Scriveva Pino Aprile sul Mattino che il meccanismo premiale delle università aiuta chi va bene ad andar meglio e chi va male ad andar peggio: «criterio discutibile…». Troppo buono. Ricorda piuttosto il criterio inventato da un detenuto del Gulag, Naftali Frenkel, che ne divenne uno dei capi e organizzatori per il merito di aver reso efficiente il sistema: più si lavora e più si mangia. Così i più deboli erano rapidamente eliminati, producendo risparmi e i più forti divenivano più produttivi: un principio di massimizzazione del rendimento e minimizzazione dei costi. Il problema è ovviamente che cosa s’intende per “debole” e “forte” nel caso delle università. E qui va detto che se i criteri sono quelli proposti come “oggettivi” c’è da ridere se non fosse da piangere. La valutazione della qualità della ricerca e del reclutamento secondo i criteri e le sciagurate mediane dell’Anvur sarebbe un criterio “oggettivo”? Sarebbe un criterio sensato la capacità di attrarre finanziamenti? Se questo è un criterio, si svegli chi è ancora tanto ingenuo da promuovere programmi di ricerca su tematiche umanistiche o di scienza di base, quelli che richiedono solo libri, carta e penna: sarà duramente bastonato come inefficiente rispetto ai furbacchioni che gettano nella pattumiera ciò che sa di obsoleta cultura e stabiliscono fruttuosi accordi con qualche locale impresa di piastrelle che vuole ottimizzare il funzionamento dei forni di cottura. Lungi da noi disprezzare le attività applicate ma è il caso di ricordare il “modello” di ristrutturazione dell’università che da più parti (influenti) viene proposto senza infingimenti, ma che troppi non vogliono vedere per non soffrire: sfoltire il sistema universitario chiudendo le sedi modeste secondo i criteri “oggettivi” della VQR (Valutazione della qualità della ricerca); trasformare (attraverso una martellante campagna “culturale”) in verità l’idea che ricerca sia sinonimo di innovazione tecnologica, per cui si fa ricerca se si collabora attivamente con le imprese del territorio circostante, per cui la ricerca teorica può sopravvivere solo come nicchia la cui esistenza è giustificata dalla produttività dei settori “tecnologici”; ristrutturare tutto il sistema sul modello bocconiano, considerato come l’università ideale per il paese.

Quando si parte dal dato, scontato come un truismo, del “gap” qualitativo tra università del nord e università del sud non si ricorda mai che tale “gap” risulta da parametri valutativi che si rifanno ai criteri sopradetti. Questo non vuol dire che le università del sud siano il regno della ricerca di base e della cultura umanistica, né che non ve ne siano di indecorose – come sono indecorose certe università del nord che esibiscono come perline corsi in inglese maccheronico. È però indubbio che la tradizione culturale e universitaria meridionale non è sottosviluppo ed è altrettanto indubbio che essa ha sempre coltivato una particolare attenzione per le scienze umane, le discipline storico-filosofiche e un approccio teoretico alla scienza. Quando il matematico Luigi Cremona, uno dei fondatori delle università politecniche e ingegneristiche nell’Italia unitaria cercò i riferimenti culturali per un modello di insegnamento scientifico, gettò alle ortiche con disprezzo la manualistica “settentrionale” e imposta dall’occupante austriaco, trovando un riferimento di eccellenza nella tradizione matematica napoletana che purtroppo – scriveva – «conosciamo poco, tanto è separata da noi, più della Cina». Quando leggiamo gli esiti di certe statistiche basate su test standardizzati (concernenti sia la scuola che l’università) occorre chiedersi se questo “gap” esista davvero e comunque nei termini che si pretende.

Il problema è il solito: l’uso di standard definiti secondo criteri che, nella migliore delle ipotesi, si rifanno a modelli culturali astratti, nella peggiore a modelli individuati come quelli ottimali da “nutrire”. Il guaio è che l’intero sistema universitario è stato assoggettato a una gestione tecnocratica esogena che ha annullato ogni forma di autonomia. Quando era in discussione la riforma Gelmini vi furono grandi polemiche e dissensi ma si prometteva che la valutazione sarebbe stata ex post e che non sarebbe stata consentita una burocratizzazione centralista del sistema. Invece, tra modifiche varie e soprattutto mediante decine di decreti attuativi – memento per il presidente Renzi nella sua lotta contro la burocrazia – la riforma è diventata un mostro centralista che ruota attorno all’autorità ipertrofica e incontrollata dell’Anvur. Per questo, quando si dice che il problema del sistema universitario meridionale sono le classi dirigenti e che esso deve pensare a salvarsi da solo, si compie un doppio occultamento della verità. In primo luogo, si lascia credere che il nord si stia salvando, mentre questa salvezza è soltanto l’adesione supina al modello descritto in precedenza, che garantisce la soddisfazione di certi parametri e occulta un profondo declino culturale. In secondo luogo, non si dice che è l’intera università italiana a essere piombata in una crisi drammatica di cui non si vede la via d’uscita. Perché è stato ucciso l’unico fondamento che permette l’esistenza di una classe dirigente di qualità: l’autonomia universitaria. Per comprendere quanto sia importante questo fondamento occorre leggere il recente libro di Paolo Prodi, “Università dentro e fuori” (Il Mulino), uno dei pochi scritti che si cimenti su questi temi in termini culturali e non miseramente tecnici; e che ricorda come «il venir meno dell’autonomia universitaria costituisce un fattore di crisi della coscienza occidentale, dei principi fondamentali che sono alla base del moderno Stato di diritto e della stessa democrazia». Senza autonomia non esiste responsabilità, ma soltanto la terra bruciata di docenti-funzionari, passivi esecutori delle direttive di mostruosi apparati buro-tecnocratici degni di un paese totalitario. Senza responsabilità non è possibile alcuna autentica classe dirigente, ovvero capace di elaborare progetti, di difenderli culturalmente fino in fondo, confrontandosi in campo aperto, sottoponendo a valutazione (ex post!) le sue scelte e pagando i prezzi di quelle sbagliate. Ma i criteri di qualità non li possono definire tecnostrutture esterne fuori controllo e istituzionalmente irresponsabili. Se si deve parlare di responsabilità, è il momento di mettere sotto i riflettori quelle dei centri politici, imprenditoriali e delle tecnostrutture che hanno governato il sistema dell’istruzione dietro le quinte riducendolo in questo stato. E se si vuole avviare un difficilissimo processo di rinascita di tutta l’università (tutta, nord, centro e sud assieme) occorre restituire all’università l’autonomia che – per dirla ancora con Prodi – «ne ha fatto storicamente uno dei centri del costituzionalismo occidentale come sede del potere critico».

(Il Mattino, domenica 30 marzo 2014)

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23 Commenti

  1. lo avevate già pubblicato. Ne approfitto per inviare il commento che avevo preparato per l’altra volta, con aggiornamenti.

    Scelgo una frase, che è soltanto l’ennesima riformulazione di uno stesso e noto tema: “Senza autonomia non esiste responsabilità, ma soltanto la terra bruciata di docenti-funzionari, passivi esecutori delle direttive di mostruosi apparati buro-tecnocratici degni di un paese totalitario.” Sto andando a una riunione dove dobbiamo scervellarci sull’ennesimo riesame del “testo degli obiettivi specifici presente nell’Ordinamento e, se necessario, adattarlo sulla base dell’indicazione dell’Anvur (conservando l’aderenza agli obiettivi dichiarati in Ordinamento)…. In base alla nota Anvur 08/04/2013, la definizione delle aree di apprendimento e dei relativi risultati di apprendimento è obbligatoria per tutti i CdS a partire da quest’anno.” Parole vacue e vane, che dànno corpo solo alla burocrazia. Da 15 anni non facciamo altro, per cui in base alle maggioranze se non all’unanimità dei votanti nei consessi continuiamo ad essere e sempre di più – lo dice Israel – “docenti-funzionari, passivi esecutori delle direttive di mostruosi apparati buro-tecnocratici degni di un paese totalitario.” Come insegna Ionescu/Ionesco, e non era di sinistra, quando tutti sono diventati rinoceronti, nessuno lo è più. E la maggioranza dei rinoceronti calpesterà, se non lo ha già fatto, chi non si rinoceronterizza. A questa burocratizzazione pachidermica contribuisce anche l’UE con i suoi ” nightmarish forms of the European Community”, come dice qualcuno da qualche altra parte.

  2. Il problema è anche, a mio aviso, cosa debba intendersi per autonomia. Che l’Università, nel suo complesso, debba essere autonoma dal potere politico e da quello anvurian-tecnocratico non c’è dubbio; personalmente, sono molto più scettico circa una declinazione del concetto di autonomia in termini localistici, per il semplice motivo che da quando agli atenei è stato consentito di strutturare corsi a piacimento e bandire concorsi in sede locale gli atenei stessi sommigliano a certe (molte) marce autonomie locali, intese come amministrazioni comunali e provinciali, dedite allo sperpero dei danari pubblici e al clientelismo più sfrenato. In questo senso, la recente insistenza del ministro sulla necessità di “liberalizzare” in modo assoluto il reclutamento, mettendolo in capo ai singoli atenei e buttando a mare abilitazioni e concorsi, a me personalmente fa venire i brividi.

    • Perfettamente d’accordo. Si è abusato dell’autonomia nel senso di totale o comunque rilevante arbitrarietà. E il ministero stava a non guardare. Poi si è risvegliato ed è partito con le verifiche: requisiti minimi, bilanci, percentuali, tagli (non soltanto per la crisi ma perché la spesa dei singoli atenei non era sotto controllo, anzi peggio, v. Siena), sempre più stretti e burocratizzati, che stanno diventando intollerabili. Ora il ministro sembra voler un accordo con i vertici accademici per garantirsi la tranquillità. Il reclutamento, come al solito, è lo spauracchio o l’esca.

  3. A me sembra – anche alla luce della mia esperienza all’estero (UK) – che liberalizzare il reclutamento, lasciandone interamente la responsabilità alle singole Università, abbia senso ove ciò sia accompagnato da una valutazione ex post, cioé ove esista un meccanismo che responsabilizzi i singoli Atenei, dicendo loro: assumete chi volete, ma sappiate che, se assumete persone incapaci/non meritevoli, ci rimetterete, sia in termini finanziari che in termini di immagine. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per le promozioni.
    Penso che, a questo scopo, un meccanismo sia stato già introdotto: la VQR. Se la quota di risorse distribuita in base alla VQR aumentasse ancora rispetto all’atuale, quale Dipartimento avrebbe più interesse ad assumere persone che non siano in grado di offrire buoni prodotti per la ricerca ? Non rischierebbe, assumendole, di peggiorare la propria posizione nella classifica nazionale? Alla VQR, se stesse a me affincherei una valutazione nazionale VQD, valutazione qualità della didattica, ed aggancerei una quota di risorse finanziarie anche alla VQD. Farei anche uscire contemporaneamente, a cadenze regolari, i bandi VQR e VQD, e chiarirei espressamente che la qualità della ricerca e della didattica delle strutture verrà valutata in base alla qualità del lavoro di ricerca e di didattica degli accademici che operano nelle singole Università.
    In sostanza, voglio dire: secondo me un reclutamento può essere esclusivamente locale, ma al contempo anche essere oggettivamente meritocratico e trasparente, quando esistono meccanismi che rendono non più convenienti le pratiche scorrette del passato, cioé meccanismi siano un efficace deterrente contro le pratiche nepotistiche e clientelari. Forse ciò che il ministro Giannini intende con le sue dichiarazioni é proprio questo.
    In UK (e non soltanto), il reclutamento é interamente gestito dalle Università, ma queste – sapendo che verranno sottoposte ad una valutazione sia per la ricerca (il REF, prima il RAE) sia per la didattica (l’ NSS) e che questa valutazione determinerà sia le loro risorse finanziarie sia la loro immagine pubblica – stanno ben attente a non assumere persone non meritevoli. Infatti, in genere pubblicano prima, con gli annunci di lavoro, anche i criteri che il candidato ideale deve avere; poi ricevono domande da tutto il mondo ed una Commissione locale seleziona. E’ un reclutamento soltanto locale, ma non è “localistico” né “nepotistico” (quanti italiani, francesi, spagnoli etc…lavorano, in tutti i ruoli, nelle Università anglosassoni!).

    • “E’ un reclutamento soltanto locale, ma non è “localistico” né “nepotistico” ”
      Gentile Lucia, a parte il commento di FSL col quale concordo, mi viene da chiederle: ma non nota qualche piccola differenza tra la cultura della valutazione anglosassone e la nostra, o, più in generale, tra il concetto di “responsabilità” così come viene declinato nei Paesi civili e da noi? Non le viene il dubbio che scimmiottare meccanismi di cui non si capisce né si condivide il senso profondo (da qui l’impostazione “stregonesca” dell’ANVUR) possa servire, in definitiva, a giustificare le peggiori schifezze – quelle su cui, fino a ieri, almeno si tendeva, da parte di chi le commetteva, a osservare un pudico silenzio – in nome della sbandierata “meritocrazia”?

    • Provo a rispondere a tutti. La VQR è molto più giovane del RAE/REF, ma non venne introdotta per svolgere in Italia la stessa funzione di valutazione della ricerca delle Università che il RAE/REF svolge da molto più tempo in UK? Una cosa é dire che la VQR deve ancora essere migliorata, ma un’altra è dire che non serve. Forse bisogna renderla più seria. Alla domanda di Fausto Proietti, risponderei così; se vi é differenza fra la cultura della valutazione anglosassone e quella italiana, e se il concetto di responsabilità in Italia non viene declinato bene, bisogna per forza rassegnarsi a che le cose in Italia restino così come sono ? Quali sono i meccanismi di cui “non si capisce né si condivide il senso profondo”, il REF e l’ NSS?? Non ritiene che sia giusto che esista una valutazione (seria) della ricerca e della didattica, e che le Università stesse dovrebbero – se le cose funzionassero bene – voler assumere (e promuovere) chi può svolgere meglio il lavoro, e prendersi tutte le responsabilità delle scelte che compiono? Sarebbero queste le “peggiore schifezze”??? Bisogna vedere cosa si intenda per schifezza..

    • ” La VQR è molto più giovane del RAE/REF, ma non venne introdotta per svolgere in Italia la stessa funzione di valutazione della ricerca delle Università che il RAE/REF svolge da molto più tempo in UK?” E’ come dire “Il metodo Stamina è molto più giovane dei metodi tradizionali ma non venne introdotto per svolgere la stessa funzione dei metodi tradizionali?” Ci sono le etichette, poi se si vuole di discutere di quello che c’è dentro si apre la scatolina e si guarda cosa c’è dentro. (consiglio, prima di rispondere di leggere almeno qualche articolo a caso qui https://www.roars.it/online/?s=vqr e qui https://www.roars.it/online/faq-sulla-vqr/ questo per evitare discussioni al livello di chiacchere da bar grazie).

    • Ben vengano le valutazioni.

      Però una obbiezione, secondo me seria, è la seguente:

      Perchè un RU o un PA valido deve essere penalizzato nella carriera dal fatto che la sua Università è gestita male? Tenendo anche conto che, sicuramente, questo RU o PA non ha avuto alcuna voce in capitolo nelle scelte gestionali della sua Università?

      Faccio un caso eclatante: UNITN. La sua virtuosità è merito dei suoi fantastici docenti o del fatto che si trova in un contesto economico-autonomistico che la avvantaggia in maniera spropositata?

      Secondo me dovrebbe essere tutto molto più centralizzato: concorsi nazionali con graduatoria, dove i vincitori scelgono la sede, ma solo tra quelle virtuose. In questo modo le Università non virtuose non assumono (fino a che non mettono a posto i conti o vengono commissariate), ma i docenti bravi possono comunque fare carriera andando da un’altra parte.

    • Ok a volte rispondo piccato (con gli anonimi poi bisogna essere spietati) però quanti articoli abbiamo dedicato a spiegare le differenze tra RAE la VQR? Possible che bisogna riniziare da zero la discussione ogni volta come se nulla fosse stato mai scritto in proposito. La maniera brusca di rispondere è la mia maniera di cercare di non far divergere ogni volta la discussione.

    • Cara Lucia,
      La tua osservazione è un opinione molto diffusa all’interno dell’università che mi permetto di riassumere in modo semplice: ——–
      più risorse destinate tramite i risultati VQR, maggiore “meritocrazia” e miglioramenti per i dipartimenti.
      ——–
      Il problema principale del tuo ragionamento è ma come miglioriamo l’università in questo modo dal punto di vista pratico? Ammettiamo per un momento che i dati VQR siano affidabili. Quali strumenti reali ha un direttore di dipartimento per distribuire risorse a chi ha contribuito ad un punteggio elevato per l’istituzione dal momento che i dati individuali non sono neppure pubblici? E anche lo fossero, come si integrano questi dati con L’ASN?
      Come è possibile per un dipartimento migliorare il proprio punteggio VQR in assenza di significative risorse per il reclutamento e ricerca? Al momento, licenziare qualcuno nel pubblico è praticamente impossibile. Ma soprattutto, è utile per l’università destinare solo risorse a pochi e lasciare tutti gli altri in difficoltà?

    • @ Lucia:
      Per “schifezza” intendo nuclei di valutazione, a livello locale e nazionale, formati di persone che valutano come “eccellenti” se stesse (si, proprio così: lo sa che diversi componenti dei GEV ANVUR, oltre a candidarsi ed essere spesso “sorteggiati” nelle commissioni ASN, erano anche componenti di progetti PRIN, e che se li sono autovalutati come eccellenti? Accade, in Inghilterra?) e i loro allievi, e come “scadenti” tutti gli altri. A me questo fa discretamente schifo, a lei no?

  4. Sarebbe interessante (ri)fare uno studio statistico sulla percentuale di docenti e ricercatori in ogni dipartimento che hanno conseguito laurea o dottorato, o entrambi, in quel dipartimento. Mi ricordo che venne fatto diversi anni fa, perchè andai a cercare le statistiche per la mia università (grande ateneo del Nord), e diversi dipartimenti avevano un perfetto 100% di “interni”. Però non sono mai riuscito a ritrovarlo in rete.

    Penso che l’entità dell’in-breeding sia una statistica utile da tenere a mente ogni volta che si parla di autonomia universitaria in Italia.

    • Molto vero. E un sistema così non si cambia dall’oggi al domani. Più facile che gli “eccellenti” liberamente chiamati dagli atenei siano gli interni – magari non tutti, visto che di soldi ce n’è pochini: diciamo gli “eccellentissimi” (ossia gli allievi del rais locale).

  5. Francesco Sylos Labini, prometto che questo è il mio ultimissimo intervento, ma lei non ha capito proprio nulla su ciò che volevo dire..se é rimasto piccato, vada a farsi lei un rilassante giro al bar. Conosco i vostri articoli sulla differenze fra RAE e VQR, ma questi fotografano la situazione attuale, mentre io volevo porre l’accento su COME (secondo me) DOVREBBE EVOLVERE LA SITUAZIONE. Una cosa è accettare l’esistente e limitarsi a criticarlo un pò, un’altra cosa è tentare di proporre una traiettoria migliore per il futuro. Per lo stesso motivo, ribadisco – concludendo – che secondo me REF e NSS sono validi meccanismi per assicurare un reclutamento locale ma trasparente ed aperto a tutti, e che hanno permesso a tanti italiani in UK di entrare in tale sistema e di farsi apprezzare per le loro capacità, pur se non erano figli di qualcuno. Ora tolgo il disturbo.

    • (1) Avevo letto quello che lei ha scritto ma forse avevo malinteso. La VQR con la RAE non c’entra nulla: mi fa piacere che siamo d’accordo su questo punto.

      (2) Che la VQR possa evolvere nella RAE nelle condizioni socio-politiche attuali ne dubito. Finché non ci sarà una consapevolezza diffusa che la VQR è stata fatta in una maniera che va al di là di qualsiasi standard internazionale (compresa la RAE) non c’è alcuna possibilità di cambiamento.

      (3) Per quanto riguarda la presunta utilità della RAE (che ripetiamo non ha nulla a che fare con la VQR) sono comunque persuaso che gli argomenti di Gillies (https://www.roars.it/online/the-fundamental-flaw-in-research-assessment-systems/) siano molto più convincenti dei sostenitori dell’utilità degli esercizi di valutazione di questo tipo (che infatti al di là di qualche slogan (bisogna introdurre il merito ecc) non vanno).

      (4) Sono piccato perché trovo irritante replicare a persone che non shanno neppure il coraggio di firmarsi, ma poichè sono tra i redattori di questo sito lo faccio lo stesso.

    • Alcuni benefici dei RAE: 1) maggiore considerazione del sistema universitario e della ricerca che vi si svolge da parte della opinione pubblica e del mondo politico; 2) maggior numero di posti apicali (professor) un cambiamento epocale nelle università più tradizionaliste (Oxford e Cambridge) 3) aumenti consistenti degli stipendi dei “professors” 4) maggiore disponibilità delle università ad assumere docenti provenienti da altri paesi.
      Insomma i RAE sono stati una grande operazione di “marketing” per le università. Gli effetti della VQR sembrano andare nella direzione opposta, come testimoniano gli articoli che lamentano la ricerca di un docente su due risulta insufficiente.

  6. Prendo due frasi dall’intervento di Lucia:
    “quale Dipartimento avrebbe più interesse ad assumere persone che non siano in grado di offrire buoni prodotti per la ricerca”
    “In UK …il reclutamento è interamente gestito dalle Università, ma queste …. stanno ben attente a non assumere persone non meritevoli”.
    Mi stupisce che si possa immaginare un dipartimento o un ateneo dotati di capacità di vedere il futuro, non di ipotizzarlo ma di prevederlo esattamente: assunta una persona meritevole al momento, questa lo sarà per sempre. Quando si osservano le carriere individuali da vicino, queste non hanno un andamento assolutamente lineare e coerente e molto dipende dal contesto non solo della propria vita personale ma di quella dell’ambiente di lavoro. Se quest’ultimo non è impostato, sviluppato, non so come dirlo, in modo che tutti rendano al loro meglio (abbinato a valutazioni e verifiche periodiche), allora si potranno avere anche carriere o produzioni strampalate, improntate in maniera miope ed opportunistica alle esigenze (e alle modalità politiche di finanziamento) del momento. Cosa che sta succedendo in questi ultimi anni in Italia, se non erro. I finanziamenti regionali ad esempio – questo lo vedo da vicino – possono produrre una svolta netta negli interessi didattici e di ricerca e nulla garantisce né la continuità dei finanziamenti, né la validità degli obiettivi (politici) né quella della produzione (la quale dovrebbe soddisfare anzitutto i criteri e gli obiettivi del finanziamento erogato e non quelli fondamentali della ricerca disinteressata).

  7. La valutazione da parte di Agenzie Nazionali dovrebbe essere il giusto contrappeso alle Autonomie locali. Oggi siamo al solito mostro ibrido italiano, cioè autonomie locali che nell’ultimo ventennio hanno abusato con i disastri, le clientele e la corruzione che conosciamo ( non solo al Sud) e una Agenzia di Valutazione cui il legislatore incapace ( e magari in malafede) ha affidato compiti di indirizzo ( vedi concorsi) che ne snaturano le funzioni. Sui difetti della VQR esiste oramai una letteratura amplissima e un largo consenso, ma in certi casi i problemi erano talmente abnormi che pure una valutazione discutibile non poteva non vederli. In certi casi non andrebbero chiusi atenei o tagliati i fondi, ma andrebbe fatto un repulisti esemplare di chi ha avuto negli ultimi venti anni responsabilità, dai rettori, ai membri di senato e cda, ai presidi e direttori di dipartimento. Un ritorno a una forte autonomia e’ essenziale ma non può diventare un ” tana libera tutti” per ricominciare a fare porcate.

  8. L’articolo è molto interessante.
    Sul valore della ricerca di base non ci sono dubbi. Non servono richiami alle teorie keynesiane (pericolosi perché le stesse teorie sono state spesso distorte e interpretate ad uso e consumo dei proponenti i richiami stessi) e neppure alle recenti evidenza dell’importanza della ricerca di base, indipendente e, quindi, realmente innovativa che sia essenzialmente sovvenzionata dallo stato (il libro della Mazzucato è un interessante spunto).
    Fa senz’altro inorridire il legame, sempre più richiesto dai nostri politici ed amministratori, con il territorio, con le aziende di piastrelle (con tutto il rispetto per loro e per coloro che ne migliorano, innovandola, la produzione).
    In realtà, mi desta maggior orrore l’accondiscendenza di molti, presunti, professori e grandi ricercatori verso queste logiche di (piccolo) mercato.
    Questa accondiscendenza è dovuta ad una molteplicità di fattori (le politiche nazionali, locali, del MIUR, ecc.) ma ritengo che una buona porzione di responsabilità debba essere attribuita proprio agli universitari che, senza più alcuna autorevolezza ma con grande autoreferenzialità, ricercano, assiduamente, il padroncino di turno cui legarsi.
    L’autonomia, in Italia ed in questo contesto storico, vuol dire questo. Legare ancor più i destini delle università a queste logiche di piccolo mercato.
    Avremo, ad esempio, ricercatori a Tempo Determinato reclutati con un profilo ben preciso, orientato all’ottimizzazione dei forni di cottura delle piastrelle.
    Avremo consigli di amministrazione in cui potranno sedere piastrellisti di grido.
    Insomma, credo che il mito dell’autonomia sia ampiamente caduto, inciampando contro lo sfascio delle politiche localistiche e dei concorsi locali degli ultimi 15 anni.
    Non esisteranno più riforme da combattere o condividere finché l’elemento comune a tutte le riforme stesse sarà un definanziamento dell’università, deresponsabilizzazione della classe dirigente rispetto alle scelte fatte e la assoluta mancanza di consapevolezza rispetto all’arretratezza del nostro paese, dovuta proprio alla riduzione continua degli investimenti negli strategici settori della cultura, della scuola e della formazione superiore.