Nell’ultimo mese e mezzo all’Università di Torino la discussione pubblica e istituzionale concernente i criteri per la distribuzione dell’incentivo “una tantum” che reintegra gli scatti stipendiali bloccati (ma solo ai più meritevoli!) ha fatto fermentare un crescendo di malumori. Alle divergenze sulle questioni di merito (riguardanti per l’appunto la definizione e l’applicazione del concetto di “merito”) si sono presto affiancate divergenze ancora più radicali su questioni di metodo: quale metodi e quali forme debbono assumere i processi decisionali in ateneo?

In una serie di articoli per il quotidiano con cui collaboro (UniNews24) ho cercato di descrivere gli sviluppi di una vicenda che nelle scorse settimane ha provocato (o portato a galla) una doppia lacerazione tra due scuole di pensiero in seno all’Università degli Studi di Torino: si tratta della vicenda dell’incentivo una tantum (ma sarebbe più corretto dire: del reintegro parziale degli scatti stipendiali bloccati). Senza alcuna pretesa né ambizione di imparzialità, esporrò un breve resoconto della vicenda per poi approdare ad alcune riflessioni di cui, mutatis mutandis, potrebbero giovarsi anche altri atenei.

IL CONTESTO

A partire dalla finanziaria del 2008 (legge 133/2008) l’ultimo governo Berlusconi aveva dimostrato di riconoscere l’importanza dell’università come capitolo di risparmio per la spesa pubblica. Nessuno perciò si stupì eccessivamente quando nel mirino delle “razionalizzazioni” entrarono gli adeguamenti stipendiali del personale universitario per gli anni 2011-2012-2013 (articolo 9, comma 21, del decreto-legge 31 maggio 2010,n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122). Un mancato adeguamento che ha danneggiato soprattutto quei ricercatori (RTI) e professori entrati in ruolo da poco, per cui il mancato passaggio alla successiva classe stipendiale corrisponde ad una perdita percentualmente più significativa rispetto a quella dei colleghi più anziani in ruolo.

Il Governo ha però disposto un fondo una tantum per ammorbidire l’impatto di questi mancati introiti – nonché, possiamo presumere, per “educare” ricercatori e professori all’avvento della nuova era in cui gli avanzamenti di carriera dovranno avvenire non più sulla base dell’età accademica ma soprattutto del merito (vedi ad es. il fondo per la premialità previsto dall’art. 9 della 240/2010). Il fondo per questi “premi” (di consolazione), disposto nell‘articolo 29 comma 19 della Legge Gelmini (240/2010), ammonta a 118 milioni di euro, di cui 18 per il 2011 e 50 per i due anni successivi.

Ma come vanno distribuiti questi soldi?

Per conoscere la risposta a questa domanda bisogna attendere il decreto interministeriale 314 dell’11 luglio 2011, il quale dispone

  • che i 118 milioni  vengano distribuiti tra gli atenei in base al numero di candidati papabili (ovvero tutti coloro che si sono visti bloccare l’aumento di stipendio);
  • che, entro gli atenei, le risorse vadano ripartite equamente tra le diverse fasce in base al numero di soggetti ammissibili per ogni fascia (con possibilità di deroga di massimo un terzo di questo ammontare);
  • che ogni ateneo debba individuare i “meritevoli” di ottenere queste risorse, sulla base dei seguenti vincoli:

1) previsione di criteri e procedimenti distinti per ruolo e per fascia;

2) ammissione al procedimento dei soggetti aventi diritto ai sensi del comma 2 che hanno presentato domanda;

3) presentazione da parte dei candidati della relazione sul complesso delle attività didattiche, di ricerca e gestionali svolte, ai sensi dell’articolo 6, comma 14 della citata legge n. 240 del 2010, ovvero nelle more dell’attuazione del predetto comma, delle norme previgenti in materia;

4) assolvimento da parte dei candidati dei compiti loro affidati nel triennio precedente, in relazione allo stato giuridico e alle esigenze dell’ateneo di appartenenza;

5) accertamento da parte della autorità accademica della effettuazione di pubblicazioni scientifiche nel triennio precedente;

6) verifica della qualità della produzione scientifica nel triennio precedente sulla base di criteri adottati a livello internazionale.

Questi, in sostanza, i passaggi che hanno definito il perimetro della pista da ballo. Vediamo ora chi ha ballato a UniTo e su quali note.

I FATTI

Il primo dei nostri “ballerini” è il presidente della Commissione Organico del Senato Accademico di UniTo – chiamiamolo GS. E’ lui che nel mese di maggio presenta alla Commissione da lui presieduta una proposta di regolamento che culmina in un sofisticato (alcuni dissero macchinoso) algoritmo di “meritometria”, compendiato in una tabella che attribuisce specifici punteggi a svariate attività didattiche, alle pubblicazioni, alla partecipazione/coordinamento di progetti di ricerca nonché gestionali.

Ma questo idillio meritometrico viene presto rovinato. Il 3 giugno il Coordinamento UniTo, che mette assieme una buona fetta di ricercatori dell’ateneo (e in particolare coloro che hanno partecipato attivamente alle proteste contro la legge Gelmini e successivamente alla riscrittura dello Statuto), esprime sul proprio blog diverse critiche sia allo spirito che agli aspetti tecnici della formula di GS, e rilancia una controproposta computazionalmente più snella. Il succo della loro idea è: anziché lambiccarsi per misurare con una selva di indicatori un non meglio definito “merito”, privilegiamo quelli che sono stati maggiormente svantaggiati dal blocco stipendiale, ovvero i colleghi accademicamente più giovani – posti alcuni “requisiti minimi” che escludono gli inattivi.

Ci concederemo più tardi alcune riflessioni sulle weltanschauung sottese dalle due proposte; per ora, ci limitiamo a scoprire che la proposta del Coordinamento UniTo abbia ottenuto scarso consenso presso le istituzioni dell’ateneo. La Commissione Organico del 9 giugno infatti affonda quest’ultima proposta, suffragata da solo 4 voti contro i 12 voti per la proposta del presidente GS (in una versione leggermente diversa dall’originaria, secondo i ricercatori corretta in seguito ad alcuni problemi tecnici da essi sollevati). Pertanto, è quest’ultima a venire inserita nel promemoria che istruisce la riunione del successivo Senato Accademico il16 giugno.

Ma i membri del Coordinamento UniTo, temprati da dispute ben più vivaci durante la riscrittura dello Statuto e dei regolamenti, non demordono, e decidono di sondare l’umore dei colleghi portando la discussione nei consigli di dipartimento. Il risultato è piuttosto curioso: nonostante l’entusiasmo che la proposta GS desta tra i Direttori di dipartimento che l’hanno votata in Senato, alcuni dipartimenti approvano delle mozioni di segno contrario, dove chiedono di aprire il dibattito sui criteri di reintegro degli scatti anche in sede di consiglio di dipartimento. Una mossa che, pur non comportando nessun vincolo formale per il Senato Accademico, potrebbe evidenziare una scollatura tra opinione della base e decisioni dei senatori.

Nel Senato del 16 luglio GS trova però un ostacolo inaspettato. Lo stesso Rettore, il giurista GA, si mostra infatti sensibile alle mozioni dei dipartimenti, e (d’accordo con gli altri giuristi presenti in Senato) valuta giuridicamente aberrante la prassi di comminare retroattivamente premi o punizioni  – oltre che particolarmente vulnerabile a fronte di eventuali ricorsi. La discussione che ne segue, a cui assisto via streaming [1], fa emergere una seconda problematica, riguardante diverse visioni dei processi democratici: GS dichiara di non essere disposto a ridiscutere della proposta in Commissione Organico, ma al contempo si dice disponibile a fare un “passo indietro” qualora il Rettore intenda far valere il suo peso (sottotesto: “ti assumi la responsabilità di fare una forzatura?”). GA a questo punto risponde esercitando la sua autorità in una direzione totalmente inaspettata e “antirenziana“, ovvero impegnandosi ad organizzare una consultazione telematica, aperta a tutti i ricercatori e professori dell’ateneo, con lo scopo di vagliare la popolarità della proposta di GS rispetto ad una proposta di GA- ispirata da un orizzonte redistributivo anziché “meritocratico”.

GS e molti direttori di dipartimento accolgono la svolta con qualche disagio. Ad ascoltare i loro interventi via streaming si direbbe che, più l’ingerenza del Rettore, a causare il loro prurito sia l’interferenza della “pancia” dell’ateneo –  i consigli di dipartimento. In una lettera firmata da 24 direttori e consegnata a mano al Rettore a seguito della seduta del Senato auspica che la consultazione prenda la forma di un referendum secco, evitando un dibattito che rischierebbe di polarizzare “in modo lacerante contrapposte posizioni e soluzioni”.

Come prevedibile, il Coordinamento UniTo si schiera a favore della proposta del Rettore (pur criticandone alcuni dettagli), e guarda positivamente all’iniziativa della consultazione, salutandola come un supplemento di democrazia nonostante alcuni problemi tecnici e di privacy.

La vicenda si conclude formalmente durante il Senato Accademico del 14 luglio, non senza lasciare dietro di sé alcuni dolorosi “strascichi”. Durante quella seduta il Rettore ha comunicato l’esito della consultazione:

Totale aventi diritto: 1995

DI CUI

897 non votanti (44,96%)
1098 votanti (55,04%)
TRA CUI
358 voti per la proposta GS (32,2%)
638 votanti per la proposta del Rettore (58,7%)
102 astenuti (9%)
Preso atto degli esiti – alquanto eloquenti – della consultazione telematica, si procede mettendo ai voti diverse mozioni: la prima, che propone di trovare una sintesi tra le due proposte, riceve un riscontro negativo. Successivamente si pone ai voti la proposta del Rettore che, nonostante gli esiti della consultazione, viene bocciata dalla maggioranza dei Senatori (e prevalentemente dai Direttori di dipartimento). Questi ultimi, rivendicando la l’assenza di qualsivoglia vincolo di mandato nelle loro funzioni, riconfermano così la loro preferenza per la proposta GS, suggellandone la conferma definitiva.
Sarà così la tabella di GS (in una versione leggermente modificata rispetto all’originaria), a guidare la redistribuzione degli scatti premiali. Ma la decisione di ignorare gli esiti della consultazione (e delle mozioni dei dipartimenti) ha avuto uno strascico. In un’ironica invettiva contro “i direttori dello Stato libero di Bananas“, il Coordinamento UniTo disconosce ogni  rappresentatività a coloro che, ” facendosene un baffo della consultazione, [sono] diventat[i] rappresentant[i] di se stess[i]”. E ne elenca per estesso nomi e cognomi.
Subito si levano reazioni indignate contro la mossa del Coordinamento, definita “squadrista” e “parafascista“. A queste si accompagnano dichiarazioni di solidarietà nei confronti dei direttori “blacklisted”, anche da parte di alcuni “big” ed ex-big dell’ateneo. Dal canto loro, i ricercatori del Coordinamento respingono le accuse, rivendicando nella pubblicazione dei nomi dei votanti un atto di trasparenza piuttosto che di fascismo. Sulla questione interviene persino il Consiglio degli Studenti, che attraverso una mozione esprime “seria preoccupazione” per la decisione dei Senatori di non tener conto dell’esito della consultazione, oltre che verso la scelta del Consiglio di dipartimento di storia di non aprire una discussione sul punto (come avevano invece richiesto studenti e ricercatori del Coordinamento).

Per quanto gli animi siano esacerbati su entrambi i fronti (tanto che alcuni ricercatori ventilano l’ipotesi di ricorrere al TAR e/o di proporre mozioni di sfiducia verso i direttori pro-GS), le vacanze estive rendono poco verosimile il profilarsi di nuovi sviluppi. Tuttavia, benché alcuni atenei abbiano già affrontato la discussione, la determinazione degli scatti premiali rimane un punto aperto nell’agenda di molti Senati Accademici – una questione difficilmente scambiabile per una mera incombenza burocratica. Più in generale, il modo in cui gli attori di questa vicenda si sono polarizzati in schieramenti contrapposti permette di far luce su approcci radicalmente diversi a due problemi di indubbia centralità per la politica contemporanea (sia dentro che fuori dalle università): la tensione tra meritocrazia ed uguaglianza e tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa.

 RIFLESSIONE 1: MERITOCRAZIA vs EQUITA’

A dispetto dell’ingenuità (o della malafede) di chi ha invocato discussioni “non ideologiche”, la proposta di GS e le proposte alternative (prima del Coordinamento, poi del Rettore) sottendono chiaramente una scelta di valori, cioè una scelta ideologica.

L’argomento principale a favore della proposta che è uscita “vincitrice” ha trovato la sua formulazione più intrepida nelle parole di un Senatore (chiamiamolo AS) che durante la prima seduta del Senato ha dichiarato in modo appassionato: “noi dobbiamo dare un segnale politico anche al di fuori di queste mura: stiamo parlando di soldi dei contribuenti, e  questi si aspettano da noi valutazione e meritocrazia“. Il precetto è dunque: “Premia i ricercatori più ‘meritevoli’ per (dimostrare di) spendere il denaro pubblico nel modo più efficiente possibile”.

Dal canto loro, le proposte dei ricercatori e del Rettore miravano ad assolvere un’altra funzione: avvantaggiare coloro che sono stati maggiormente colpiti dal taglio. Si noti che sarebbe scorretto imputare al Coordinamento una posizione “ostile alla valutazione”: la loro proposta prevedeva infatti un meccanismo di valutazione, volto però non a stilare classifiche comparative, ma ad accertare la verifica di requisiti minimi o, evangelicamente parlando, “a separare il grano dal loglio”.

Si tratta di uno “stile di valutazione” meno sofisticato e con meno pretese dello stile sotteso alla proposta GS (che a ben vedere è animata dallo stesso zelo meritometrico dell’ANVUR), ma proprio per questo meno “fragile”. Perché? Semplificando un po’, perché è molto più semplice (e meno controverso) individuare i palesi “immeritevoli” che cercare di elaborare una misurazione monodimensionale di chi sia più “meritevole” – soprattutto perché è difficile se non impossibile definire in modo condiviso cosa significhi “merito”.

Per dare polpa al concetto, prendiamo in esame alcuni dei punti dolenti della proposta GS:

a) il numero di esami svolti comporta un bonus di punteggio. Nonostante l’encomiabile proposito di riconoscere una delle attività meno gratificanti della professione accademica, è facile immaginare l’aleatorietà di un simile criterio quando si mettono a confronto tipologie di esame molto diverse tra loro (il test a crocette dei corsi del primo anno contro l’interrogazione orale dei laureandi magistrali di antropologia), o anche la discriminazione inversa nei confronti di chi ha svolto attività didattiche “di nicchia” ma non per questo meno “meritevoli”.

b) ancora, la proposta riconosce diversi punti per lo svolgimento delle attività istituzionali/gestionali. Nessuno negherebbe che gli sforzi burocratici di chi gestisce i corsi di laurea sacrificando il proprio tempo e la propria serenità meritino considerazione e riconoscimento. Tuttavia, la proposta propone di attribuire punti anche a chi svolge cariche istituzionali quali quella di Rettore, Consigliere di Amministrazione [2] o Senatore Accademico. Al di là del fatto che il riconoscimento del merito dei Senatori da parte dei Senatori stessi ricorda in modo spiacevole l’auto-incoronazione di Napoleone, e induce in pericolose tentazioni di additare l’Organo come una “casta” di auto-nominatosi meritevoli, giova ricordare che le cariche suddette prevedono già un gettone di presenza. E’ legittimo prevedere un ulteriore premio per un lavoro che viene già retribuito?

c) una simile considerazione vale anche per l’attribuzione di un punto a coloro che svolgono ruoli di responsabilità nei progetti di ricerca nazionali o internazionali. Considerato che vincere un premio di ricerca comporta già una serie di vantaggi di carriera (ad esempio è un requisito preferenziale in sede di ASN per la I fascia), il risultato è di far piovere sempre sul bagnato – e cioè di riprodurre un’ennesima volta il cosiddetto Effetto San Matteo:

« Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. »

Quale morale trarne? Anche ammettendo che “premiare il merito” sia più urgente di qualunque questione redistributiva (un punto sul quale non mi trovo d’accordo),

(1) non è affatto facile individuare e misurare in modo soddisfacente questo “merito”. Ragionevolmente si potrebbero contenere queste difficoltà trovando un accordo il più esteso e condiviso possibile. Ma nel caso in oggetto (e più in generale nelle pratiche di valutazione del nostro paese) non mi sembra ci siano stati grossi sforzi in questa direzione; e allora si spiana la strada a chi sostiene (a ragione, soprattutto in questi casi) che la valutazione non è nient’altro che un esercizio di potere.

(2) non è detto che questo stile di “valutazione a punti” conduca a risultati efficienti dal punto di vista della collettività. Su Roars abbiamo già argomentato ampiamente il nostro scetticismo verso le cattedrali nel deserto: la strategia di concentrare troppe risorse su poche (presunte) eccellenze promette molti meno benefici collettivi di quanto non farebbe puntare sulla creazione di un sistema-ricerca ampio e diversificato. Senza contare che puntare sulle eccellenze a fine carriera serve a ben poco: occorre intuire ex ante quali potrebbero diventare “cavalli vincenti” e “scommettere” su di loro. Se avessimo usato i sistemi di valutazione e finanziamento su base premiale che abbiamo oggigiorno in Italia il fisico Peter Higgs non avrebbe mai teorizzato quel bosone che gli è valso recentemente il Premio Nobel. Insomma, lo stile meritometrico di GS ed ANVUR non sembrerebbero buoni metodi per assicurarsi delle vincite nel casinò della scienza.

ANVUR Las Vegas

Ma forse la valutazione non è una tanto una questione di efficienza del sistema quanto una banale questione di marketing. Molti accademici infatti sperano di ridare lustro all’immagine dell’accademia, logorata dai ventennali attacchi mediatici, attraverso l’esercizio della meritocrazia. Ma ad incidere sull’opinione pubblica è più verosimilmente l’ostentazione delle sedicente meritocrazia sulle pagine dei quotidiani. Se però il problema è precipuamente un problema di comunicazione, la soluzione è nelle mani dei giornalisti e casomai nella capacità di stimolarli a dare un’immagine più equilibrata dell’accademia, che contestualizzi gli (innegabili) vizi nel quadro più ampio del dissesto economico e culturale del paese.

  

RIFLESSIONE 2: QUALE DEMOCRAZIA ?

 Un aspetto particolarmente curioso di tutta la vicenda è che ognuna delle due fazioni ha accusato l’altra di atteggiamenti anti-democratici. Il Coordinamento ha accusato i direttori pro-GS di essere anti-democratici per la loro decisione di votare “secondo coscienza”, ignorando totalmente l’esito del referendum. Altre accuse di anti-democraticità sono arrivate poi, sia dai ricercatori che dagli studenti, quando questi si sono visti negare dal Consiglio di dipartimento di storia la possibilità di un dibattito ex-post sulla scelta della sua direttrice di votare a favore della proposta GS.

Dal canto loro, i direttori hanno vissuto con sofferenza e ritenuto irrituali le ingerenze del Coordinamento e dei consigli del dipartimento (e forse anche del Rettore; ma questo possiamo solo supporlo, visto che non hanno insistito su questo punto). Durante la seduta del Senato del 16 Giugno, in cui il Rettore ha richiesto la consultazione, ho assistito via streaming ad alcune spiegazioni di questa insofferenza. Tra queste, mi ha significativamente colpito una dichiarazione che suonava all’incirca così: “essendo la questione molto delicata, merita una trattazione pacata e riflessiva da parte della ‘testa’ dell’ateneo, e non potesse essere lasciata in balia degli umori ‘della pancia’, che è nostro compito educare”. [3]

La lettera che hanno consegnato al Rettore dopo che questi aveva deciso per le consultazioni recita:

Sia pur riconoscendo le caratteristiche di straordinarietà del provvedimento in esame, tutti noi concordemente giudichiamo, per i motivi che brevemente elenchiamo, inopportuno che questa consultazione si svolga attraverso e presso i Dipartimenti, e soprattutto attraverso i Consigli di Dipartimento.

E ancora

Si deve anche considerare che ogni singolo votante avrebbe un inevitabile conflitto di interesse che forse potrebbe essere meglio risolto nella riservatezza di una votazione a scrutinio segreto piuttosto che a seguito di un dibattito dipartimentale in cui inevitabilmente si fronteggerebbero in modo lacerante contrapposte posizioni e soluzioni.

Concludendo che

In alternativa auspichiamo che il dibattito e le conseguenti decisioni rientrino nell’opportuno e naturale contenitore che è il Senato Accademico, al quale potrebbe essere sottoposta una versione del Regolamento applicativo redatta secondo linee guida individuate del Rettore, su cui toccherebbe ai Senatori esprimersi [il grassetto è mio].

Nella seduta di Luglio i direttori hanno dunque confermato di ritenersi, in quanto eletti, svincolati da qualsiasi altra ingerenza. A detta loro, nel farlo hanno difeso la democrazia esercitando liberamente il loro ruolo di rappresentanti, e il compito dei loro colleghi in Consiglio di Dipartimento non è intervenire a priori sulle loro scelte quanto semmai quello di giudicarne a posteriori la bontà.

Chi sono allora gli amici e chi i nemici della democrazia? La questione è complessa, e sarebbe un peccato cedere alla tentazione di dare risposte precipitose. Su alcuni punti si potrebbe però consentire:

  • Le accuse di “fascismo” e “squadrismo” rivolte al Coordinamento UniTo per aver pubblicato la lista dei nomi dei votanti appaiono eccessive e fuori luogo. La seduta era stata trasmessa in diretta streaming, cosicché i nomi potevano essere noti a chiunque. Chi si indigna perché sono state rese note le scelte di Senatori che siedono in quel consesso in virtù dei voti ricevuti dai loro colleghi confonde la privacy con l’opacità.
  • L’esito della consultazione non imponeva alcun vincolo formale ai Senatori. Nulla vieta né vieterà loro, quantomeno dal punto di vista istituzionale, di esercitare le loro scelte nelle direzioni e nei modi che ritengono più opportuni, assumendosene la responsabilità di fronte alla propria base elettorale.
  • Il Senatore che si è rivolto ai colleghi fuori dal Senato parlando di “pancia” dell’ateneo e ritenendo questa “pancia” inadeguata ad elaborare collettivamente scelte razionali rivela di avere una pessima opinione dei suoi colleghi. È stata solo un’espressione infelice? O davvero quel Senatore ritiene che quelle stesse persone che hanno la missione di contribuire allo sviluppo della scienza e alla formazione avanzata delle nuove generazioni siano incapaci di effettuare scelte razionali?
  • In ogni caso, parlare di conflitto di interessi a proposito dei colleghi nei dipartimenti (cfr. la lettera di cui sopra) per poi votare una proposta che avvantaggia gli stessi votanti (vedi riflessione 1) non è il massimo della coerenza. A meno che non si abbia in mente Seneca: De virtute, non de me loquor.

Al netto di queste considerazioni, quello che rimane è la tensione tra un’idea di governance per cui chi viene eletto prende molto sul serio la propria delega, assumendosene la responsabilità ex-post di fronte ai propri elettori (cfr. il Senato Accademico come contenitore “opportuno e naturale”), ed un’idea di democrazia (più) partecipativa, che mira a coinvolgere maggiormente gli attori coinvolti nel processo. La prima opzione può anche avere alcuni vantaggi, quali ad esempio il risparmio di tempo speso in discussioni (riterrei meno verosimile  – come pare invece credano alcuni Senatori – che chi venga eletto debba per forza avere particolari predisposizioni a prendere migliori decisioni). Sembra però ragionevole aspettarsi che il risultato complessivo delle decisioni sia tanto migliore quanto più queste riescono a coinvolgere coloro che ne subiranno le conseguenze – se non altro perché è molto più faticoso far digerire alle persone scelte politiche percepite come esterne e prese altrove piuttosto che scelte avvertite come il frutto di un processo a cui si ha preso parte. Si tratta, volendo, di un’esemplificazione di un tema molto attuale anche per il contesto politico italiano più in generale, la tensione tra “governabilità” e “rappresentatività” (non per niente l’atteggiamento del Rettore è stato più sopra definito “anti-renziano”).

UNA PROPOSTA BALZANA

Ho riportato sopra la frase di un Senatore, AS, la cui encomiabile preoccupazione era quella di dare un segnale politico anche al di fuori delle mura dell’accademia. E’ una preoccupazione di per sé condivisibile: la verve retorica con cui molta stampa ha distorto l’immagine pubblica dell’università rappresentandola come una sorta di “mangiatoia per baroni” ha avuto un ruolo di primo piano nello spianare la strada ai tagli al FFO e ai blocchi del turnover. Ma forse, a dispetto di quanto non predichino molti giornali (che poi, guarda caso, sono spesso gli stessi di cui sopra), un po’ di orizzontalizzazione dei processi decisionali dei nostri atenei  gioverebbe più di mille ANVUR a scongiurare la mala fama di istituzione “feudale”.

[1] Lo Statuto ed i regolamenti dell’Università di Torino riscritti ai sensi della l. 240/2010 prevedono infatti che tutte le sedute degli organi centrali dell’ateneo siano proiettate in diretta streaming. Questa norma fu fortemente voluta dal Coordinamento UniTo e dai rappresentanti degli studenti, fra cui all’epoca vi era l’autore del presente articolo.

[2] Curiosamente, la proposta GS prevede 0 punti bonus per un ricercatore che svolga un incarico come il Consigliere di Amministrazione o il Senatore Accademico (a differenza di PO e PA, che beneficiano di 2 punti), o più precisamente non contemplano questa opzione.

 [3] Per correttezza specifico che non tutti i Direttori si sono espressi in questa direzione. Una direttrice di dipartimento ha infatti spezzato in quell’occasione una lancia a favore della consultazione, dichiarando di sentirsi maggiormente tutelata dalla possibilità di consultare nuovamente la propria base elettorale prima di assumersi la responsabilità di una decisione così delicata.

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37 Commenti

  1. La sensazione, ben al di là delle valutazioni di merito sulle proposte UniTO – non dissimili da quanto accade in altre università, è che l’intento dell’ultimo governo Berlusconi di sminuire, ridimensionare, il ruolo sociale e culturale delle università sia stato pienamente raggiunto. Ben oltre gli intenti, apparentemente limitati al risparmio per la spesa pubblica, con ampia condivisione politica (sono seguiti altri tre governi che hanno confermato tutto) e, soprattutto, con un, forse inatteso, importante contributo della comunità accademica, divisa in tristissimi conflitti di idee, generazioni, posizioni e postazioni.

    • “un, forse inatteso, importante contributo della comunità accademica”
      Non è “forse inatteso”, poiché va avanti, su altre tematiche beninteso, dalla legge Berlinguer in poi. A colpi di maggioranza nei consessi, dai senati in giù.

  2. Il Senato Accademico dà scacco matto come la Morte nel Settimo Sigillo di Bergman. Io però sto dalla parte di Antonius Block.
    MORTE: Perché non la smetti di fare domande?
    ANTONIUS: No, non la smetterò.

  3. Il vero commento di “pancia” è censurato.
    Il peccato originale è naturalmente nel blocco degli scatti stipendiali senza possibilità di recupero, ma sta anche in quella concessione di “una tantum” che sarebbe diventata facilmente una miccia per creare spaccature interne.
    Purtroppo duole vedere che colleghi supposti “luminari” piuttosto che rispondere alla provocazione con una ragionata e saggia ricerca di coesione, sulla base di una volontà maggioritaria, abbiano preferito perseguire i propri interessi, sulla base dei propri privilegi.
    Ricordano il triste spettacolo dei parlamentari che votano per aumentarsi gli stipendi o contro la loro diminuzione, cioè il peggio che offre l’Italia.
    Sul “piove sul bagnato”: sono d’accordo al 100%. La politica di ossessionarsi sull’eccellenza alla lunga fa piazza pulita della diversità e crea monopoli contro i quali la concorrenza (quella buona) diventa sempre più difficile e in certi casi anche sleale, quando i monopolisti arrivano a dettare le regole.
    Anche qui, un “blending” dei due strumenti, finanziamenti differenziati accanto a premi di eccellenza, sarebbe la ricetta preferibile.

    • Da quanto mi risulta a inizio Luglio è stato dato mandato alla Consulta dei Direttori di stilare una proposta: finora non mi risulta ci sia qualcosa.

      I tre rappresentanti dei ricercatori in SA hanno mandato due proposte di distribuzione, una in cui le attività sono valutate in una scala 1-4 (meritocratica?), ed una in cui le stesse attività sono valutate in una scala 0-1 (equa?).

    • Le mie sono “voci di corridoio”. Si tratta di capire se era il corridoio giusto.

      E` il corridoio di un edificio di UNIPD dove il portiere, dopo aver segnato il mio nome, per prima cosa da detto: “Cognome straniero. Da dove vieni?”.

      Un simpatico segnale, come quella volta (20 anni fa) che volevo far spostare una macchina davanti al mio garage e la polizia municipale di Padova, dopo aver visto la mia carta d`identita`, ha cercato per 10 minuti qualche motivo per multarmi.

  4. Complimenti all’autore dell’articolo che descrive una vicenda paradigmatica.
    L’aspetto che più mi colpisce (per averlo vissuto nella mia Università all’epoca dell’approvazione del nuovo Statuto) è quello relativo alla ‘democrazia’.
    Ci sono alcuni Direttori di Dipartimento che ritengono di poter decidere (su una vicenda sopravvenuta al momento della loro elezione e che, quindi, non può aver formato oggetto del programma elettorale) in maniera difforme dai desiderata dei colleghi che li hanno eletti. Non c’è nulla di male ad avere idee diverse: ma constatata la difformità di opinioni perché non dimettersi e pretendere, invece, di restare al proprio posto imponendo il proprio punto di vista?
    Davvero non capisco come si possa desiderare di governare colleghi che si disprezzano o di cui si disprezzano le opinioni.
    Negli anni mi sono convinto che, all’interno dell’Università, chi assume ruoli di governo spesso subisce un mutamento genetico. Anche se si tratta di uno scranno piccolissimo.

  5. Chi vuole creare spaccature nel mondo accademico per poterlo dominare?
    C’è un grande fratello?
    O siamo noi stessi che ci auto-flagelliamo?
    Perchè “privilegiare i colleghi accademicamente più giovani”?
    I privilegi in qualsiasi direzione fanno solo male.
    Non bisognava accettare questo obrobrio della Gelmini. Non sono un leguleo (senza offesa per nessuno), ma anche in questo punto la legge fa H2O. non ha senso mettere gli scatti sul merito in un lavoro che non è contrattualizzato come quello universitario. No contratto, no merito, quindi scatti automatici.

    • Favorevole agli scatti automatici.

      Ma propongo anche che una percentuale dei fondi di ricerca ottenuti vadano direttamente nello stipendio di colui che li ottiene.

    • @cappone n.3, detto anche paolo: tu che tipo di cappone sei? Un cappone RTI come me? Allora ci hanno già quasi estinti, quindi non si scherza mica.
      I colleghi che sono diventati ricercatori nel 2011, quando è iniziato il blocco, erano naturalmente non confermati e quindi recepivano uno stipendio nettamente inferiore ai colleghi confermati. Il blocco ha congelato questa situazione, come ho visto che è stato scritto anche qui su roars:
      https://www.roars.it/online/il-pasticcio-dei-ricercatori-non-confermati/
      Quindi loro sono stati i più penalizzati, non certo chi aveva già uno stipendio di tutto riguardo.
      Sugli scatti automatici: ma magari. Come dici tu, prima dell’avvento della disgrazia di nome L240, gli scatti erano automatici e biennali. Dal 2010 sono anche triennali, non solo non automatici (serve la valutazione di un rapporto sull’attività triennale) e pure congelati.
      Con le vecchie regole, un RTI arrivava a recepire quanto un PA all’inizio e poi a sorpassare il primo stipendio di PA, tanto che un’eventuale promozione a PA lo vedeva penalizzato per un certo periodo.
      E non è che parliamo di cifre da capogiro, restiamo pur sempre i meno pagati d’Europa (spero che adesso non arrivi qualche economista-mago della normalizzazione che mi dimostri che sono la Regina di Saba e non lo sapevo).
      Ora è sotto gli occhi di tutti quello che sta succedendo, con rispetto parlando per i precari che però in tempi pre-240 avrebbero avuto le loro possibilità di carriera a TI.

    • “spero che adesso non arrivi qualche economista-mago della normalizzazione che mi dimostri che sono la Regina di Saba e non lo sapevo”
      ============================
      Tra qualche secolo, gli storici economici interpreteranno il seguente quadro come la raffigurazione di una (ormai mitologica) figura di ricercatrice a tempo indeterminato che si reca a parlare dal suo direttore di dipartimento.

    • 🙂
      Si vede la Regina mostrare al Re, pardon al direttore del Dipartimento, gli ultimi acquisti per il laboratorio, tutti tempestati di diamanti, portati dai fedeli assegnisti, protetti di Fantoni che vigila su di loro (quello con la barba a destra del Re, pardon del direttore), mentre sullo sfondo si vedono i famosi improduttivi, che pensano solo a cazzeg…a festeggiare.
      Notare il vestito tutto d’oro zecchino con collier in turchesi rarissimi dell’isola di Marameo, nel Borneo subequatoriale, acquistato per l’occasione senza neanche bisogno della tredicesima:

      E’ sicuro che ci guarderanno con invidia.

    • @Lilla
      Una nota tecnica: l’adeguamento dovuto in seguito alla conferma NON è soggetto al blocco degli scatti. Ne sono assolutamente certa e posso fornire informazioni se necessario.

    • @fab7: dopo i tre anni di conferma però, giusto? O sono stati riconosciuti anche gli adeguamenti 2011, 12 e 13 previsti durante il periodo di conferma?

    • @Lilla,
      ah, no certo: stavo parlando dell’adeguamento stipendiale ottenuto in seguito alla conferma. Come saprai a suo tempo cercarono di bloccare (con gli scatti) anche quello. Invece sui mini-scatti che si sarebbero avuti nel triennio, immagino che li stiano trattando appunto come scatti qualunque.
      Sorry, non avevo capito.

    • @fab, sì ho visto, grazie. Cioè, mi è venuto il mal di testa come ogni volta che leggo leggi, comunicati, circolari, ecc… peggio di quando revisioni articoli. Ma anche secondo me vanno dati, sono cifre di ordini di grandezza diversi rispetto agli scatti stipendiali post-conferma.

  6. Ringrazio per le osservazioni nei commenti.
    Approfitto per aggiungere due precisazioni arrivatemi da altrettanti Senatori Accademici coinvolti nella vicenda- che ovviamente ringrazio a maggior ragione.

    a) la nota [3] lascia supporre che vi sia stato un unico direttore dipartimento, tra coloro che siedono in Senato, a votare difformemente dalla consultazione. Non è così: sono stati (almeno) tre.

    b) un altro Senatore mi ricorda che molti dei colleghi attualmente in carica non beneficerebbero del bonus di “punti merito” previsto dalla proposta GS per coloro che svolgono quel ruolo, essendo questo riferito a periodi precedenti all’ultima tornata elettorale. Curiosamente, GS sosteneva una proposta che prevedeva il bonus agli ex Senatori pur non beneficiandone egli stesso, mentre il Rettore si è schierato contro nonostante la proposta lo avvantaggiasse.
    Questa precisazione rende meno calzante l’ironico riferimento all’Incoronazione di Napoleone. Resto comunque molto perplesso in merito all’attribuzione di un ulteriore bonus per un lavoro già retribuito.

    • Colpa tua: se ti svegliavi di primo mattino per schiaccare il pulsante di pubblicazione avresti dato più tempo alla grande stampa nazionale per rilanciare la notizia. Se pubblichiamo dopo mezzogiorno, per forza che i giornalisti devono scrivere di fretta. Dobbiamo metterci in testa che abbiamo delle responsabilità 🙂

    • Se l’università va a picco, Roars potrebbe convertirsi in sito di incontri 😉

  7. le regole più sono complicate meno sono efficaci … semplificare (non banalizzare) è sempre meglio.
    @lilla
    le piume da cappone posso dartele anche se non sono vicino alla pensione … forse … con questo andazzo potrebbero proporre di pensionare anche i quarantenni.
    Buon Agosto a tutti

  8. @paolo, carissimo cappone n.3
    “Sceglierò sempre una persona pigra per svolgere un compito difficile, perché troverà un modo semplice per risolverlo”, Bill Gates dixit. Chissà che non ci sia materia per riflettere sui metodi fascisti di divisione del merito.
    Per le penne: scrivo solo in nero, grazie 🙂
    Ma conserva la pellaccia e le penne, perché se ci estinguono e lasciano RTI fino a 62 anni, abbiamo ancora più di 20 anni di lavoro davanti e chissà quante ce ne toccherà vedere ancora.

  9. A proposito di pigrizia: se uno invece di compilare i moduli per l’unatantum si avvale delle leggi che obbligano le istituzioni statali a non richiedere i dati in loro possesso cosa succede? ha senso? chi lo sa?

  10. A parte il simpatico botta e risposta tra Paolo (cappone n. 3) e Lilla che ci risolleva un po’ il morale – meno male che c’è ancora un po’ di spirito in giro – penso che non valga la pena infervorarsi per una gratifica una tantum di qualche centinaio di Euro. E’ quasi umiliante starne a discutere.
    Diverso sarebbe il discorso se questa gratifica diventasse permanente, ma per adesso, a parte voci o leggende metropolitane, nessuno dice nulla. Proporrei, invece, di destinare la ‘regalia’ una tantum ad uno scopo diverso. Proporrei di chiedere ai re(ttori) di destinare l’intera cifra ai fondi per assegni di ricerca.
    Un dibattito su come dare adeguamenti stipendiali permanenti necessita di un’analisi più approfondita, ma, in ogni caso, in presenza di una reale disponibilità finanziaria. La quale, secondo me, oggi non c’è e non ci sarà finché non si compiranno scelte che vanno in senso contrario a quello che tutti i governi, imperterriti, continuano a fare da anni nei confronti dell’università.
    E’ naturale che debba esistere, a mio avviso, un adeguamento stipendiale che compensi l’aumento dei costi.
    Deve esistere, però, anche un incremento stipendiale che riconosca i risultati conseguiti.
    I criteri si possono elaborare con equilibrio. Sappiamo che è possibile riconoscere una produttività reale. Sappiamo anche riconoscere produttività fittizie, come sappiamo riconoscere l’assenza di produttività. Zero rimane zero in qualsiasi scala. Vero?
    Rino

    • Caro Rino,
      mi sembra che ti sfugga (come a quasi tutti quelli che hanno commentato qui) che gli scatti stipendiali NON erano aumenti “di merito”: erano una parte FISSA della retribuzione che lo Stato si era impegnato a corrisponderci nel corso della permanenza in servizio. Per motivi suoi il legislatore decise a suo tempo che ci avrebbe pagato pochissimo all’inizio e poi un po’ di più, fino a raggiungere il massimo dopo quasi trent’anni. Ora la 240 trasforma quella parte fissa dello stipendio in una parte variabile, derubandoti potenzialmente di una cospicua parte della retribuzione. Una cosa che avrebbe portato qualunque altra categoria di lavoratori in strada a protestare energicamente, mentre qui si fanno penosi conti per mostrare di essere più “produttivi” dei colleghi. Complimenti.

    • Caro Rino, intanto complimenti per la carriera: fa piacere avere interlocutori che fanno onore alla categoria, specialmente in questo periodo nel quale altrimenti ci resta solo lo spirito per ritirarsi su, appunto.
      Ciò detto, leggendo, anzi provando a leggere i tanti ricorsi fatti contro: gli scatti che dovrebbero essere solo per gli automatismi e quindi non validi, il mancato recupero degli scatti, quello dei semplici adeguamenti ISTAT, ecc… tutte questioni con fondati rilievi di incostituzionalità poi totalmente rigettate, si capisce bene solo una certa arroganza del potere costituito: non si ha diritto a nulla quando qualcuno ha deciso dall’alto che “si deve tutti soffrire per il Paese”.
      Poco male se qualcuno poi è escluso, come gli insegnanti della scuola media (contro i quali io poi non ho nulla), o se una volta di più si rimarca che ci sono categorie rilevanti il cui lavoro non va adeguatamente riconosciuto per il suo valore. Non è tanto qui infatti una questione di accanirsi sulle centinaia di euro concesse a mo’ di elemosina (a me non interessano, ad esempio) quanto di vedere riconosciuta la dignità del proprio lavoro anche con un adeguato compenso stipendiale.
      Mi fa poi sorridere, per essere elegante, questa moralità imposta da una classe politica tanto ricca quanto corrotta. Ormai non c’è giorno in cui non si legga di uno scandalo sull’uso improprio dei fondi pubblici, di gente che poi già percepisce stipendi d’oro. Questa continua accusa di “indegnità” non è accettabile da parte nostra, fosse anche solo per il fatto che con l’università non si diventa ricchi, sicuramente non come con la politica, anzi si fa ormai fatica ad ottenere un parziale riconoscimento del proprio lavoro.
      A proposito di questo, in linea di principio gli scatti stipendiali (tolti i semplici adeguamenti previsti per legge, anch’essi bloccati) dovrebbero essere conformi al “principio di uguaglianza e ragionevolezza” (art. 3 cost.) “imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa” (art. 97 cost.), anche con riferimento al “diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantita’ e qualita’ del lavoro prestato” (art. 36 cost.).
      Gli scatti stipendiali, in base alla L240 sarebbero ora (forse in futuro, anzi) ottenuti a valle di una valutazione demandata alle singole università su una “relazione triennale sul complesso delle attivita’ didattiche, di ricerca e gestionali svolte”, conformemente (quasi del tutto almeno…) ai principi di cui sopra. Si nota dunque che c’è un riconoscimento di tutte le attività svolte dal docente, di ricerca, didattica, gestione e non solo, quindi, della “produttività”.
      Se volessimo rendere questo meccanismo premiale e premiante sulla base di criteri definiti in maniera più precisa e quantitativa (come fatto a Torino per quei due soldi), su tutto, dovremmo poi secondo me essere più fiscali riguardo una serie di questioni sull’organizzazione del lavoro dentro l’università e sui diritti/doveri di tutti.
      Sappiamo tutti infatti che non partiamo sempre da una base paritaria di valutazione, perché c’è chi fa tanta-issima didattica o c’è chi ha cariche che sono molto impegnative e lasciano poco spazio per altro (presidenti di corso di studio, di commissioni varie ed eventuali, direttori di dipartimento ecc…). Chi è poi in grandi gruppi ha più margini di manovra e sa che comunque ci sarà il suo nome sulle pubblicazioni.
      Dovremmo poi elaborare criteri per il riconoscimento del famoso “merito”, diventato ormai come “la società”, un’entità che ha colpa di tutto ma che può essere tutto o niente.
      Ci addentriamo dunque in discorsi di soluzione non impossibile ma neanche immediata. Torino stessa docet, ma mi vengono in mente casi simili discussi a vari livelli dove si elaborano formule astruse e complicatissime, quasi come si dovessero descrivere le orbite dei pianeti, ma che in realtà nascondono poi molte insidie (il pianeta andrebbe storto ubriaco per lo spazio). Basti pensare alle mediane, o anche, per la didattica, al considerare il numero di tesi senza tener conto della loro qualità.
      A me fa paura quando qualche commissione si riunisce in camera caritatis e la fumata bianca significa che è stato partorito un algoritmo omnicomprensivo e risolutivo. Il famoso numero “42”.
      Diciamo che per adesso il problema non si pone! A parte per chi si industria già senza posa per dividersi l’elemosina.

      ps. approfitto per salutare cappone n.3 che sta probabilmente lisciandosi le penne nell’ozio totale. L’importante è che ANVUR non lo sappia.

    • Lilla,
      lo ripeto anche a te: gli scatti stipendiali sono il tuo stipendio di oggi, differito a domani e dopodomani. Sono (erano, purtroppo) soldi DOVUTI. Attribuirli su base pseudo-competitiva e solo a una parte di noi (compatibilmente con le disponibilità di atenei cronicamente sottofinanziati, poi) significa derubarci di parte del nostro stipendio.

    • Ciao Stefano, purtroppo io ho capito fin troppo bene. La cultura rende liberi ma quello che si scopre non rende sempre altrettanto allegri!
      In un caso simile al mio:
      “Consideriamo un ricercatore in classe zero confermato nel 2010 che rimane ricercatore e va in pensione a 65 anni; la sua perdita durante la carriera e’ di 83000 Euro (lordi) senza considerare l’adeguamento ISTAT. Ipotizzando un adeguamento istat del 2.5% annuo, la perdita risulta di 329750 euro (lordi), pari ad una riduzione media dello stipendio del 14%.”
      “Tutto questo senza considerare gli effetti della riduzione sul futuro trattamento pensionistico e sul TFS (che a sua volta viene ridotto dalla manovra finanziaria).”
      Ecco. Per dire, toglierci l’adeguamento ISTAT in soldoni significa che mentre perfino la mortadella nel paniere può nobilitarsi in valore, noi no.
      Capisco il tuo senso del “derubarci” con provvedimenti una tantum e dico che se eravamo meno intellettuali a quest’ora facevamo una fiaccolata, ma con le fiaccole sotto le sedie di qualcuno.

    • … per riscattare vergogna
      per restituire dignità
      ….
      languire soffrire morire

      ma non protestare

      non è intellettualmente apprezzabile.

      bisognorebbe essere un po’ più volgari … solo un po’

    • Un po’ più volgari? paolo, mi sto già censurando a fatica, non provocare… 🙂
      Non so perché, ma non mi ci vedrei a scendere in piazza cantando l’ennesima versione di “Bella ciao”, magari “Stipendio ciao”, vestita da figlia dei fiori, arrampicata su qualcosa o qualcuno (ti offri? prometto di dimagrire nel frattempo), mentre agito uno striscione tipo: “universitari pezzenti mercati contenti”. Finirei anche di sicuro taggata involontariamente in rete per la gioia dei miei studenti.
      Così nun se po’ fa’.
      Ma qualcos’altro sì.