Qualche mese fa AISA ha chiesto alla CRUI maggiore trasparenza rispetto alla efficacia dei contratti trasformativi. Ciò è stato fatto sulla scorta degli esiti terrificanti di un report del JISC che spostava il termine della cosiddetta “trasformazione” delle riviste ibride in riviste interamente open access fra almeno 70 anni. 

Nessuna reazione.

E’ il momento per le istituzioni ed i ricercatori italiani di prendere sul serio l’idea di non aderire ai contratti trasformativi, rifiutandosi di continuare a pagare gli oligopolisti commerciali per l’accesso aperto, o, peggio, per l’accesso aperto ibrido. Ciò non impedirebbe agli autori che vogliono pubblicare ad accesso chiuso sulle riviste di continuare a farlo, praticando, per l’accesso aperto, la via verde: depositando cioè la migliore tra le versioni (pre-print, post-print o pdf editoriale) consentite dall’editore, in archivi istituzionali o disciplinari aperti. Nel frattempo le loro istituzioni spenderebbero i soldi di studenti e contribuenti per la ricerca e per i ricercatori, invece che per farli sorvegliare dagli oligopolisti commerciali.

1. L’origine dei contratti “trasformativi”

L’idea dei contratti chiamati “trasformativi” fu proposta da Ralf Schimmer, nel 2015 ancora alla Max Planck Digital Library, con l’intento esplicito di trasformare il minimo indispensabile.

Many who advocate open access envisage the development of a new publishing environment—new journals, new ways of operating—in which researchers can eventually be resettled. But it may be preferable to work with the publishing habitat that has evolved organically and bring open access into it. This could be achieved by transforming the existing core journals’ business models while simultaneously maintaining their function of providing quality assurance through peer review, publishing services and brand value.

This would enable a large-scale shift to open access while still providing researchers with the services and functions of the journal publishing system in which they are comfortable. The beauty of this idea is that the disruption would be perceptible only in the organisational domain in which the money is managed; since this side of business is typically hidden from researchers, authors.1

Per rendere la letteratura scientifica ad accesso aperto, sosteneva Schimmer, non occorre riorganizzarne la pubblicazione altrimenti e altrove; basta pagare gli editori commerciali per rendere i testi pubblici invece di riservarli agli abbonati. Questo avrebbe avuto il gradito effetto collaterale di conservare l’assicurazione della qualità tramite la revisione paritaria e la marchiatura dei contenuti organizzate dei “core journals” che li onorano col contenerli, esito secondo lui di un’evoluzione “biologica”,2 mentre gli addetti alla ricerca avrebbero continuato a giocare il gioco del publish or perish e della valutazione bibliometrica senza accorgersi di nulla.

Se continuiamo a venire a patti con un’industria della pubblicazione che ha fatto onore al suo nome solo quando la pandemia l’ha indotta a render temporaneamente pubblico ciò che di solito privatizza, è comprensibile che i contratti che pagano gli editori per leggere e per scrivere invece che per scrivere soltanto sembrino “trasformativi”. Dobbiamo, però, essere consapevoli che, fin dal loro concepimento, il loro scopo principale non era trasformativo, bensì conservativo: preservare un sistema di valutazione amministrativa basato sui contenitori, così da permettere agli oligopoli commerciali che ne hanno il controllo di rimanere tali pur in presenza di modi di pubblicazione più aperti, meno costosi, meno centralizzati e potenzialmente innovativi. Non a caso, nel frattempo, uno degli oligopolisti dell’editoria scientifica commerciale ha riconosciuto i meriti conservativi di Ralf Schimmer assumendolo direttamente. Fuori dall’Upside Down, però, i contratti da lui ispirati non sarebbero “trasformativi” bensì “conservativi”. E con questo nome, volendo camminare diritti, li chiameremo da qui in poi.

2. Data a non dandis: i contratti conservativi in Italia

Non era difficile prevedere che gli accordi ideati da Schimmer avrebbero trasformato ben poco dal lato dell’esborso di denaro pubblico, e conservato invece quasi tutto dal lato delle rendite di posizione dell’editoria commerciale. Come già documentato, gli oligopoli sono rimasti intatti e i prezzi non sono scesi.

In Italia, la Crui offre alle università italiane un servizio di negoziazione collettiva, Crui-Care, per concludere contratti di interesse comune. Ma quanto si spende in Italia per le licenze di accesso – in lettura e in scrittura – alla letteratura scientifica? Quali sono gli effetti della sottoscrizione degli accordi conservativi? Sono state fatte analisi costi/benefici in proposito? Se sì, perché non sono pubbliche? Se sì, come hanno influito sulle scelte di Crui-Care?

Ai costi palesi degli accordi, già altissimi – più di 36 milioni di euro per l’ultimo contratto con Wiley, più di 45 milioni di euro per quello in corso con Springer-Nature e più di 167 milioni di euro per quello rinegoziato l’anno scorso con Elsevier -, si aggiungono quelli del lavoro di autori, revisori e redattori, pagati con denaro e fondi di ricerca pubblici e dell’acquisto di servizi di analisi di dati e di SALAMI (impropriamente noti come AI) basati su quanto fornito gratis dalle università, nonché degli APC aggiuntivi richiesti a chi deve pubblicare ad accesso aperto una volta esaurito il numero annuale dei token riservati alla sua istituzione.3

In Gran Bretagna il negoziatore collettivo Jisc, svolgendo le funzioni di Crui-Care e spendendo denaro altrui, si è sentito in dovere di offrire una revisione critica approfondita sulla prospettive di trasformazione delle riviste oggetto dei contratti conservativi, concludendo che il passaggio all’accesso aperto pieno potrebbe avvenire fra circa settant’anni, quando saremo tutti morti. In Italia, alla lettera aperta dell’AISA che chiedeva una paragonabile elaborazione, il consorzio Crui-Care non ha risposto – cosa non sorprendente in un paese in cui i publisher combattono la pubblicità, i contratti “trasformativi” non trasformano e i dati non si danno. L’onere della giustificazione – pare naturale – non spetta a chi spende denaro altrui: spetta a chi ne chiede conto.

3. Auf Deutsch gesagt: perché boicottare i contratti conservativi

Si usa, in Italia, sottrarsi alle richieste di giustificazioni con argomenti esterovestiti, del tipo “è una prassi internazionale: chi siamo noi per discuterla?”. Indipendentemente dal fatto che all’estero gli accordi conservativi vengono discussi e perfino superati,4 consideriamo il termine di confronto della Germania, il cui consorzio DEAL ha concluso con Elsevier un lungo contratto conservativo quinquennale, come in Italia, ancorché con rilevantissime differenze quantitative e qualitative.5 E, a dispetto di Schimmer, qualche studioso tedesco si è reso conto della natura conservativa della trasformazione e ne ha scritto in un articolo pubblicato su Laborjournal.

Ulrich Dirnagl ricorda che scrittura, revisione e decisione di pubblicare sono in mano ai ricercatori, ma gli editori commerciali continuano a controllare, come prima della rivoluzione telematica, la porta della pubblicazione. La transizione dall’abbonamento, che discrimina i poveri in lettura, all’accesso aperto a pagamento, che discrimina i poveri in scrittura, continua a basarsi sul principio per il quale biblioteche, università ed enti di ricerca ricomprano a caro prezzo quanto hanno gratuitamente dato. Ed è difficile uscire da questa trappola – anche dove la valutazione amministrativa non è di stato – perché i professori potenti sono stati selezionati da un’economia della reputazione basata sulle riviste commerciali e sembrano incapaci – o indisposti – di mettere in gioco il loro valore in base a quello che scrivono invece che a dove lo scrivono.

Per questo anche gli accordi negoziati da DEAL sono conservativi: rafforzano l’oligopolio dei mercanti di reputazione a danno di innovatori come PLOSElife Sciences o EMBO.

I tedeschi, però, hanno anche un’esperienza diversa, e proprio con l’oligopolista più invadente: nel 2018, il consorzio DEAL, dopo due anni di negoziati, rifiutò di accettare le richieste esorbitanti di Elsevier e interruppe le trattative, privando circa 200 istituzioni dell’accesso alle sue riviste. Ma per la ricerca non avvenne nulla di catastrofico: i ricercatori si procurarono gli articoli editi da Elsevier con altri mezzi e alcuni di loro continuarono a pubblicare sulle sue riviste, mentre istituzioni come la Charité di Berlino, dove lavora Dirnagl, hanno potuto destinare quanto risparmiato alle spese vive. Perché dovrebbero, ora, firmare un nuovo contratto conservativo con Elsevier?

In Germania le singole istituzioni possono scegliere di non aderire. “In particolare” – scrive Dirnagl – “non dovremmo spendere i nostri finanziamenti alla ricerca per farci sorvegliare. Perché Elsevier fa proprio questo, e anzi si potrebbe dire che ora è l’attività principale del gruppo. Si chiama eufemisticamente data analytics business. Qui la tecnologia-chiave è un tracciamento pervasivo degli utenti, che ha luogo su tutte le piattaforme Elsevier. Elsevier sa chi fa ricerca su cosa, dove, quanto e con chi”. Oltre tutto, gli enormi profitti della multinazionale olandese sono investiti in intraprese di spionaggio ancora più inquietanti, quali Palantir. L’abbandono degli occhiuti oligopoli dell’editoria commerciale per orientarsi verso un Diamond open access, estraneo allo scopo di lucro, è addirittura caldeggiato a livello europeo.

L’esperienza tedesca, l’esperienza della sua stessa università, induce Ulrich Dirnagl a suggerire qualcosa che enti molto più poveri, quali quelli italiani, dovrebbero a maggior ragione prendere sul serio: non aderire ai contratti conservativi, rifiutandosi di continuare a pagare gli oligopolisti commerciali per l’accesso aperto, o, peggio, per l’accesso aperto ibrido. Ciò non impedirebbe agli autori che vogliono pubblicare ad accesso chiuso sulle riviste di questi ultimi di continuare a farlo, praticando, per l’accesso aperto, la via verde; nel frattempo le loro istituzioni spenderebbero i soldi di studenti e contribuenti per la ricerca e per i ricercatori, invece che per farli sorvegliare. Detto in tedesco suona semplice e chiaro: perché mai, in italiano, pare così difficile?

  1. Ralf Schimmer, “How to make open access the natural choice for researchers”, Research Europe, 22 October 2015, corsivi aggiunti.
  2. Schimmer sembra dare per scontato che la valutazione della ricerca non abbia nulla a che fare con le imposizioni amministrative e con i connessi oligopoli.
  3. Alcuni contratti pattuiscono un pagamento complessivo per un numero annuale finito di “gettoni” per la pubblicazione ad accesso aperto degli autori dell’istituzione aderente. Quando questo numero finisce, agli autori viene chiesto di pagare ancora – con conseguenze che fin dall’inizio erano facilmente immaginabili.
  4. Si vedano i bilanci 2022 e 2023 di Coalition S.
  5. Mentre il contratto italiano ammonta a più di 167 milioni di euro, quello tedesco prevede (p.22) un costo di 10 milioni di euro IVA esclusa per l’accesso ai testi pubblicati nel passato, a cui si aggiungono Publish and read fee o APC per la pubblicazione ad accesso aperto di articoli nuovi degli autori delle istituzioni aderenti. Il testo integrale del contratto tedesco è disponibile sul sito ESAC; quello italiano ancora no. Ma da quello che viene reso noto si sa che più della metà dei 167.752.965,49 euro italiani vanno a pagare l’accesso, rispetto a una percentuale stimata fra l’1% e il 5% in Germania e che il numero previsto di articoli che saranno pubblicati ogni anno ad accesso aperto è di 11500 in Germania e 9000 in Italia.

 

Print Friendly, PDF & Email

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.