Replica di Giorgio Israel alla lettera di A. Bonaccorsi e G. Novelli (in appendice).

Senza affliggere il Messaggero con un battibecco e per poter argomentare in dettaglio, rispondo per punti e con una considerazione finale.

1 — Non ho affatto confuso tra settore bibliometrico e non bibliometrico. Ho contestato (in accordo con una vasta letteratura) il valore delle valutazioni bibliometriche e sottolineato le ingiustizie e assurdità cui da luogo. Ho evidenziato che nel settore non bibliometrico l’Anvur fa comunque uso di un criterio statistico (di mediana) basato su una classifica delle riviste compiuta dall’Anvur. Circa i criteri bibliometrici i professori Novelli e Bonaccorsi si limitano a sentenziare che «le citazioni sono invece largamente accettate come metrica di qualità, con poche e documentate eccezioni».

A parte il fatto che i tempi dell’“ipse dixit” non sono riproponibili nella versione dell’ “Anvur dixit”, i professori ignorano deliberatamente le crescenti critiche alla bibliometria provenienti da istituzioni come la International Mathematical Union, l’Institute of Mathematical Statistics, l’International Council of Industrial and Applied Mathematics, la European Physical Society, la Australian Academy of Science, gli editors di tutte (dico tutte) le riviste di Storia della Scienza, Tecnologia e Medicina, e da personalità scientifiche di primo piano, tra cui, tanto per citarne alcune, il premio Nobel per la chimica Richard Ernst o Douglas Arnold, “past president” della Society for Industrial and Applied Mathematics (che pubblica un gran numero di riviste tutte di primissimo piano). Non credo proprio che i professori Novelli e Bonaccorsi, con tutto il rispetto, abbiano l’autorità per ignorare o scartare come marginali tutte queste critiche, se non dando prova di una sconcertante assenza di quella obbiettività e di quel rigore scientifico che pretendono di introdurre nell’università italiana.

Per quanto riguarda il settore non bibliometrico, siamo da poco di fronte allo scandalo delle riviste accreditate come “scientifiche” dall’Anvur, tra cui Airone, Yacht, Barche, Suinicoltura, Libertiamo, Alternative per il socialismo, Il Mattino, Il Sole 24 Ore, Evangelizzare, Leadership medica, Etruria oggi, e via delirando. Sia ben chiaro, nessuno contesta la rispettabilità di molti di questi periodici, ma il fatto che si tratti di pubblicazioni scientifiche che fanno ricorso a referee. L’affannosa e pietosa autodifesa che viene da ambienti dell’Anvur è che sarebbe colpa dei professori che hanno inserito nel database del Cineca articoli pubblicati su queste riviste o giornali. L’avranno pur fatto, e in certi casi non potrebbe esserci nulla di male, poiché il Cineca non pone limiti di sorta. Ma non è compito dell’Anvur fare pulizia dei lavori non scientifici? E non è l’Anvur che si sta spendendo da mesi per selezionare le riviste ammesse come scientifiche, classificandole in riviste di serie A, B, C, e su questa base imporre le mediane nei settori non bibliometrici? Non è l’Anvur che si impanca a garante di serietà e rigore? Come è potuto accadere che abbia accreditato come riviste scientifiche alcuni quotidiani (e non altri) e riviste di carattere politico-partitico? Che un professore scriva su Yacht o sul Mattino non è affatto uno scandalo, che citi queste pubblicazioni come “scientifiche” lo è, che l’ Anvur le accrediti come tali è uno scandalo doppio o anche triplo. Perché l’Anvur ha fatto questo? I maligni diranno che si è prestato a un mercato in cui, in cambio del consenso alle sue dubbie iniziative, ha concesso l’accreditamento “scientifico” a queste riviste. Non è così? Allora, si ammetta quantomeno la propria inadeguatezza e ci si dimetta per aver prodotto un simile spettacolo indecoroso, invece di vantare con tanta prosopopea la qualità della propria azione. Il minimo che si possa dire è che l’Anvur, in questa occasione, ha mostrato di essere lo specchio di quella parte dell’università italiana che dice di voler epurare.

 

2 — Le commissioni sono sovrane. L’Anvur invia questo messaggio ripetutamente da giorni. Questo non basta affatto perché esiste un DM che va in un senso ben diverso e che non può essere corretto da semplici dichiarazioni. Sono giorni che da tante parti si richiede un chiarimento su questo punto. Da ultimo, la Conferenza delle Facoltà di Medicina ha dichiarato «indispensabile chiarire se il superamento dei valori mediani degli indicatori quantitativi debba essere considerato come requisito indicativo o tassativo ai fini del conseguimento dell’abilitazione». Ora, si rassegnino all’Anvur: il loro potere non è ancora quello di decretare, emettere leggi, quasi fossero al di sopra del governo e del parlamento, alla maniera di quel che faceva Corrado Gini nel Ventennio. Chi deve rispondere è il Ministro, e non con dichiarazioni o lettere, ma nelle forme e nei modi adeguati. Si è in attesa e l’Anvur farebbe bene a unirsi a questa attesa invece di lanciare messaggi inutili e aggiungere confusione a confusione.

 

3 — Nessuno dice di «non fare niente». Ma l’Anvur avrebbe dovuto più opportunatamente operare come organo di valutazione ex-post, e anche nel modo più severo e non come un selezionatore a priori, sostituendo tecniche automatiche (in alcun modo previste normativamente dalla riforma universitaria) alla valutazione di merito individuale, per giunta producendosi in un balletto di mediane e algoritmi, con errori gravi (e ammessi) e mostrando di non conoscere neppure la definizione di mediana. Al classico spettacolo di corruttela dell’università italiana si è sostituito un caos che ci renderà ridicoli in tutto il mondo. «Fare qualcosa» non significa farlo a qualsiasi costo, anche a quello di commettere ingiustizie in modo consapevole. Difatti:

 

4 — Ecco il punto più sconcertante e grave della replica. Si dice: «è possibile che questo sistema porti all’esclusione di qualche bravo commissario, ma certamente non vedremo commissioni composte da commissari che giudicano candidati più preparati di loro, come spesso è accaduto». Conosciamo benissimo gli abusi commessi da certe commissioni nei precedenti concorsi. Spesso i nomi dei vincitori si conoscevano prima. S’immagini ora che la commissione, invece di tenersi nascosta la “pastetta”, avesse dichiarato all’inizio: «abbiamo deciso di far vincere Tizio, anche se è una ingiustizia escludere Caio e Sempronio, perché sono migliori». Un ricorso sarebbe stato banalmente vincente e la commissione sarebbe stata svergognata per la sua sfacciataggine. Ebbene, qui è ancora peggio, perché si sa a priori che il sistema porterà all’esclusione di qualche bravo commissario, e se ne conoscono anche i nomi. Non dicano i commissari dell’Anvur di non conoscere esempi specifici: l’esclusione di tutti (dico tutti, eccetto il sottoscritto che non si è presentato come candidato commissario) gli ordinari storici della matematica, pur valentissimi, il cui solo torto è di non scrivere su riviste indicizzate dai database “obbiettivi” di Isi e Scopus, e di produrre libri ed edizioni critiche. Tutti gli storici di rilievo a livello internazionale hanno firmato un appello per denunciare questo scandalo. All’Anvur si voltano dall’altra parte di fronte a questo caso (come ad altri analoghi) perché, pur di imporre il loro sistema, non importa che cadano teste valide e innocenti. Lo sanno, e questo è lo scandalo, perché questo significa che l’ingiustizia viene fatta a priori, consapevolmente. Che, pur di affermare un principio astratto – perché tale è e non altro – ci si acconci a tagliare deliberatamente delle teste, non appartiene né alla serietà scientifica né allo spirito di una società liberale, bensì a una mentalità da militanti che, pur di far vincere i propri principi (le proprie elucubrazioni statistiche) sono disposti a far uso della ghigliottina. Insomma, chi se ne importa se la storia della matematica o consimili discipline interdisciplinari vengono cancellate: quel che conta è il trionfo dei parametri. Questo non è il modo di ragionare di professori universitari, di uomini di cultura, ma di militanti contabili, con tutto il rispetto per i contabili che applicano le loro competenze a tematiche ad esse congrue e non sono militanti.

 

5 — E con quale coraggio si difende come accettabile qualche ingiustizia pur di evitare la circostanza di commissari che giudicano qualcuno più bravo di loro? Al contrario, con l’immissione in serie A di riviste risibili (in quanto “scientifiche” beninteso, non in quanto tali, per carità) si renderà possibile che gente che non ha scritto un libro da venti anni, o mai, e che ha pubblicato soltanto una recensione soltanto o una noterella entri in commissione. Gente del genere sarà davvero superiore a coloro che dovrà giudicare? Ma andiamo! Ci si prende forse per scemi?

Si difende questa ingiustizia affermando che almeno non vi sarà più la circostanza di commissari inferiori ai candidati. Non solo questo potrà accadere, nel settore non bibliometrico ma anche in quello bibliometrico. Potrà difatti accadere che candidati che hanno pubblicato negli ultimi anni prevalentemente libri – che bibliometricamente non valgono niente – siano giudicati da commissari che hanno pubblicato articoletti di modesto valore ma bibliometricamente remunerativi. Per l’intanto, nel settore bibliometrico, abbiamo il paradosso che gli ordinari di storia della matematica non soltanto sono stati esclusi come commissari ma non supererebbero neppure la mediana per presentarsi candidati, mentre alcuni candidati la superano. Significa che sono inferiori ai candidati? Al contrario. Significa che, data la loro maggiore maturità scientifica producono più libri ed edizioni critiche negli ultimi anni che non articoli, mentre spesso i più giovani non hanno ancora la maturità sufficiente per il primo tipo di pubblicazioni e producono prevalentemente articoli. Se si voleva un’ulteriore prova delle aberrazioni cui conduce la bibliometrica in salsa mediana, eccola servita. E tanto per rendersi ridicoli di fronte alla comunità scientifica internazionale.

 

6 — Avevo sottolineato l’ingiustizia di un sistema di selezione iniziale che ignora l’apporto didattico dei docenti perché – dicevo – vi sono docenti che non fanno ricerca ma insegnano molto, ma altri, validi sul piano della ricerca, che danno poco o nulla alla didattica. Mi si risponde che questo è solo un setaccio iniziale di capacità scientifica. Ma questo non invalida la mia critica. Difatti, si rischia di sbatter fuori fin dall’inizio docenti di cui non si valuta adeguatamente l’apporto scientifico, per aver male valutato o ignorato la loro produzione, e per giunta ignorato il loro apporto didattico; e viceversa di ammettere gente che ha pubblicato soltanto su riviste risibili e che ha fatto poca o niente didattica. È inoltre discutibile ammettere docenti che hanno una produzione scientifica ma hanno marcato visita per l’insegnamento: i commissari dell’Anvur dovrebbero saper qualcosa dell’esistenza di corsi iperspecializzati frequentati da uno studente, e che hanno l’unica funzione di consentire a qualcuno di fare il proprio comodo. Invece di discutere questo aspetto, su cui si possono avere diverse opinioni, ma che comunque non può essere accantonato con un’alzata di spalle, ecco cosa si dice:

 

7 — «Quanto al fatto che i professori universitari non fanno solo ricerca è falso». Non mi sono mai sognato di dire che “i professori universitari non fanno solo ricerca”. Ho fatto un discorso ben diverso. Ho detto che vi è chi non fa solo ricerca e chi fa solo ricerca (o quasi), fermo restando che, per legge, i professori universitari hanno l’obbligo di fare anche altro che la ricerca. Questo è inconfutabile. È inevitabile concludere che, se i professori Novelli e Bonaccorsi dichiarano falso che i professori universitari non facciano solo ricerca, vuol dire che, secondo loro, fanno soltanto ricerca… Mah… Si attende con ansia una spiegazione di tale sorprendente affermazione, e invece ci si spiega che, in base ai dati, 5 docenti su 100 non hanno scritto una riga tra il 2004 e il 2010. Cioè che non hanno fatto ricerca… Ora, non voglio entrare nel merito delle statistiche e posso pur ammettere che quel numero sia 10 o 15 anziché 5. Non solo. Concordo in toto sul fatto che un simile scandalo va sanato; così come va sanato quello della inadeguatezza o della latitanza didattica o delle false riviste scientifiche. Ma che c’entra? Cosa diamine c’entra con la tesi che sia falso che i professori universitari non facciano solo ricerca? Qui delle due l’una: o vi è stata una pausa nel controllo della logica o la sintassi è stata usata in modo stocastico.

 

Conclusioni — La replica dei professori Novelli e Bonaccorsi è una miscela di di superficialità, di disprezzo dei valori culturali e del merito, di fiducia cieca nei propri metodi, assortita dalla pretesa di volerli imporre ad ogni costo. Inoltre, alla “somministrazione” di uno di quei test di tipo Invalsi (tanto cari ai “valutatori oggettivi”) volti a verificare le competenze di comprensione di un testo, essi sarebbero bocciati, come risulta dai punti 5 e 6. E sarebbero bocciati anche sul piano dell’esercizio della logica e della sintassi. Sono difetti che emergono anche nel documento dell’Anvur del 14 settembre e che non si addicono a un docente universitario. Figuriamoci se si addicono a chi è stato chiamato a governare la valutazione dell’università italiana e vanta di aver evitato l’anomalia di persone che ne giudicano altre di livello superiore.

 

LA LETTERA (Il Messaggero, 22 settembre 2012)

Perché il concorso per docenti  rimette in moto la macchina dell’università

 

di GIUSEPPE NOVELLI e ANDREA BONACCORSI*

 

Caro direttore, come professori universitari e ricercatori vorremmo dire la nostra su quanto scritto da Giorgio Israel sul Messaggero del 18 settembre 2012 a proposito dei concorsi per docente universitario. Il professor Israel confonde gli indicatori (mediane) dei settori non bibliometrici (storici, filosofici, letterari, eccetera) con quelle dei settori bibliometrici (medicina, scienze, fisica, chimica, eccetera). Nei settori non-bibliometrici, non vengono considerate le citazioni, ma soltanto una soglia minima di pubblicazioni come indicatore di base per accedere all’abilitazione, come commissario o come candidato. Nei settori bibliometrici le citazioni sono invece largamente accettate come metrica di qualità, con poche e documentate eccezioni. La commissione peraltro è e rimane sovrana, e può decidere di abilitare candidati che non raggiungono la mediana, ma che hanno lavori di grandissimo valore, oppure di escludere candidati la cui produzione è vasta ma di scarsa qualità.

Naturalmente, per evitare arbitri, queste decisioni di tipo prevalentemente qualitativo andranno adeguatamente motivate e prese in modo trasparente prima di analizzare le candidature. Il reclutamento dei docenti richiede meccanismi certi, qualificati e non arbitrari. L’Anvur è perfettamente consapevole del fatto che nessun sistema è perfetto e quindi degli errori sono inevitabili. Si tratta di ponderare questi errori, confrontarli con i sistemi esistenti e chiedersi se vale la pena di correre il rischio di commetterli, piuttosto che non fare niente (e commettere per questa via errori peggiori). L’Anvur è altrettanto consapevole delle profonde differenze tra le aree scientifiche e per questo ha proposto un criterio semplice come la mediana, che si affida alla auto-regolazione dinamica delle comunità. Una volta accettato il criterio, esso evolve insieme alla qualità scientifica delle diverse comunità nel tempo. Stabilire delle soglie di minima è importante per i tanti giovani che vogliono accedere a una carriera accademica: finalmente sapranno quanto e come pubblicare!

È possibile che questo sistema porti all’esclusione di qualche bravo commissario, ma certamente non vedremo commissioni composte da commissari che giudicano candidati più preparati di loro, come spesso è accaduto. Ricordiamo che il meccanismo delle soglie qualitative e quantitative riguarda solo una fase della procedura concorsuale prevista dal Miur, ovvero l’abilitazione scientifica: saranno poi gli atenei a valutare i requisiti didattici, le capacità cliniche (nei settori della medicina), brevettuali, etc. dei docenti che intenderanno chiamare.

L’abilitazione sarà un requisito necessario, ma non sufficiente. Quanto al fatto che i professori universitari non fanno solo ricerca è falso. Il dato relativo alla valutazione della ricerca mostra che mancano il 5,3% dei prodotti attesi, il che vuoI dire che cinque docenti su cento non hanno scritto neppure un articolo tra il 2004 e il 2010. Oppure ne hanno scritto solo uno, o due, e in tal caso la percentuale cresce. Non sono molti, per carità, ma non dovrebbero proprio esistere. Non vogliamo cadere nell’errore del rimpallo di responsabilità’ non intendiamo farlo, riteniamo invece di contribuire in modo propositivo a rimettere in moto una macchina ferma da cinque anni, durante i quali l’università ha perso più di cinquemila docenti, in gran parte giovani che sono andati all’estero privando il nostro Paese di risorse di cui abbiamo invece bisogno.

 

* Consiglio direttivo dell’Anvur

 

 

 

108 Commenti

  1. Mi pare che l’affermazione più falsa del duo ANVUR, che Israel non prende in considerazione, sia questa:
    “L’Anvur è altrettanto consapevole delle profonde differenze tra le aree scientifiche e per questo ha proposto un criterio semplice come la mediana, che si affida alla auto-regolazione dinamica delle comunità. Una volta accettato il criterio, esso evolve insieme alla qualità scientifica delle diverse comunità nel tempo.”
    Questa davvero è cocciutaggine, e fiducia acritica in un salvifico (e mal inteso) criterio scientometrico.

    • Congratulazioni, fp. La tua nota coglie nel segno il punto TOPICO dal punto di vista ideologico sosttostante all’operazione bibliometrica – e alla connessa “cocciutaggine” nella sua difesa.

      La fede acritica in questione si rifa alla concezione della citazione come “remunerazione”, “atomo di peer recognition” (R. Merton), e alla conseguente trasposizione del ben noto apparato concettuale dell’autoregolazione del mercato per determinare i prezzi “più corretti” rispetto all’efficienza complessiva del sistema.

      E’ veramente un’operazione di deleterio scientismo.

    • Mario, mi oppongo fermamente al c.d. “realismo giuridico”… :-)

      Sono ben ancorato ad una forte separazione tra fatti e valori, e quindi all’interpretazione normativista del “comportamento citazionale”…

    • Secondo Garfield, non a caso fondatore dell’ISI, le citazioni sono la moneta della scienza. Servono, o servivano, agli scienziati per pagare i loro “debiti” nei confronti dei colleghi.

      Questo, però, rimane vero finché non viene in mente di impiegarle per valutare la ricerca, tramite l’uso di indici bibliometrici per distribuire premi e castighi. Visto che gli scienziati non sono topi da laboratorio, inconsapevoli dei progetti degli sperimentatori su di loro, è ben ovvio che cominceranno a lavorare non per produrre dei convincenti articoli scientifici, ma per farsi citare. E cominceranno a citare non per pagare i debiti, ma per favorire gli amici e danneggiare i nemici.

      Le citazioni possono rimanere la moneta della scienza? Certo, ma solo se non sono la moneta di nient’altro.

      L’idea della petizione per le dimissioni dell’Anvur sarebbe un modo molto didattico per far capire che cosa si intende dire quando si afferma che le scienze sociali sono riflessive. I cani di Pavlov non hanno mai raccolto firme contro gli sperimentatori che si divertivano a suonare la campana del pranzo per lasciarli a bocca asciutta…

    • Giusto. Però sarebbe anche ora che qualcuno scrivesse un bel saggio divulgativo su queste cose.

    • È quel che sto facendo. Ma ho dovuto fare il giro delle sette chiese prima di trovare un editore. Hanno paura di “esporsi”. “Non possiamo schierarci”, mi sono sentito ripetere. Intanto si moltiplicano le case editrici che, a pagamento, pubblicano un libro in pochi giorni, persino in 24 ore, con tanto di ISBN e (dichiaratamente) per venire incontro ai criteri dell’Anvur… Tariffe a numero di pagine (p. es. 1000 euro per 400-500 pagine), la copertina te la fai da te, è garantita la distribuzione presso alcuni venditori di libri in rete, ecc.

    • Come accennavo prima, la teoria della citazione come “remunerazione scientifica” è dovuta al noto sociologo Robert Merton, ed è contenuta nel saggio “La priorità nella scoperta scientifica” del 1957 – una traduzione italiana è contenuta (pp. 371-414)nella raccolta

      “La sociologia della scienza. Indagini teoriche ed empiriche” Franco Angeli (1981)

      http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=4852&Tipo=Libro

      Vi sono poi numerosi buoni saggi di sociologia della scienza che trattano da vari angoli tutto il tema di cui discutiamo su ROARS da mesi – peccato siano poco noti in Italia, mediamente…

    • Ottima iniziativa quella della petizione. Suggerisco però di aggiungere accanto ad ogni aderente la sua condizione da abilitando, i.e: “supera” oppure “non supera” (la mediana del suo settore). In questo modo credo che sarà chiaro qual è la parte che più spinge ad interrompere la corsa del treno. Mi attendo che, eccetto per i 20-30 colleghi che gestiscono e/o alimentano sistematicamente in questo sito la legittima discussione critica sulle azioni dell’Agenzia (e che certamente superano le mediane, molti abbondantemente), la parte rimanente degli aderenti sarà composta prevalentemente dai “non supera”. Magari sbaglierò, ma in assenza di questo chiarimento sulla natura dei firmatari, ogni sospetto è legittimo. Il fatto che un “potente” e nullafacente docente (ma con avviata attività professionale) abbia, in una recente occasione più o meno pubblica, argomentato contro la riforma Anvur citando argomenti qui tanto in voga, ha spinto questa mia riflessione.

  2. “Stabilire delle soglie di minima è importante per i tanti giovani che vogliono accedere a una carriera accademica: finalmente sapranno quanto e come pubblicare!”

    OOYEEAH! Sto giusto preparando un articolo sull’ermeneneutica della pappagorgia di Briatore per Yacht Capital!

  3. Caro Israel, purtroppo non c’è niente da fare: questi signori dell’ANVUR non si schiodano dalla loro convinzione di aver dato un serio contributo alla moralizzazione dell’Università, con l’implicazione accessoria che tutte le critiche sono strumentali a mantenere inalterati i privilegi di ‘casta’, le posizioni di potere e i connessi abusi nel reclutamento. Per questo si comportano come se loro (ANVUR) fossero Ulisse, e le critiche (non importa quanto serie e documentate) fossero le Sirene: si tappano le orecchie per non sentirle. Rispondono, quindi, come in reazione a un confuso brusio di fondo, a vanvera e con affermazioni di ‘principio’ — non entrando davvero nel merito delle argomentazioni.

    E’ davvero penoso per noi tutti (perché riflette, sì, il cattivo stato di salute della leadership accademica) che non siano disposti a/capaci di fare autocritica. Così, mentre noi (e qui mi limito ai settori non-bibliometrici, perché li conosco meglio) ci mettiamo le mani nei capelli di fronte alle liste di riviste “scientifiche” e ai “ranking” fai-da-te (davvero “da Nonna Papera”) e alle mediane calcolate su queste basi, questi autorevoli colleghi ci ripetono, con singolare e proterva ostinazione, che: “Stabilire delle soglie di minima è importante per i tanti giovani che vogliono accedere a una carriera accademica: finalmente sapranno quanto e come pubblicare!” Che è appunto un vuoto proclama, visto che le liste di riviste (“come pubblicare”) e le soglie (“quanto pubblicare”) targate ANVUR sono — to all intents and purposes — inutilizzabili.

  4. Caro Israel,

    mi associo assolutamente agli altri commenti nel’apprezzamento al suo intervento.
    Peraltro, molto altro ci sarebbe ancora da dire circa l’estrema flessibilità e versatilità con le quali le società scientifiche (alludo ai settori bibliometrici) si preparano a varare proprie “istruzioni per l’uso” a beneficio dei commissari estratti.
    Naturalmente, e lo dico senza ironia, perchè mi consta personalmente, si cerca di correre ai ripari, anche se ho pure colto colpi di coda delle “cupole” finalizzate al mantenimento della capacità di pilotare i concorsi. Non sono tutti così, per fortuna. Dobbiamo comunque sperare nei sorteggi.
    Penso tuttavia, che sarebbe molto più dignitoso, eticamente non discutibile, probabilmente realmente efficace, se si riuscisse ad organizzare una forma collettiva di civile e democratico dissenso.

    tanto per aggiungere un tassello di informazione utile agli ANVURIANI (i dissidenti queste cose le sanno). E’ facilissimo dimostrare come l’indice H contemporaneo penalizzi fortemente lavori “vecchi”. Un lavoro pubblicato nel 1992 (età venti anni), con elevato numero di citazioni e che continua ad essere citato vale, alla fine della fiera, come uno datato due anni con un decimo delle citazioni del primo. La persistenza delle citazioni è sicuramente un segno affidabile della qualità di un lavoro (bibliometrico o non bibliometrico), facile da verificare e permette di non scommettere sul futuro ma di attenersi ai fatti. Troppo facile? Temo di si…

    • Molto altro ci sarebbe da dire, eccome. Non soltanto il punto giustamente colto da fp, ma forse quella che è una delle cose più allucinanti (ma che cosa è più allucinante?…) e cioè l’affermazione «finalmente i giovani sapranno quanto e come pubblicare». Quanto pubblicare? E perché?! C’è già abbastanza pattume in giro. Il 90% delle pubblicazioni è inutile, perché mai bisogna giocare sulla quantità. Ci sono lavori di poche pagine che hanno fatto storia. E poi: come. Cioè su quali riviste. Non soltanto è il conformismo eretto a sistema, ma è una visione degna da Lubianka della ricerca scientifica. Però, onore al vero, neppure in URSS si faceva così. È una mostruosa simbiosi di mentalità mercatista in salsa sovietica.
      Petizione per le dimissioni? Certamente. Qualcuno dia l’avvio perché sono un po’ troppo in prima linea…

  5. Ovviamente molte delle critiche avanzate ad ANVUR appaiono ragionevoli. La sensazione di fondo, tuttavia, e’ che una parte della comunita’ scientifica dei nostri Atenei rifiuti che le commissioni abbiano delle forti limitazioni nella loro discrezionalita’ di giudizio. E per quanto riguarda i discorsi sulla didattica, credo sia difficile avere una buona didattica se non sostenuta da una buona ricerca. Sino a quando le chiamate non verranno fatte per cooptazione con una responsabilita’ ex post di tipo economico sulla correttezza della scelta sara’ sempre difficile individuare un metodo perfetto di selezione. Spesso, infine, l’ottimo, e’ un chiaro nemico del bene.

    • “Spesso, infine, l’ottimo, e’ un chiaro nemico del bene.”

      Proverbio spesso abusato che non riesce a giustificare ciò che è pessimo. Tra l’ottimo e la situazione in cui ci troviamo (il Mattino di Padova, Briatore e Suinicoltura nella lista delle riviste scientifiche) ci sono gradazioni di decenza ancora ben lontane dall’essere esplorate.

      “La sensazione di fondo, tuttavia, e’ che una parte della comunita’ scientifica dei nostri Atenei rifiuti che le commissioni abbiano delle forti limitazioni nella loro discrezionalita’ di giudizio.”

      Difficile dare loro torto se le forti limitazioni significano valutare (o persino escludere) candidati ed intere scuole scientifiche (si veda il caso degli storici delle matematiche) sulla base di criteri

      – ritenuti inadeguati dalla letteratura internazionale
      – rifiutati dalle agenzie di valutazione serie
      – calcolati (senza alcuna trasparenza) in modo errato su data base che la stessa ANVUR ritiene inadeguati.

    • Chiamate per cooptazione con responsabilità ex post… è quello che si fa in tante università statunitensi. E, in un sistema statale come il nostro, è in quell’ex post che doveva lavorare l’Anvur. Era stato promesso questo, per esempio nel già citato convegno di Bologna, ci siamo trovati con l’esatto contrario.

    • Caro Prof. Israel, concordo con lei su quanto affermato nell’articolo e, mi creda, trovo la frase “Stabilire delle soglie di minima è importante per i tanti giovani che vogliono accedere a una carriera accademica: finalmente sapranno quanto e come pubblicare!” semplicemente aberrante.
      Resto personalmente convinto della bontà e della necessità (almeno per i settori bibliometrici) dell’introduzione di requisiti minimi (numero di pubblicazioni e citazioni o IF…i criteri CUN insomma) per poter accedere alla procedura di abilitazione, ben conscio del fatto che un sistema PERFETTO di valutazione non possa esistere.
      Detto questo, se ha tempo e voglia, potrebbe illustrarmi la sua “ricetta” per un’equa procedura abilitante?
      Vada per il giudizio ex post…ma quanto post deve essere? Senza criteri minimi?
      Glielo chiedo senza ironia. E’ che mi interessa.
      Grazie

    • Chiarisco: “…bontà e necessità di criteri minimi STATICI che prendano in considerazione n. di lavori, IF della rivista dove si pubblica e n. di citazioni escludendo le “self-citations”…”
      Parlo quindi di cose diverse rispetto alle pasticciate mediane ANVUR (dinamiche).

    • Gentile Sargenisco, mi concederà che in un post non è né possibile né serio disegnare un intero sistema: potrei contribuire a farlo in una commissione che lavorasse a fondo sulla faccenda. Pertanto, mi limiterò ad enunciare alcuni principi generali (inevitabilmente generici).
      1) Sono sempre più convinto che sarebbe bene disfarsi dei concorsi e procedere secondo il principio «assumi chi ti pare, poi ti valuto». Ma i concorsi sono addirittura in costituzione. Quindi occorre tenerceli e l’unica è alleggerire al massimo la procedura spostando l’accento sulla valutazione ex-post.
      2) Il Ministero, in risposta al ricorso degli storici della matematica, afferma bellamente che i semafori sono “meramente indicativi” e quando arriveranno le risposte alle domande per fare i commissari, se saranno negative si potranno fare controdeduzioni, inviare documentazione ecc. In parole povere, anche per i commissari la mediana è un indicatore non vincolante, in questo caso per l’Anvur, che potrebbe anche riammettere dei candidati-commissari esclusi. In parole ancor più povere, tutto finirà col ridursi a una valutazione di merito caso per caso. Bene, allora sarebbe stato meglio lasciare che ognuno facesse domanda e poi i Gev le esaminassero, escludendo i casi inaccettabili, a loro giudizio, salvo controdeduzioni da risolvere in tempi stretti e definiti. Introdurre parametri? Ricominciamo con la sarabanda dei calcoli settore per settore, discutibili e infine soggetti a controdeduzioni, e a che pro?
      Quanto ai candidati, si possono introdurre alcune barriere minimali (esclusione di chi non ha almeno un numero dato di pubblicazioni negli ultimi 3-5 anni), ma niente di più. Lasciamo perdere l’IF: per quanto mi riguarda lo ritengo una cosa ancor più insensata dell’h-index. Del resto derivano dalla stessa logica. Lei non sarà d’accordo. Non so che farci: ha chiesto la mia opinione, e io non credo affatto nella bibliometria, sotto tutte le sue forme. La valutazione quantitativa (tipo valutazione delle competenze) non funziona in azienda, figuriamoci se funziona nella cultura.
      3) Una agenzia come l’Anvur (nominata secondo criteri trasparenti, da studiare, e non frutto di accordi politici) dovrebbe occuparsi quasi esclusivamente di organizzare un sistema di valutazione ex-post che conduca a premiare o penalizzare economicamente le università secondo gli esiti delle loro politiche di assunzione e di gestione della ricerca e della didattica. Come? Con lo strumento principe delle ispezioni e dei rapporti ispettivi. Non invento proprio nulla. Ho fatto parte di una commissione ispettiva di un’università tecnologica estera: la commissione era composta da un certo numero di docenti del paese, di altre istituzioni universitarie o di ricerca, e da alcuni docenti stranieri, come il sottoscritto. L’università doveva produrre una documentazione che veniva trasmessa per tempo ai commissari, e quindi ci si riuniva nella sede, una volta l’anno, per discutere i rapporti e, soprattutto, per fare un’indagine in loco. Colloqui, esame di documentazione scientifica, didattica, ecc., non offendo spiegando che cosa sia un’ispezione ben fatta. Il rapporto è un elemento essenziale per la valutazione. È chiaro che una struttura molto grande richiede ispezioni dipartimento per dipartimento: in Francia si fa, non c’è nulla di strano. È una procedura costosa? Credo che se si esplorasse quanto ha speso l’Anvur per questi risultati miserandi si cambierebbe prontamente idea.
      Ritengo il sistema delle ispezioni (eseguite da docenti di altre istituzioni con la partecipazione di colleghi stranieri) il più adeguato, perché la valutazione nell’ambito dell’istruzione in generale e della ricerca ha senso come processo di crescita culturale, il quale viene attivato dal confronto critico, anche da un confronto difficile e controverso. Si ripete sempre che non vi sono sistemi perfetti, credo che questo sia uno dei migliori, tenendo conto che il marcio si annida sempre nell’autoreferenzialità, nel tenere coperto quel che si fa e non sottoporlo al giudizio altrui. Le griglie valutative possono servire a qualcosa, ma a poco, perché chiunque ci si sia misurato sa quanto sia facile imbrogliarle. Invece, troppe volte ho sentito il fastidio all’idea di essere esposti al giudizio di un collega. A qualcuno da persino fastidio la sola idea che un collega possa venirti ad ascoltare a lezione. Attivando un’interazione valutativa nel sistema si permette alle forze migliori di emergere e di proporsi come modello.

  6. a proposito di contraddizioni logiche:

    “La commissione peraltro è e rimane sovrana, e può decidere di abilitare candidati che non raggiungono la mediana, ma che hanno lavori di grandissimo valore, oppure di escludere candidati la cui produzione è vasta ma di scarsa qualità.
    Naturalmente, per evitare arbitri, queste decisioni di tipo prevalentemente qualitativo andranno adeguatamente motivate e prese in modo trasparente prima di analizzare le candidature.”

    come faranno le commissioni a prendere decisioni trasparenti di tipo qualitativo PRIMA DI ANALIZZARE LE CANDIDATURE????

    mah…..forse sono io che non ci capisco più niente

    • E’ semplicemente scritto con i piedi come al solito. Ovviamente non è la decisione di tipo qualitativo a poter essere svolta prima di analizzare la candidatura, ma ciò che intendono è che i criteri che eccepiscono all’accoglimento delle mediane devono essere esplicitati prima di andare a vedere i candidati, in modo, si suppone, da non poter tirar fuori criteri ad hoc. Non è però chiaro come sia legittimo definire questi citeri preventivi (che a questo punto tutte le commissioni dovranno anticipare, visto che tutti riterranno di non restare semplicemente fedeli a mediane oramai screditate.) Non può certo bastare una perifrasi del tipo: “la commissione dichiara anticipatamente che si discosterà dal criterio delle mediane ogni qualvolta esso non si attaglia alle caratteristiche qualitative del candidato”. Sarà anche vero e sensato, ma accettare formulazioni di questo tipo significa semplicemente dichiarare che la commissione è sovrana senza se e senza ma, e tutto il resto sono chiacchiere.

    • A mio avviso, la perifrasi che useranno sarà del tipo: “il criterio delle mediane verrà debitamente tenuto in conto, ponderandolo con i seguenti….”. Una volta stabilito che il superamento delle mediane non è un criterio dirimente, ma ha pari “dignità” rispetto ad altri, è chiaro che le commissioni avranno vita facilissima nell’ignorarlo del tutto.

  7. Vorrei commentare il punto 6: “Apporto didattico …”.
    E’ profondamente ingiusto ignorare l’attività didattica dei docenti. In fondo il nostro datore di lavoro ci paga per insegnare (bene). Ve lo dice uno che ha 600-studenti-600 (credo di essere il docente italiano con più studenti, suddivisi in 8 corsi di laurea e 8 sedi sparse in tutta la regione.
    L’ANVUR in pratica stabilisce che fare didattica è inutile e dannoso per la progressione di carriera. Voglio proprio vedere negli anni prossimi cosa succede!
    Se fate la petizione, aderisco all’istante.

    • D’altronde se Repubblica o il Sole24ore fanno “informazione”, qui certo si fa il contrario.

    • Mi pare che una revisione delle liste di “riviste” scientifiche che non comporti l’analoga revisione delle mediane sarebbe gravissima. Se, come dice Fantoni nell’articolo citato (in verità: come viene fatto dire a Fantoni nell’articolo citato), ad es. “Il sole 24 ore” viene tolto dall’elenco delle riviste scientifiche dopoesservi stato inserito, mi pare ovvio che la relativa mediana debba essere cambiata: è possibilissimo infatti che il numero di”articoli scientifici” publicati su quel giornale fosse rilevantissimo, tale da falsare completamente il calcolo delle mediane. Un conto è, come ANVUR ha detto in un recente documento, AGGIUNGERE riviste (in fascia A o altro) in una lista definitiva da trasmettere alle commissiomi, per tenere conto di quelle in cui hanno pubblicato i non strutturati; ben altro conto è TOGLIERE titoli dall’elenco di riviste che è già STATO UTILIZZATO per il calcolo elle mediane: ciò imporrebbe in modo inderogabile il ricalcolo delle stesse.

  8. Con tutto il rispetto, a me questo post, pur richiamando concetti condivisibili, pare intriso di una insopportabile retorica, senza contenere nemmeno una che sia una proposta costruttiva. Per la serie, a smontare siamo buoni tutti, ma costruire è impossibile perchè tanto non si avrà mai una maggioranza “a favore”. I contrari si coalizzeranno e vinceranno sempre. In nome di questo principio, l’Università Italiana è una sorta di dinosauro in fase terminale.
    Prima di essere accusato di essere “anvuriano” o “anvurista” vorrei sottolineare che trovo sconcertante l’operato dell’Anvur, soprattutto rispetto alla totale mancanza di trasparenza del loro operato e all’utilizzo di dati inaffidabili, che fanno crollare tutto il castello di carte che hanno messo su. Allo stesso tempo però è il caso di sottolineare che il 90% delle argomentazioni del post si riferiscono esclusivamente ai settori non bibliometrici o che dir si voglia. I criteri degli altri settori sono alla fine molto simili a quelli proposti dal CUN. Ecco però che i detrattori delle mediane (posizione condivisibile) si coalizzano con coloro che rinnegano ogni uso della bibliometria, argomentando la loro posizione con la previsione di tragiche perdite di premi Nobel e novelli Einstein per l’accademia italiana. Pur non avendo poteri divinatori, sarei disposto a scommettere tutto quello che volete che, se nessuno si fosse inventato la boutade delle mediane e si fossero utilizzati i criteri CUN, ci sarebbe stato un equivalente, anche se diverso, insieme di persone che avrebbe tuonato contro l’arbitrarietà dei parametri, coalizzandosi con i detrattori della bibliometria e gli indomiti reclutatori di futuri premi Nobel (e Einstein, ovviamente) che non avrebbero raggiunto nemmeno i criteri CUN. La mia personale opinione è che un maggioranza dell’accademia sia contraria all’adozione di qualsiasi tipo di “criterio” che limiti il più totale libero arbitrio nel reclutamento. Poi si continua a parlare di cooptazione e valutazione ex-post, posizione assolutamente condivisibile, che non verrà però mai sostenuta da nessuno. Perchè mai prendersi una simile responsabilità? Mandiamo tutto allo sfascio e consoliamoci con i numerosi premi Nobel reclutati fino ad ora.
    V.

    • Non si capisce quale sia il suo punto: poiche’ ci sono quelli che non vogliono farsi valutare allora va bene l’operato dell’Anvur? Una riforma seria dell’accademia si incomincia facendo discussioni puntuali.

    • il mio punto è in primis l’amarezza per l’ennesima occasione sprecata. Come si intende dal mio nick, l’età avanza e le speranze di vedere un sistema migliore si affievoliscono sempre di più. Per venire alla sua domanda però, ovviamente non va bene l’operato dell’Anvur. Bisognerebbe però agire per migliorare l’operato dell’Anvur e non assumere posizioni “sfasciste” attraverso post con toni da “Ancien Régime”. Per cui, le giro la domanda: poichè l’Anvur sta operando male e frettolosamente in totale opacità, rinunciamo ad una qualsiasi forma di criterio che guidi il reclutamento? Questo è quello che sta succedendo sulla base delle coalizioni di cui scrivevo nel commento precedente. E sarebbe successo anche se fossero stati utilizzati i criteri CUN.
      V.

    • Capisco perfettamente l’amarezza e in buona parte la condivido, però stiamo attenti: la rinuncia “ad una qualsiasi forma di criterio che guidi il reclutamento” non sta accadendo “sulla base delle coalizioni di cui scrivevo nel commento precedente”, bensì a causa: 1) dell’ambigua formulazione del DM 76; 2) dei madornali errori dell’ANVUR nel calcolo dellle mediane. Altrimenti alimentiamo la retorica gelminiana del complottiamo baronale, e mi pare dal tono complessivo dei tuoi post che tu in definitiva non la pensi così.

    • Le posizioni sfasciste le ha l’Anvur: ha fatto tutto da sola. I post di critica sono argomentati, ognuno con il suo stile, e riguardano problemi specifici. Nessuno ha scritto che bisogna rinunciare a qualsiasi criterio. Come redazione ci siamo espressi esattamente per il contrario: https://www.roars.it/?p=12750. Infine non capisco cosa significhi il commento sotto: non c’e’ nessuna retorica sui premi Nobel ma dati e fatti che vanno considerati se si vuole usare al meglio la bibliometria.

    • Ripropongo il mio post precedente:
      Caro Prof. Israel ( allargo la discussione anche ad altri), concordo con lei su quanto affermato nell’articolo e, mi creda, trovo la frase “Stabilire delle soglie di minima è importante per i tanti giovani che vogliono accedere a una carriera accademica: finalmente sapranno quanto e come pubblicare!” semplicemente aberrante.
      Resto personalmente convinto della bontà e della necessità (almeno per i settori bibliometrici) dell’introduzione di requisiti minimi (numero di pubblicazioni e citazioni o IF…i criteri CUN insomma) per poter accedere alla procedura di abilitazione, ben conscio del fatto che un sistema PERFETTO di valutazione non possa esistere.
      Detto questo, se ha tempo e voglia, potrebbe illustrarmi la sua “ricetta” per un’equa procedura abilitante?
      Vada per il giudizio ex post…ma quanto post deve essere? Senza criteri minimi?
      Glielo chiedo senza ironia. E’ che mi interessa.
      Grazie

      Chiarisco: “…bontà e necessità di criteri minimi STATICI che prendano in considerazione n. di lavori, IF della rivista dove si pubblica e n. di citazioni escludendo le “self-citations”…”
      Parlo quindi di cose diverse rispetto alle pasticciate mediane ANVUR (dinamiche).

      Aggiungo infine che sta accadendo cio’ che avevo previsto (e scritto) e cioe’ che la difesa ANVUR (si veda Graziosi) in merito alle liste “ignobili” è: “non e’ colpa nostra se la classe accademica italiana (settori non bibliometrici) pubblica in maggioranza su quelle riviste e le ha caricate pure sul CINECA! Anzi, noi abbiamo avuto il nostro ben da fare per toglierne di peggiori!”

      In verità, io ho quasi il sospetto che l’ANVUR l’abbia fatto intenzionalmente a pubblicare quella lista.

    • “In verità, io ho quasi il sospetto che l’ANVUR l’abbia fatto intenzionalmente a pubblicare quella lista.”

      Non li sopravvaluti.

    • Lo spiego subito. Si metta nei panni di un quarantenne che è espatriato perché non aveva nessuna prospettiva di accesso ad un sistema dove il reclutamento è basato esclusivamente sull’appartenenza ad un gruppo a sua volta concessa sulla base di elementi che nulla hanno a che fare con il merito. Adesso immagini che quella stessa persona si sia costruita nel tempo un discreto CV in quanto a prodotti scientifici, riconosciuti come molto buoni attraverso indicatori riconosciuti a livello planetario come attendibili, almeno nel mio settore (area 6) e attraverso la pubblicazione su riviste riconosciute come scientifiche in base a liste di riviste, sempre condivise a livello planetario. Succede in maniera quasi inaspettata che un bel giorno in Italia ci si svegli dicendo di voler utilizzare dei criteri minimi (gli stessi riconosciuti a livello internazionale, anche se calcolati in maniera diversa, attraverso le famigerate mediane, ma questo non è rilevante ai fini del mio discorso) per poter essere abilitati “scientificamente” e poter accedere al reclutamento. Pur non facendosi nessuna illusione (nè avendo in realtà ormai molto interesse) di essere “reclutato”, finalmente pare che qualcosa si muova e possa cambiare anche nell’amato paese di origine. Ecco però che succede quanto segue:
      anzichè un indicatore fisso ne viene scelto uno mobile, con tutto ciò che ne consegue. Non che con uno fisso sarebbe stato molto meglio in termini di proteste ma almeno si prevenivano (forse) i ricorsi;
      la procedura che per legge doveva essere eseguita nella massima trasparenza viene eseguita in maniera opaca che più opaca non si può. Il solo fatto che il sito CINECA non sia ad accesso pubblico è semplicemente scandaloso e mi domando perchè nessuno abbia mai protestato fino ad ora; renderlo pubblico sarebbe un bel deterrente all’inclusione di schifezze come prodotti di ricerca;
      in settori lontanissimi dal mio vengono creati dal nulla indicatori totalmente assurdi basati su liste di riviste che non stanno nè in cielo nè in terra, mettendo in piedi un sistema in cui pare che sia sufficiente dotarsi di un numeretto, stampare testo random e spacciare il tutto come monografia. In alternativa si può pubblicare uno o due (nel migliore dei casi) articoli su una rivista cui si accede conoscendo l’editor senza nessun meccanismo di peer review. Pur provando la massima solidarietà per i colleghi di queste aree, trovo difficile da accettare che l’intera procedura salti per questi motivi. Questi problemi, effettivamente scandalosi, non sono rilevanti agli altri settori;
      l’unica soluzione a tutti questi problemi pare sia derogare dalla legge e fare sì che gli indicatori di cui sopra non valgono più nulla; in pratica è come quando nel gioco dell’oca si viene rimandati al via.

      In questa situazione, capirà che fa molto girare i cosiddetti la difesa di posizioni del tipo: se Einstein ed altri premi Nobel avessero dovuto seguire questi criteri, non sarebbero stati ritenuti abilitabili. In primis, sempre limitatamente al mio settore, non è vero. Non ho nè tempo nè voglia di andare a cercare i dati ma le assicuro che tutti i premi Nobel per la medicina degli ultimi decenni (Levi Montalcini compresa) hanno ottimi indicatori bibliometrici. Inoltre la possibilità che un futuro premio nobel venga bloccato dall’abilitazione scientifica italiana è assolutamente risibile. Se ci fosse, sono sicuro che si riuscirebbe a reclutare in altra maniera. Per quanto riguarda il caso specifico di Einstein, lo ammetto, è vero, non sarebbe stato abilitato e forse la teoria della relatività non sarebbe esistita. Concludo con una storiella: tempo fa un mio paziente, piuttosto incavolato con me perchè avendolo ricoverato gli avevo impedito di agire un delirio mistico mi disse: se ai tempi di Gesù Cristo fossero esistiti gli psichiatri, l’avrebbero ricoverato e il Cristianesimo non sarebbe mai esistito. Anche in quel caso dovetti ammettere che era vero.
      Un saluto,
      V.

    • altra cosa… sono totalmente a favore delle discussioni puntuali. Cominciamo però dallo sgombrare il campo dalla retorica dei premi Nobel che sarebbero stati fatti fuori dalla bibliometria.
      V.

    • “l’Università Italiana è una sorta di dinosauro in fase terminale.”

      I dati bibliometrici su scala nazionale (una scala su cui hanno una qualche validità statistica) contraddicono questa affermazione.

    • Non ho dati da mostrare, ma mi riesce molto difficile crederlo. Sono sicuro che la capacità dei ricercatori italiani di pubblicare, essere citati e attrarre finanziamenti europei sia buona, in funzione del loro numero e dei finanziamenti ricevuti in Italia. Questo però non esclude la fase terminale. Molte persone lavorano e continuano produrre fino al giorno prima di morire. Come stiamo messi rispetto al reclutamento? Quanto giovani vengono inseriti a sostituire i ricercatori anziani? Come incideranno i “punti organico” ed il blocco del turnover? Se avete dati rispetto a queste suestioni, per favore mostrateli. La mia impressione è che il sistema sia in punto di morte.
      V.

    • “Come stiamo messi rispetto al reclutamento? Quanto giovani vengono inseriti a sostituire i ricercatori anziani? Come incideranno i “punti organico” ed il blocco del turnover? Se avete dati rispetto a queste suestioni, per favore mostrateli. La mia impressione è che il sistema sia in punto di morte.”

      Se prendo un paziente e gli tolgo il cibo e l’acqua dopo un po’ di tempo sarà moribondo anche se all’inizio aveva una bronchite e non una malattia mortale. È vero, il sistema è in punto di morte dal punto di vista dell’organico ma la causa principale della morte è l’asfissia imposta durante la presente legislatura. Il ritardo tra finanziamento e risultati bibliometrici potrebbe essere stimato intorno ai quattro annni. I dati che vedevamo in questi anni erano il risultato delle risorse assegnate negli anni precedenti. Purtroppo, troppo spesso i dati sull’outuput scientifico (Scopus e ISI, per es.) e quelli sui costi (OCSE) sono stati stravolti per sostenere che si poteva tagliare senza problemi perché la ricerca prodotta valeva poco sia per quantità che per qualità e perché c’era sovrabbondanza di risorse. In questo senso, l’affermazione che l’università fosse un moribondo (in senso scientifico) e per di più mangione (in termini di risorse) è assolutamente contestabile. Se invece intendiamo che la si stia uccidendo per fame, è difficile contestare: basta esaminare i numeri.

    • La mentalità da squallidi contabili con cui viene trattata l’università risulta dai tagli proposti con la “spending review”. Si e calcolato il rapporto tra cifre spese e addetti amministrativi, quindi la media nazionale e tagliando chi sta sopra. Ovvero i migliori…. quelli che hanno ricevuto più finanziamenti e speso di più con un numero piccolo di addetti amministrativi, e che andavano premiate, altro che punite. Risultato: le istituzioni più prestigiose hanno avuto tagli fino a oltre il 25% mentre università notoriamente clientelari (che assumono miriadi di nullafacenti) si sono salvate. Che logica è mai quella della spesa per addetto? Forse funziona per un ditta di latticini, di certo non per l’università che ne sarà distrutta definitivamente. Mi chiedo pure se non sia il caso di riesaminare che cosa realmente è stato il risanamento della Parmalat…

    • Certo che la si sta uccidendo per fame. Però converrete con me che il blocco totale del reclutamento non giova. Se questa procedura, anzichè essere migliorata, verrà sommersa dai ricorsi, il numero di persone reclutate aumenterà o diminuirà? Chi sarà a farne le spese?
      Tra i precari della ricerca c’è guarda caso molto più interesse ed approvazione per gli indicatori bibliometrici.
      V.

  9. Un problema serio che a mio parere non è stato messo in risalto è l’automaticità del meccanismo delle mediane. L’ANVUR, e in particolare Bonaccorsi, sostengono che il meccanismo delle mediane servirà a far crescere piano piano la qualità della ricerca nell’Università italiana: solo chi ha indici superiori alle mediane può essere assunto, quindi automaticamente tali mediane si alzeranno e alla volta successiva sarà più difficile superarle, innescando un meccanismo “virtuoso” di miglioramento della qualità dei docenti italiani.

    Tale ragionamento mostra una miopia purtroppo abissale, oltre che la già discussa fede cieca nella bibliometria come scienza esatta. Infatti, se il requisito principale per essere abilitati è il superamento di un indice, è ovvio che quello diventerà l’Obiettivo unico dei ricercatori italiani, innescando un meccanismo di “feedback positivo” sul valore degli indici (ah, se gli economisti studiassero un po’ di teoria dei sistemi e teoria dei controlli …)

    Orde i giovani si precipiteranno a pubblicare come matti paper di qualità mediamente molto bassa, pur di raggiungere l’obiettivo minimo di superare le mediane. I publisher privati (a partire da Springer e Elsevier, ma anche associazioni come ACM, o nuove iniziative di “open access”) non attendono altro che la possibilità di espandere il numero di articoli da pubblicare per incrementare il loro margine di guadagno. Ogni nuovo articolo pubblicato porta con se decine di citazioni, che andranno ad aumentare il numero già elevato di citazioni a paper fatte fuori contesto, magari solo perché l’autore tal dei tali fa parte del comitato editoriale e potrebbe essere un potenziale reviewer. Il valore numerico degli indici aumenterà quindi in maniera naturale con il passare del tempo, senza per questo produrre apprezzabili miglioramenti della “qualità” (qualunque cosa questa parola voglia dire).

    Stiamo già assistendo da anni ad una involuzione del sistema in questo senso deleterio; il meccanismo automatico dell’ANVUR non può che rinforzare questa tendenza, dandogli per di più una motivazione “ufficiale”.

    Per di più, tale meccanismo porterà a due conseguenza nefaste: 1) lo spreco di risorse, la maggior parte delle quali sarà adesso rivolta ad aumentare in maniera più o meno artificiale degli stupidi indici bibliometrici 2) l’aumento delle pubblicazioni inutili, già piuttosto elevato 3) il peggioramento dell’attività didattica, che sarà completamente ignorata a favore dell’Unico Obiettivo per il ricercatore.

    Quindi, più che i danni a breve termine (come l’inclusione di “riviste scientifiche” come Yacht, etc.), io sono molto preoccupato dai danni a lungo termine, danni che saranno purtroppo molto più difficili da sanare.

    • >o nuove iniziative di “open access”) non attendono altro che la possibilità di >espandere il numero di articoli da pubblicare per incrementare il loro margine >di guadagno

      Giusto per evitare, almeno in un sito di “controinformazione” (cit.), il solito FUD sull’accesso aperto:

      Open access non significa “ti pubblico tutto quello che vuoi, purché tu paghi”. Il movimento per l’open access – le cui idee sono contenute, in Europa, nella dichiarazione di Berlino (2003) promossa dalla Max Planck Gesellschaft e da altre rispettabili istituzioni accademiche – nasce per rendere la ricerca accessibile dalla parte del lettore e delle biblioteche universitarie, che si trovano a pagare prezzi di abbonamento esorbitanti alla trimurti oligopolistica dell’editoria scientifica (Elsevier, Wiley, Springer).

      Le riviste ad accesso aperto più famose sono quelle di Plos (http://www.plos.org/publish/why-choose-plos/) che seguono il modello authors pay</em<, ma diminuendo o annullando i prezzi imposti agli autori in relazione alle capacità delle istituzioni di quest'ultimi, in modo che i ricchi paghino per i poveri.

      Molte altre riviste ad accesso aperto, specialmente nel settore delle scienze umane, sono completamente gratuite per tutti (http://www.doaj.org).

      In questo momento, una rivista italiana ad accesso aperto che si fregi del marchio di scientificità dell'Anvur, e che appartenga a questa seconda categoria, non ha il minimo interesse a pubblicare tutto quello che le arriva fra oggi e il 20 novembre. In primo luogo, si sovraccaricherebbe, gratuitamente, di lavoro; in secondo luogo, inflazionerebbe – e a che pro? – il valore degli articoli pubblicati in tempi non sospetti.

      Parlo con cognizione di causa: io stessa ho dovuto dire qualche no.

  10. Guardate che FRANCESCO (profumo) ha risposto ad ANDREA (lenzi) dicendogli che le commissioni hì”hannu un margine di discrezionalità” e “possono discostarsi dai parametri” dandone specifica comunicazione prima e dopo la valutazione (lettera in risposta alla mozione CUN).

    Condivido moto di quello che scrive Israel, ma che “Il 90% delle pubblicazioni è inutile” me lo deve proprio dimostrare.

  11. “Stiamo lavorando sulla questione proprio in queste ore”, dice (Fantoni). “Gli errori materiali in realtà sono pochi. Abbiamo tolto dalla lista i quotidiani, per il resto le riviste indicate resteranno tutte, le hanno volute mettere i nostri esperti”. Yacht capital? “Per gli architetti che si occupano di barche è un riferimento. Su alcuni titoli anch’io sono perplesso, ma la nostra commissione è fatta di personalità insigni”. D’altro canto, dice, “è il primo lavoro del genere in Italia, le pubblicazioni sono un diluvio e i docenti e i ricercatori universitari dovrebbero smetterla di pubblicare i loro scritti su riviste fuori misura e fuori standard. Assicuro, non abbiamo ceduto ad alcuna pressione editoriale, né politica né ecclesiastica”.

    Personalità insigni o esperti che fanno parte della lista dei candidati commissari e pubblicano su tali riviste. Soprattutto esperti PO appartenenti a “università” telematiche o simili. Università sui cui siti si parla di ricerca, didattica magari con lezxioni in inglese ma non esiste l’elenco dei docenti. Elenco che però è facilmente ottenibile dal sito del MIUR!

  12. Non ci sono proposte costruttive?

    Ne basta solo una! Abolire i concorsi e fare come nella maggior parte del mondo.
    Chiami un incapace, nullafacente, figlio di qualcuno ? La responsabilità è del PO, del Dipartimento, dell’Ateneo che ha accettato? Niente fondi!!!!

    • Questo ritornello dell'”abolizione” lo abbiamo sentito troppe volte su troppe situazioni – adesso c’è chi vuole “abolire le Regioni”, dopo aver magari assiepato le fila dei cantori della “devoluscion” all’italiana negli anni scorsi.

      Anche nel caso accademico esso si basa sulle “idola tribus” fatte circolare per anni come un mantra da chi può scrivere sui giornali italici senza sapere granchè di politiche dell’istruzione e della ricerca.

      In primis, il fatto che nei Paesi anglosassoni non si chiamino “concorsi” non significa che non lo siano: semplicemente non usano questo termine di matrice latina, e si accontentano di “recruitment selection”. Che però è quasi sempre una “open competion”, basata sui concetti di openness, fairness e merit. Se non lo fosse, è perchè hanno deciso di chiamare direttamente qualcuno per motivi speciali (i.e. specificità dell’ambito scientifico, apertura di un filone di ricerca con un fuoriclasse ben noto, ecc.), e in tal caso non farebbero il bando pubblico, ad imbrogliare decine di candidati che presentano la propria candidatura.

      Vi sono sempre degli essential requirements, dei “plus” opzionali, ed ovviamente un insieme di tacite convenzioni della comunità scientifico-accademica che vengono rispettate in virtù di una ETICA più solida.

      Inutile cercare di aggirare il problema introducendo il solito mantra materialista dei premi “ex-post”. Intanto la “responsabilità” di cui si parla non è affatto ristretta ad una “responsabilità finanziaria” (liability) che non fregherebbe granchè ai docenti italiani, incardinati come funzionari statali della specie più pura, e NON contrattualizzati. La responsabilità (responsibility) è innanzitutto proprio sulla deontologia professionale nella conduzione della selezione concorsuali, rispetto alla quale si mette in gioco una reputazione personale che può essere significativa solo SE essa è tenuta in conto dall’ambiente sociale circostante. MA in Italia non è come nei Paesi Riformati, bisogna capirlo.

      Infine, una Università non è come una fabbrica di telefonini, di cui un Paese o una Regione può fare a meno, tanto si comprano dall’estero. Questo mercatismo spinto è semplicemente falso – basti guardare a quanti istituti di istruzione terziaria ci sono negli altri Paesi (in primis negli USA), per rendersi conto che le Università non si chiudono, casomai se ne aprono di nuove.

    • Sì, ma il vizio di tutto il ragionamento è che negli USA il sistema non è statale. La valutazione la fa il consiglio di amministrazione. Se il direttore di dipartimento ha assunto un asino nullafacente paga assieme a lui. Qui è statale e quindi o lasciamo libertà di assunzione e ci vuole la valutazione per dar conto di come si è speso il denaro pubblico, oppure continuiamo col sistema dei concorsi di stato, che hanno regole per l’appunto di legge nazionale. Certo che la “recruitment selection” è un concorso pubblico anch’esso, ma non secondo regole di stato nazionali. In tal senso, è una cooptazione, che poi è il sistema di fatto vigente in Italia ai tempi dei baroni (quelli veri, non i baronetti). Quanto al mercatismo, figuriamoci se mi piace. Mercatisti sono i fanatici della bibliometria, dell’h-index e dell’IF, o il sindaco di Firenze Renzi, che vuole che ogni università faccia un accordo con tre banche… Per questo, penso che se valutazione deve esserci, l’unico sistema “culturale” e non mercatista è quello dei rapporti ispettivi.

    • Che vuol dire che “Qui è Statale”?

      La valutazione la fate Voi, Baroni, e di Statale c’è solo un acca tagliato di qualche regolamento sulle procedure, NON di sostanza (sui criteri, tipo quelli che invece si vogliono introdurre adesso).

      In USA le Università Statali (cioè quelle di proprietà dei singoli Stati) fanno credito ai loro Baroni accademici nè più nè meno di quello che noi abbiamo fatto qui in Italia…

    • Vuol dire che in USA, salvo poche eccezioni, le università che contano sono private. Comunque, è a me che si rivolge dicendo “Voi, Baroni”?
      Quello che penso di lei non lo dico perché non è consono allo stile che dovrebbe avere questo sito. Forse i criteri che lei vorrebbe fossero introdotti servono a dire impunemente delle sciocchezze come quella della Francia protestante e dell’Illuminismo riuscito al 70%. Ecco perché l’Anvur riesce, nonostante tutte le fesserie che fa, ad andare avanti.

    • In USA le Università Statali (cioè di proprietà degli Stati) sono la grande maggioranza. Accanto ad esse vi sono Università non Statali che si suddividono in “non proprietarie” (cioè not-for-profit) e in “proprietarie” (una minoranza, comunque).

      E allora? La valutazione la fa sempre una Commissione Giudicatrice, fatta da Professori universitari, esattamente come in Italia – cioè con poche differenze (casomai è in USA che vi sono sempre state maggiori prescrizioni statali, tipo l’Equal Opportunity ed altre amenità del genere).

      Ai Professori Italiani ha fatto carenza, in media, la deontologia professionale – questo ho scritto, se Lei ha letto bene.

    • Credo che “qui è statale” voglia dire “qui è statale”, ma forse mi sbaglio.

      Quanto al resto di ciò che dici invece non credo davvero di aver capito dove vuoi arrivare (salvo la piazzata, perdibilissima, sui “baroni”).

    • Togliamo le polemiche inutili, Zhok. Ho solo voluto ricordare che l’Università è Statale in Italia all’incirca come negli USA.
      Contro le “idola tribus” avverse.

    • Se andiamo sulla sostanza, allora dovresti precisare che l’intero sistema dei contratti di diritto pubblico e privato è differente tra Italia e USA, e che dunque stabilire che la ‘proprietà’ delle università USA è, in parte consistente, statale racconta solo una parte della storia. Essere ‘statali’ negli USA non ha le stesse caratteristiche di essere statali in Italia (ed in gran parte d’Europa).

    • Zhok, apprezzo questo tuo ultimo commento che è correttamente informativo.

      TUTTavia avevo appunto avvertito io stesso in altro messaggio che in Italia i Professori sono funzionari statali purissimi, e quindi affidarsi al materialismo ha un senso totalmente diverso rispetto ai Prof. contrattualizzati (e in particolare quelli USA che possono incassare personalmente una parte dei Grant di Ricerca come stipendio – in italia no).

    • Ottima analisi. Hai centrato il problema. Tutti si sciacquano la bocca con le parole responsabilità e valutazione ex-post ma poi si opporrebbero nettamente and una reale proposta in questo senso. Finchè i docenti italiani saranno “incardinati come funzionari statali della specie più pura, e NON contrattualizzati”, ovviamente non c’è speranza che la situazione migliori.

      Proprio perché:
      “La responsabilità (responsibility) è innanzitutto proprio sulla deontologia professionale nella conduzione della selezione concorsuali, rispetto alla quale si mette in gioco una reputazione personale che può essere significativa solo SE essa è tenuta in conto dall’ambiente sociale circostante. MA in Italia non è come nei Paesi Riformati, bisogna capirlo.”

      l’unico modo sarebbe mettere a rischio il posto di lavoro dei docenti, che è ben tenuto in conto dall’ambiente sociale circostante.
      V.

    • Lei ha scritto “Voi Baroni” e poi chiarisce che voleva alludere a mancanza di deontologia professionale. Vuole che mi metta a discutere con uno che insulta? Vada a discutere dove e con chi merita, emerito villano

    • Conosco sia Rubele che Israel e credo ci sia un malinteso. Renzo Rubele è uno dei commentatori più esemplari che conosca e sono convinto che sia l’uso del termine “Barone” che il riferimento alla deontologia professionale non avessero intenti denigratori, e ancor meno personali, anche se il “voi Baroni” si prestava ad equivoci. Non credo proprio che Giorgio Israel meriti di essere apostrofato come “Barone” (in senso negativo) e nemmeno che Renzo Rubele sia un “villano” più o meno emerito.

    • Io partecipo alla discussione portando tipicamente informazioni che ritengo di interesse generale.

      Ad esempio una regolamentazione della University of California
      http://www.ucop.edu/acadpersonnel/apm/welcome.html

      può essere per certi aspetti anche più dettagliata e prescrittiva di quella dell’università italiana. Di certo le responsabilità fondamentali (i.e. Commissione Giudicatrice / Search Committee) sono affidate a Professori Universitari che ne rispondono MORALMENTE in entrambi i casi, non certo in solido. Come ciò sia tradotto in pratica è affar di comportamenti e valori sociali nei diversi sistemi sociali.

      Questo intendevo spiegare, senza offese ad alcuno, e tantomeno a Lei, visto che la locuzione di “Barone” è da me usata come sinonimo di “Professore Ordinario”.

    • @Israel, dire che Rubele ha esagerato ed insultato scrivendo un ironico Voi Baroni con doppia maiuscola è un po’ esagerato. Stiamo alla fine commentando su un blog…
      Aggiungo, per i molti che non lo sanno, che Rubele ha condotto forse tra i primi se non il primo una solitaria battaglia per l’adozione in Italia di un sistema di valutazione/quality assurance secondo standard internazionali. Con un “lungimirante” sito http://www.anvur.it!

  13. Non mi risulta che all’estero a decidere chi assumere siano le agenzie di valutazione. Sarà una commissione di dipartimento, facoltà o ateneo che si assumerà pienamente tutte la responsabilità del suo operato buono o cattivo che sia. Purtroppo in Italia la parola responsabilità non è molto amata e nessuno è mai responsabile degli errori.

    Segnalo altro articolo su Il Fatto Quotidiano online:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/27/gelmini-ministro-che-abrogo-se-stessa/365147/

    • Le dovrebbe risultare che esitono Paesi con l’abilitazione nazionale, ed altri senza. Fra i Paesi con l’abilitazione nazionale esistono casi dove essa si svolge sotto la responsabilità dell’Agenzia di valutazione, nel quadro di una normativa pubblicistica fissata dall’Autorità politica.

      In particolare, in Spagna
      http://www.aneca.es/Programas/ACADEMIA
      e le varie comunità autonome, fra cui segnala la Catalogna per la primazia temporale
      http://www.aqu.cat/professorat/index.html

    • Veramente negli ultimi 10 anni era stata additata a modello per tutti i PIGS, e non solo.

      Anzi, il famosissimo articolo di Cinzia Daraio sul “declino della produttività italica” nell’ultimo anno [cfr. ROARS https://www.roars.it/?p=7381%5D nasceva originariamente da uno studio comparativo Italia-Spagna (dove invece, così limitato, aveva senso), e io lo posso confermare di persona perchè la Daraio venne a raccontarcelo all’ESOF2010 a Torino.

      Detto questo, l’abilitazione non risolve da sè i problemi, ma è uno strumento adatto per quei Paesi dove – la storia ha insegnato – si verifica la resistibile ascesa del cretino locale.

    • Cominciamo col dire che è poco realistico stabilire “come si fa all’estero”. Ovviamente ci sono situazioni e metodi enormemente diversi da paese a paese. Il problema è ben affrontato nei commenti precedenti. Il problema è principalmente nel totale “incardinamento” pubblico dei docenti, che in ultima analisi, non rischiano mai nulla.
      V.

    • Però Vladimir72, insisto: ci sono Paesi (Francia) dove i docenti sono totalmente incardinati nel settore pubblico, come e più che in Italia, e sono funzionari dello Stato con scatti automatici e inamovibili. Ma i problemi che abbiamo noi e che tu hai segnalato lì non ci sono. Da che dipenderà?

    • Non te lo so dire. A sentire Renzo Bubele dal fatto che la Francia è un paese Riformato mentre noi siamo un paese Cattolico. Secondo me dipende da una certa tendenza molto diffusa in Italia a guardare sempre e solo “nel proprio giardino” cui i docenti non fanno eccezione. Se non si tocca il loro giardino, continueranno a cooptare solo per arricchire il giardino stesso, inteso come la propria sfera personale/privata e non lavorativa. Ci sono quindi solo due strade 1) far dipendere il reclutamento principalmente da criteri esterni, oggettivi ed automatici = le mediane. Questa strada però, come possiamo tutti vedere, sta fallendo miseramente.
      2) togliere la sicurezza lavorativa e mettere disincentivi importanti alla cooptazione in base a criteri diversi dalle capacità

      La terza strada prevede la conversione della popolazione italiana all’evangelismo e non mi sembra troppo praticabile…
      V.

    • A Wladimir72 rispondo che la Riforma in Francia si chiama “Illuminismo”, epperò è riusciuta solo al 70% rispetto al Protestantesimo.

      Infatti a livello LOCALE i problemi ci sono ancora – al 30%

      http://www.timeshighereducation.co.uk/story.asp?storycode=409383

      “[…] While selecting young doctoral recipients to be maîtres de conférences (the entry level permanent position in the French academy, similar to the British lecturer), French universities on average fill 30 per cent of available posts with their own graduates, to the point where local clientelism is often decried as symbolising the corruption of the entire system. The typical (and only) job interview for such a post lasts 20 to 30 minutes – probably the European record for brevity and surely too short to determine whether an individual deserves what is essentially a lifelong appointment. Many view the selection process as little more than a means to legitimise the appointment of pre-selected candidates – although the extent to which this is genuinely the case varies across institutions.”

    • Che un colloquio per ottenere un posto di Maitre de Conférences duri 20-30 minuti, con buona pace della fonte anglosasone citata, mi sentirei di escluderlo. Affermare questo vuol dire non sapere di che si sta parlando. Detto ciò, è logico che in quel Paese – come in ogni Paese civile – i candidati “interni”, ovvero persone che in quel luogo hanno lavorato per anni, insegnando, studiando, facendo ricerca e tutorato a beneficio delle loro facoltà, siano guardati con benevolenza. Voglio sperare che nessuno qui consideri scandalosa questa cosa. Il problema, stiamo dicendo, è escludere dal sistema i candidati indegni; e questo, in quel Paese (grazie all’Illuminismo o al corretto funzionamento delle istituzioni, a cominciare dalla magistratura, non saprei) mi pare accada, senza necessità di ricorrre ad astruse formule quantitative.

    • Beh, io non prenderei MAI il Times per avere un giudizio spassionato sui francesi, suvvia. E’ come chiedere alla Padania un giudizio spassionato sulla cultura araba (certo, l’analogia zoppica perché sul Times sanno scrivere, ma questa è un’altra questione..).

    • L’articolo de “Il fatto quotidiano” contiene non poche inesattezze. L’ANVUR non è stata istituita da Gelmini, bensì dal governo Prodi (ministro era Mussi) col d.l. 3 ottobre 2006, n. 262.

    • È vero, ma è anche vero che è stata una storia tormentata. Dopo varie traversie, il regolamento dell’ANVUR venne pubblicato in G.U. il 9 aprile 2008 sotto il Governo Prodi che però non fece in tempo a nominare il consiglio direttivo. La Gelmini, modificò il regolamento (24 luglio 2009) e ampliò il ruolo dell’ANVUR mediante la L. 240/2010. Inoltre, sotto di lei, fu nominato il primo Consiglio Direttivo. Per maggiori dettagli sulla nascita dell’ANVUR rimando gli interessati ai tre ottimi articolo di Renzo Rubele:

      https://www.roars.it/?p=5156
      https://www.roars.it/?p=5941
      https://www.roars.it/?p=8520

  14. La vera assurdità di questo sistema è che ci sia uno spartiacque netto tra i SSD (bibliometrici e non bibliometrici). Possibile che nelle scienze (tutte comprese), dove nulla può essere dato per scontato e nulla può essere facilmente giudicato e catalogato, non ci possano essere dei SSD “di frontiera”, che non sono, almeno al momento attuale, nè “bibliometrici”, nè “non bibliometrici”?
    Come potranno svilupparsi questi SSD? I docenti che si occupano di argomenti fortemente innovativi (dei quali forse 1 solo su 100 diverrà in futuro vera scienza), che a fatica supereranno le “Mediane” o le “Riviste di classe A” cosa faranno? Saranno costretti ad abbandonare filoni di ricerca che potrebbero essere in futuro importanti?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.