Opinioni

Referendum costituzionale: il capro espiatorio di una politica fallimentare

capra-vecinului

L’università italiana, come del resto il paese stesso, si trova in una situazione sempre più critica non solo per il suo presente ma soprattutto per quello che potrà essere il suo futuro. E’ sufficiente valutare le prospettive di carriera di un giovane laureato per toccare con mano la profondità del disastro: solo pochissimi hanno qualche possibilità di continuare l’attività di ricerca o trovare un’occupazione al livello della loro preparazione. Si tratta un’ecatombe generazionale e dell’interruzione di quella catena che assicura il ricambio e dunque la sopravvivenza del sapere. Una petizione, promossa e firmata dai maggiori scienziati di questo paese, che ha raccolto in pochi mesi più di 70,000 firme, ha chiesto a grande voce di riportare il finanziamento della ricerca a un livello accettabile, cioè a quello antecedente i tagli del duo Tremonti-Gelmini, poi “stabilizzati” e aggravati dai governi successivi. Questi tagli hanno, di fatto, eliminato il 20% dei docenti dell’università e, soprattutto, azzerato le speranze di varie generazioni di studiosi: si tratta di decine di migliaia di ricercatori che, a volte, riescono a trovare una possibilità all’estero ma che più spesso si devono contentare di lavori sottopagati e dequalificanti.

Qual è la risposta del Governo? Trovare il capro espiatorio, il nemico, tanto semplice quanto indefinito, nei baroni universitari (e non è una nuova idea!), e dunque istituire 500 cattedre di “eccellenza” sottratte alla nefasta influenza dei “baroni” ma sottoposte al controllo del Governo per “aprire il sistema” e portarvi dentro “l’eccellenza”. Se lo sviluppo della discussione sulle “cattedre Natta” sta però registrando una rara e inedita convergenza di posizioni a priori lontane contro il provvedimento, la questione cruciale è che l’iniziativa del Governo non tenta neppure di affrontare i reali problemi dell’università e della ricerca di questo paese ma è guidata da una ideologia insensata e sorda a ogni istanza del mondo reale. Nello stesso tempo la “sperimentazione” governativa consiste sicuramente in un solo punto chiaro: una pesante intromissione della politica nella ricerca e nell’università, una ingerenza così vistosa che bisogna risalire al tempo del fascismo per trovare un provvedimento che limitasse in maniera analoga l’autonomia e l’indipendenza della ricerca e dell’università ponendo “il sapere accademico al servizio della mutevole e contingente volontà politica dei governi che si succederanno negli anni a venire” come spiega molto chiaramente Umberto Izzo su questo sito. Infatti, nella proposta di revisione dell’articolo 117 si identifica una competenza esclusiva della Stato in tema di “istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica”. Il richiamo esplicito alla didattica universitaria permette di giustificare l’idea che il governo abbia titolo a dettare l’agenda strategica della ricerca scientifica e tecnologica condotta dall’Università anche investendo sulla didattica.

Sarà davvero questa la riforma che farà ripartire l’università? C’è da dubitarne viste le tante riforme fatte dal governo in questi anni (dal Jobs Act alla Buona Scuola), approvate senza mai incontrare particolari ostacoli istituzionali  che non hanno fatto recuperare al paese il suo ritardo rispetto ai paesi dell’Unione Europea. Anche per il ristagno dell’economia, ci vuole dunque un altro capro espiatorio su cui dirottare il dibattito e l’attenzione pubblica: in questo caso la Costituzione. L’idea è semplice: la “semplificazione costituzionale” dovrebbe infatti accorciare i tempi delle decisioni che favoriscono l’ingresso nel nostro Paese di investimenti e capitali esteri rilanciando finalmente lo sviluppo.

Per inquadrare la riforma è necessario partire da un punto chiaro: lo stravolgimento della Costituzione nasce da un parlamento illegittimo, per l’incostituzionalità della legge elettorale con cui è stato eletto, e da una maggioranza improbabile costruita a elezioni avvenute. La Costituzione del 1948 fu votata dal 90% del Parlamento sebbene il paese fosse diviso tra partiti con ideologie e riferimenti contrastanti come i comunisti, i democristiani insieme con i liberali, e i fascisti. L’averla votata tutti insieme consentì alla democrazia italiana di superare prove difficili. Nel 2016, non è neppure noto da chi è stata scritta la riforma costituzionale anche se sappiamo essere stata ispirata dalla banca d’affari J.P. Morgan e portata avanti dal Governo. Ci troviamo dunque di fronte ad uno scenario sudamericano: mentre la Costituzione servirebbe a controllare il Governo la modifica della Costituzione è stata proposta dal Governo stesso.

La classe dirigente e i governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni almeno hanno dovuto trovare un capro espiatorio dei loro fallimenti e l’Università, la ricerca e il sistema educativo in generale hanno avuto proprio questo ruolo. Tuttavia c’è anche una convergenza d’interessi molto nitida e pericolosa. Da una parte, gli interessi di chi vede nell’Università e nella ricerca un modo per formare quadri aziendali gratis e avere un ufficio studi a costo zero. Dall’altra, quelli di chi vede nell’istruzione di qualsiasi grado praterie per fare affari. Infine, ed è questo il profilo forse più inquietante, c’è anche chi vuole silenziare il pensiero critico e libero. Mettendo sotto osservazione i settori più sensibili da un punto di vista politico – come economia, diritto costituzionale o del lavoro, o anche sociologia – si assiste al dispiegarsi di sottili ma efficaci manovre ideologiche che mirano all’annientamento (accademico) di chi la pensa in modo diverso. L’affermazione del pensiero unico nelle accademie fa sì che quando il politico o il legislatore avrà bisogno di determinate competenze, potrà trovarle solo se allineate al paradigma di riferimento. Non è un caso se le politiche economiche degli ultimi dieci anni (almeno) abbiano una marcata impronta neo-liberista e se i principali economisti cooptati o ascoltati dalla politica siano stati reclutati dall’università Bocconi.

Il problema vero è che dopo 4 dicembre avremo di fronte agli stessi problemi che affliggono il paese da molti anni: il debito pubblico e la disoccupazione crescenti, la perdita di competitività, una forza lavoro sempre meno qualificata e a costo sempre più basso, la dismissione del sistema industriale, la mancanza d’innovazione, la mortificazione dell’università e della ricerca, un sistema bancario sempre più in bilico, la rottamazione delle nuove generazioni, tenute artatamente ai margini del dibattito pubblico, ecc.. Il tutto con una legge elettorale che distorce il risultato del voto, dando vantaggi grandissimi ha chi ha avuto solo marginalmente più voti e con una Costituzione più lasca che cede il campo alla  “mutevole e contingente volontà politica dei governi”: una situazione foriera di pericolose instabilità visto che dovrebbe essere proprio la Costituzione a limitare la concentrazione del potere. La ricerca del capro espiatorio come asse portante della politica del governo non può che generare disastri.

(Una versione preliminare di questo post è stata pubblicata su Il Fatto Quotidiano) 

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9 Comments

  1. Sia chiaro che non si fa qui riferimento a una cospirazione occulta, e tantomeno a un progetto eticamente censurabile, ma a una sequenza di eventi che quantomeno fanno seriamente dubitare della narrazione governativa. …. non siamo noi razzisti sono loro napoletani …il cimitero di praga docet

  2. L’articolo sintetizza un punto di vista di cui Francesco è un sostenitore importante e che vede nel referendum la sintesi di una visione che ha portato alle politiche universitarie su cui molti di noi esprimono critiche. Nessuno può onestamente negare che sui governi degli ultimi venticinque, trenta anni una corrente di economisti vicino alla Bocconi abbia operato per demolire il sistema università/ricerca pubblico e contemporaneamente gli economisti della stessa area abbiano preso ben remunerati incarichi pubblici, ultimo esempio Tito Boeri. A mio avviso il voto del 4 avrà scarsa influenza sulle politiche universitarie, anche perchè in ogni caso le priorità dei governi dal 5 dicembre saranno altrove. Il problema serio che abbiamo va oltre il contingente, dobbiamo ricostruire nella società civile una narrazione diversa dal mantra con cui è stata bombardata negli ultimi anni. Infatti anche fuori dalla stampa “confindustriale”, per esempio su quotidiani come FQ, che oggi è la maggiore testata di opposizione, questioni come i ricercatori italiani all’estero o le battaglie sugli stipendi, vengono trattate esprimendo alla fine idee subalterne alla narrazione ufficiale, per non parlare di Stefano Feltri. La pancia della gente la leggiamo nei commenti dei lettori ed è terrificante, allora se ci sarà un voto di pancia, un voto antisistema come in USA o UK, quello comunque sarà anche contro le elite intellettuali del paese, non farà distinzioni, per cui in ogni caso non aspettiamoci nulla. Comunque vorrei dire a Francesco, tu continua a scrivere su FQ, non avrai un grande effetto ma male non fa.

    • Grazie Piero, spero di dare un contributo positivo anche nella speranza di mettere insieme le (poche) persone sensate rimaste in questo paese.

    • Caro Marcati, seguo da anni roars e non posso che apprezzare il lavoro unico e prezioso che fa. Se è encomiabile la posizione di Sylos la tua è perfetta. Dice in poche parole quello che è successo davvero. Il ruolo di Commerciale bocconi, infolavoce, Confindustria (che da 30 anni -Lombardi- vede l’università come la sua scuola professionale a costi pubblici). L’ideologia ingnorante (nel senso che non sa) la si legge anche in Feltri. Condivido a 100% le tue annotazioni.
      Avanti tutta grande roars

    • Condivido pienamente l’articolo di Francesco.
      Personalmente non vedo il “NO” come un voto di pancia antisistema del genere USA o UK. Neanche l’Economist trova analogie, dato che era contro Brexit e contro Trump ma a favore del NO nel nostro caso. L’Economist non è la mia bibbia, ma in questi casi ne condivido le posizioni.
      Sono infatti dell’idea che questo governo ha proposto e propone politiche già di destra, nonostante il vessillo PD, in perfetta continuità col governo Berlusconi. E che una riforma del genere non farebbe altro che consentire una maggiore deriva dell’autoritarismo già mostrato da questo arrogante governo.
      Quello che americani e inglesi pensano di ottenere con i loro voti, che non mi sembrano contro le elites bensì a favore di potentati che fanno populismo di destra, pascolando nelle paure e nella crisi economica. Cose già viste purtroppo nel passato.

  3. ANALISI STORICA Il referendum è un voto di coscienza dei cittadini
    In passato, per importanti iniziative referendarie quali il divorzio e la legge sull’interruzione di gravidanza, ci si è appellati alla coscienza dei singoli cittadini che erano chiamati a ragionare sul diritto e sui diritti e a formarsi le proprie convinzioni al di fuori degli schieramenti; votarono NO (59%) all’abrogazione della legge sul divorzio del 12 maggio 1974 i cittadini di tutte le opinioni: cattolici, liberali, comunisti, socialisti, socialdemocratici; elettori di destra, di centro e di sinistra talora disattendendo le indicazioni di partito. Allora si esaltò la ragione degli elettori; oggi si vuole fare l’inverso accostando il cittadino, per la sua scelta, a personaggi molto discutibili schierati sui fronti opposti. Pubblicità ingannevole che viola le coscienze dei cittadini. Agli inganni della propaganda si risponde con la Storia: qui ad ogni riflessione è sempre indicato un documento da controllare e su cui ragionare.
    Una riforma ingannevole e contraddittoria: perché votare NO
    Questa modifica alla Costituzione è pericolosa perché ingannevole, contraddittoria e crea disequilibri tra i rappresentanti dell’Italia. Per comprendere i rischi di questa impostazione è necessaria una lettura degli Atti dell’Assemblea Costituente ( http://legislature.camera.it/frameset.asp?content=%2Faltre_sezionism%2F304%2F8964%2Fdocumentotesto%2Easp%3F ) e può essere utile il mio quadro sinottico interattivo (http://www.pieromorpurgo.com/Costituzione/index.html ).
    Una riforma costituzionale anticostituzionale: le Regioni a statuto speciale sono escluse, per ora, dal nuovo Senato!
    Nell’art. 39 della proposta costituzionale c’è un misterioso punto 13 in cui si accenna alla revisione dei testi delle Regioni a Statuto Speciale. Non è ben chiaro a che si alluda. Ora si scopre che la riforma è incompleta in quella parte fondante che configura il nuovo Senato: i consiglieri delle Regioni a Statuto speciale non possono far parte delle camere elettive più alte! La norma vale per tutte le Regioni che sono regolate da leggi ordinarie, MA per quelle a statuto speciale dipende da una legge costituzionale (l’ultima è del 2001); pertanto:
    in Val d’Aosta: art. 17 l’ufficio di consigliere regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere o di un altro Consiglio regionale, ovvero del Parlamento europeo http://www.consiglio.vda.it/app/statuto e così l’art. 15 dello statuto del Friuli Venezia Giulia
    http://www.consiglio.regione.fvg.it/Consreg/frame/documenti/statutoGiugno2003.pdf ; l’art. 28 del Trentino Alto Adige http://www.regione.taa.it/Moduli/933_Statuto2016.pdf ; l’art. 17 della Sardegna
    http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_5_20150114110812.pdf ; l’art. 3 della Sicilia.
    Ora, se è pur vero che a tutto ciò si può rimediare, ne deriva una conseguenza rilevante: per riparare l’errore occorre una legge costituzionale che, con le procedure dell’art. 138, non ci mette meno di 6 mesi. Il che significa che se passasse il SI ben 5 Regioni non potrebbero avere i loro rappresentanti sino a quando non sarà riparato il pasticcio.
    Il tutto ci dice come si sia lavorato nel cambiare la Costituzione. Male!

    Una Costituzione molte volte innovata
    I dati e gli atti sono chiari: innanzitutto non è vero che la Costituzione è vecchia di 70 anni e che è ora di rinnovarla perché non è mai stata adeguata al cambiamento dei tempi.
    La Costituzione della Repubblica Italiana invero è stata modificata moltissime volte negli anni: 1948, 1961, 1963, 1967, 1989, 1991, 1992, 1993, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2007, 2012. Ecco smascherato l’inganno! La Costituzione del 1946 è già stata mutata in 15 casi. E sono state modifiche importanti: sul genocidio, sul numero di deputati e senatori, sull’abolizione della pena di morte anche in caso di guerra, sul diritto di voto dei cittadini italiani all’estero, sulla parità dei sessi nelle amministrazioni, sulle elezioni di Camera e Senato, sull’immunità parlamentare, sullo scioglimento delle Camere, sul processo penale, sulle città metropolitane, sul rapporto tra Stato e Regioni, sulla Corte Costituzionale, sul pareggio di bilancio. Non è poi irrilevante notare che la Costituzione degli U.S.A è del 1787 ed ha avuto solo 27 modifiche; in genere ratificate l’anno dopo la delibera del Congresso tranne quella sulla variazione dei compensi dei Senatori approvata nel 1789 e ratificata nel 1992. I tempi della politica! (Cfr. http://context.montpelier.org/document/175#passage-145 ).
    Un risparmio di 500 milioni? Falso! Lo dice la Ragioneria Generale dello Stato
    Dicono che si ridurranno i costi della politica e lo dicono sapendo di mentire perché la Ragioneria Generale dello Stato ha già informato la ministra Boschi che così non è.
    Al massimo si risparmiano 60 milioni:
    40 milioni circa dalla soppressione della diaria per i Senatori (ma qualcuno li dovrò poi rimborsare dei viaggi e dei soggiorni); 9 milioni circa dalla riduzione del numero dei Senatori; 8,7 milioni dalla soppressione del CNEL.
    Per tutto il resto la Ragioneria Generale sostiene che “i risparmi non sono quantificabili”.
    ( https://drive.google.com/file/d/0B8QPK86Y2VUoT3Q4dXlNLXAtYU0/view )

    Un itinerario tortuoso e cavilloso
    Nel leggere i lavori parlamentari (http://www.camera.it/temiap/2016/08/05/OCD177-2301.pdf) ci si accorge che la discussione è avvenuta in modo burocratico senza alcuno spessore culturale. Ben diversi furono i lavori della Costituente del 1946 quando i riferimenti alla cultura dell’Italia furono costanti e questi si intrecciarono con l’analisi delle istituzioni europee ed internazionali.
    Questa riforma, (consultabile agevolmente in http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/AC0500N.Pdf ) proposta dal governo e votata a colpi di fiducia da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, incrina la ‘rigidità’ della Carta prevista dai Costituenti che si soffermarono a lungo sul problema: in particolare alle pp. 135-137 della seconda sottocommissione del 15 gennaio 1947 era stato considerato anche l’obbligo di scioglimento delle Camere che avessero proposto modifiche alla Carta (http://legislature.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/II_Sottocommissione_I_Sezione/sed016/sed016nc.pdf).
    I Costituenti intendevano mettere in guardia da scelte affrettate e di corto respiro. Oggi avviene il contrario e i sostenitori del SI hanno 500.000 euro di finanziamento pubblico per sostenere le loro ragioni! Nulla spetta ai sostenitori del NO. Eppure il referendum non aveva bisogno di una raccolta firme perché era stato già richiesto dai parlamentari. Soldi buttati.
    La fine del bicameralismo ce lo chiede l’Europa? Non è vero.
    L’Europa ci chiede di por fine alla corruzione, all’evasione fiscale, alla mafia e alla criminalità, al sistema delle tangenti sostenuto dai “politicanti”.
    In Francia c’è un Senato non di nominati, ma di eletti da un congruo gruppo di elettori rappresentati in gran misura dai consiglieri comunali. Tutti i cittadini francesi di 24 anni possono diventare Senatori! Si tratta di un bicameralismo parzialmente perfetto: il sito del Senat afferma: “L’esame dei testi legislativi presso entrambi i rami del Parlamento ne migliora la qualità e l’esperienza dei Senatori permette di arricchirli” (cfr. http://www.senat.fr/lng/it/). In realtà in caso di contrasto tra le due Camere, esperita la procedura di conciliazione attraverso una commissione, la decisione spetta al Governo. I 348 senatori francesi sono eletti a suffragio universale indiretto per sei anni.
    In Germania il Bundesrat è un organo federale dei Länder che dialoga con il governo e che controlla anche le attività dell’Unione Europea, il Bundesrat raccoglie i rappresentanti dei governi degli Stati federali; si tratta di un organo di rappresentanza degli esecutivi dei diversi Länder che assomiglia di più alla nostra conferenza Stato-Regioni che non al pasticcio della riforma Boschi (cfr. http://www.bundesrat.de/EN/funktionen-en/funktionen-en-node.html).
    Il Senado de Espaňa è composto da 266 membri eletti sia a suffragio universale diretto sia da designati dalle comunità autonome e partecipa al potere legislativo assieme al Congreso de los Diputados, ma non partecipa alla formazione del Governo. Particolare curioso: un Senatore guadagna 2.800 euro al mese! (cfr. http://www.senado.es/web/composicionorganizacion/senadores/estatutosenador/index.html)
    La House of Lords del Regno Unito ha 825 membri, quasi tutti nominati dalla Regina, ed esamina le leggi con la tanto vituperata “navetta”:
    A bill must go through the following steps (in both Houses) to become law:
    • First reading: Bill arrives.
    • Second reading: Main debate on purpose and key areas of the bill.
    • Committee stage: Detailed line by line scrutiny of the text with amendments (proposed changes). Votes may take place to decide whether to make the changes.
    • Report stage: Further examination of the text. More amendments are debated and further votes take place to decide whether to make the changes.
    • Third reading: A ‘tidying up’ stage. Final chance for amendments and votes.
    • Each House considers the other’s amendments.
    • Royal Assent: When both Houses agree the final content, a bill is approved by the Queen and becomes a law or ‘Act of Parliament’.
    (cfr. http://www.parliament.uk/business/lords/work-of-the-house-of-lords/making-laws/ ).
    Tutti i Paesi del G8 sono bicamerali con diverse procedure e diversi modi di controllo reciproco tra le Camere; tuttavia non presentano le incongruenze dell’art. 70 della riforma Boschi alle quali si aggiunge una procedura referendaria assai discutibile.
    Un Senato a geometria variabile!
    Tutti i Paesi europei hanno una composizione della Camera Alta ben chiara; in Italia il nuovo Senato sarà composto da 74 consiglieri regionali + 21 sindaci (tutti questi per 5 anni) + 5 nuovi senatori a vita per 7 anni + forse 3 vecchi senatori a vita. Totale 103 che può aumentare di altri 5 se nel frattempo cambia Presidente della Repubblica. Maggioranza: 53? Forse.
    Infatti poiché: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al
    sesto comma.” avremo un Senato che nel mentre discute un trattato europeo vede cambiare sia i numeri della maggioranza sia l’assetto politico: un consiglio regionale finisce la legislatura, uno o più comuni con relativo sindaco sono sciolti per mafia, qualcheduno è costretto alle dimissioni… etc. Giorno dopo giorno, durante la legislatura, il nuovo Senato può cambiare i suoi componenti.
    In Europa non esiste un Senato a geometria variabile così ampia tale da rendere incerte le decisioni anche nell’arco di poche settimane e quindi le maggioranze. Un’ incredibile giostra che di certo non darà stabilità.
    Un referendum eterogeneo e in contrasto con i principi della Corte Costituzionale
    Di recente il presidente emerito della Corte Costituzionale prof. Onida ha presentato ricorso al TAR e al Tribunale di Milano contro l’indizione di una consultazione ove con un SI o con un NO si giudicano 44 modifiche della Costituzione (ad es. potrei essere d’accordo con l’abolizione del CNEL, ma non con la parziale abolizione del Senato e per far ciò dovrei utilizzare il voto disgiunto). Effettivamente con la sentenza 16/1978 si fissano alcuni principi relativi ai “referendum abrogativi” e tra questi: “In primo luogo, cioè, sono inammissibili le richieste così formulate, che ciascun quesito da sottoporre al corpo elettorale contenga una tale pluralità di domande eterogenee, carenti di una matrice razionalmente unitaria, da non poter venire ricondotto alla logica dell’art. 75Cost.; discostandosi in modo manifesto ed arbitrario dagli scopi in vista dei quali l’istituto del referendum abrogativo è stato introdotto nella Costituzione, come strumento di genuina manifestazione della sovranità popolare”. Inoltre le “ libertà dei promotori delle richieste di referendum e libertà degli elettori chiamati a valutare le richieste stesse non vanno confuse fra loro: in quanto é ben vero che la presentazione delle richieste rappresenta l’avvio necessario del procedimento destinato a concludersi con la consultazione popolare; ma non é meno vero che la sovranità del popolo non comporta la sovranità dei promotori e che il popolo stesso dev’esser garantito, in questa sede, nell’esercizio del suo potere sovrano. Uno strumento essenziale di democrazia diretta, quale il referendum abrogativo, non può essere infatti trasformato – insindacabilmente – in un distorto strumento di democrazia rappresentativa, mediante il quale si vengano in sostanza a proporre plebisciti o voti popolari di fiducia, nei confronti di complessive inscindibili scelte politiche dei partiti o dei gruppi organizzati che abbiano assunto e sostenuto le iniziative referendarie”. (Cfr. http://www.giurcost.org/decisioni/1978/0016s-78.html )
    Il suffragio diretto è, di fatto, abolito
    La “riforma” inizia dall’art. 55 che distingue le nuove funzioni di Camera e Senato; tuttavia non viene toccato l’art. 56 che fissa un principio che è salvaguardia della democrazia parlamentare per cui si afferma “la Camera dei Deputati è eletta a suffragio universale e diretto” e che è ben enunciato all’art. 1.
    Questo principio del suffragio diretto per cui l’elettore sceglie direttamente il suo rappresentante è ampiamente disatteso sia nella “nuova” Costituzione sia nella legge elettorale: deputati capilista bloccati, senatori nominati, squilibrio tra numero dei deputati e dei senatori, possibilità di candidature multiple in più circoscrizioni.
    Un pasticcio dietro l’altro…
    Ingannevoli e poco trasparenti sono sia il nuovo art. 57 sia l’art. 63; nel primo caso i senatori nominati dalle Regioni decadono quando i relativi consigli regionali si sciolgono sicché avremo un Senato in continua metamorfosi, visto che è impossibile che tutte le regioni eleggano i loro rappresentanti nello stesso momento; nel secondo caso l’art. 63 rinvia a un successivo regolamento i limiti per diventare senatori: sembrerebbe ad esempio che i sindaci di grandi città non possano accedere al Senato con inevitabile conflitto costituzionale (perché il sindaco di Viterbo si e quello di Roma no?). Un pasticcio dietro l’altro. La semplificazione, tanto declamata, non c’è.
    Le Commissioni Bozzi e Jotti
    Allo storico sfugge il perché non si sia tenuto conto sia dei lavori dell’Assemblea Costituente sia delle diverse commissioni che hanno lavorato alla revisione della Carta. Ad esempio nella relazione di Nilde Jotti si legge: “si era vicini ad un accordo per quanto riguarda la riduzione del numero dei membri della Camera da 630 a 400 e del Senato da 315 a 200 e per una certa distinzione dei compiti tra le due Camere”. Meglio di così che c’è?
    Era il 1993. (Cfr. http://www.bassanini.it/wp-content/uploads/2013/09/Relazione-del-Presidente-della-Commissione-Nilde-Iotti-.pdf ) Lavoro sprecato. Il tutto occultato da un affannoso affannarsi nell’attribuire a persone che non possono rispondere critiche alla Costituzione del 1946. E prima c’era stata la commissione Bozzi che aveva visto una relazione di minoranza che: a) rivendicava il superamento della “democrazia bloccata”; b) chiedeva un maggior dialogo tra partiti e cittadini; c) sosteneva il monocameralismo essere migliore di un bicameralismo imperfetto (oggi 31 ottobre sul Corriere della Sera Mario Monti lo chiama “bicameralismo temerario”); d) l’assoluta necessità dei poteri delle Regioni (cfr. http://legislature.camera.it/documenti/AttiDellaRepbblica/Scripts/apriTelecomandoFrazionamenti.asp?legislatura=09&nomefile=0161_003001&tipo=Doc pp. 625-652)
    La maggioranza detta le regole all’opposizione
    Ancor più ingannevole e contraddittoria è una Camera dei Deputati, eletta con premi di maggioranza con conseguenti disequilibri di rappresentatività, che regola le proprie attività come stabilito dal nuovo art. 64 in cui si legge: “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni”; si noti la violenza per cui una maggioranza detta le regole a un’opposizione. Questo principio non si ritrova nell’attuale regolamento della Camera (http://leg16.camera.it/application/xmanager/projects/camera/file/conoscere_la_camera/regolamento_camera_25_settembre_2012.pdf ), varato nel 1971 e più volte modificato, dove tutti i deputati sono considerati a un livello paritario e talora le opposizioni hanno una considerazione privilegiata come quando si scrive, all’art. 24 che: “la Conferenza dei presidenti di Gruppo riserva ai Gruppi appartenenti alle opposizioni una quota del tempo disponibile più ampia di quella attribuita ai Gruppi della maggioranza”.
    E ancor più preoccupante e illusorio è il “dovere” dei deputati di partecipare ai lavori parlamentari giacché, visto che non si prevede sanzione alcuna, è un vero e proprio miraggio.
    Le stranezze dello stato di guerra e le tante “navette” tra Camera e Senato
    Della riduzione dei poteri del Senato si è fatto gran vanto; salvo poi scoprire che l’art. 70 e gli altri articoli ad esso collegati creano un intrico di procedure legislative in cui Senato e Camera hanno diritto a vicenda di intervenire sui lavori legislativi dell’altra camera: “L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro (Raniero La Valle Sinistra Cristiana)”. Questo è abbastanza noto e c’è chi dice che le tipologie di voto siano persino 12! Questa non è la stabilità promessa.
    Meno conosciuto è il nuovo art. 78 che assegna alla sola camera bassa la delibera dello “stato di guerra”, decisione che verrebbe presa a maggioranza assoluta; il che significa che -vista la legge elettorale- solo una parte prenderebbe una decisione così grave. Eppure sarebbe bastato scrive: a maggioranza di 2/3. Stride ancor di più il nuovo art. 60 che prevede solo per la Camera dei Deputati la proroga in caso di guerra. Un altro pasticcio istituzionale: in caso di conflitto bellico l’Italia potrebbe dover rinnovare il Senato! Senato che non può esser sciolto dal Presidente della Repubblica che ha il solo potere di sciogliere la Camera (nuovo art. 88). Altra stranezza istituzionale.
    La non abolizione delle Province
    Del tutto illusoria è l’abolizione delle Province, che dovrebbe rappresentare uno dei tanti elementi del “risparmio sui costi della politica”, effettuata all’art. 114; questo perché a partire dalla legge 7 aprile 2014, n. 56 e dalla legge di stabilità 2015 non è stato risolto l’intrico normativo risultante da tale abolizione (si veda qui: http://www.leggioggi.it/2015/01/12/riordino-delle-province-schizofrenia-normativa/ con l’intervento di Valerio Onida).
    Il problema era ben noto all’Assemblea Costituente che il 29 luglio 1946 prefigurava, con Paolo Rossi, amplissime autonomie e flessibilità di bilancio. Il disastro annunciato, e in corso, è stato più volte sottolineato da Achille Variati (del PD), presidente dell’Unione Province Italiane (cfr. http://www.provincia.vicenza.it/focus/la-provincia-tiene-duro-e-investe ). I cosiddetti risparmi dei costi della politica non ci saranno; invece si moltiplicheranno i tagli ai servizi che dovrebbero garantire i diritti sanciti dalla prima parte della Costituzione.
    Il mito delle città metropolitane: un’altra elezione indiretta e cittadini espropriati dal diritto all’informazione
    La questione si trascina dal 1990 e ha visto un intervento di censura nel 2013 da parte della Corte Costituzionale. Le nuove istituzioni dovrebbero sostituire le Province e, in teoria, il nuovo consiglio metropolitano viene eletto a suffragio ristretto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della città metropolitana con un sistema di voto ”ponderato” che assegna un maggior peso al consigliere comunale di Roma e minore a quello di Bracciano. Una soluzione pasticciata che, invece di incorporare i Comuni che ormai fanno parte del capoluogo in una sola grande istituzione, crea una struttura amministrativa ingovernabile, basti pensare che la città metropolitana di Torino ha 316 comuni e quella di Roma 121, ambedue corrispondono al territorio provinciale.
    Le elezioni misteriose del 9 ottobre 2016
    Non c’è alcun risparmio, c’è un’elezione indiretta nociva per la democrazia. Le Province vengono sostituite dalle città metropolitane e il taglio di 350 milioni di euro non ci sarà. Non c’è alcuna semplificazione e meglio sarebbe stato che le grandi città che ormai inglobano i paesi confinanti costituissero un unico consiglio comunale per l’amministrazione di un territorio che ha gli stessi problemi. A riprova di tutto ciò ci sono le elezioni del 9 ottobre alla città metropolitana di Roma: liste misteriose, nessun programma, nessuna propaganda, cittadini espropriati dal diritto all’informazione. Leggere per rendersi conto: http://www.cittametropolitanaroma.gov.it/elezioni-del-consiglio-metropolitano
    università e sanità http://legislature.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/II_Sottocommissione/sed052/sed052nc.pdf
    Ieri i Padri Costituenti: eleggere 300 deputati invece di 630!
    Il messaggio lasciato dall’Assemblea Costituente era, ed è, ben diverso. All’esame dello stato delle autonomie locali furono dedicate 34 sedute e, forse, la più interessante è quella del 29 luglio (http://legislature.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/II_Sottocommissione/sed003/sed003nc.pdf ). Allora Giovanni Conti (PRI) annotava che una volta assegnati poteri e autonomie a comuni e regioni sarebbe bastata una Camera di soli 300 Deputati (p. 27) il tutto accompagnato dalla denuncia di voler abolire l’Italia dominata dalle burocrazie! Si noti che tra il 1948 e il 1963 il numero di eletti era mobile, mentre era fisso il rapporto con la popolazione: un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000; poi la legge costituzionale n. 2 del 1963 ha fissato il numero di parlamentari: 630.
    Dal suo canto Giovanni Uberti (DC) si schierava contro il centralismo dello Stato e analizzava il funzionamento dell’Austria che, con una popolazione assai esigua, ha province e distretti chiosando “la burocrazia centrale è allarmata e armata contro le autonomie locali” (p. 25). I lavori erano stati introdotti da Finocchiaro Aprile (Movimento Indipendentista Siciliano) che ricordava le diverse tradizioni del Risorgimento da quella unitaria a quella federalista di Cattaneo. Per Egidio Tosato (DC) le province andavano mantenute, ma dovevano essere abolite le prefetture e Aldo Bozzi (PLI) condividendo la necessità delle autonomie locali avvertiva di non creare nelle Regioni un’altra forma di centralismo burocratico. Ruggero Grieco (PCI) condividendo gli altri interventi aggiunge che un errore della costruzione risorgimentale dello Stato unitario fu l’aver seguito esigenze economiche trascurando i problemi sociali un secolo “di successi, ed anche di sventure e di disastri” e che “il divenire dell’umanità non sarà nel ripiegamento delle Nazioni in sé stesse, ma nel loro aggruppamento” (p. 35). Umberto Terracini (PCI) concluse la giornata ipotizzando di affidare a Luigi Einaudi (Unione Democratica Nazionale) uno studio su pregi e difetti degli stati centralizzati e decentralizzati.
    La riunione era stata introdotta il 27 luglio da una relazione di Gaspare Ambrosini (DC) ove si sottolineava come le autonomie locali dovessero lasciare libere le Camere di lavorare per lo Stato. Sul tema era intervenuto Luigi Einaudi (http://legislature.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/II_Sottocommissione/sed002/sed002nc.pdf) rammentando: come lo Stato dovesse garantire ai comuni più poveri finanziamenti per garantire i diversi ordini di istruzione (oggi non accade) e come, su proposta di Olivetti, i comuni potessero raggrupparsi in “comunità” più ampie e di come fosse imprescindibile -sulla base dell’esperienza inglese ed elvetica- sottoporre a ispezioni esterne le realtà autonome.
    Oggi
    Le linee dei problemi e le loro soluzioni c’erano, e ci sono, nelle parole dei Costituenti. Oggi questa riforma: non abolisce il Senato, non abolisce le Province, non semplifica, non fa risparmiare. Si tratta di un testo scritto da una parte che scommette di vincere e si tratta di un testo che crea squilibri tra il governo che con il nuovo art. 117 inficia gran parte dei poteri delle autonomie regionali e locali e dunque non garantisce affatto la stabilità promessa!
    Si tratta di un testo che prefigura una riduzione dei poteri delle opposizioni e quindi un’attività di governo pericolosamente autoritaria.
    Prof. Piero Morpurgo
    http://www.pieromorpurgo.com

  4. indrani maitravaruni says:

    L’articolo è perfetto. Non resta che farlo girare. Quanto al voto, non intendo dare alcuna delega costituzionale a chi sputa su scuola, università e materie umanistiche. Resta da costruire una alternativa.

  5. Nicola Ferrara says:

    @indrani maitravaruni
    Dice “Resta da costruire una alternativa”. Banale…. con Berlusconi, Salvini, Meloni, Grillo, D’Alema, Bersani e Fassina è una delle cose più facile del mondo, specie con una bella legge elettorale proporzionale (mi raccomando senza soglia di sbarramento e premio di maggioranza, altrimenti sarebbe antidemocratica e anticostituzionale).
    Auguri
    Nicola Ferrara

    PS: Scrivo a mio figlio di non permettersi di ritornare in Italia e a mia figlia di fare le valigie

  6. Enrico Mauro says:

    Francesco, dove firmo?”

    Avrei scritto: “la ricerca della ricerca come capro espiatorio”!

    Vogliamo anche dire che l’obiettivo è lo stesso che ha in mente Erdogan, anche se noi facciamo finta di essere democratici?

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