Il sistema universitario italiano non si muove verso apertura  e democrazia. Per andare verso apertura e democrazia servirebbero: (1) una riforma della valutazione che miri a restituire autonomia e libertà alle comunità scientifiche; (2) la creazione di infrastrutture pubbliche o no profit indipendenti da poteri commerciali privati; (3)un’estesa compressione della proprietà intellettuale; (4) una formazione delle nuove generazioni che, a partire dalla scuola, alimenti lo spirito critico su questi temi. Se nemmeno la pandemia di Covid-19 è riuscita a invertire la rotta, c’è da augurarsi che da qualche parte del mondo pensante (magari fuori dall’Università) ci si sia ancora qualcuno disposto a coltivare la conoscenza come bene comune e, per questo tramite, a difendere la democrazia. Nell’attesa delle riforme che (non) verranno, si può provare a essere coerenti. Chi si dice a favore della scienza aperta  e democratica, può praticarla: pubblicando ricerche, materiali didattici e manuali in accesso aperto su riviste e archivi no profit, insegnando a studenti e allievi che esiste, al di là del pensiero dominante, un altro modo di vedere le cose.

Pubblichiamo alcuni stralci del testo apparso nel volume: AA.VV. Perché la valutazione ha fallito. Per una nuova università pubblica, Perugia, Morlacchi, 2023. La versione elettronica dell’intero volume è disponibile qui.   Si parlerà del volume questa mattina durante la settimana della sociologia a Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa. Link all’evento: meet.google.com/tzm-ktha-uov

Come vedono gli italiani l’Università del loro Paese? L’Italia si distingue – negativamente – per una percentuale bassa di laureati a fronte di una popolazione mediamente anziana e di tassi ridotti di natalità. Solo una parte dei diplomati alla scuola superiore di secondo grado si iscrive all’Università e una frazione non piccola abbandona gli studi accademici. Nonostante l’aumento del costo per le famiglie della contribuzione studentesca (le c.d. tasse universitarie), il diritto allo studio per i meno abbienti è garantito solo in misura limitata. Il cosiddetto ascensore sociale non funziona e il sistema è fortemente diseguale: alcuni centri accademici ben funzionanti e numerose Università (soprattutto nel Meridione) in sofferenza. Molti dei nostri laureati fanno carriera all’estero e non rientrano nel
Paese d’origine (cosiddetta fuga dei cervelli). All’opposto, il nostro sistema universitario si mostra limitatamente attrattivo per gli stranieri. Per completare il quadro, il finanziamento pubblico dell’Università è tra i più bassi tra i grandi Paesi europei, mentre quello privato è irrisorio. Eppure, i potentati privati, pur non finanziando, pretendono di avere influenza sul sistema universitario.

Già un’osservazione superficiale di questi dati racconta un rapporto travagliato tra il nostro Paese e il sistema universitario, che pur deve avere dei meriti se è vero, com’è vero, che la ricerca scientifica italiana gode, a livello internazionale, di buona reputazione, tant’è che laureati e ricercatori italiani sono apprezzati fuori dai nostri confini. Al di là di questi dati, c’è però da chiedersi quale sia l’immagine che i cittadini italiani si costruiscono dell’Università e come venga disegnata tale immagine.
Gli italiani la costruiscono mediante i ricordi dei meno giovani (una percentuale modesta della popolazione) che l’hanno frequentata e conclusa con successo quando era molto diversa da quella attuale. La costruiscono attraverso i dialoghi tra i giovani e con i più giovani (anche questa una percentuale modesta della popolazione) che la frequentano, ma forse non la conoscono a fondo. La costruiscono soprattutto attraverso una narrazione mediatica che, nel migliore dei casi, è innervata di sensazionalismo e scandalismo. Il sensazionalismo è testimoniato, ad esempio, dalla leggerezza e dalla superficialità con la quale vengono diramate le posizioni guadagnate o perse nelle varie classifiche internazionali e nazionali sulla qualità delle istituzioni accademiche, classifiche che soffrono di numerosi problemi sul piano scientifico. Lo scandalismo è alimentato da campagne mediatiche in base alle quali il principale male dell’Università sarebbe la sua corruzione morale. Quasi che l’Università rappresenti l’unica mela marcia di un albero sociale che negli altri suoi frutti – dalla politica, alla magistratura fino all’imprenditoria – può vantare assoluta integrità nella gestione del potere.
Volendo benevolmente assumere che ci sia qualcuno che ancora legge qualche pagina di libro, giornale o blog e non si limiti a Instagram, TikTok e trasmissioni televisive, occorre ammettere che l’immagine che gli italiani si costruiscono del proprio sistema universitario è quanto meno superficiale, per non dire lontana dalla realtà. Risulta difficile, perciò, assumere che gli italiani abbiano percezione della
‘grande trasformazione’ che l’Università ha subito negli ultimi vent’anni, quando ha iniziato a prendere forma, grazie a governi e ministri di ogni colore politico (da Mussi a Gelmini), l’aziendalizzazione di stampo neoliberale che si era già imposta in altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, e che influenza buona parte delle politiche dell’Unione Europea.

Mi riferisco, per semplicità, a una formula ‘aziendalizzazione di stampo neoliberale’ che ha tanti equivalenti: commercializzazione, mercificazione, capitalismo accademico, ecc. L’aggettivo neoliberale, come si sa, fa capo a infinite discussioni. Qui è usato come sinonimo di un’ideologia che, per un verso, esalta le virtù taumaturgiche del mercato (anche monopolistico), della governance basata sui numeri, nonché della competizione; per l’altro, mortifica o marginalizza il ruolo dello Stato democratico, fomentando invece le sue derive autoritarie che ben si sposano con un mercato dominato da pochi grandi potentati commerciali.

Sull’aziendalizzazione dell’Università sono stati versati, all’estero e in Italia, fiumi di inchiostro e di bit. Un aspetto ancora poco discusso attiene alla privatizzazione della conoscenza. La privatizzazione della conoscenza si contrappone a quella che dovrebbe essere una missione fondamentale dell’Università: praticare la scienza aperta e mettere in comune la conoscenza.

Merton sosteneva che la scienza prospera nelle società democratiche perché la comunità scientifica opera in base a norme sociali che riflettono il funzionamento della democrazia. In particolare, gli scienziati non parlano rappresentando interessi particolari (nazionali, religiosi, ideologici), ma universali e mettono in comune le conoscenze acquisite. Come nelle società democratiche leggi e sentenze dei giudici sono pubbliche e oggetto di discussione, così nella comunità scientifica i risultati della ricerca sono pubblici e oggetto di un vaglio critico innescato da uno scetticismo organizzato: gli scienziati leggono e controllano quanto scritto dai colleghi e reagiscono pubblicando a loro volta per aderire o dissentire. La cosiddetta proprietà intellettuale in ambito scientifico si riduce al riconoscimento della paternità di un testo scientifico o di una teoria.

Non è solo la scienza a prosperare in una società democratica, ma è anche la società che alimenta il suo carattere democratico attraverso la libertà e l’autonomia della scienza e dell’Università, come testimonia l’art. 33 della nostra Costituzione. Oggi il carattere democratico della scienza (aperta), che non è mai stato pienamente realizzato (soprattutto nell’Università che è, storicamente e sotto varie forme, istituzione gerarchica), è minacciato dalla valutazione autoritaria nonché dalla privatizzazione della conoscenza. Non è solo una minaccia per l’Università, ma per la tenuta stessa della democrazia. Due esempi possono forse rendere l’idea di cosa significhi valutazione autoritaria e privatizzazione della conoscenza nell’Università italiana.

Un primo esempio di perversione: le pubblicazioni scientifiche.

Chi è fuori dal mondo accademico non ha idea di come vengono valutati i ricercatori e professori universitari. Anche gli studenti universitari hanno generalmente poche e confuse idee in merito. I ricercatori e i professori vengono valutati in base a procedure e criteri fissati da un’agenzia del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) denominata Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR). A dispetto del suo nome di ‘agenzia’, che vorrebbe forse alludere a caratteristiche di indipendenza, gli organi decisionali dell’istituzione sono di fatto di nomina governativa. Di recente, si è pensato bene di aggiungere un nuovo organo al panorama della valutazione di Stato: il Comitato Nazionale per la Valutazione della Ricerca (CNVR), anch’esso di nomina governativa.
Insomma, la valutazione della ricerca avviene in base a una struttura gerarchica e verticistica che fa capo al governo, cioè al potere esecutivo sorvegliato dal giudice amministrativo (TAR e Consiglio di Stato). Il che ovviamente alimenta un notevole contenzioso, che va dall’impugnazione dei risultati dell’ASN, passa dai ricorsi per le classificazioni delle riviste scientifiche e giunge fino ai giudizi sui risultati dei progetti di ricerca nazionali.
Negli esercizi di valutazione individuali (Abilitazione Scientifica Nazionale o ASN, concorsi per l’acquisizione di posizioni temporanee e di ruolo) e delle strutture accademiche come Atenei, Dipartimenti e Collegi di dottorato (Valutazione della Qualità della Ricerca o
VQR, Dipartimenti di eccellenza, ecc.), o dei gruppi di ricerca (ad es. Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale o PRIN), hanno un notevole peso gli indicatori quantitativi relativi alle pubblicazioni scientifiche (ad es., il numero delle pubblicazioni, il numero delle citazioni).
Gli indicatori quantitativi, perciò, influenzano le carriere dei professori e l’attribuzione di risorse umane ed economiche alle strutture accademiche e ai gruppi di ricerca. Gli indicatori relativi alle pubblicazioni scientifiche costituiscono altresì la base di alcuni parametri delle già nominate classifiche nazionali e internazionali che pretendono, su basi pseudo-scientifiche, di dare bollini di qualità alle istituzioni accademiche. Perciò, tali indicatori orientano, indirettamente, anche le decisioni che studenti e famiglie prendono nel momento in cui devono scegliere dove effettuare i test di ingresso (nelle sedi dove c’è il numero chiuso) e le immatricolazioni.
Un osservatore ignaro di come funzionano le cose potrebbe pensare che gli indicatori quantitativi relativi alle pubblicazioni scientifiche si basino su infrastrutture, software e dati pubblici nel duplice senso che sono di proprietà dello Stato e sono aperti all’uso di tutti (tutti possono replicare i calcoli basati sugli indicatori). Niente di più errato. Le Università spesso non hanno nemmeno i file delle pubblicazioni scientifiche, che invece sono nel controllo esclusivo degli editori. Per i settori scientifici che fanno uso della bibliometria incentrata su indici citazionali come l’Impact Factor e l’H-Index, chi effettua l’esercizio valutativo non ha i dati sui quali vengono calcolati gli indicatori bibliometrici. Tant’è che gli esercizi di valutazione dell’ANVUR come la VQR si fondano su banche dati proprietarie nel controllo di due grandi imprese di analisi di dati che offrono servizi valutativi: Elsevier e Clarivate Analytics. La prima è anche il più grande editore al mondo ed è in palese conflitto di interessi: pubblica riviste e libri scientifici e poi li valuta attraverso le proprie banche dati bibliometriche. Su questo quadro, dominato dal controllo privato dell’informazione e dal conflitto di interessi, MUR e ANVUR sono stati capaci di aggiungere un’ulteriore coltre di opacità: i dati su cui vengono effettuati alcuni esercizi valutativi sono tenuti segreti.
La valutazione della ricerca non solo è autoritaria, ma anche in gran parte basata su dati e infrastrutture private, nel duplice senso che appartengono a imprese commerciali e sono protette da forme di controllo esclusivo: proprietà intellettuale (segreto commerciale, diritto d’autore, diritto sui generis sulle banche dati), contratti (licenze) e misure tecnologiche di protezione. Il tutto è ammantato da un’operazione culturale grottesca, finalizzata a tentare di dare una patente scientifica a questo tipo di valutazione. Ex componenti dell’agenzia nazionale scrivono libri sulla scienza della
valutazione, attuali funzionari scrivono sulle riviste specializzate ecc.
In buona sostanza, le pubblicazioni scientifiche e i dati sulle pubblicazioni scientifiche (i dati citazionali) non sono nel controllo delle Università. L’assurdità di un sistema di questo genere si apprezza meglio seguendo la storia del diritto d’autore sulla pubblicazione scientifica.
L’autore di un articolo scientifico quando è afferente a un’Università – e in Italia pagato nella stragrande maggioranza dei casi con soldi pubblici – è titolare del diritto economico e morale sulla pubblicazione. È l’autore persona fisica e non l’Università ad essere titolare del diritto d’autore. Ciò garantisce libertà (l’autore parla in nome di sé stesso e della comunità scientifica universale di cui è parte, non in nome dell’istituzione di cui è temporaneamente parte; fa, secondo l’insegnamento di Kant, uso pubblico della ragione) e responsabilità (se, ad esempio, plagia, risponde personalmente sul piano etico ed eventualmente giuridico). Normalmente, l’autore cede gratuitamente, definitivamente e in via esclusiva i diritti economici sull’articolo all’editore, che si vanta di un bollino reputazionale alimentato dall’imperante sistema di valutazione basato sull’editoria commerciale, sulle banche dati bibliometriche e, in Italia, sulla valutazione amministrativa di Stato. L’autore avrebbe in teoria un’alternativa: dare all’editore in licenza non esclusiva solo alcuni diritti economici e conservare il diritto di ripubblicare e comunicare al pubblico in accesso aperto su Internet la propria opera. Ma usualmente non negozia con l’editore, in quanto il sistema valutativo lo spinge a non dar alcun valore al proprio diritto d’autore, ma solo al bollino qualitativo dell’editore (Impact Factor della rivista calcolato dall’impresa di analisi di dati o fascia A attribuita gerarchicamente dall’ANVUR o ancora dal giudice amministrativo). Dopo il contratto di cessione dei diritti economici, è l’editore ad avere il controllo esclusivo della circolazione della pubblicazione. L’articolo scientifico a quel punto finisce in una rivista che a sua volta confluisce in una grande banca dati privata il cui accesso viene ‘venduto’ a carissimo prezzo alle Università.
Il lettore si chiederà se esiste un ‘affare’ peggiore di quello descritto. Lo Stato paga, con i soldi dei contribuenti, gli autori di articoli scientifici (li retribuisce per la ricerca); tali autori cedono gratuitamente i propri diritti economici d’autore a intermediari commerciali; e, infine, lo Stato compra dai medesimi intermediari l’accesso e l’uso delle pubblicazioni medianti banche dati.
Non vengono venduti solo l’accesso e l’uso della pubblicazione, ma anche i servizi valutativi basati sugli indicatori quantitativi di cui si è detto. I costi di queste banche dati crescono costantemente, ben oltre l’inflazione, erodendo margini alle già precarie casse delle Università. Tale scenario normalmente sfugge sia alla conoscenza sia alla discussione dei professori e dei ricercatori, che sono gli stessi autori delle pubblicazioni. Solo una cerchia ristretta di accademici conosce – per incarico istituzionale o per curiosità scientifico-culturale – questo paradosso e le sue devastanti conseguenze culturali. Meno che mai lo conosce il grande pubblico.
Le conseguenze culturali sono appunto devastanti. La perdita del controllo dei dati e delle infrastrutture su cui si basa la costruzione della conoscenza fa sì che tutto il processo di produzione dei risultati della ricerca sia, in ogni sua fase, in mano a pochi soggetti commerciali dotati di grande potere economico e informativo. Non è solo una questione di controllo dei dati, ma di come vengono estratte informazioni e conoscenza dai dati stessi. Le big tech della comunicazione scientifica hanno il controllo di tutto: infrastrutture, algoritmi e software applicati ai dati. Usano il proprio potere computazionale e le tecniche del cosiddetto capitalismo della sorveglianza per prevedere e, in ultima analisi, per influenzare il comportamento dei ricercatori, dei professori e delle Università. Questa storia di sudditanza ai potentati privati delle big tech inizia con le biblioteche e si estende e tutte le funzioni dell’Università, compresa la teledidattica.
C’è un’alternativa a questo sistema di comunicazione della scienza. Tale alternativa è rappresentata dalla scienza aperta (Open Science) e dall’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche (Open Access), gestito mediante infrastrutture pubbliche o di istituzioni che non operano per il profitto.
Tuttavia, questa alternativa è ancora poco praticata in Italia. Gli editori scientifici (ora imprese di analisi di dati) hanno trovato il modo di colonizzare il mondo dell’Open Access modificando i loro modelli commerciali. In sostanza, vendono con diverse formule contrattuali l’Open Access. Tra queste formule, spiccano negli ultimi anni i cosiddetti contratti (o accordi) ‘trasformativi’ stipulati tra grandi editori scientifici e consorzi che riuniscono Università o altre istituzioni di ricerca. L’aggettivo ‘trasformativo’ è frutto di una scaltra operazione cosmetica, in virtù della quale l’editore promette che un giorno di un futuro non troppo lontano [sic!] tutte le pubblicazioni saranno ad accesso aperto. Intanto, durante la cosiddetta trasformazione, si paga per accedere alle banche dati ad accesso chiuso e si paga per pubblicare alcuni articoli in accesso aperto. E così i costi per l’editoria scientifica continuano ad aumentare, il sistema della comunicazione è saldamente ancora nelle mani delle grandi imprese commerciali e l’Open Access è identificato da molti ricercatori come un ulteriore costo da mettere nel bilancio del progetto di ricerca.

[…]

Verso un’Università aperta e democratica?

Il sistema universitario italiano non si muove verso apertura  e democrazia. Al contrario, e se si escludono alcune operazioni di facciata come il recente Piano Nazionale per la Scienza Aperta, si muove pervicacemente, e al di là del colore politico del governo (dei migliori o dei peggiori) di turno, nel senso contrario.

Per andare verso apertura e democrazia servirebbero:

  1. una riforma della valutazione che miri a restituire autonomia e libertà alle comunità scientifiche;
  2. la creazione di infrastrutture pubbliche o no profit indipendenti da poteri commerciali privati;
  3. un’estesa compressione della proprietà intellettuale;
  4. una formazione delle nuove generazioni che, a partire dalla scuola, alimenti lo spirito critico su questi temi

Se nemmeno la pandemia di Covid-19 è riuscita a invertire la rotta, c’è d’augurarsi che da qualche parte del mondo pensante (magari fuori dall’Università) ci si sia ancora qualcuno disposto a coltivare la conoscenza come bene comune e, per questo tramite, a difendere la democrazia.

Nell’attesa delle riforme che (non) verranno, si può provare a essere coerenti. Chi si dice a favore della scienza aperta  e democratica, può praticarla: pubblicando ricerche, materiali didattici e manuali in accesso aperto su riviste e archivi no profit, insegnando a studenti e allievi che esiste, al di là del pensiero dominante, un altro modo di vedere le cose.

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