Gli accordi trasformativi  nascono con l’intento di “indirizzare” la comunicazione scientifica, prevalentemente chiusa dietro paywall,  verso l’accesso aperto. Si chiamano trasformativi perché gli editori dovrebbero a poco a poco trasformare il proprio modello di business da read only a publish, attraverso una fase, quella attuale di read and publish. Si chiamano anche transitori, perché la fase di passaggio ha una durata limitata, dopo la quale il journal o l’editore deve attuare la trasformazione in gold open access. Almeno questo era l’intento di chi ha lanciato e sostenuto il modello. Una revisione di questo costoso modello commissionato dal JISC nel Regno Unito, ha rivelato che questa trasformazione potrà avvenire solo fra più di 70 anni.

Nulla di quanto era stato annunciato è avvenuto, i contratti trasformativi non hanno facilitato la trasformazione dei grandi editori, né tantomeno si vede la fine della loro transitorietà. Al punto che la coalizione che maggiormente aveva sostenuto questi contratti (Coalition S) ha decretato la indisponibilità a finanziare articoli ed editori trasformativi (che non si sono trasformati) a partire dal 2025.

The fact that so many titles were unable to meet their OA growth targets suggests that for some publishers, the transition to full and immediate open access is unlikely to happen in a reasonable timeframe.  As cOAlition S was seeking to encourage a time-limited transition, the decision to terminate this programme at the end of 2024 appears well-founded.

Nei diversi Paesi europei questi accordi sono stati affrontati in maniera consortile, cioè le contrattazioni sono state gestite in maniera collettiva per potere avere più peso nelle discussioni con gli editori: in Germania il consorzio è Project DEAL, in Svezia è Bibsam,  in Francia è Couperin , in Spagna CSIC CRUE, in Italia Crui CARE.

A 8 anni dal primo contratto trasformativo (concluso con Springer)  il consorzio britannico ha commissionato una critical review per valutare gli effetti delle politiche implementate, i risultati raggiunti rispetto a quelli attesi, l’incidenza dei costi.

Un report molto approfondito e dettagliato, di cui però per motivi confidenziali non abbiamo a disposizione i dati.

Scopo della review era di stabilire la crescita delle proporzione di lavori in accesso aperto in UK dopo la introduzione della misura dei contratti trasformativi, ma anche il contributo del Regno Unito all’open access a livello globale.

Come sappiamo l’open access ai risultati di ricerca è richiesto obbligatoriamente da molti enti finanziatori della ricerca, e anche questa è una dimensione che è stata misurata, così come la transitorietà di questa tipologia di contratti.

Uno dei punti che è rimasto sottotraccia, anche se implicito nei risultati, è il fatto che questa tipologia di contratti non ha minimamente modificato la comunicazione scientifica, e quel sistema considerato problematico dalle comunità disciplinari stesse, non si è minimamente modificato.

Stiamo parlando di un sistema in cui proliferano le paper mills, le review mills, in cui lo scorso anno abbiamo assistito a più di 10mila retractions  raggiungendo un record tristemente negativo.

Se pensiamo che uno dei motivi per cui il movimento dell’open access è iniziato era riuscire a modificare le modalità di comunicazione e disseminazione della ricerca scientifica, certamente questo risultato non è stato raggiunto. Nonostante lo sviluppo di infrastrutture pubbliche scholar-led, l’editoria tradizionale e proprietaria assorbe ancora la maggior parte dei fondi a disposizione per la comunicazione scientifica.

Il report sottolinea i successi della misura adottata dal Regno Unito, una misura che solo nel 2022 è costata 137 milioni di sterline. La percentuale di articoli open access è aumentata, dal 21% al 46%, ma è purtroppo aumentato anche il numero assoluto degli articoli che stanno dietro paywall, e in alcune aree disciplinari ciò si è accompagnato ad una diminuzione degli articoli archiviati in modalità green open access.

In pratica uno degli effetti degli accordi trasformativi è stata una diminuzione  degli Author accepted manuscripts archiviati nei repositories istituzionali, il che è un peccato perché il green è un modello di business che non ha costi per gli autori, che per questo è inclusivo e gli archivi istituzionali sono dei buonissimi strumenti di disseminazione delle ricerche.

Il report fa una serie di analisi anche sui costi parlando di alcuni risparmi che però non possono essere verificati per via della confidenzialità dei dati e che sembrano non considerare come sarebbe stato uno scenario differente: e cioè la incidenza dell’open access green in assenza degli accordi trasformativi (ricordiamo che la maggior parte delle università del Regno unito ha definito una policiy di rights retention strategy, per cui agli autori ogni istituzione chiede di non cedere i diritti di ripubblicazione dell’author accepted manuscript nell’archivio istituzionale della istituzione.)

Gli estensori esprimono significant concerns sulla sostenibilità dei contratti trasformativi a lungo termine.

Ma vediamo cosa ci dice il report sul focus di questi contratti che è la transitorietà.

La auspicata transizione sarà possibile ma solo in presenza di una massa critica a livello globale che ora non esiste, sia perché ci sono parti del mondo che non possono permettersi questi costosissimi contratti, sia perché altre parti del mondo non vogliono sostenere questo modello di business.

Piuttosto preoccupante risulta essere questa affermazione: Based on the journal flipping rates observed between 2018 and 2022 it would take at least 70 years for the big five publishers to flip their TA titles to OA.

Sembra uno scherzo ma non lo è. La transizione che avrebbe dovuto durare qualche anno, ora pare richiedere almeno 70 anni.

Non è l’unico elemento critico. Molti editori, sempre secondo il report, non hanno una roadmap definita rispetto all’accesso aperto, inoltre sembra che nonostante la grande quantità di accordi trasformativi conclusi, molti articoli manchino all’appello “in 2022 21894 missed articles could have been published via the relevant TAs”.

Le strategie di pubblicazione degli autori non si sono minimamente modificate: The top four publishers (Elsevier, Springer Nature, Wiley and T&F) together account fur just under 50% of all articles published.

Il report si conclude con alcune raccomandazioni:

la necessità di individuare ulteriori indicatori che permettano di dimostrare “a commitment to equity”

l’opportunità per istituzioni e finanziatori di ripensare attraverso questa revisione critica e i nuovi indicatori di equità modelli futuri che eliminino i paywalls e facilitino la inclusione

lo spostamento di fondi da accordi trasformativi inefficienti verso modelli alternativi.

Al di là dei risultati che in fondo non sembrano essere quelli sperati (infatti l’open access a qualsiasi costo non può essere una soluzione praticabile), poter avere dei dati e delle proiezioni su cui ragionare è fondamentale per i futuri indirizzi strategici di un paese. Il modello adottato nel Regno Unito ha assorbito cifre consistenti di denaro pubblico e quindi è sembrato necessario rendicontare i risultati e gli effetti delle politiche implementate. Questi risultati possono essere inoltre utili anche ad altri paesi che hanno intrapreso in maniera decisa la stessa strada (come ad esempio l’Italia), per avviare studi e riflessioni analoghi.

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