La bufala del giorno

Infermiere e pizzaiolo: il lavoro c’è, nessuno lo vuole… o no?

«Infermiere e pizzaiolo: il lavoro c’è, nessuno lo vuole… Questione di stipendio troppo basso? Per nulla … come mai ci sono almeno 35mila posti in offerta che nessuno vuole accettare?» Su Repubblica.it, Luca Pagni riporta i risultati di un’indagine svolta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro che rivelerebbe l’esistenza di migliaia e migliaia di posti di lavoro che i giovani non vogliono.  Se le cose stanno così, il lettore si domanderà se non sia il caso che i giovani si adattino a svolgere quei lavori manuali da cui – abbagliati dal miraggio del pezzo di carta – si tengono lontani. Ma le cose stanno proprio così? I lettori di Pagni contestano vivacemente l’attendibilità dei numeri, fino al punto di indurre l’autore a cambiare il titolo e a prendere le distanze dall’indagine. Andiamo a controllare l’originale e troviamo un documento di sole tre pagine con numeri tondi tondi a dispetto della dichiarata origine: un sondaggio tra i membri  dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro. Nessuna traccia di quelle informazioni che vengono normalmente richieste come garanzia di correttezza professionale e trasparenza, quali la numerosità del campione e la metodologia di realizzazione del sondaggio. Ci troviamo di fronte ad una leggenda urbana, non molto diversa dalla leggenda dei trecento panettieri su cui era inciampato Massimo Gramellini?

 

CollageMenoStudi

1. Meno studi più lavori?

Esiste un filone giornalistico ben consolidato, quasi un genere letterario, che verte sul tema della pretestuosità delle lamentele dei giovani sul lavoro che non c’è. Questi articoli ci spiegano che in realtà il lavoro c’è ma che nessuno lo vuole perché i disoccupati, soprattutto i giovani sono un po’ choosy e non si adattano a svolgere lavori manuali (panettiere, pizzaiolo, barista, idraulico, addetto alle pulizie, carpentieri, tornitori, autisti di pullman,  parrucchieri ed estetisti) per i quali sembrerebbe esistere una domanda che non riesce ad essere soddisfatta. Piuttosto, i giovani si accaniscono a inseguire titoli di studio che sarebbero solo l’anticamera della disoccupazione. La morale che se ne trae è semplice: meglio ridurre la popolazione degli gli studenti universitari e reindirizzare le aspirazioni dei giovani dove non solo c’è lavoro, ma anche migliori prospettive economiche. Ne avevamo già discusso su Roars, indicando anche alcuni articoli che  avevano provato a smontare gli ingranaggi di questo genere letterario, sia atraverso il fact checking sia attraverso l’analisi delle sue costruzioni retoriche (qui, qui, qui e qui).

BellaBiondaStudiaCanto
Questo genere letterario, di solito, punta di più sulla narrazione di casi personali, mentre si tiene a debita distanza dalle statistiche nazionali e internazionali. Sia l’OCSE che il Consorzio Alma Laurea mostrano che, dati alla mano, chi è laureato ha minori probabilità di rimanere disoccupato e migliori aspettative di reddito rispetto a chi è solo diplomato o nemmeno quello. Eurostat ci mostra che oramai l’Italia è l’ultimo paese dell’UE come percentuale di laureati nella fascia 30-34 anni, con una forbice destinata ad allargarsi al punto che il sorpasso della Turchia appare inevitabile. Questo si accompagna ad una carenza di domanda di professioni altamente qualificate che spiega le difficoltà che i laureati, pur così pochi, incontrano nella ricerca di occupazione e, a maggior ragione, di retribuzioni adeguate alla loro formazione. Va però detto che le difficoltà dei non laureati sono persino peggiori come illustrato dalla seguente figura, tratta dal XVI rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati.

AlmaLaurea2014Disoccupati

2. Scienze della comunicazione o della disoccupazione?

Un esempio emblematico della divaricazione tra discorso pubblico e realtà sembra essere quello dei laureati in Scienze della comunicazione. Un corso di laurea che gode di pessima stampa, vera bestia nera di Francesco Giavazzi:

Bisogna convincere i nostri figli che laurearsi a 27 anni in Scienza delle Comunicazioni difficilmente apre prospettive nel mondo del lavoro

Anche il MIUR sembra aver fatte proprie le convinzioni di Giavazzi, se nel Decreto Programmazione 2013-15 ha inserito i Corsi di laurea in Scienze della comunicazione nella “black list”  di quelli per cui “non si ravvisa l’opportunità dell’aumento dell’offerta formativa”, nemmeno da parte di atenei privati.

Una vera fabbrica delle illusioni, a quanto pare. Con queste premesse si rimane sorpresi quando si leggono i risultati di uno studio condotto da Fondazione Nord Est e università di Padova:

L’88 per cento dei laureati padovani in Scienze della comunicazione trova lavoro. È il risultato di una indagine realizzata da Fondazione Nord Est e Università di Padova. Il 66 per cento, inoltre, ha un contratto di lavoro strutturato, in minima parte nell’ambito dell’editoria. Forte inoltre è il legame con il territorio: 8 ragazzi su 10 lavorano infatti in Veneto (segue la Lombardia con il 9 per cento) e l’81 per cento è stato scelto da aziende private. La ricerca offre una visione confortante anche in merito alla precarietà: la situazione contrattuale vede infatti il 35 per cento di lavoratori a tempo indeterminato, 31 per cento con contratti determinati, in totale un 66 per cento di impiegati contrattualizzati. Ci sono poi i freelance (11 per cento), mentre i lavoratori parasubordinati sono solo l’8 per cento.

Corriere del Veneto

ComunicazioneOccupazione

Non che questo voglia dire che siano tutte rose e fiori, tanto è vero che dalle statistiche Alma Laurea risulta che il 39,1% dei laureati triennali in Scienze della Comunicazione ritiene poco/per nulla efficace la sua laurea nel lavoro svolto. Eppure, anche mettendo in conto qualche possibile parzialità dello studio ed il suo essere ristretto ai più qualificati laureati magistrali, il quadro appare decisamente più articolato di quello che emerge dagli editoriali di Giavazzi ed Alesina. Lo studio della Fondazione Nord Est, in particolare, non senza sottolineare il ruolo strategico del marketing e del web, evidenzia che sono proprio le specifiche esigenze del territorio a trainare la domanda per questo tipo di laureati:

Il successo di Scienze della Comunicazione a Padova è quello di aver trovato un terreno fertile e ricettivo nella manifattura nordestina. Sono proprio le aziende venete che si stanno internazionalizzando e hanno un grande bisogno di «raccontarsi» per esplorare nuovi mercati che danno lavoro ai laureati in Scienze della Comunicazione. Oggi infatti per competere e presidiare i mercati internazionali le imprese manifatturiere italiane devono saper coniugare il saper fare e il ben fatto con la capacità di narrare le caratteristiche, la cultura e la qualità del Made in Italy.

Stefano Micelli, direttore di Fondazione Nordest

3. L’introvabile pizzaiolo

Mentre il mondo e la tecnologia avanzano con o senza di noi, gran parte dell’informazione italiana indulge nel genere letterario “non studiare, fai il pizzaiolo che è meglio”. Persino Flavio Briatore si improvvisa maître à penser da una cattedra dell’Università Commerciale Luigi Bocconi:

«Non voglio portare sfiga, ma per voi non ci sono opportunità. Fate un lavoro normale, magari apritevi una pizzeria. Così se fallisce almeno vi mangiate una pizza. Se fallisce la startup non vi rimane neppure quello»


Quella della pizza deve essere un’emergenza nazionale, se poco più di un anno fa era stato il Corriere Economia a segnalare l’allarme di Confcommercio:

Lavoro, mancano 6 mila pizzaioli Consiglio Fipe: «Giovani, pensateci»

E l’immancabile pizzaiolo è finito anche nel titolo di un post di Luca Pagni pubblicato il 7 agosto scorso sul suo blog “Piccole grandi imprese” ospitato sul sito di Repubblica.it.

Infermiere e pizzaiolo: il lavoro c’è, nessuno lo vuole…

Questione di stipendio troppo basso? Per nulla, visto che per la legge della domanda e dell’offerta, a scarsità di beni disponibili i prezzino si abbassano. Anzi, perquale motivo, allora, ci sarebbero migliaia …

InfermierePizzaiolloPagni2

Citiamo direttamente l’articolo:

se è vero che il tasso di disoccupazione in Italia non è masi stato così elevato e quello giovanile (15-29 anni) ai massimni dal 1977, come mai ci sono almeno 35mila posti in offerta che nessuno vuole accettare?

Domanda legittima a leggere i dati pubblicati sul sito dell’Ordine dei consulenti del lavoro (www.consulentidellavoro.it) che si riferisce ai dati del primo trimestre del 2014. Il 37 per cento dei posti vacanti registrati nel trimestre – si legge nell’indagine – è costituito da infermieri (10.000), seguito da pizzaioli (6.000), vengono poi i commessi (5.000), camerieri (2.400), parrucchieri ed estetiste (1.900) e informatici e telematici (1.400). Ma non si trovano anche elettricisti (1.350) e idraulici (1.100), contabili (1.270), meccanici auto (1.250), tecnici della vendita (1.100) e baristi (1.000).

Per non dire dei posti vacanti che si accumulano in alcuni settori. Mancano 230mila specialisti in informatica, tlc e nelle professioni legate all’ebusiness. Con una domanda di lavoratori specializzati arriverà a 440mila unità. C’è poi il caso emblematico degli infermieri. Nel 2013 ne sono mancati 60mila ed entro il 2020 ne occorreranno 250mila in più rispetto agli attuali 390mila. Crescono invece i collaboratori domestici (colf e soprattutto badanti) ma sono posti che vengono per la stragrande maggioranza presi da immigrati (per il 90 per cento).

Non siamo al milione di posti di lavoro, ma il mezzo milione lo superiamo abbondantemente  se mettiamo assieme lavoratori specializzati (440.000) e la futura domanda di infermieri (250.000).

4. Arrivano i forconi: da “Infermiere e pizzaiolo” si ripiega a “Informatico e pizzaiolo”

Ma succede qualcosa di inaspettato. I lettori insorgono e Pagni viene bersagliato da una raffica di commenti inferociti, per lo più di infermieri, che contestano durissimamente il contenuto del post i cui numeri non troverebbero nessun riscontro nella realtà. Ecco un esempio:

CommentoFrancescoL’autore del post accusa il colpo al punto di cambiare il titolo, mettendo “informatici” al posto di “infermieri”  e aggiungendo una “Premessa” che sembra voler prendere le distanze (“Scriverne non vuol dire condividere”) dallo studio pubblicato dall’Ordine dei consulenti del lavoro:

PagniNuovoTitoloConExcusatio

Ma questo non basta a placare i lettori:

CommentoMatteoNon che il nuovo titolo sia molto più felice. Infatti, la presenza di un eccesso strutturale di domanda di laureati in ingegneria informatica è esplicitamente esclusa dal XVI rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati:

Un eccesso strutturale di domanda di laureati in ingegneria a indirizzo informatico si dovrebbe tradurre in un aumento delle loro retribuzioni medie, fatto che non si riscontra nei dati, che semmai indicano il contrario: tra il 2008 e il 2013, ad un anno dalla laurea, le retribuzioni reali registrate dalle indagini ALMALAUREA per questo gruppo di laureati si sono ridotte infatti del 7%.

Comunque sia, un altro lettore, aveva messo a fuoco il cuore del problema, ovvero la verifica dell’atttendibilità della fonte:

CommentoDanny

5. Dal Sole 24 Ore a Radio Vaticana, tutti ci credono

Prima di porre la fonte sotto la lente di ingrandimento, bisogna dire che Pagni non era stato l’unico a fidarsi, dato che nei giorni precedenti la notizia dei “35mila posti che nessuno cerca” era stata rilanciata in modo del tutto acritico da molti organi di informazione, inclusa l’ANSA, il Sole 24 Ore, Italia Oggi, TG 5, UNOMATTINA e persino Radio Vaticana.

Quotidiani

Audio Video

Web

ANSALavoroBastaCercarlo

6. La fonte? Un sondaggio fantasma

Ma qual è la fonte. Si tratta di uno studio pubblicato dall’Ordine dei consulenti del lavoro, intitolato

Giovani disoccupati Vs. Lavori vacanti

reperibile sul sito consulentidellavoro.it

Cerchiamo allora di capire quale sia il valore di questa indagine sfogliandone le pagine. Non molte, a dire al vero, dato che l’indagine,che inizia con l’intestazione della Fondazione Studi Consulento del Lavoro – Consiglio nazionale dell’Ordine, si riduce a sole tre pagine, senza una data e senza un autore.

Il documento si articola nelle seguenti sezioni:

  • LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE IN ITALIA
  • I LAVORI MANUALI
  • I LAVORI SPECIALIZZATI
  • I LAVORI DEL SETTORE “CURA ALLA PERSONA E SALUTE”
  • LE FIGURE PIU’ DIFFICILI DA TROVARE NEL PRIMO TRIMESTRE DEL 2014

È in quest’ultima sezione che viene dato il dettaglio dei posti disponibili che nessuno cerca e che nessuno vuole:

LE FIGURE PIU’ DIFFICILI DA TROVARE NEL PRIMO TRIMESTRE DEL 2014

  • Commessi (5.000)
  • Camerieri (2.400)
  • Parrucchieri ed estetiste (1.900)
  • Informatici e telematici (1.400)
  • Contabili (1.270)
  • Elettricisti (1.350)
  • Meccanici auto (1.250)
  • Tecnici della vendita (1.100)
  • Idraulici e posatori di tubazioni (1.100)
  • Baristi (1.000)
  • Infermieri (10.000)
  • Pizzaioli (6.000)

Facendo la somma, i posti sarebbero 33.770, ma nelle ultime righe della terza pagina vengono arrotondati a

35.000 i posti disponibili che nessuno cerca e che nessuno vuole.

Ma da dove vengono questi ultimi numeri ed anche quelli menzionati nelle sezioni precedenti? L’unica indicazione è quella fornita nelle ultime tre righe:

dati raccolti con il sondaggio svolto presso gli iscritti all’Ordine dei Consulenti del Lavoro, nel primo trimestre del 2014

Stranamente, non viene data alcuna informazione sul numero di questionari inviati, sul loro contenuto, sulla percentuale di risposte, sulla loro distribuzione geografica. In altre parole, non viene fornito alcun elemento per valutare l’affidabilità sia in termini generali che statistici del sondaggio effettuato. Un altro elemento anomalo è che i numeri forniti sono tutti numeri tondi, invariabilmente multipli di 10 e, nella maggior parte dei casi, multipli di 100. Del tutto improbabile che un sondaggio ottenuto mediando le risposte di più intervistati fornisca risultati di questo tipo.

Anche i sondaggi hanno le loro regole. Se le televisioni e gli organi di stampa che hanno diffuso i dati dei Consulenti del Lavoro avessero commissionato un sondaggio per poi diffonderlo, avrebbero dovuto caricare la scheda tecnica sul sito AGCOM, per evitare l’inquinamento dell’opinione pubblica mediante dati più o meno fasulli. Le caratteristiche di questa scheda tecnica sono descritte sul sito dell’AGCOM:

L’articolo 1, comma 6, lett. b), n. 12, della legge n. 249/97 attribuisce all’Autorità competenze in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa. … I soggetti realizzatori dei sondaggi ed i titolari dei mezzi di comunicazione di massa sono tenuti, pertanto, a conformare la loro attività a requisiti di rigore metodologico, correttezza professionale e trasparenza.
Aspetti salienti della regolamentazione sono:

l’obbligo, per il soggetto realizzatore, di rendere disponibile sul sito internet dell’Autorità (per i sondaggi di opinione) e sul sito internet della Presidenza del Consiglio del Ministri – Dipartimento per l’editoria e l’informazione (per i sondaggi politici ed elettorali), il “documento” completo relativo ai sondaggi pubblicati o diffusi al pubblico. Esso deve recare informazioni fondamentali sulla metodologia di realizzazione del sondaggio, quali il metodo di campionamento, la rappresentatività del campione ed il margine di errore, il metodo di raccolta delle risposte, il testo integrale delle domande e delle risposte.

Il senso del regolamento è chiaro: si vuole evitare che qualcuno influenzi l’opinione pubblica mediante numeri la cui attendibilità è in parte o totalmente millantata.

Sul sito dell’AGCOM non siamo riusciti a trovare nessuna documento tecnico riferito al sondaggio condotto dalla Fondazione Studi Consulenza del Lavoro. Per quanto i Consulenti del Lavoro, non essendo un sito di informazione, potrebbero non essere soggetti al regolamento AGCOM, rimane il fatto che mancano tutte quelle informazioni fondamentali sulla metodologia di realizzazione del sondaggio che vengono normalmente richieste come garanzia di rigore metodologico, correttezza professionale e trasparenza.

Che conclusioni trarre?

  • Non ci sono elementi per valutare l’attendibilità dei numeri di posti di lavoro vacanti diffusi dalla Fondazione Studi Consulento del Lavoro.
  • Da quanto ci risulta, ci troviamo di fronte ad un sondaggio “fatto in casa”: non sembra essere reperibile un documento con le informazioni fondamentali sulla metodologia usata.
  • I media avrebbero dovuto informare i lettori che i “dati” erano l’esito di un sondaggio tra gli iscritti all’ordine dei Consulenti del Lavoro. Alcuni giornali lo hanno correttamente specificato, ma altri no (oltre al post di Pagni su Repubblica, anche ANSA, QN, Wall Street Italia, Libero quotidiano L’Arena di Verona, per fare alcuni esempi). Sapere la natura del “dato” non è irrilevante. Non sono offerte di lavoro con il nome e l’indirizzo dell’azienda che possano essere verificate una ad una, ma numeri presumibilmente ottenuti rispondendo ad un questionario.
  • Nonostante Pagni fosse in buona compagnia, i suoi lettori avevano buone ragioni per rimproverargli la diffusione di numeri la cui attendibilità era tutta da stabilire: un buon giornalista verifica le fonti invece di accodarsi al gregge.

Nel complesso, emerge un quadro desolante, in cui gli organi di (dis)informazione vengono meno ai loro doveri di verifica e diventano docili megafoni di narrazioni  che, lungi dall’essere innocue leggende urbane, fungono da opachi strumenti di persuasione politica.

7. I panettieri da “duemila”, anzi no, da “tremila euro al mese”

Pagni potrà forse consolarsi pensando che un analogo infortunio è occorso anche a Massimo Gramellini, che nel 2011 scriveva:

GramoGramellini

All’epoca, era stata Valigia Blu a smontare la leggenda urbana del posto di panettiere a duemila euro al mese. Un precario aveva provato a cercare questi posti. Non li aveva trovati e lo aveva anche scritto a Gramellini, che gli aveva gentilmente replicato ma senza saper indicare dove stessero questi benedetti posti a duemila euro al mese.

Ma non è finita. Negli stessi mesi, il Corriere lancia un altro disperato allarme:

Abruzzo, cercansi fornai disperatamente

Il Corriere si spinge molto più in là del modesto Gramellini. Non più la miseria di duemila euro al mese, ma “anche tremila euro al mese”. «Una realtà come ce ne sono tantissime in Italia dove, sempre secondo i dati dell’associazione panificatori, ci sarebbe posto (se solo lo volessero) per quattromila aspiranti fornai» spiega il Corriere.

CercasiFornaiAbruzzo2

Quando non sono pizzaioli, sembra che debbano essere fornai e panettieri. Anche l’immagine del buon vecchio fornaio dai capelli bianchi sembra un indizio della natura mitica e primordiale di queste narrazioni che condannano la hybris di chi rinnega le sue radici per inseguire la modernità di mestieri colpevolmente lontani dalla virtuosa manualità dei propri avi.

Comunque sia, lo stesso precario di prima non si dà per vinto e, come racconta Valigia Blu,

manda il Curriculum pure alla Confesercenti Abruzzo … La Confesercenti Abruzzo risponde allo sfigatissimo precario dicendo che più di una caterva di posti da panettieri a duemila euri al mese, ci stanno una caterva di corsi per pizzaioli/pasticceri/barman a pagamento. Ma siccome la Confesercenti Abruzzo è buona, il pagamento è rateizzabile.

Una volta la carta su cui scrivevano certi giornalisti poteva almeno servire ad incartare il pesce. Ma adesso che scrivono sempre più on-line, che cosa ce ne facciamo delle loro favole?

 

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14 Comments

  1. Peraltro, se lo scopo di un certo “filone giornalistico” è evidenziare il disperato bisogno di professioni che non richiedono un diploma di laurea, l’esempio dell’infermiere non gioca a favore di tali tesi, oggi infatti per diventare infermiere è necessario conseguire una laurea triennale e sostenere un esame di iscrizione all’albo, per accedere a ruoli direttivi in campo infermieristico (tipo direttore di un dipartimento sanitario o di una un’unità operativa) è necessaria la laurea magistrale. Esiste anche più di un settore scientifico disciplinare di infermieristica, oltre che dottorati e master..io, essendo un pediatra, sono stato direttore del master in infermieristica pediatrica. Ho l’impressione che certi giornalisti non conoscano sufficientemente alcuni degli argomenti che trattano.
    Leo

  2. certo è solo un’impressione..un pò come passare a miglior vita per non dire crepare :-)

  3. indipendentemente dalla serietà dell’articolo di repubblica,
    il problema che si pone è serio ed ancor più serio se pensiamo a dei pizzaioli laureati…. anche solo per il costo sociale (della famiglia e dello stato) che ha una laurea.

    Io vorrei invece girare la discussione sull’argomento “lavoro” da laureati. Formare laureati motivati nel voler fare il “lavoro” per cui hanno studiato dovrebbe essere il primo obiettivo dell’università.
    Ovviamente parliamo di lavoro reale e quindi “professionale” (medici esclusi) non quello che si fà quando si è già in cattedra e/o sfruttando la capacità creativa e lavorativa della bassa manovalanza studentesca.

    L’insegnamento nell’università potrebbe essere sotto questo punto di vista arricchito da l’inserimento di una piccola quota di docenti professionisti che ad un certo punto della loro carriera lavorativa smettono completamente o parzialmente con la professione e dedicano un po’ del loro tempo anche alla docenza. Per loro i 2400€ tanto menzionati potrebbero essere considerati anche sufficienti come rimborso.
    Credo quindi che almeno per le lauree “professionalizzanti” la docenza dovrebbe necessariamente essere affidata in parte anche a personale qualificato con esperienza anche dal punto di vista lavorativo,

    Provocatoriamente vi dico, va bene la ASN ma facciamo anche una ALN (Abilitazione Lavorativa Nazionale) e una AIN (Abilitazione all’Insegnamento Nazionale), e la somma farà il totale dei punteggi di concorso, sbaglio di molto??

    …meditate gente meditate…

  4. @mdpirro
    “Ovviamente parliamo di lavoro reale e quindi “professionale” (medici esclusi) ”
    che significa medici esclusi?
    Leo

    • era solo una battuta sul fatto che i medici spesso esercitano il loro lavoro “professionale” in ospedali universitari che sono al tempo stesso reale lavoro, luogo di insegnamento e fonte di dati per la ricerca.

  5. Pingback: ROARS RSS Feed

  6. di tutto questo, lasciando da parte l’isteria mediatica e le iperboli dei tremila euro al mese, l’unica cosa che a me personalmente piacerebbe capire e’: e’ vero o no che non ci sono abbastanza aspiranti fornai (o pizzaioli, panettieri etc)? ovvero giovani (o meno giovani) che investono soldi e tempo in corsi per diventare artigiani, invece che avvocati o medici? se fosse vero, e se quindi mancano effettivamente queste figure professionali, sarebbe molto utile venirne a conoscenza.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Forse, leggendo attentamente l’articolo fino in fondo, è possibile darsi la risposta.

  7. Pingback: Infermiere e pizzaiolo: il lavoro c’&egra...

  8. Per la serie “a volte ritornano” eccovi questa chicca de L’Espresso:

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/12/05/news/lavoro-cercasi-giovani-laureati-ma-nessuno-si-presenta-1.191014?ref=HRBZ-1

    <>

    Sembra che questa volta i “colpevoli” della mancata corrispondenza tra domanda e offerta (sic) di lavoro siano gli scansafatiche noti come “laureati”.

    Cordiali saluti

    Enrico Scalas

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Ho letto. Un articolo esemplare. Anche in questo caso i commenti dei lettori stanno linciando la malcapitata giornalista che pubblica senza adeguate verifiche.

  9. indrani maitravaruni says:

    I giornalisti non specialisti sanno dell’università quanto chiunque passi per strada e quindi ripetono luoghi comuni. Il livello informativo è zero: sono come l’eco che propaga suoni altrui.

  10. Pingback: Pizza time! Il lavoro c’è e nessuno lo vuole … o no?

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