi sempre più indebitati, sostengono coloro che già ricchi sono invece che proteggere, ISTRUIRE o prendersi cura dei deboli o delle classi meno agiate. L´occupazione ha un trend di precariato sempre più accentuata e questo mina alla base il welfare state intaccando le vite delle persone. Per questo ci sono coloro che sostengono che il sistema assistenziale pieno di buchi non può essere finanziato dalle tasche pubbliche. Naturalmente lo standard di moralità di questi discorsi è abbastanza ambiguo e discutibile! Questo tuttavia costituisce lo sfondo su cui si innesta un malessere sociale sempre più accentuato e dilagante, non risolvendo nemmeno minimamente i problemi reali, ma incrementandone invece un circolo vizioso dalle conseguenze non prevedibili.
    Riporto dal libro sopra citato:
    “In questo luogo, le strategie DIFENSIVE ortodosse si trovano di conseguenza sotto pressione. Dappertutto c`è richiesta di “flessibilità”, il che significa, in altre parole, che un “datore di lavoro” dovrebbe poter licenziare i “salariati” più facilmente. “Flessibilità” significa anche una REDISTRIBUZIONE DEI RISCHI dallo STATO e dall`ECONOMIA ai SINGOLI INDIVIDUI”. I posti di lavoro sono sempre più a breve termine e “rinnovabili” – il che vale a dire “terminabili”. Gli individui non devono fare altro che accettare tutto con un sorriso”. “la vostra conoscenza e le vostre capacità sono obsolete e nessuno sa dirvi che cosa dovete imparare per rendervi necessari in futuro”. Di conseguenza, quanto più i rapporti di lavoro sono “deregolamentati” e “flesibilizzati”, tanto più la società del lavoro si trasforma in una società del rischio che non consente calcoli individuali o politici”.
    —-
    Grandissima è la responsabilità dei governi Italiani, come detto anche nell´articolo, che hanno usato “i martelli pneumatici” sull´università e la ricerca con buona approvazione di giornali e giornalisti sostenitori, industria, popolo, populisti senza visione ne strategie per il futuro del paese … le destre in particolare, ma anche qui con buona pace di parte compiacente delle sinistre (condivido la tesi di F. Sylos Labini) ma ci si deve anche chiedere: quanto grande è la co-responsabilità della comunità europea? E quanto grande è la responsabilità di ciascuno di noi?

    http://www.youtube.com/watch?v=u7ZZpVpMgPU

  2. A me il link funziona. Comunque c’e’ scritto che le universita’ italiane piu’ a rischio sono:

    Foggia

    Cassino

    Napoli 2

    Sassari

    Bari

    Napoli “Federico II”

    Roma “Tor Vergata”

    Massina

    Molise

    Palermo

    Effettivamente queste sono tutte del centro-sud, ma il presidente della CRUI dice che “Da Nord a Sud tanti atenei sono in ginocchio”. Credo, percio’, che ci siano problemi anche in universita’ del nord Italia. Se non ricordo male, ROARS ha recentemente analizzato la cosa.

    Nel caso Italia, personalmente non credo che sia un problema diretto ricchi-poveri, ma di gestione delle risorse e di mentalita’ delle persone.

    La mentalita’ delle persone cambia. Nel Veneto, ad esempio, 30 anni fa la gente che era povera risparmiava. Negli ultimi 10 anni, molti veneti, credendo di essere ricchi, non hanno piu’ risparmiato ed ora si trovano alla canna del gas.

    Se i gestori di una struttura pubblica ritengono che, tanto comunque interviene lo Stato centrale a ripianare i debiti, e’ difficile che quella stuttura sia ben gestita.

    Succede anche l’opposto, ci sono bravi gestori (ma purtroppo onesti) di stutture pubbliche, che si fanno portar via (legalmente) il surplus dallo Stato centrale.

    Il messaggio e’: meglio sempre piangere il morto.

    Messaggio che ci insegnano fin da bambini, in tutta Italia.

  3. Prefazione: i Veneti sono l´unica regione d`Italia che al governo hanno sempre avuto i loro degni rappresentanti … quelli che ci hanno portato questo meraviglioso progresso e questo non negli ultimi 10 anni, ma 50 anni (minimo)! DC/socialisti(PSI) prima, lega e Forza Italia dopo, e con Grillo sono sulla bona strada! Quindi sono gli unici che non avrebbero proprio nulla di cui lamentarsi! Conferma esattamente la sua teoria che non è problema di ricchi o poveri ma di gestione delle risorse e di mentalità delle persone.

    Correggo: i veneti credevano di essere ricchi (possibilmente molti non pagando le tasse), non hanno più risparmiato (sì lo scopo principale era o giocare in borsa o portare i soldi fuori dall´Italia), perché investire, una cosa a caso …. In innovazione…… no se magna coi libri e la ricerca, studito a far che, varda mì che ho il SUV, e ho fat solche le Medie!
    Mia nonna mi diceva sempre “La cavra la ghé ha magná i libri!

    • E porta chi puo’ (e anche chi non puo’), a cercare dei facili status-symbol. Ma questi sono i temi che facevo alle elementari (dalle suore Dorotee, un po’ comunistoidi).

    • Motivi per lamentarsi i veneti ne hanno. E molti. Basta guardare l’erba del vicino.
      Esempi:

      1. In Trentino i dottorandi prendono 300 Euro in piu’, dati dalla Provincia Autonoma, per la residenza.

      2. In Alto Adige un’ora di lezione nella locale universita’ (finanziata dalla Provincia Autonoma) e’ pagata 160 Euro, contro i 70 Euro di Unipd.

      3. In Alto Adige, un insegnante di scuola secondaria, senza diploma di bilinguismo, guadagna 400 Euro in piu’ al mese che nel resto d’Italia. Con il diploma di bilinguismo guadagna 1000 Euro in piu’ al mese.

      4. La tassazione in Trentino Alto-Adige, ed anche (in buona parte) in Friuli-Venezia Giulia, rimane quasi tutta in loco, mentre in Veneto c’e’ un flusso netto verso lo stato centrale.

      5. Le universita’ del Veneto sono virtuose, ma fino ad ora veri premi dal MIUR non si sono visti.

      6. Il dipartimento di Fisica e Astronomia di Unipd e’ piu’ eccellente di SISSA e SNS ma, a differenza di queste ed altre “scuole speciali”, finanziamenti dedicati non ne riceve.

    • Se analizzamo i tassi di scolarizzazione, ed i testi INVALSI, si scopre che il problema non e’ certo il Veneto.

      La percentuale di dipendenti pubblici nel Veneto e’ una delle piu’ basse d’Italia.

      Le leggi agrarie volute dalla DS e dal PCI (anni 50) nel Veneto hanno funzionato. In 40 anni i contadini del Veneto, liberati dal latifondo, hanno fatto fruttuare la terra (vino) e con i molti soldi guadagnati hanno negli anni 80 iniziato a fare attivita’ imprenditoriali.

      Il settore occhiali e’ dominato da aziende venete. Cosi come l’abbigliamento.

      Il Veneto e’ la regione d’Italia piu’ visitata dai turisti.

      Vengono a lavorare in Veneto da ogni parte del mondo.

      Vengono a studiare a Padova da ogni parte d’Italia.

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