«Ci sono università di serie A e di serie B, ridicolo negarlo … Ci sono delle università che riescono a competere nel mondo e università validissime, che però hanno un’altra funzione, un’altra missione» ha affermato Matteo Renzi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di Torino. Se è vero che «non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale, allora ci spazzeranno via tutti quanti», è più che mai urgente ridimensionare le università di serie B. Non c’è ragione di indugiare, dato che l’ANVUR ci ha già fornito una fotografia dettagliatissima e certificata della qualità della ricerca italiana, secondo la quale in serie B ci sarebbero la Bocconi, il Politecnico di Torino, Pisa, Roma Sapienza ed anche Firenze.
Nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico presso il Politecnico di Torino Il premier Matteo Renzi ha parlato chiaro:
Noi dobbiamo avere il coraggio di dire con forza che questa storia […] per cui non si può in Italia non affermare che non vi siano diverse qualità nelle università è ridicola. Non è che si tratta di dividere le università di serie A e di serie B perché lo fa il governo […] ci sono già università di serie A e di serie B nei fatti, in Italia
Come fare a non essere d’accordo con Renzi? Bisogna premiare il merito e non si deve avere paura della valutazione e delle classifiche.
Però, la politica ha il dovere di passare dalle parole ai fatti. Tra l’altro, non c’è ragione di attendere, perché abbiamo già a disposizione una classifica ufficiale stilata dall’ANVUR, l’Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema universitario e della ricerca.
Come dice Renzi,
non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale, allora ci spazzeranno via tutti quanti
Ma quante possiamo pensare di portarne nella competizione globale? Azzardiamo una cifra: non più di 20, ma solo perché vogliamo essere generosi. Infatti, in alcune classifiche internazionali il numero di atenei italiani non raggiunge nemmeno questo numero. Renzi, nel 2013, auspicava una razionalizzazione ben più spinta, immaginando di concentrare le risorse in soli «cinque hub della ricerca», ma ci si può arrivare per gradi.
Quali siano queste 20 università italiane di serie A, ce lo dicono le classifiche stilate dall’ANVUR in base ai risultati della valutazione VQR 2004-2010, che costituisce
una fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana
come dichiarato da Stefano Fantoni, il presidente dell’ANVUR, in occasione della pubblicazione del rapporto VQR. A riprova dell’affidabilità delle classifiche ANVUR, l’allora ministro Carrozza aveva commentato: «l’Italia entra nell’Europa della valutazione».
Per conoscere le 20 università che costituiscono la serie A dell’università italiana ci affidiamo pertanto alla classifica ANVUR degli “atenei al top”.
La “top 20″ delle università italiane secondo i criteri ANVUR (fare clic sulla tabella per ingrandire). La classifica è stata ottenuta con una semplice operazione di riordinamento effettuata sul foglio Excel fornito dall’ANVUR che contiene tutti i dati necessari per costruire le classifiche delle “università al top”. Gli atenei sono stati ordinati in base ai criteri dichiarati dall’ANVUR: “La graduatoria premia le strutture che hanno lo scarto maggiore tra il numero di aree “azzurre” e “verdi” e il numero di aree “rosse”. Nei casi di ex equo [sic], è stato considerata come migliore la struttura che ha il numero maggiore di aree “verdi””. In caso di ulteriore ex-aequo, sono state considerate migliori le strutture con minor numero di aree rosse, facendo infine ricorso all’ordine alfabetico nei casi non risolti. Seguendo il suggerimento di Giavazzi, le università che non rientrano nelle top 20, andrebbero declassate a “teaching universities”. Previa chiusura dei loro dottorati e dei loro bienni di laurea magistrale, alle università declassate sarà consentito offrire solo corsi di laurea triennali. Tra le escluse “eccellenti”: Pisa, Firenze, Roma Sapienza, Bocconi e Politecnico di Torino.
Cosa scopriamo? Bolzano (sesta: complimenti!) e la LUISS (20-esima) ce la fanno, mentre l’elenco non comprende la Bocconi, il Politecnico di Torino, l’Università di Milano e quella di Pisa, la Sapienza di Roma e molte altre, tra cui Firenze. Può dispiacere, ma – come dice il premier – «rifiutare la valutazione dentro l’università e pensare che tutte le università possono essere brave allo stesso modo è quanto di più non antimeritocratico, ma antidemocratico possa esistere».
Al governo Renzi è stata talvolta imputata una “politica degli annunci” a cui non seguono i fatti. Quale migliore occasione per smentire i propri critici?
La politica ha il dovere di parole chiare e di conseguenze immediate. Ci sono delle università che riescono a competere nel mondo e università validissime, che però hanno un’altra funzione, un’altra missione
Crediamoci fino in fondo e, nell’attesa di sapere chi vincerà il prossimo campionato, suggeriamo al governo di seguire i consigli di Francesco Giavazzi. Per adeguare gli atenei di serie B alla loro missione
i corsi di biennio e dottorato andrebbero chiusi e quei professori riallocati ai corsi triennali
Contestualmente, andrebbero ridimensionati i finanziamenti agli atenei che non riescono a competere, come la Bocconi (che, nonostante quanto scrivono Alesina e Giavazzi, riceve finanziamenti statali) e il Politecnico di Torino, che ha perso la competizione con i cugini del Politecnico di Milano. A Milano, la più titolata “Statale” ha perso il derby cittadino con l’outsider Bicocca e deve farsene una ragione, invece di recriminare sull’arbitraggio per bocca del suo rettore. E pure a Pisa e Firenze tocca scendere in seconda divisione, dura lex sed lex
E se in serie A l’ateneo più a sud è Roma Tor Vergata, non vorremmo che questo alimenti le solite lagne meridionaliste. Infatti, le condizioni di partenza erano uguali per tutti e se qualcuno ha perso deve criticare solo se stesso.



Certo bisogna finanziare l’università secondo il merito. E non conosco nessuno che non sia per il merito, ma non conosco due persone che siano d’accordo su come individuare il merito nell’università.
dimenticavo. complimenti per l’articolo!
L’arroganza, il pressapochismo, l’ignioranzia di questo “premier” sono veramente raccapriccianti.
Sputa sentenze su università come parlasse della sua servitù, declassandone alcune perché è chiaro a tutti che alcuni sono bravi e altri no. Eh. Il sole sorge, la pioggia cade verso il basso, le Università giocano il campionato in due serie.
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Peccato che non si capisca in virtù di cosa faccia le sue distinzioni. Su quali basi sta cercando di sostenere il suo “discorso” politico? Le classifiche internazionali? La VQR? Il numero di studenti iscritti? Le materie strategiche sulle quali si sta puntando e quindi investendo magari in ricerca in Italia? (non pervenute)
La Sapienza di Roma, tanto per fare un esempio, compete a livello internazionale, stando alle famose classifiche, ma non figura nelle prime venti della VQR, è penalizzata nella distribuzione dei p.o. e in parte dall’adozione del costo standard. E’ di serie A o di serie B?
Torino è nelle prime della VQR, ma penalizzata nei p.o. (turn over al 33%).
Torino Politecnico e Milano Bicocca vanno molto forte nella VQR ma perderanno fino al 20% e di più dell’FFO assegnato in base al costo standard nei prossimi anni.
Sono di serie A o di serie B?
A parte non basare il discorso del merito su alcun criterio minimamente accennato o che si possa casomai dimostrare in modo se non rigoroso almeno affidabile, non risulta allora neanche chiaro quale strategia abbia un governo che dice di voler premiare università che competono a livello globale per poi penalizzarle pesantemente nel turn-over, ad esempio.
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Allora viene da pensare che la selezione sarà fatta casomai a tavolino e, da quello che si è visto in questi anni, le scelte non saranno fatte in base ad un presunto merito oggettivo, ma più banalmente a determinate scelte politiche e quindi criteri in base ai quali premiare alcune università a scapito di altre, portandole in serie A.
“Ho detto a Lenzi: se me porti su il l’Università della Calabria, se me porti università che non valgono un c… noi tra due o tre anni non c’abbiamo più una lira. Se c’abbiamo Frosinone, Latina, chi li compra i diritti?..” ha detto Renzi al telefono, non sapendo che la telefonata veniva registrata. L’università della Calabria, per chi non lo sapesse, è prima in Serie B davanti a università come Bologna e Catania.
In realtà era così:
“Ho detto ad Abodi (presidente di Lega B): se me porti su il Carpi, se me porti squadre che non valgono un c… noi tra due o tre anni non c’abbiamo più una lira. Se c’abbiamo Frosinone, Latina, chi li compra i diritti?..” ha detto Lotito al telefono, non sapendo che la telefonata veniva registrata. Il Carpi, per chi non lo sapesse, è primo in Serie B davanti a società come Bologna e Catania.”
mutatis mutande/mutandis
Trovo positivo che Renzi si chieda dove si vuole portare l’universita’ italiana, e mi sembra evidente che non abbia molto senso avere un’universita’ ogni 20 km. Una qualche razionalizzazione del sistema sarebbe ragionevole, e mi sembra positivo pensarci provando a darsi un’obbiettivo che non sia solo quello di risparmiare.
Non bisognerebbe pero’ ragionare a livello di universita’ ma a livello di dipartimenti. Ci sono dipartimenti eccellenti in universita’ di serie B secondo la classifica anvur, e dipartimenti mediocri in universita’ di serie A. Inoltre le classifiche ANVUR sono delle patacche.
Tornando al discorso degli obiettivi. Realisticamente, considerando che nessuno chiudera’ mai un ateneo italiano, forse avrebbe senso pensare di introdurre una distinzione fra dipartimenti “di ricerca” (che hanno cioe’ una scuola di dottorato, fondi stabili per promozioni e per assunzioni, personale che deve fare ricerca e produrre pubblicazioni, grant, convegni etc) e dipartimenti “didattici” (dove non si suppone che la gente faccia ricerca, carichi didattici maggiori, e che assuma in via preferenziale i ricercatori non confermati provenienti dai dipartimenti di ricerca) Dico realisticamente perche’ sarebbe un cristallizzare la situazione attuale, o al massimo farla lentamente evolvere verso qualcosa di piu’ moderno e funzionale dell’attuale casino
Trovo interessante che a fronte della penultima posizione in UE come finanziamento (in rapporto al PIL) per l’università e l’ultima posizione per percentuale di laureati (fascia 30-34 anni), sia proprio l’idea di declassare qualcosa (se non gli atenei almeno i dipartimenti) ad esercitare un fascino irresistibile, a volte quasi morboso. Da parte mia, guardo i dati a mia disposizione e non riesco a vedere distinzioni tra serie A e B a livello di atenei, ma nemmeno di dipartimenti. Riporto nuovamente la distribuzione dei voti VQR (normalizzati, vedi https://www.roars.it/voti-vqr-ai-dipartimenti-le-normalizzazioni-fai-da-te-di-crui-e-anvur/comment-page-2/#comment-23311) conseguiti da tutti gli atenei italiani in tutte le aree. La granularità di queste valutazioni è poco più grossolana di quella dipartimentale (a seguito della 240/2010 molti dipartimenti si sono accorpati venendo spesso a coincidere con un’area CUN). Come si vede, la distribuzione di performance è ragionevolmente gaussiana e continua. Insomma, una divisione in serie A e B non sta nei fatti, ma solo nella testa di chi le attribuisce effetti taumaturgici. Tutti da dimostrare a fronte, invece, delle performance di produttività ed impatto citazionale più che buone della ricerca italiana negli ultimi 20 anni. Per inciso, i dati scorporati per area confermano pienamente l’assenza di differenziazioni tra presunte istituzioni di serie A e B.

Possiamo discutere se ha senso differenziare per funzione: forse si forse no. Molto meno evidente che una universita’ ogni venti chilometri non vada bene: io personalmente ne metterei sei ogni dieci. Fra le altre cose vi sono molti benefici ad avere universita’ attaccate, io per esempio ho passato molto tempo a Londra dove potevo seguire i corsi nell’uni A la mattina, perseguitare il professore P nell’uni B il primo pomeriggio con domande assillanti e andare ad un convegno nell’uni C alle 5pm (per poi bere numerose pinte di birra con gente che veniva addirittura dalle uni D, E, F…).
Si è meglio avere 10 università nella stessa città che 10 università nella stessa provincia, gli studenti di queste ultime non berranno mai una birra insieme.
Non ho capito sinceramente il punto dell’articolo.
Si possono avere tutte le riserve su gli indicatori anvur e sulle modalita’ per fare ranking universitari (ammesso che sia possibile fare dei ranking).
A me non pare che sia offensivo dire che esistano universita’ migliori e peggiori.
Nessuno si sognerebbe di dire che Harvard e’ come la University of Huston o Cambridge e’ come Leeds o la universitat politecnica de cataluna e’ come l’universita’ di Siviglia.
Ci sono differenze, grosse differenze. Che hanno anche spesso ragioni storiche e connotazioni geografiche.
Si possono scegliere milioni di strategie su come affrontare queste differenze. Negarle non mi pare la migliore.
“Non ho capito sinceramente il punto dell’articolo.”
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Legga più attentamente. Non è così difficile ;-)
Alcuni commenti dei lettori, tra l’altro, possono essere di aiuto.
Forse sono duro di testa, ma ancora non capisco il problema. Provo a ripetere…
Si possono avere tutte le riserve su gli indicatori anvur e sulle modalita’ per fare ranking universitari (ammesso che sia possibile fare dei ranking).
A me non pare che sia offensivo dire che esistano universita’ migliori e peggiori.
Nessuno si sognerebbe di dire che Harvard e’ come la University of Huston o Cambridge e’ come Leeds o la universitat politecnica de cataluna e’ come l’universita’ di Siviglia.
Ci sono differenze, grosse differenze. Che hanno anche spesso ragioni storiche e connotazioni geografiche.
Si possono scegliere milioni di strategie su come affrontare queste differenze. Negarle non mi pare la migliore.
“Si possono scegliere milioni di strategie su come affrontare queste differenze. Negarle non mi pare la migliore.”
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Ma io non le nego. Anzi, voglio che vengano azzerati i finanziamenti statali alla Bocconi (che non è competitiva) e che il Politecnico di Torino venga declassato a teaching university, come pure la Statale di Milano. Ci sono differenze, grosse differenze e, come dice Renzi “La politica ha il dovere di parole chiare e di conseguenze immediate”. Non capisco su che basi lei si permetta di esprimere riserve sugli indicatori ANVUR. Lei vorrebbe forse mettere in dubbio la parola di Fantoni e la competenza del ministro Carrozza? Abbiamo “una fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana” e dobbiamo prenderne atto. Alla luce delle classifiche ANVUR, nessuno si sognerebbe di dire che l’università di Pisa è come l’Università di Bolzano. Sarà anche questione di ragioni storiche e connotazioni geografiche: gli altoatesini hanno una mentalità più nordica e non mi meraviglia che si classifichino meglio.
“Nessuno si sognerebbe di dire che Harvard e’ come la University of Huston”. Certo. Infatti bisognerebbe prima di tutto riflettere su cosa si voglia ottenere con queste comparazioni che per molti versi paiono prive di senso. Il punto è non mascherare scelte politiche con quackery solo apparentemente scientifica.
Sarà anche questione di ragioni storiche e connotazioni geografiche: gli altoatesini hanno una mentalità più nordica e non mi meraviglia che si classifichino meglio.
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Questa lascia il tempo che trova
Alla luce delle classifiche ANVUR, nessuno si sognerebbe di dire che l’università di Pisa è come l’Università di Bolzano
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Non sto dicendo che le classifiche ANVUR determinano in maniera esatta chi e’ meglio di chi. Ma che le universita’ non siano tutte uguali e non abbiano lo stesso livello e’ un dato di fatto e non perche’ gli altoatesini sono piu’ bravi dei siciliani.
Se vostro figlio fosse indeciso tra studiare Fisica a Padova o a Messina, cosa gli consigliereste?
Non sto dicendo che questa situazione vada difesa o sia positiva. Vorrei solo far notare che e differenze esistono, non sono limitate all’Italia (trovatemi un paese dove non ci sono) e sono causate da differenze di ricchezza tra regioni geografiche.
Nessuno nega che le differenze esistano, il punto è come si interviene. A nostro avviso accentrare le risorse in alcuni atenei e lasciare gli altri alla deriva è una scelta folle per vari motivi, primo tra i quali è che il sud Italia si ritroverebbe completamente a secco. Una politica responsabile non può permettersi di mandare alla malora una parte così importante del suo territorio e dei suoi concittadini, ma appunto parliamo di politica e di responsabilità concetti avulsi a questa banda di predatori per beneficio altrui che purtroppo ci governa.
“Se vostro figlio fosse indeciso tra studiare Fisica a Padova o a Messina, cosa gli consigliereste?”

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Se si trattasse di Ingegneria industriale e dell’informazione, tra Politecnico di Milano e Messina, l’ANVUR consiglia Messina. E non penso che sia un consiglio da sottovalutare. L’ANVUR aveva in mente proprio la necessità di consigliare al meglio i giovani:
“La VQR in realtà ha come compito primario quello di creare conoscenza per il policy maker, per gli organi di governo delle Strutture, per i giovani che vogliono intraprendere gli studi universitari …”
(S. Fantoni, “Una radiografia del sistema universitario”, in: I voti all’università, supplemento del Corriere della Sera, Luglio 2013, pag. 12).
E “Se vostro figlio fosse indeciso su dove studiare medicina?”. Sceglierei la serie A.
Prendo allora i dati ANVUR pubblicati nel libro del Corriere della Sera che, si legge nel risvolto di copertina, sono “utili per la scelta della Facoltà da parte degli studenti”.
E scelgo la prima università in classifica: Trento. Qui tutto torna. Piccolo ateneo, ricco, di grande qualità.
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Peccato solo che a Trento non ci sono corsi di laurea in medicina.
“Ma che le universita’ non siano tutte uguali e non abbiano lo stesso livello e’ un dato di fatto e non perche’ gli altoatesini sono piu’ bravi dei siciliani.
Se vostro figlio fosse indeciso tra studiare Fisica a Padova o a Messina, cosa gli consigliereste?”
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Dato di fatto ?
Mai esempio fu scelto peggio. Da fisico, e conoscendo la situazione dei due atenei, non avrei seguito ne’ le indicazioni anvur ne’ quelle del Censis, ne’ i vari ranking internazionali. Chissà come mai ?
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E la risposta sarebbe stata funzione, con lo stesso peso, del tipo di fisica che avesse voluto fare il ragazzo, ma anche delle prospettive di sopravvivenza a 5 anni, e a livelli accettabili, dei due corsi di studio, a seguito della situazione blocco del turn-over/mancanza di risorse. Cosa peraltro successa esattamente in questi termini per il corso di studi che ha realmente scelto mio figlio. Cosa ha a che fare questo con la serie A o B ?
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Come mai ? Semplice. Gli amanti dei ranking continuano a ignorare (per benda inedeologica) che nelle università italiane, esattamente come nelle scuole italiane e sistono professori ottimi e altri mediocri. E quelli li trovi inevitabilemnte dappertutto. Anche nei “centri di eccellenza”.
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Peraltro non baserei mai un consiglio su dove iscriversi su ranking che, qualsiasi cosa misurino, fotografano la situazione del passato. Il presidente del consiglio dovrebbe pagare meglio chi gli scrive di discorsi: a che serve *essere stati* in serie A ieri se oggi si e’ finiti in Promozione ?
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Ah, gia’ dimenticavo, la serie A, come l’ “eccellenza”: è “per sempre”. Bollini che resteranno sempre appiccicati ai soliti noti e tutto il resto e’ il solito fumo mediatico per far finta di dare una parvenza di razionalita’ a decisioni politiche per nulla trasparenti.
Il tipo di fisica che vuole fare il ragazzo?
Io propendo per “il tipo di fisica” che ti fa avere uno stipendio a fine mese. Possibilmente molto alto.
La Fisica e’ tutta bellissima, cosi come la Matematica.
E quindi, se c’e’ un giovane 18enne stra-bravo in Fisica o Matematica, gli consiglierei di ottenere una borsa di studio per studiare fisica o matematica (completamente retribuito) all’Universita’ di Ginevra o all’ETH di Zurigo.
Giorgio, starai mica consigliando di allegare al CdS o a Repubblica le tabelle di distribuzione dei p.o. o dell’FFO?! :-)
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Rettifico il mio primo commento a questo post, perché ho confuso le liste delle serie A e B nel Campionato del Costo Standard: chi retrocede non sono Torino Politecnico e Milano Bicocca ma, ad esempio, Trieste, Firenze, Pisa, Macerata, La Sapienza, Bologna ecc…
Quando l’On. Renzi incontra Marchionne si gasa ed esce sempre fuori il meglio. Anche quella sul Brunelleschi non era male….
A me non sembra che nel programma che ha portato in parlamento gli attuali deputati e senatori del partito di maggioranza si menzionassero università di serie A e serie B. Per sapere come è andata chiedere ai serenissimi Letta e Carrozza.
Si possono operare razionalizzazioni (esempi: accorpamenti di sedi, sfoltimento e migliore distribuzione dei corsi di laurea etc), ma classifiche opinabili e con elementi di ridicolo non migliorerarnno il nostro sistema. Se il PD tiene all’Università lanci un programma vasto e a lungo termine di assunzione di giovani ricercatori e dei programmi di ricerca che ci aiutino a rinnovare le infrastrutture di ricerca: #bastaballe
Per dire la verita’ il vero motivo che vedo contro l’idea di differenziare fra serie A/serie B e’ l’autolesionismo insito nell’idea stessa, misto alla folle logica autoritaria/punitiva. In altre parole, stante che Renzi non puo’ licenziare nessuno, gli converrebbe adottare un approccio piu’ costruttivo e cercare di valorizzare quanto ha per le mani.
Da questo punto di vista vedo molto piu’ sensato, nell’ottica di aumentare la competitivita’ internazionale dell’universita’, l’idea di “professionalizzare” l’attivita’ di ricerca, il che puo’ voler dire riorganizzare alcuni dipartimenti in alcune universita’ in un’ottica piu’ “research oriented” ma anche fare altre cose (una su tutte: abolire i prin in favore di grant individuali modello nsf)
Io vedo nell’universita’ italiana un enorme patrimonio didattico. Gente ben preparata ad insegnare che magari non e’ mai stata propriamente introdotta alla ricerca e che alla fine annaspa quando si tratta di scrivere lavori e grants, ma che comunque puo’ fornire un servizio eccellente alla collettivita’ semplicemente insegnando. Da questo punto di vista “differenziare” puo’ voler dire valorizzare.
Infine, lascerei perdere qualunque risultato uscito dalla vqr, sia a favore o contro le proprie tesi. Mi sembra chiaro anche senza usare la risibile vqr di anvur che l’Italia sia una potenza a livello mondiale nella ricerca scientifica, basta entrare in un qualunque dipartimento universitario americano e contare il numero di italiani formatisi in Italia che ivi lavorano per rendersene conto… il punto e’ un altro, cioe’ che si puo’ fare molto per ammodernare la nostra universita’, il sistema della ricerca “pubblica”, e rendere il tutto meno ingessato e ottocentesco. Nella mia esperienza l’attivita’ di ricerca viene valutata alla stregua di un hobby nel sistema attuale, lo puoi fare o meno, non cambia molto a nessuno, soprattutto a chi la fa. Questo mi sembra innegabile…
“Gente ben preparata ad insegnare che magari non e’ mai stata propriamente introdotta alla ricerca e che alla fine annaspa quando si tratta di scrivere lavori e grants, ma che comunque puo’ fornire un servizio eccellente alla collettivita’ semplicemente insegnando. … Nella mia esperienza l’attivita’ di ricerca viene valutata alla stregua di un hobby nel sistema attuale,”
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Non è la mia esperienza. Alla luce delle statistiche bibliometriche internazionali, gli universitari italiani sembrano essere degli hobbisti del tutto eccezionali:
@De Nicolao:sono sicuro che la mia sia una domanda gia’ fatta, ma si sa per caso se i dati scimago facciano distinzione fra varie fasce di docenza e/o personale non stabilizzato? Una mia curiosita’.
Non che io sappia. Qualche dato comparativo è reperibile qui:
Giovanni Abramo • Ciriaco Andrea D’Angelo • Flavia Di Costa
Research productivity: Are higher academic ranks more productive than lower ones?
Scientometrics (2011) 88:915–928 DOI 10.1007/s11192-011-0426-6
Certo che i mantra che ci ripetono da anni i poteri forti hanno attecchito in maniera virale!
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Vogliamo dirla una volta per tutte che quella delle “teaching universities” e’ una cavolata ? un’ idea valida solo in un paese come gli USA che ha circa 4000 “oggetti” di tipo sedicente universitario ma gran parte dei quali avrebbe problemi a stare alla pari con i nostri licei ?
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Ma come si fa, da un lato a lamentarsi della “liceizzazione” delle università, e dall’ altro sostenerne la necessita’ ? Ah, già, dimenticavo, sono sempre solo “gli altri” che meritano la retrocessione.
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Nella nostra tradizione (che e’ quella europea) nella didattica universitaria confluisce un’ esperienza di prima mano nella ricerca e/o nella/e professioni per dar luogo ad una didattica critica e innovativa. Poi, solo gli ingenui possono pensare che ricerca e didattica devono essere sempre completamente sincronizzate e parallele. Ci sono fasi diverse nella vita produttiva nella ricerca e, in diversi settori, ci si puo’ avvantaggiare nella didattica dell’ esperienza di persone che hanno dato il loro contributo piu’ originale anche qualche decennio prima. Qui da noi, in una logica al massacro degna di un cattivo “Reality” finiscono tutti nella bolgia dei “fannulloni” o “inattivi” che dir si voglia.
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Abolire i prin a favore di grant individuali ? Non credo che sia un problema di formato ma di soldi. Cosi’ come tutta la ricerca. “You get what you pay.”
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Finora il sistema italiano ha ottenuto molto, rispetto a quello che investe. Ma dire che chi non produce ricerca con 0 fondi di ateneo, 0 fondi PRIN e potendo far conto solo su difficili grant europei per i quali non ha neanche un buon supporto per la gestione, debba essere messo in condizione di fare solo didattica in un ambiente svuotato di ogni possibilità di crescita, mi sembra francamente tutto il contrario di uno stimolo alla crescita.
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E allora le vere domande dovrebbero essere: perche’ a Confindustria e al sistema produttivo italiano non interessano né amentare le persone con competenze superiori né un bacino di incubazione per attività tecnologiche e di ricerca di avanguardia ? Perché le aziende italiane non sono interessate a fare il salto per andare in serie A ?
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Il giorno in cui avremo politici in grado di affrontare questi problemi, invece di farsi scrivere l’ agenda da altri, avremo fatto un vero passo avanti.
@De Nicolao: Grazie! Saperne qualcosa puo aiutare a neutralizzare la seguente obbiezione: ‘i dati aggregati scimago sono buoni, ma essi nascondono proporio la mancanza di merito e dinamicita’ che noi patrioti della controrivoluzione anvuriana mettiamo in evidenza perche sono i precari e quelli ad inizio carriera che portano avanti la carretta citazionale e lo fanno in condizioni difficili’
Ovviamente questo tipo di argomento, per essere credibile dovrebbe essere accompagnato da:
a) dati che dicano che sia cosi in Italia;
b) dati che indichino che non sia cosi altrove (per poter almeno iniziare a sostenere che non vi siano fattori che rendono la distribuzione ineguale per fasce in qualche modo naturale – poi bisognerebbe anche spiegare quali essi siano e testarli etc…)
c) bisognerebbe, oltre la logica, e per poter parlare di critica credibile, segnalare come quelli individuati come meritevoli siano da ricompensare (aspetto questo comico della faccenda: tutti pensano che il merito sia solo una questione di misura, ma poi nessuno sembra fare il passaggio successivo…e che facciamo con questi giovani e meno giovani meritevoli…mah, vabbe’ mi dilungo).
I dati scimago non contengono nessuna indicazione sullo status degli autori. In realtà nessun database bibliometrico ha questo livello di raffinatezza. Per l’Italia il gruppo di Giovanni Abramo ha costruito una banca dati ad hoc a partire da dati wos. Ma che io sappia i dati non sono disponibili liberamente per controlli.
L’articolo di Abramo et al. da me citato non sembra evidenziare disparità clamorose tra i diversi ruoli degli accademici strutturati.
Dalla sua risposta mi sembra di essere stato frainteso: non sto assolutamente dicendo che l’universita’ e’ piena di buoni insegnanti che fanno ricerca a livello amatoriale. Riformulo in modo piu’ preciso:
1. Abbiamo persone che fanno ricerca ad altissimo livello (tanto e’ vero, questo e’ il mio ragionamento, che i loro studenti riempiono i dipartimenti di mezzo mondo). Ma un problema del nostro sistema e’ che l’attivita’ di ricerca viene gestita (non da chi la fa, ma dal sistema universitario) come se fosse un hobby in cui si puo’ indulgere o anche no. Da questo punto di vista il problema principale e’ la mancanza di incentivi individuali. Chi ottiene risultati con la ricerca (grants, citazioni, studenti di dottorato…) non ne guadagna niente rispetto a chi la ricerca non la fa. Nemmeno si puo’ fare domanda per grant individuali!
2. Almeno da quanto ho visto io in vita mia, c’e’ anche una bella fetta di ordinari/associati/ricercatori che la ricerca, semplicemente, non la persegue come un obiettivo lavorativo primario, e identifica piuttosto il proprio servizio con la didattica. Secondo me invece di demonizzare queste persone bisognerebbe valorizzarle in quello che fanno meglio. Penso esattamente al ruolo del lecturer negli stati uniti, cioe’ persone che hanno finito un dottorato di ricerca e che poi si concentrano sull’aspetto didattico. E’ normale, fisiologico, che l’universita’ comprenda anche questo tipo di profilo, ma il nostro sistema non riconosce questa possibilita’. Questo secondo me e’ un grosso limite.
PS la tabellina di scimago non so bene come interpretarla. Non capisco come si faccia a dubitare della rilevanza scientifica del nostro paese
“l’attivita’ di ricerca viene gestita (non da chi la fa, ma dal sistema universitario) come se fosse un hobby in cui si puo’ indulgere o anche no. Da questo punto di vista il problema principale e’ la mancanza di incentivi individuali. Chi ottiene risultati con la ricerca (grants, citazioni, studenti di dottorato…) non ne guadagna niente rispetto a chi la ricerca non la fa. Nemmeno si puo’ fare domanda per grant individuali!”



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Se è per quello non ci sono né grant individuali né grant collettivi. I PRIN sono stati azzerati e il bando SIR è sprofondato nel grottesco (https://www.roars.it/lettera-aperta-al-ministro-sui-bandi-sir/).
Non credo che il vero problema sia la mancanza di incentivi. Qui siamo in un regime di punizione (i nostri scatti sono bloccati dal 2010), non ci sono le risorse per fare ricerca e stiamo bruciando una o due generazione di precari e di giovani (chi può emigra). La controprova che gli incentivi non sono decisivi è che, anche senza incentivi, negli anni zero la produzione e l’impatto della ricerca italiana sono cresciuti più rapidamente di paesi come UK, Germania e Francia.
Io prenderei sul serio Baccini quando scrive “L’idea che si debbano dare incentivi monetari e che siano efficaci nel mondo della ricerca a me non convince per nulla” e cita anche le sue fonti. L’idea che in Italia la ricerca sia un hobby per gli strutturati più di quanto lo sia all’estero non mi sembra avere grandi riscontri. Le analisi quantitative mostrano che i dati di produttività ed impatto sono coerenti con quelli delle altre grandi nazioni, una volta tenuto conto delle risorse impegnate. Non è solo una questione di rilevanza scientifica assoluta, ma anche di efficienza (e questo confligge con la tesi dell’hobbismo).
Direi che il discorso incentivi individuali si chiarisce dichiarando quali sono gli obiettivi da perseguire.
Se lo scopo di Renzi e’ competere a livello internazionale non vedo proprio come realizzarlo senza incentivi individuali. Almeno nelle materie scientifiche il mercato del lavoro e’ internazionale, e anche senza attraversare l’oceano, paesi come UK, Germania, Svizzera, Francia offrono posizioni, molto interessanti, sia a livello scientifico che economico, con possibilita’ di crescita proporzionali al successo della propria attivita’ di ricerca. Per attirare le persone migliori si deve cambiare proprio mentalita’ secondo me, e non vedo come si possa competere senza porsi l’obiettivo di attirare i migliori.
Sono anche d’accordo che rispetto all’incubo attuale sarebbe gia’ molto — soprattutto per chi e’ gia’ dentro l’universita’ — tornare indietro di dieci anni, rifinanziare i prin e sbloccare gli scatti stipendiali, e magari aprire con una regolarita’ non sporadica dei posti da ricercatore. Non credo che succedera’ comunque, sicuramente non in questi termini.
Forse varrebbe la pena che l’accademia assecondasse con piu’ malizia gli entusiasmi di Renzi, e invece di lasciarlo in mano a Confindustria, provasse a formulare delle proposte un po’ piu’ “sexy” per il golden boy :) Questo sul muro contro muro ideologico e’ diventato presidente del consiglio senza passare dal via…
Il problema è che Renzi, e con lui il PD, non sono un interlocutore, visto che a parte queste sparate per il popolo, non fanno nulla se non aver subappaltato la politica universitaria a Confindustria & co.
O forse proprio la pochezza di queste proposte, e tutto sommato la poca energia che il PD dedica all’argomento università, indicano che in realtà ci sarebbe un grosso vuoto da colmare nella comunicazione fra università e politica. Non so. Sicuramente Renzi parla con Confindustria, ci mancherebbe altro, e sicuramente la ascolta, perche’ ci trova cosa che si rivende bene. Ma quando parla con il CUN, o con altri organismi rappresentativi del mondo universitario come la CRUI — perchè contatti ce ne sono per forza almeno attraverso il MIUR — cosa si sentirà mai dire? Parlo per pregiudizi perché chiaramente non è che mi leggo tutte le delibere del CUN o della CRUI, evidentemente, ma da quello che leggevo ai tempi della Gelmini non mi pare che i pareri espressi fossero molto coraggiosi o creativi nel formulare controproposte condivisibili.
Però il discorso, caro Francesco Maggi, è un po’ deviato. Renzi parla di università di serie A e B e tu di individui, neanche di dipartimenti.
Renzi fa un discorso fumoso tra università di serie A e altre “validissime” che però dovrebbero dedicarsi ad altre mansioni, ma non si capisce sulla base di cosa distingua, né quali debbano essere le altre mansioni.
Nella mia esperienza, nel settore 09, ingegneria industriale, ho visto dell’ottima ricerca da Messina, Palermo, passando per Napoli, Bari e su fino a Torino.
Come dice giustamente Giorgio Pastore, e come si è già ripetuto, la nostra forza e la nostra tradizione consistono nella combinazione e nel potenziamento reciproco di didattica e ricerca, con fasi diverse nella propria carriera e sì, magari con bravure diverse.
Riguardo il discorso dei precari, se sostengano o meno i dati di Scimago: sempre in base alla mia esperienza, che però credo di condividere con molti, i giovani usano le attrezzature esistenti, i fondi che arrivano da progetti vinti in nome di una tradizione o di un gruppo, la formazione che hanno avuto indirizzati e affiancati negli anni da chi c’è già. E’ chiaro che questo non voglia dire sminuire le qualità personali, anche eccellenti, ma le piante vanno annaffiate in tanti sensi per poter crescere rigogliose.
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Negli ultimi 4 anni ho scritto da sola e coi colleghi 2 progetti FIRB, 2 progetti PRIN, quando esistevano, e quattro progetti europei, uno come coordinatori. Tutti ottimamente piazzati, o comunque sopra la soglia, ma nessuno finanziato. Dal 2014 i fondi nazionali non esistono più. Risultato: se voglio pensare di sviluppare un gruppo o un laboratorio come ricercatore con esperienza ormai decennale, io banalmente, ad oggi, non posso farlo. Il consiglio di Maggi o di altri è di darmi, anche forzatamente ormai, alla didattica: io lo faccio volentieri, perché mi piace, mi piace stare a contatto con gli studenti, mi danno anche grandi soddisfazioni e mi tirano su di morale, perché nonostante tutto hanno ambizioni ed entusiasmo tipici della loro età.
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Ma se Renzi ci viene arrogantemente a parlare di serie A e B e di voler dividere le mansioni, dopo appunto aver bloccato lo stipendio da 5 anni, nel mio caso a meno di 2000 euro netti mensili dopo più di dieci anni di attività, aver azzerato tutti i fondi di ricerca e ridotto il turn-over al lumicino, costringendoci a riempire moduli e a dimostrare ad ANVUR che siamo molto produttivi, io di sicuro lo mando, senza passare dal via.
Mi sembra che il dibattito sulla frase di Renzi abbia preso più i tono della guerra di religioni che ci porta fuori dal’ alveo naturale con cui dovrebbe essere valutata, cioè’ la politica.
1- I politici TUTTI (dal PD confindustriale, al partito della ministra delil tunnel GranSasso-Ginevra, a quelli che parlano di Chip nel cervello o di fine del modo nel 2014) sono culturalmente inadeguati a parlare di sistema università’ ricerca, perché sono in gran parte ignoranti, superficiali e ripetono le quattro fesserie che leggono sui giornali. Non sono loro la mente ma il braccio.
2- La valutazione della ricerca in Italia e’ stata fatta senza avere chiaramente stabilito “a priori” a cosa servisse. Il suo uso sulle quote premiali e’ stato fatto SUCCESSIVAMENTE. il che e’ un chiaro BIAS del processo. Ovviamente perché l’obiettivo non e’ quello di far crescere il sistema.
3-La divisione tra teaching e research universities e’ una cosa
che gira da anni. Ricordo un convegno di Confindustria nel 2006, Montezemolo presidente, Prodi appena insediato con Mussi ministro. Venivano dette le stesse cose ed eravamo a pochi mesi da un workshop dell’ Aspen Inst. Italiano sul tema (ovviamente a porte chiuse perché’ questo e’ il metodo Aspen). Intervennero Mussi e Bersani totalmente proni al pensiero unico, anzi Mussi disse “l’università italiana e’ un casino”.
4- Il vero obiettivo non credo sia spostare la ricerca italiana su aree maggiormente applicate e più vicini a esigenze di Confindustria (sarebbe politicamente discutibile ma avrebbe una ratio)
in realtà’ l’industria italiana, tranne poche lodevoli eccezioni, lavora su segmenti lontani dall’alta tecnologia e non ha dimensioni di scala adeguate per investire in ricerca.
A mio avviso i veri obiettivi sono FARE TAGLI e disinvestire dall’ educazione pubblica, per aprire uno spazio al settore privato (magari poi finanziato dal pubblico.
Questo porterebbe a ridurre la mobilita’ ridefinendo in modo più netto le classi sociali e restringendo solo a certi segmenti della societa’ l’accesso alla istruzione superiore.
La storia inglese, nel rapporto tra accesso all’ istruzione superiore, scarsa mobilita’ sociale e formazione delle classi dirigenti appare emblematica.
Temo che p.marcati abbia esattamente centrato il punto.
“Però il discorso, caro Francesco Maggi, è un po’ deviato. Renzi parla di università di serie A e B e tu di individui, neanche di dipartimenti.”
Senza alcun intento deviante ho fatto le mie considerazioni, non per difendere Renzi o per cucire un vestito più accettabile alle sue parole, ma per dire la mia. Il discorso di Renzi è grossolanamente schematico, spero principalmente per esigenze sue mediatiche, ma immagino che di queste cose abbia senso parlare più articolatamente di come ne parlano i politici davanti alle telecamere.
“Il consiglio di Maggi o di altri è di darmi, anche forzatamente ormai, alla didattica”
Questa, mi pare, è una sua estrapolazione un pò arbitraria (peraltro, da come descrive la sua situazione personale, io non vedo proprio — visto che tira in ballo la mia opinione — perchè dovrebbe essere “forzata” a non fare ricerca).
In ogni caso, fuori dall’Italia è abbastanza frequente che i carichi didattici vengano modulati in base all’attività e alle inclinazioni dei singoli docenti. Io non ci vedo niente di scandaloso o di punitivo nell’idea, mi sembra anzi un modo di gestire le cose abbastanza razionale. Più in generale, l’idea di variare il mix fra didattica e ricerca su diverse scale (individui, diparimenti, università) non mi sembra la gran ricetta segreta degli Illuminati, è semplicemente una cosa che in paesi culturalmente e scientificamente certo non trascurabili viene fatta. Mi sembrerebbe interessante provare a capire come questo potrebbe essere fatto in Italia, a livello pratico, date tutte le nostre magagne, zavorre e storture, e questo non per “supportare” Renzi, ma così, per il piacere di parlare di università :)
Renzi l’ha sicuramente presentata a livello da bar, ma d’altronde politici della sua visibilità prendono la parola per scrivere i titoli dei giornali, di certo non per presentare le questioni nel modo corretto. Non credo si possa fare una discussione utile impiccandosi alle esatte parole di Renzi. Giusto per chiarire, anche secondo me Renzi ha detto delle cose grossolane e al limite (superato) dell’offensivo verso chi lavora nell’università. Ciò detto la mattina si alza e va a fare il presidente del consiglio, non è che lo si possa semplicemente ignorare, quindi un dibattito pubblico su quanto dice, possibilmente volto ad elaborarlo in forma costruttiva, a me non pare inutile.
Parlare in maniera costruttiva con un interlocutore che non sa di cosa parla vorrebbe dire partire dalle basi, facendogli dei disegnini.
Ma l’interlocutore in questo caso dovrebbe essere un professionista della politica, che prima di parlare dovrebbe in teoria documentarsi, oppure tacere.
Ma, in Italia, non mi ricordo chi diceva che si dà spesso alla politica chi ha fallito in altre professioni, declassando questa professione a non-professione e quindi a improvvisazione (c’era infatti anche chi amava dire che il professionismo non si improvvisa).
La prima offesa che certi politicanti recano a chi governano è proprio la pretesa di parlare ignorando la materia. E poi pretendendo ancora di dare lezioni su quanto andrebbe o non andrebbe fatto, per mascherare invece, magari, biechi secondi fini che di culturale hanno poco o nulla.
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Il post è sulle sparate di Renzi. In altri post, in passato, si era parlato più serenamente di rapporto fra didattica e ricerca. Ma io mi chiedo, come mi ero chiesta all’epoca, che tipo di didattica universitaria possa fare chi non abbia un’attività mediamente buona di ricerca. Quindi sono suddivisioni alle quali non credo.
Per il resto, quando si ripenserà di finanziare la ricerca in questo paese, si potrà ricominciare a sviluppare laboratori e gruppi anche da zero.
:-)
UNIPD sta in Veneto, che non è una regione a statuto speciale, e quindi non ha le risorse speciali di UniTrento e UniBolzano, che anzi “reclutano” molti bravi studenti dal Veneto.
:-(
UNIPD non e’ una “scuola di eccellenza” E quindi non ha i fondi speciali di Normale, S. Anna, IMT, SISSA, IUSS, che anzi “reclutano” molti bravi studenti dal Veneto.
:-(
UNIPD ha 65mila studenti, e quindi è una universita’ grande, con enormi problemi per gestire questo numero enorme di studenti in un piccolo (ma bellissimo) centro storico medievale.
:-(
UNIPD non e’ un politecnico, e quindi ci sono tutti i settori non bibliometrici.
:-(
UNIPD e’ in Veneto, dove il reddito pro-capite e’ piu’ basso di Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Piemonte.
:-(
Nonostante tutti questi fattori sfavorevoli, UNIPD risulta in cima alla lista di De Nicolao.
:-)
“Sicuramente la classifica è sbagliata, l’abbiamo fatta proprio per evidenziare che è ridicola”,
diranno gli ROARsiani, aggiungendo:
“Non è possibile che una università del Veneto, nota terra di polentoni ubriaconi, possa essere la prima d’Italia”.
:-O
Ed invece, come spiegato in un recente articolo su Scientometrics di Lino Toffolo e Gastone Moschin, è proprio la polenta con il baccalà, innaffiata con del buon vino del colli Euganei che fa migliorare di molto le prestazioni accademiche.
;-)
Le domande: perché Renzi si fa consigliare dalla Confindustria? Perché la Confindustria odia l’università?
Roars è citato anche sul sito della Free University of Bozen-Bolzano, probabilmente soddisfatta del sesto posto nazionale che la colloca saldamente in serie A davanti a Roma Sapienza, Pisa, Milano Statale, Firenze e Politecnico di Torino, finite nel purgatorio della serie B:
http://www.uni.bz.it/en/public/university/NewsOverview.html?NewsID=88162
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Come ha acutamente osservato Rete 29 Aprile (http://www.rete29aprile.it/), c’è quasi un parallelo tra le dichiarazioni di Renzi e la telefonata di Lotito. Se avete tempo, date un occhio all’hashtag #RenziComeLotito
De Nicolao, mi deludi, quasi quasi mi ricordi il famoso Nicolai (si chiamava così?) del glorioso Cagliari di Gigi Riva. Nicolai era quello che faceva spesso autogol, perchè, a detta del suo allenatore, era troppo buono :-) Ora tu per il parllelismo con Lotito mi citi il 29 Aprile (autogol) invece di citare un mio post in questa discussione. Avresti fatto aumentare l’IF di Roars. Non sei per niente furbo :-)
È vero, la priorità riguardo al parallelismo con Lotito spetta ad Ernest. Le mie scuse :-)
Qunal è il numero di docenti di pd, qual è il numero di amministrativi di pd e qual è la spesa per le retribuzioni d entrambi? Infine qual è la spesa per retribuzioni sul totale del FFO?
Forse la risposta è in queste semplici domande.
La classifica De Nicolao e’ basata sulle classifiche VQR sulle aree disciplinari, cioe’ e’ una classifica delle prestazioni nella ricerca.
In ogni caso, a UNIPD ci sono circa 2200 docenti e 2200 tecnici e amministrativi. E circa 65000 mila studenti.
A mio avviso UNIPD e’ piu’ “ordinata e discipinata” ma solo perche’ i Veneti hanno paura di Roma (“el paron”) e quindi cercano di fare le cose fatte bene per evitare guai.
E, sempre a mio avviso, UNIPD anche molto meno nepotistica (nel senso di paternita’ e maternita’ vere, non di paternita’ o maternita’ accademica) delle altre universita’ italiane che ho frequentato.
E comunque, il vino dei colli Euganei e lo spritz fanno veramente bene alle prestazioni accademiche, se presi a piccole dosi.
;-)
Concordo: staremmo tutti meglio con più spritz e meno ricette dei “maître à penser de noantri”
Domanda. la classifica è sui diparimenti, ovviamente, non ha senso fare le classifiche delle università se qyueste hanno composizione diverse. Sarebbe stato più congruo comparare facoltà, ma sono state cancellate, un vero scempio.
Esiste un problema di massa critica, di finanziamenti e fondi, di reputazione, di herding e di network a meno che non si voglia pensare al robinson sull’isola e quindi i risultati vanno ponderati, oppure siamo ancora al pollo di trilussa.
Circa la condizone dei docenti, ritengo sempre che valga quello che dice Galileo:” devo essere scontento di me stesso e non dell’università per come e quanto mi paga” (Brecht Galileo Galiei)
Perché nominare unbz in inglese? Il suo nome è Freie Universität Bozen. Dreisprachig und interkulturell. Certo che è in serie A! Plurilingue e interculturale, gli slogan odierni. Quali lingue, però, e quali culture, culture di chi?
Quanto al discorso del premier Renzi, osservare il linguaggio del corpo, il tono di voce utilizzato, la veemenza, la sicurezza nelle affermazioni, vale quanto esaminare le parole se non di più. Redarguisce e minaccia, a testa alta.
Ma alla Crui va bene così. Il prof. Paleari era del parere (Il Sole24h, a metà gennaio, v. sito CRUI) che “Il premier Matteo Renzi è sempre stato molto sobrio nei confronti dell’Università, sobrio ma chiaro.” [come dimostrato poi dal suo discorso su serie A e B, sobrio e chiaro] .”Il traguardo dei costi standard e di un’accresciuta premialità e l’attenzione delle forze politiche all’Università durante la discussione sulla legge di Stabilità dimostrano che la risposta è stata solerte e precisa. [successivamente ancor più precisa] Ecco allora che il nuovo anno si apre con una sfida per il Governo [e le Università?], quella di mettere in pratica i buoni propositi partendo questa volta da un’Università che ha le carte in regola.” Che ha le carte in regola?
“Perché nominare unbz in inglese?”
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Ma che domanda. Perché l’inglese è la lingua di chi sta in serie A …
https://www.youtube.com/watch?v=IypK2SHYXeA
Ai fautori della distinzione tra “teaching universities” e “research universities” chiedo: se, com’è ovvio, le “research universities” fanno anche didattica (ad alto livello, si presume), perché mai uno studente, potendo scegliere, dovrebbe scegliere di iscriversi a una “teaching university”? Forse perché le tasse universitarie delle “research universities”, in questo scenario futuribile, costano 10/20 volte di più, quindi di fatto non può scegliere? Ricordiamoci, per favore, che stiamo parlando di università PUBBLICHE.
Mi chiedo e vi chiedo: perchè di fronte a proposte di riforma così assurde e ai continui tagli di finanziamenti alla ricerca eal reiterato blocco degli scatti stipendiali (progerssione orizzontale), all’assenza di significative procedure concorsuali (progressioni verticali) nelle università dopo aver speso molte decine di milioni per due ASN e almeno 10 milioni annui, di cui 1.281.000 per rle retribuzioni di sette membri del consiglio direttivo dell’ANVUR,il ministro Giannini non si comporta come la sua collega Lorenzin che ha difeso a oltranza lanomalia tutta italiana delle farmacie impedendo l’abbassamneto del quorum proposto dalla ministra Guidi?
Per dirla più semplice perchè la casta dei titolari delle 17.000 farmacie in nome dell’art 32 della Costituzione, può impedire a un governo di rottamatori di accrescere la libertà d’ingresso in un settore di mercato il cui fatturato è al 70% sulle spalle del SSN? Perchè l’università continua a guardare la pagliuzza e non vede il trave dei privilegi che le sottraggono indebitamente risorse? Insomma vi sembra normale che un Governo proroghi le manovre di austerità sull’Università e non approvi una seppur timida riduzione del quorum e vendita di farmaci C nelle parafarmacie rinunciando a qualche centinaio di milioni di risparmi, solo per garantire i privilegi anacronistici di una casta? Nello stesso cdm di oggi il Governo ha approvato l’abolizione delle fascie di tutela per gas ed energia elettrica. Perchè ho la sensazione che i vantaggi siano solo per alcune categorie? Qual è il problema della scarsa attenzione all’Università?
è che nel 2010, saggiando la resistenza dell’Università, hanno incontrato il morbido; e da allora vanno sempre più a fondo. Lo stesso non gli è successo con magistrati, taxisti, evasori, ecc.
Interessante, ma ne deduco che, per entrare nella competizione mondiale, le Università italiche dovrebbero competere anche le une con le altre, e mi sembra che già competano in una certa misura nella distribuzione dei fondi. Allora avrei una domanda: se le Università devono competere le une con le altre (per competere anche a livello mondiale), e se la loro performance dipende dalla qualità degli accademici che assumono o promuovono, che ci stanno a fare i filtri nazionali (come l’ ASN o le Commissioni nominate dal CUN per le vecchie chiamate dirette) nel reclutamento e nell’avanzamento ? Le Università devono essere/diventare le prime interessate ad assumere docenti di standing internazionale, mentre commissioni nazionali composte da professori di Università concorrenti (rispetto a quella che vuole assumere o promuovere un valido docente di standing internazionale) avranno semmai l’ interesse opposto, cioè stoppare i migliori in modo da impedire che vengano assunti (o promossi) da un Ateneo in concorrenza con i loro. Comincio a vedere chiaro nelle storie clamorose, riporate sulla stampa lo scorso anno, di tanti studiosi apprezzati a livello mondiale, ma respinti dalle commissioni nazionali italiche…c’era un insanabile conflitto di interessi fra un Ateneo che avrebbe forse voluto assumerli o promuoverli e le commissioni nazionali composte da docenti di Università concorrenti. Scommetto che questa mia lettura attirerà una valaga di critiche, ah ah…
RiCer: “se le Università devono competere le une con le altre (per competere anche a livello mondiale) … Scommetto che questa mia lettura attirerà una valaga di critiche, ah ah…”
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Si figuri, noi siamo solo contenti quando i commenti ci danno l’occasione di far ripassare ai lettori alcuni dati. Quelli relativi alla competizione internazionale dicono che l’università italiana compete straordinariamente male in termini di risorse messe a disposizone dallo stato e più che bene in termini di produttività, misurata sia in termini di articoli che di citazioni ricevute.
HERD = Higher education Expenditure in Research adn Development (spesa accademica in ricerca e sviluppo, che di norma viene viene considerata come il motore principale della produzione di letteratura scientifica).
Alla luce delle crude cifre, possibile che la qualità (media) del reclutamento fosse così disastrosa come qualcuno la dipinge?
@DeNicolao ” possibile che la qualità (media) del reclutamento fosse così disastrosa come qualcuno la dipinge? ”
E’ una comparazione magari gli altri fanno peggio….per esempio ci hanno convinti che gli olandesi sono un popolo di grande civiltà non delle mer…cce come noi “terun” e poi…
In sostanza nella World Cup la Nazionale va alla grande.
Ci fregano nella Champions League.
De Nicolao, ma a quali settori vi riferite? Ed i docenti e ricercatori italiani che lavorano nelle Università estere, e che sono rifiutati dai baroni in Italia, dove li collocate in queste statistiche? comunque, nonostante queste statistiche, rimane il fatto che, in certi settori (forse più nelle scienze sociali, economiche, giuridiche etc..), tanti studiosi apprezzatissimi all’estero si sono visti sbarrare la strada in Italia. Mi riferisco ad es. alla famosa lettera che venne scritta lo scorso anno dagli economisti al Ministro Giannini, in cui si diceva: “È irrazionale credere che la cultura o il sapere scientifico possano delimitarsi territorialmente. Questa situazione è inaccettabile e mette a rischio la capacità del sistema accademico italiano di attrarre i migliori talenti e le migliori energie a livello internazionale”. Una simile lettera venne scritta dai giuristi con formazione internazionale, apprezzatissimi all’estero, ma rifiutati in Italia. Ognuno chiaramente dà valore alle statistiche che rafforzano le sue tesi, ma ho l’ impressione (da esterno curioso che però ha un parente ricercatore fuggito all’estero) che, fino a quando vi saranno filtri nazionali al reclutamento (e all’ avanzamento) a determinare il rifiuto di studiosi apprezzati a livello internazionale, agli occhi di buona parte dell’ opinione pubblica (anche estera) le procedure nazionali italiane per reclutanento e avanzamento servano più che altro per mantenere quello che (mi riferisce il mio parente) all’ estero viene spesso chiamato “the power of the mafia of the barone in Italian accademia”. Chiaramente, sentire ciò può lasciare indifferente chi lavora dentro l’ Università italiana.
“De Nicolao, ma a quali settori vi riferite? ”


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Le statistiche si riferiscono a tutti i settori la cui produzione è censita dalle banche dati bibliometriche. Negli altri settori, è più difficile avere dei numeri comparabili.
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“Ed i docenti e ricercatori italiani che lavorano nelle Università estere, e che sono rifiutati dai baroni in Italia, dove li collocate in queste statistiche? … tanti studiosi apprezzatissimi all’estero si sono visti sbarrare la strada in Italia.”
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La maggior parte di quelli che lavorano all’estero non lo fanno perché rifiutati, ma perché il reclutamento è stato drasticamente limitato. Con i numeri dei grafici che seguono è del tutto ovvio che “studiosi apprezzatissimi all’estero si sono visti sbarrare la strada in Italia”, ma non tanto per chissà quali trame, ma semplicemente perché i pensionati non sono stati rimpiazzati e i concorsi non sono stati banditi. Ovviamente, la loro produzione scientifica degli espatriati va a beneficio delle nazioni presso cui lavorano.
Taglio personale
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“Ognuno chiaramente dà valore alle statistiche che rafforzano le sue tesi”
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Dove stanno le statistiche alternative a quelle ufficiali OCSE, Eurostat, MIUR, Scopus?
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“mantenere quello che (mi riferisce il mio parente) all’ estero viene spesso chiamato “the power of the mafia of the barone in Italian accademia””
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A vedere i dati, deve essere una mafia scientificamente molto valida (in media). Le disavventure di un cugino (“mio cuggino” mi verrebbe da scrivere ;-), pensando ad Elio) non sono una fonte attendibile per delle valutazioni di sistema che non possono fondarsi su elememnti aneddotici.
Se non ho capito male, il passo sucessivo della riforma di Renzi prevede un nuovo comparto, esterno alla pubblica amministrazione, dove infilare tutti i dipendenti dell’Universita’.
sucessivo -> successivo
De Nicolao, tutti i casi eclatanti e riportati sulla stampa – casi oggettivamente verificabili di gente esclusa anche se apprezzatissima all’estero, e che aveva più titoli dei membri delle commissioni ASN che li avewano bocciati – non riguardavano mio cuggino. Forse si sono verificati in settori diversi dal suo, e lei non li ha notati, ma ciò che ho scritto è il modo in cui il fenomeno viene percepito soprattutto da chi non vive dentro l’ Università italiana. Non parlo per interesse professionalre, poichè per gli avvocati i ricorsi degli esclusi dall’ ASN sono stati un vero business.
… e guarda caso il sito che ha seguito con maggiore professionalità e assiduità tutte le fasi e le degenerazioni dell’ASN (che era stata venduta come una panacea) è stato proprio Roars:
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Monitoring ASN: 450.000 visite, 3.305 commenti
In pubblicazione gli esiti dell’abilitazione scientifica nazionale: 151.000 visite, 249 commenti
cahiers de doleASN: 109.000 visite, 204 commenti
Non mi risulta di candidati alla ASN nei settori 02 che non sia stati abilitati nonostante abbiano “piu’ titoli” dei commissari.
Qualche esempio concreto?
Questa cosa del “apprezzatissimo all’estero” è piuttosto buffa: non mi sembra molto difficile all’estero avere una lettera di raccomandazione da un docente:
http://www.drgracekao.com/wp-content/uploads/2012/08/phd012403s.gif
E’ stucchevole oltre che deprimente questa favola dei geni tutti all’estero e i somari tutti in casa. Le condizoni dell’università sono quelle che venivano prima ricordate tagli del FFO, assenza di investimenti privati ecc. I docenti italiani, coem si evince da qualunque banca dati anche nel caso di economia sono a ottimi livelli, comunque nella parte a destra della distribuzione. I docenti italiani hanno almeno gli stessi titoli di quelli esteri. UN dottorato di eccellenza italiano, e ce ne sono molti, vale almeno quanto un dottorato estero e lo dimostrano proprio le assunzioni di chi ha scelto di andare all’estero. Chi sta all’estero benficia di migliori condizoni di ricerca, di didattica, di contratto, di remunerazione, di network, di visibilità e di considerazione sociale e potrei continuare per non so quanto. Questa storia dei baroni è roba da commedia all’italiana, ma dove sono fatemene conoscere almeno uno, alpiù nella mia lunga frequentazione ho incontrato qualche valvassino. Forse dovremmo alzare lo sguardo dall’mbelico e guardare un po’ oltre e scoprire che chi è rimasto ha avuto poco o nulla: progressioni orizzontali e verticali bloccate, con aperture spot dagli esiti invalutabili, assenza di programmazione, assenza di fondi, stipendi ridicoli,aumento dei carichi didattici a costo zero, corsi in inglese a costo zero, ma di cosa si sta parlando.
Nonostante tutto questo le università italiane e i bistrattati docenti producono quelle eccellenze che così meritatamente sbaragliano la concorrenza internazionale. O sono tutti geni, oppure i doceti italiani non sono questa mediocrità che si vuol far credere. Nella mia pluriennale esperienza i geni che ho conosciuto girando in lungo e largo l’europa e gli states si contano sulle dita di una mano, ma forse sono stato solo sfortunato.
Forse dvremmo alzare lo sguardo e capire meglio quello che sta accadendo, non all’università, ma alla società uscita dal secondo conflitto mondiale. Forse senza che moti ci facciano caso, si sta realizzando la più imponente redistribuzione della ricchezza e del reddito dai tempi del Rapporto Beveridge, e quello che si ossserva nel sistema universitario e nella scuola è solo una declinazione di questa nuova realtà.
In effetti, dò atto a Roars di aver seguito con professionalità le degenerazioni dell’ ASN, e proprio per questo ho deciso di postare le mie idee personali su questo sito, che mi sembrava un luogo di dibattito aperto. Rispondo a tutti voi: i casi più eclatanti di studiosi apprezzatissimi all’estero e respinti in Italia (e che hanno fruttato un bel lavoro a noi per i ricorsi) sono stati nelle aree della sociologia, dell’ economia e del diritto (ad es., nel diritto tributario, c’è stato un caso, con contenzioso ancora aperto, di uno studioso con premi e riconoscimenti in tutto il mondo ma respinto all’ ASN per la prima fascia in Italia; nel diritto commerciale, un caso di una commissione per la seconda fascia che ha scambiato l’ insegnamento presso una Università estera per insegnamento presso una scuola media superiore, etc..). Non volevo dunque fare di tutta l’ erba un fascio, ma soltanto far notare, in sostanza, che, per questi settori, il filtro nazionale al reclutamento(o avanzamento) è stato un freno che ha impedito alle singole Università di assumere (o promuovere) docenti con standing internazionale inequivocabile. D’altra parte, le lettere di referenza, all’ estero, spesso fanno parte di un cristallino processo di selezione da parte delle singole Università, devono essere fornite (su richiesta delle Università stesse) secondo specifiche criteri (e spesso corroborate da dati concreti sugli “achievmements” dei candidati) ed i docenti seri non scrivono affatto lettere come nella vignetta. Infine, a chi vuole conoscere un barone (anche diversi), consiglio di esplorare a fondo (se ne ha voglia e tempo) ciò che succede nelle aree che ho indicato, e scoprirà che non si tratta proprio per niente di una favore. Concludo con una considerazione circa le statistiche: ritengo che tutte abbiano un grado di verità e tutte un grado di approssimazione, e personalmente le guardo tutte. Guardando quindi anche le classifiche mondiali delle Università, e sapendo che ad andare all’estero sono sempre di più anche gli studenti, mi sembra che sia una bella esagerazione dire che l’ Università italiana ha “sbaragliato la concorrenza internazionale”..
“mi sembra che sia una bella esagerazione dire che l’ Università italiana ha “sbaragliato la concorrenza internazionale”.

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Credo che l’università italiana si muova nella migliore tradizione di chi fermava i tank inglesi insinuandosi fra i cingoli in movimento per collocare le mine magnetiche sotto la pancia dei carri. Difficile sbaragliarli (senza uomini e munizioni la resa è inevitabile), ma la denigrazione no, non ci sta proprio.
A costo di ripetermi, questi sono i dati sul finanziamento.
Forse confonde barone con valvassino. Le commissioni hanno bocciato anche italiani con titoli superiori ai loro. Le commissioni hanno bocciato candidati italiani che non solo superavano le mediane ma anche i criteri aggiuntivi definiti dalle commsiioni stessse. la commissione di 13A1 economia politica ha avuto un membro internazionale che ha bocciato utilizzando un criterio personale e una versione distorta della KIEL List. Il reclutamento nelle Università straniere segue procedure diverse e non comparabili. L’economia come altre discipline ha una competizione mondiale e non è difficile vedere chi è top tra gli italiani si faccia un giro nei board delle più importanti riviste teoriche e applicate e scoprirà che ci sono diversi italiani che insegnano in Italia, in università italiane. Il potere nelle università non esiste più perchè non cìè iù nulla da spartire e da offrire, forse le sfugge il dettaglio. Anche la società italiana non sta un gran che bene, si guardi le statistiche sulla disuguaglianza e l’esclusione, rimarrà sorpreso scoprendo cosa è successo negli aultimi venti anni a questo paese.
Lo stipendio lordo di un neurochirurgo di un policlinico italiano di eccellenza è attorno ai 120.000 euro (clinica , didattica e intramenia) lo sa qual è lo stipendio di un omologo che lavora a New York? Cerchiamo di parlare con un minimo di cognizione, grazie, alla demagogia ci pensano altri. Grazie.
Prof. De Nicolao, non volevo denigrare l’ Università italiana nel suo complesso (sono italiano anche io), e mi dispiace veramente se ha interpretato i miei intervento in questi termini. La mia (anche se, come dicevo sono state riscosse laute parcelle per seguire i ricorsi ASN) era solo una proposta di riflessione su un aspetto di fondo (cioè quanto, a mio parere, fosse insensata l’ esistenza di filtri nazionali al reclutamento ed all’ avanzamento almeno in specifici settori disciplinari), e volevo farla come cittadino che paga le tasse a beneficio (anche) del sistema universitario italiano. In sostanza, il mio messaggio era: le singole Università italiane vogliono competere con successo nello scenario globale? allora, si lasci che siano libere di attirare i docenti con elevato standing internazionale, senza filtri nazionali almeno in specifici settori (ed ho indicato quali) dove questi filtri fanno da freno. Ho scritto chiaramente, in effetti, che non volevo fare di tutta l’erba un fascio, e che apprezzavo il vostro sito. Non ho quindi fatto alcuna denigrazione, ma solo una riflessione.
“si lasci che siano libere di attirare i docenti con elevato standing internazionale”
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Da diversi anni a questa parte non sono nemmeno libere di offrire modesti stipendi agli italiani che per qualche ragione si accontenterebbero di qualcosa di meno pur di non espatriare. Parlare di attrarre “docenti con elevato standing internazionale” suona come una crudele presa in giro a chi ha gli scatti bloccati da un quadriennio ed ha visto azzerare il finanziamento della ricerca di base. Quale docente “con elevato standing internazionale” verrebbe in un paese in cui la ricerca non è più finanziata, in cui ogni singolo contratto di collaborazione deve passare per la corte dei conti, in cui cresce ogni giorno il tempo che deve essere bruciato per soddisfare le insaziabili pretese burocratiche del moloch anvuriano e in cui le più alte cariche politiche rimasticano slogan insensati che denotano la più completa ignoranza, non solo dello stato dell’università italiana ma anche di cosa sia un’università?
Mi pare che si oscilli tra “tutto va bene madama la marchesa” e un “glie’ tutto da rifare” come diceva Bartali.
De Nicolao ricorda dati e statistiche che non si e’ fatto da solo che dicono come nonostante tutto in Italia abbiamo ancora (per quanto??) tanta qualità, che non e’ concentrata in pochi Atenei ma diffusa, magari in percentuali diverse, su tutto il territorio nazionale, compresa l’università di Bari che qualcuno voleva chiudere.
Le commissioni ASN hanno lavorato in un clima surreale (ringrazio ancora il cielo che non mi hanno estratto) con il CINECA che sputava ogni giorno mediane diverse, con calcoli paranormali di anzianità accademica etc..
Il quadro complessivo varia da settore a settore, io come matematico non ho critiche particolari da fare alle commissioni del mio settore, ma so da colleghi di altri settori di comportamenti censurabili. Posso garantire che succede pure all’estero, basta vedere qualche panel dei programmi UE.
“Attirare i docenti con elevato standing internazionale?” ma almeno ci potessimo tenere quelli che già ci sono che lo standard internazionale lo hanno.
Sui giovani cacciati dai baroni cattivi, ci sono certo alcuni casi eclatanti (spesso a medicina o altre facoltà professionali), ma io posso dire che nel mio settore, a casa mia, da 8 anni non assumiamo più persone nuove e quindi li stiamo “cacciando” TUTTI, perché non abbiamo più neanche un centesimo. Nel frattempo a casa mia, che non e’ certo Harvard, le università inglesi si vengono a prendere pure i ricercatori in servizio, offrendo loro quei posti di professore che meritano e che noi non possiamo certo offrire. Quelli che rimangono sono degli eroi.
Scusate lo sfogo ma posso dire che mi sono rotto le ….di sentire sempre la stessa solfa