VQR

Noi disobbediamo.

Questo è uno strano “manifesto”, perché non è accompagnato da nessuna firma, salvo quella di chi lo ha scritto. Non volevo importunare ancora una volta colleghi e amici per cercare di coinvolgerli nel tentativo di trasformare in pubblico dissenso e dunque in azione politica i mugugni nei corridoi, il docile ossequio a norme e procedure vessatorie e manifestamente inutili giustificato con una nobile ma sempre invisibile obiezione di coscienza, l’abitudine a cercare il compromesso dall’interno “per limitare i danni” anziché scegliere la strada del confronto a viso aperto. Penso però che tutti coloro che condividono la necessità di valutare il lavoro dei professori, ma non il modo in cui ciò è avvenuto e il modello di università che si va così consolidando, dovrebbero finalmente trovare il coraggio di far sentire la loro voce dopo l’uscita del bando per la VQR 2011-2014. Finora solo pochi lo hanno fatto. E quei pochi non bastano. Ecco perché la pagina delle firme è vuota. Io farò naturalmente quello che propongo ai colleghi. Sarò felice se altri riempiranno quel vuoto con proposte migliori.

Stefano Semplici

 

Siamo professori universitari e non abbiamo paura di essere valutati. Perché sono i “capaci e meritevoli” che hanno diritto di raggiungere i gradi più alti delle carriere del sapere, come quelli degli studi (art. 34 della Costituzione). E anche perché sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento come un bene di tutti e per tutti e non solo per il profitto di pochi. Siamo dunque incondizionatamente favorevoli all’introduzione di tutte le procedure e di tutti gli strumenti che consentano di valorizzare i migliori e di individuare ed eliminare privilegi, inefficienze e tutto ciò che ha compromesso in questi anni la qualità del nostro lavoro e la nostra stessa immagine agli occhi dell’opinione pubblica.

La Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) è stata introdotta in Italia con la promessa che si sarebbe finalmente avviato un percorso virtuoso in questa direzione. La conquista di un “posto” non deve essere considerata come l’autorizzazione ad essere i soli giudici di quel che si fa o non si fa, senza che nulla accada neppure quando non si fa nulla. È un obiettivo importante e che non deve essere messo in discussione. Esso, tuttavia, è diventato il refrain (o forse il cavallo di Troia) di un processo che ha prodotto i seguenti risultati:

  1. La marginalizzazione della “missione” della didattica, da affidare in prospettiva, con l’eccezione di piccole nicchie di eccellenza, alle università di “serie B”, che produrranno laureati “certificati” di serie B e magari trattati come tali, a prescindere dalla verifica delle loro reali capacità e competenze. Praticamente tutti gli incentivi sono stati concentrati sulla qualità dei prodotti della ricerca e se i criteri imposti per la valutazione di questi ultimi sono apparsi subito discutibili quelli infine adottati per assegnare una risibile percentuale dei cosiddetti “fondi premiali” con riferimento appunto alla didattica sono a dir poco imbarazzanti. Risultato: per i professori e per coloro che aspirano a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti rischia di apparire come un’ora di tempo perso.
  2. La radicalizzazione del principio del publish or perish, i cui nefasti effetti collaterali sono da tempo evidenziati nella letteratura internazionale, nella ancor più spietata logica del publish and kill. L’obiettivo non è fare bene il proprio lavoro e dare il proprio contributo affinché tutti possano fare altrettanto nella comunità della ricerca, ma lottare con ogni mezzo per stare davanti agli altri. Risultato: una guerra di tutti contro tutti, che, come dimostrano anche l’asprezza e i contenuti del confronto sui criteri e parametri per l’abilitazione scientifica nazionale e il ruolo delle riviste di “fascia A”, non aiuta affatto a combattere le “baronie” e far emergere i talenti e rischia al contrario di rafforzare i gruppi di potere e prepotenza. E basta il buon senso per capire che il divario crescente delle risorse disponibili fra la cima e la coda delle “dettagliatissime” classifiche dell’Agenzia nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) rende e renderà impossibile perfino una leale “concorrenza” e il recupero da parte di chi ha idee potenzialmente vincenti e le capacità per realizzarle.
  3. La spregiudicata utilizzazione della parola d’ordine del “merito” per realizzare una brutale riduzione del finanziamento al sistema universitario, che era già ai livelli minimi fra i paesi più avanzati. Il blocco del turn over e quello degli scatti di anzianità sono gli elementi più evidenti di questa politica, ma gli effetti di lungo periodo della contrazione delle risorse giustificata con l’argomento che esse devono essere concentrate là dove non vengono sprecate riguardano soprattutto la desertificazione universitaria di intere aree del paese, che appunto non meriterebbero di ospitare centri di ricerca e di insegnamento di “serie A”. Risultato: meno opportunità di crescere per i talenti nati nel posto sbagliato, meno laureati di qualità, meno diritto allo studio.

La VQR 2004-2010, nonostante la buona volontà spesa da molti per realizzarla nel modo migliore, è stata nei fatti (ovviamente non nelle parole della retorica pubblica) lo strumento principale utilizzato per rafforzare questa idea di università, con il sostegno più o meno esplicito di tutti i governi che si sono succeduti in questi anni. È un’idea che rispettiamo, perché per alcuni la competizione dura di tutti contro tutti è davvero il modo più efficace per promuovere il sapere. Ma non è la nostra. E siamo convinti che non sia neppure quella che corrisponde allo spirito e alla lettera della Costituzione.

La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, inviando all’ANVUR le sue osservazioni sul bando della nuova VQR, relativa ai “prodotti” degli anni 2011-2014, ha denunciato in particolare la gravità delle conseguenze del taglio delle risorse, ne ha chiesto il recupero e, confermando il sostegno all’idea di “un sistema di valutazione ben congegnato e implementato per migliorare la qualità della ricerca”, ha ritenuto corretto avvertire la stessa ANVUR e il Ministero che “solo a tale condizione di recupero delle risorse tagliate sarà possibile garantire la collaborazione del sistema universitario allo svolgimento del nuovo esercizio VQR 2011-2014”. Non possiamo che prendere atto del silenzio del Governo su questo punto e pensiamo che, purtroppo, quello confermato da questo bando NON sia un sistema di valutazione ben congegnato.

 

Per questo riteniamo, con amarezza, che sia davvero arrivato il momento di DISOBBEDIRE e di non fare quello che dal bando viene richiesto. Non è vero che si tratta di un destino ineluttabile, perché la VQR è semplicemente irrealizzabile senza la collaborazione dei professori universitari. Questa VQR, perché noi VOGLIAMO essere valutati e dare così anche in questo modo ai cittadini la certezza che i loro soldi sono spesi bene. Una procedura di valutazione diversa e alla quale ben volentieri ci sottoporremmo potrebbe prevedere per esempio la semplice verifica di soglie e parametri adeguati a garantire che in tutte le università si svolga una almeno dignitosa attività scientifica, abbandonando l’ossessione delle graduatorie e puntando decisamente a promuovere la qualità diffusa del sistema universitario (obiettivo da non confondere con l’idea che tutti debbano necessariamente fare nello stesso modo le stesse cose). Eventuali fondi premiali per le “eccellenze” dovrebbero comunque essere sempre “aggiuntivi” rispetto a quelli necessari per il normale funzionamento degli atenei. Non ci sarebbe comunque spazio per gli aspiranti fannulloni e resterebbe alla politica, come è giusto che sia e sulla base di una informazione oggettiva e fondata, la responsabilità di altre e più complesse decisioni.

Questa disobbedienza, che non mette dunque in questione il principio della valutazione ma solo la sua applicazione, che ha prodotto e produrrà conseguenze che consideriamo inaccettabili, può avere successo solo se sarà una scelta condivisa .

Chiediamo alla CRUI di confermare la sua posizione e annunciare che le università italiane non parteciperanno alla VQR 2011-2014, almeno fino a quando Governo e Parlamento non avranno dato una risposta concreta e definitiva sul recupero delle risorse.

Chiediamo al CUN di esprimersi in modo inequivocabile sulla posizione della CRUI e sulla possibilità di considerare “ben congegnato” l’attuale sistema della VQR, assumendosi le sue responsabilità se ritiene di doverlo sostenere e indicando, in caso contrario, le azioni da intraprendere in alternativa a quella che stiamo proponendo e che ha il vantaggio di non togliere nulla ai nostri studenti e al nostro impegno per la ricerca.

Chiediamo alle società scientifiche di invitare i loro soci a ritirare la loro eventuale disponibilità a far parte dei Gruppi di Esperti della Valutazione, in modo da bloccare l’intera procedura fino a quando non ne siano stati ridefiniti obiettivi e modalità.

Chiediamo ai singoli docenti e ricercatori di esplicitare la loro adesione a questa protesta, annunciando pubblicamente l’intenzione di acquisire l’identificativo ORCID, come previsto tassativamente dal bando della nuova VQR, ma di non elencare in ordine di preferenza i prodotti di ricerca attraverso lo strumento informatico messo a disposizione dal CINECA. Almeno fino a quando, una volta verificata l’indisponibilità della maggior parte dei colleghi a scegliere la via del rifiuto, ciò non venisse imposto come condizione imprescindibile per l’invio degli stessi da parte delle rispettive istituzioni.

Siamo consapevoli di non poter chiedere di più, perché la disobbedienza solo di pochi si tradurrebbe automaticamente in un danno non solo per loro ma anche per le comunità alle quali appartengono. È un’astuzia diabolica del sistema. Se saremo tanti, potremo però superarla e costringere Governo e Parlamento a cambiare rotta. In caso contrario, la responsabilità sarà solo nostra. Della nostra pigrizia, della nostra rassegnazione, della nostra incapacità di scegliere il coraggio delle parole chiare e distinte. Chiediamo in ogni caso a chi vorrà aggiungersi a noi l’impegno a non prestare nessuna ulteriore forma di collaborazione, lasciando a chi sostiene questa VQR o comunque non ritiene di doversi opporre ad essa almeno l’onere di farla funzionare.

Chiediamo infine ai nostri studenti di non considerare questo problema come “un affare dei professori” e di dare la loro risposta sui tre punti che abbiamo sollevato. Presentando i risultati della prima VQR, l’ANVUR li ha indicati, insieme alle loro famiglie, fra i soggetti che potranno trarre vantaggio da questo sistema. Per noi è importante sapere se sono d’accordo.

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11 Comments

  1. Non si può che condividere i pensieri esposti nell’articolo di Stefano Semplici! “Publish or Perish”, comporta, inevitabilmente “Teach and Perish”. Ma così, fra qualche anno che potrà pubblicare, se la didattica viene sempre più relegata a cenerentola di tutti i processi valutativi?

  2. desimone@iom.cnr.it says:

    La proposta mi pare fattibilissima e condivisible. Aderisco!
    Però “il manifesto” andrebbe modificato in modo da coinvolgere anche gli Enti di Ricerca. Tra l’altro, molti dirigenti degli EPR sono tra i GEV indicati per la presente tornata.

  3. Marinella Lorinczi says:

    Cari colleghi, sono d’accordo col contenuto del documento e aderisco, per quel che può servire. Sarebbe però opportuno ridurlo all’essenziale, perchè soprattutto in questi giorni i colleghi non hanno molto tempo per leggere. Quanto al principio di “chi lo vuole, lo faccia anche funzionare e non chieda aiuto e collaborazione e soprattutto approvazione (d)agli altri”, nel mio piccolo l’ho fatto per le prove di verifica in accesso, che nella nostra area delle lingue e culture straniere, dove non c’è la selezione, sono diventate un meccanismo assurdo e grottesco per non dire avvilente. Basti dire che da ‘verifica delle competenze e conoscenze in accesso’ si sono trasformate in test obbligatori (che la legge non prevede come tali), per poi arrivare addirittura a chiamarle ‘prove di selezione’ da una popolazione giovanile che nel caso che meglio conosco non garantisce nemmeno il raggiungimento del tetto massimo di numerosità, anzi, altro che selezione, dovremo tra un po’ racimolarli per strada. A questa perdita di energie e di tempo personalmente mi sono sottratta, ma la maggior parte considera che questo procedimento conferisca serietà, vale a dire parvenza di serietà. Senz’altro porta soldi in cassa, ma non so quanti ne escono.
    Dunque, sarebbe bene comprimere il documento al quale si riferisce questo mio commentuccio.

  4. Non penso di aderire al manifesto per diversi motivi, anche se non sono convinto di tutto cio’ che fa ANVUR, non ritengo di avere il diritto di non farmi valutare dallo stato che mi paga lo stipendio.
    L’ANVUR non e’ un figlio di nessuno, e’ il risultato di un processo legislativo non sempre lineare e trasparente, durato anni, con diverse mani di diversi colori politici, lobbies, poteri forti, semi-forti, deboli etc. che sono intervenuti nelle varie fasi.
    E’ un prodotto molto italiano, quindi con pregi e difetti tipici della nostra cultura, comprese alcune di quelle debolezze tipicamente italiane che gli anglo sassoni ci rimproverano all’ alto della loro spocchia.
    Ci sono anche forme di provincialismo culturale, come la fede cieca e assoluta nelle bibliometrie (dato caratteristico dei sistemi accademici deboli), sicuramente in alcuni casi e per taluni settori, c’e’ stato un eccesso di posizione dominante di talune scuole (molto a scapito della diversità culturale), ma se chi nel bene o nel male ha ricevuto milioni di voti ed e’ stato eletto in parlamento, lo ha istituito con legge dello stato in questo modo, noi l’ANVUR ce lo teniamo ed e’ comunque nostro dovere fare del nostro meglio per non danneggiare le istituzioni dove lavoriamo.
    Essendo l’Italia, almeno per ora, uno stato democratico, ci rimane la liberta’ di critica e la possibilita’ di operare per far modificare le cose.

    • Marinella Lorinczi says:

      Potrei anche essere completamente d’accordo, se si affermasse che 1. a valutare non è lo stato ma un’agenzia alla quale il MIUR delega questo compito trasmesso poi ad esperti, agenzia che dovrebbe essere indipendente ma, oltre a essere confusionaria (e costosa), non lo è; 2. se, vice versa, non si dicesse che la modalità adottata per la valutazione è un prodotto molto italiano, con pregi e difetti, perché non si vedono i pregi, se non nel voler valutare costi quel che costi (è proprio il caso di dirlo), e se poi lo stato non utilizzasse i risultati di una valutazione impostata in corso d’opera per ‘premiare’ e ‘punire’ anziché vigilare anno dopo anno su quel che succede(va). Ce n’erano cose da fare da Berlinguer in poi. L’unica cosa che è veramente riuscita è l’eccesso burocratico e metrico.

    • indrani maitravaruni says:

      Quali sono i pregi dell’ANVUR?
      Chi l’ha istituita è stato eletto da noi?

    • @indrani maitravaruni
      L’ANVUR nasce da leggi volute dai governi Berlusconi e Prodi, con ulteriori atti durante i governi Monti, Letta e Renzi. E’ una delle questioni su cui c’e’ stata una fortissima continuità e coerenza di comportamenti da parte di governi di diversi colori politici. Le maggioranze parlamentari che hanno votato i diversi provvedimenti sono state tutte elette con le leggi elettorali in vigore al momento.
      Molte delle questioni controverse dell’ ANVUR traducono in realtà un mood molto diffuso e ripreso dalla politica ovvero che il sistema universitario sia corrotto e si meriti un controllore duro che rimetta le cose a posto “per non sprecare soldi”.
      Ora tutti noi sappiamo che le cose sono parecchio più’ complesse, e’ vero che c’e’ del marcio nel sistema universitario, pero’ se poi lo depuriamo dai contenziosi giudiziari dei medici, rientriamo in percentuali fisiologiche.
      Molti abbiamo dubbi che affidarsi ad automatismi bibliometrici sia utile a valutare correttamente, ma la ricerca del parametro oggettivo, terzo e neutrale e’ la facile illusione di poter governare sistemi complessi in modo puramente deterministico e operando su un numero molto basso di variabili.
      Il sistema universitario non e’ “ingegnerizzabile” come un qualsiasi sistema meccanico, ne e’ applicabile una elementare teoria del controllo.
      Copiare dal pragmatismo britannico, invece di inventare soluzioni autarchiche, forse ci aiuterebbe

    • Marinella Lorinczi says:

      èA P.Marcati. Se un sistema universitario come qualsiasi sistema sociale complesso non è ingegnerizzabile se non rischiando di calcolare e modellare in maniera distorta e sperequativa, l’ingegnerizzazione va abbandonata e pace, o utilizzata soltanto per raccogliere dati grossolani e grezzi, al massimo indicativi di qualcosa, di poca cosa, di qualche tendenza o caratteristica generale. Comunque, il rigore deve essere fatto proprio anche nei dettagli: o gli anglosassoni sono spocchiosi e allora li lasciamo nella loro spocchia, o hanno spirito pragmatico e allora, se ci conviene, li imitiamo. Le soluzioni autarchiche sarebbero invece quel lodato misto italiano di pregi e di difetti. I pregi non si vedono se non nel voler tagliare fondi e personale adducendo come motivazione delle leggende in buona parte metropolitane, la cui diffusione è affidata ai medi di comunicazione di massa. Del resto mi domando: ma io, ma noi non facciamo parte delle istituzioni? Se io devo rappresentare e difendere l’istituzione, sto parlando non di un’astrazione ma di organismo sociale in cui io dovrei essere organicamente inserita e non trattata da pedina passiva e acquiescente, o no?

  5. Stefano Semplici says:

    “Siamo professori universitari e non abbiamo paura di essere valutati. Perché sono i “capaci e meritevoli” che hanno diritto di raggiungere i gradi più alti delle carriere del sapere, come quelli degli studi (art. 34 della Costituzione). E anche perché sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento come un bene di tutti e per tutti e non solo per il profitto di pochi. Siamo dunque incondizionatamente favorevoli all’introduzione di tutte le procedure e di tutti gli strumenti che consentano di valorizzare i migliori e di individuare ed eliminare privilegi, inefficienze e tutto ciò che ha compromesso in questi anni la qualità del nostro lavoro e la nostra stessa immagine agli occhi dell’opinione pubblica /…/ noi VOGLIAMO essere valutati e dare così anche in questo modo ai cittadini la certezza che i loro soldi sono spesi bene”.

    “Chiediamo ai singoli docenti e ricercatori di esplicitare la loro adesione a questa protesta, annunciando pubblicamente l’intenzione di acquisire l’identificativo ORCID, come previsto tassativamente dal bando della nuova VQR, ma di non elencare in ordine di preferenza i prodotti di ricerca attraverso lo strumento informatico messo a disposizione dal CINECA. Almeno fino a quando, una volta verificata l’indisponibilità della maggior parte dei colleghi a scegliere la via del rifiuto, ciò non venisse imposto come condizione imprescindibile per l’invio degli stessi da parte delle rispettive istituzioni.
    Siamo consapevoli di non poter chiedere di più, perché la disobbedienza solo di pochi si tradurrebbe automaticamente in un danno non solo per loro ma anche per le comunità alle quali appartengono”.

    Come è facile vedere, sono d’accordo con Pierangelo Marcati. Lo Stato ha il diritto/dovere di valutarci e non deve mai venir meno il rispetto per le istituzioni, che potranno tranquillamente inviare i “prodotti”, se la comunità accademica nel suo insieme non avrà la volontà e la forza di spingere il legislatore al cambiamento. Ma questo cambiamento non si produrrà da solo. Per questo credo che facciano parte del rispetto delle istituzioni l’onestà delle parole sincere e il coraggio delle azioni concrete, che fanno capire da che parte stiamo.
    Si tratta quindi di esercitare la “libertà di critica” e di “operare per far modificare le cose”. Anche Marcati – ne sono certo – continuerà a far sentire la sua voce in tutte le sedi pubbliche, a partire da quelle universitarie, per sottolineare il “provincialismo culturale” della “fede cieca e assoluta nelle bibliometrie” e l’eccesso di “posizione dominante di talune scuole (a discapito della diversità culturale)”. Indicando e applicando, come ho auspicato, soluzioni migliori di quelle che sono stato capace di proporre.

  6. Marinella Lorinczi says:

    Chiedo scusa. Medi = media = mezzi di comunicazione di massa. Ho mescolato due parole.

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