Qualche tempo fa la Commissione UE rispondendo a un’ormai famosa lettera, ha chiesto al precedente governo delucidazioni circa gli strumenti da adottare per favorire la competizione nel sistema universitario. Niente da dire, una sana competizione per primeggiare è cosa lodevole. Non è detto però che al di fuori della cucina ricette semplici producano buone pietanze.

 

 

Il linguaggio dominante intravede nella concorrenza il farmaco di molti mali: ciò induce a qualche riflessione sulle implicazioni pratiche dell’uso di simili concetti al di fuori del loro ambito naturale di applicazione. La rappresentazione canonica della concorrenza, prevede che la competizione fra attori nel mercato produca, in assenza di distorsioni, benefici per il produttore così come per il consumatore. Con l’applicazione, soprattutto a partire dagli anni ’80, di linguaggi e paradigmi interpretativi della realtà di concezione liberista anche al di fuori dell’ambito strettamente economico, lo stimolo alla concorrenza si è venuto costituendo come una sorta di panacea di tutti i mali.

Per quanto riguarda l’Università, già da anni si tende a interpretare il rapporto fra studenti e atenei alla stregua di un qualsiasi rapporto fra domanda e offerta: la concorrenza fra atenei stimolerà i migliori studenti a scegliere l’offerta formativa più adeguata (che si rivelerà in futuro la più remunerativa) premiando così gli atenei più virtuosi. Di qui l’ampio dibattito intorno alle tasse universitarie e al valore legale del titolo di studio.

Anche se il ragionamento sembra filare, è necessario qualche caveat: tutto funziona solo se i “consumatori” sono davvero in grado di operare correttamente le loro scelte. Si deve tenere presente che è interesse nazionale che l’intera popolazione possa godere di un innalzamento dei propri livelli di formazione: l’idea che il mercato provvederà a distinguere atenei migliori e peggiori non è detto che possa funzionare in assenza di un’informazione adeguata fornita al “consumatore”. Anzi, in questo caso con ogni probabilità ci troveremmo davanti a una situazione di asimmetria informativa, specie per i livelli meno elevati di formazione: di qui l’importanza del modo in cui sono regolati i sistemi di valutazione e pubblicizzati i loro risultati. Inoltre, perché questi meccanismi possano funzionare correttamente, occorre una consistente mobilità degli studenti che richiede investimenti significativi in strutture di accoglienza; ancora, in questo peculiare “mercato” non devono inserirsi distorsioni causate da atenei che competono slealmente consentendo, per esempio, agli studenti di raggiungere con minor sforzo (con minore formazione) l’agognato titolo di studio.

Non si pensi che una cosa del genere non possa accadere. In Inghilterra è di recente esploso uno scandalo relativo agli exam boards legati alle Università, che a quanto si è scoperto offrivano esami facili per ottenere un maggior numero di iscrizioni. Analogamente negli USA esistono Università a fini di lucro (for profit Universities) che cercano in tutti i modi, anche al limite del lecito, di attirare studenti pur offrendo scarsa qualità didattica e scientifica (il che non ha loro impedito di ottenere l’accreditamento nazionale).

Così pure, è sano che i ricercatori competano fra loro, ma è chiaro che se non si effettua un’accorta regolazione del sistema (particolarmente riguardo ai parametri per la misurazione della competitività), la mera competizione fra atenei per attrarre fondi per la ricerca potrà avere effetti negativi, favorendo automaticamente gli atenei più grandi, orientando la ricerca verso filoni di impatto rapidamente verificabili in termini di ricaduta economica, a scapito della ricerca pura e riducendo il pluralismo, cosa esiziale per la ricerca scientifica. E’ vero che il modello humboldtiano di università è ormai morto, ma se abbiamo a cuore la scienza, con tutte le sue ricadute anche impalpabili in termini di sviluppo sociale, culturale, etico e politico occorrerà badare a che il paese, sperando di arricchirsi non finisca per impoverirsi. Ben venga dunque la competizione, ma cum grano salis.

Testo pubblicato su Il Riformista del 15 dicembre 2011

 

2 Commenti

  1. Ci tengo a rammentare che la frase “[…] Si amplieranno autonomia e competizione tra Università.” contenuta nella lettera della Commissione Europea è stata ripresa dalla lettera che lo stesso Governo ha inviato a Bruxelles (la famosa lettera di Berlusconi-Brunetta), e ne avevo scribacchiato anch’io in un articoletto su un blog
    http://www.imille.org/2011/11/cosa-vogliamo-fare-delle-nostre-universita/
    ripreso pure gentilmente da ROARS.

    Cioè: (1) non vorrei che si facesse apparire come un dettato della Commissione ciò che invece era un proponimento (?) del Governo, e (2) ribadisco, come avevo già scritto, che il proponimento in oggetto è in realtà parecchio in contrasto con la Riforma Gelmini, adottata dallo stesso Governo.

    In realtà io personalmente sono favorevole ad una “autonomia regolata” (in modo ragionevole) su cui vanno aperte tante discussioni quanto quelle indicate anche da ROARS.

    Che l’istruzione non possa essere un servizio puramente di mercato, nella sua realtà concreta, è un fatto acquisito da tutti (tranne forse che da Giavazzi e pochi altri), e la struttura giuridica e istituzionale riflette questa situazione in tutti i Paesi, pur con differenze anche rilevanti ma su cui non si sono mai dati, in Italia, dei resoconti corretti.

  2. Sono molto scettica sulla possibilità di applicare le categorie del mercato al mondo della formazione e della ricerca. Il ragionamento secondo cui l’università che forma meglio dovrebbe essere scelta dal maggior numero di studenti presuppone che gli studenti orientino sempre la scelta verso l’università che forma meglio. Sappiamo invece che spesso si sceglie in base ad altri criteri, ad esempio perchè in quell’Ateneo ci si laurea prima, più facilmente, con voti più alti. Il discorso qui si inverte e finisce per essere premiata l’università meno selettiva. Secondo punto: l’università che “produce” un sapere più rispondente alle esigenze del mercato sarà vincente. Qui il postulato è che sia il mercato a decidere cosa dobbiamo sapere. Mi pare che chiunque veda la stortura di simili ragionamenti. Ci sono beni adatti al mercato e beni non adatti al mercato. La formazione e la ricerca ritengo che appartengano ad una sfera diversa ed altra rispetto al mercato e alle sue logiche.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.