«Ci sono università di serie A e di serie B, ridicolo negarlo … Ci sono delle università che riescono a competere nel mondo e università validissime, che però hanno un’altra funzione, un’altra missione» ha affermato Matteo Renzi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di Torino. Se è vero che «non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale, allora ci spazzeranno via tutti quanti», è più che mai urgente ridimensionare le università di serie B. Non c’è ragione di indugiare, dato che l’ANVUR ci ha già fornito una fotografia dettagliatissima e certificata della qualità della ricerca italiana, secondo la quale in serie B ci sarebbero la Bocconi, il Politecnico di Torino, Pisa, Roma Sapienza ed anche Firenze.

Nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico presso il Politecnico di Torino Il premier Matteo Renzi ha parlato chiaro:

Noi dobbiamo avere il coraggio di dire con forza che questa storia […]  per cui non si può in Italia non affermare che non vi siano diverse qualità nelle università è ridicola. Non è che si tratta di dividere le università di serie A e di serie B perché lo fa il governo […] ci sono già università di serie A  e di serie B nei fatti, in Italia

Come fare a non essere d’accordo con Renzi? Bisogna premiare il merito e non si deve avere paura della valutazione e delle classifiche.

Però, la politica ha il dovere di passare dalle parole ai fatti. Tra l’altro, non c’è ragione di attendere, perché abbiamo già a disposizione una classifica ufficiale stilata dall’ANVUR, l’Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema universitario e della ricerca.

Come dice  Renzi,

non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale, allora ci spazzeranno via tutti quanti

Ma quante possiamo pensare di portarne nella competizione globale? Azzardiamo una cifra: non più di 20, ma solo perché vogliamo essere generosi. Infatti, in alcune classifiche internazionali il numero di atenei italiani non raggiunge nemmeno questo numero. Renzi, nel 2013, auspicava una razionalizzazione ben più spinta, immaginando di concentrare le risorse in soli «cinque hub della ricerca», ma ci si può arrivare per gradi.

Quali siano queste 20 università italiane di serie A, ce lo dicono le classifiche stilate dall’ANVUR in base ai risultati della valutazione  VQR 2004-2010, che costituisce

una fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana

come dichiarato da Stefano Fantoni, il presidente dell’ANVUR, in occasione della pubblicazione del rapporto VQR. A riprova dell’affidabilità delle classifiche ANVUR, l’allora ministro Carrozza aveva commentato: «l’Italia entra nell’Europa della valutazione».

Per  conoscere le 20 università che costituiscono la serie A dell’università italiana ci affidiamo pertanto alla classifica ANVUR degli “atenei al top”.

Magnifiche20

La “top 20″ delle università italiane secondo i criteri ANVUR (fare clic sulla tabella per ingrandire). La classifica è stata ottenuta con una semplice operazione di riordinamento effettuata sul foglio Excel fornito dall’ANVUR che contiene tutti i dati necessari per costruire le classifiche delle “università al top”. Gli atenei sono stati ordinati in base ai criteri dichiarati dall’ANVUR: “La graduatoria premia le strutture che hanno lo scarto maggiore tra il numero di aree “azzurre” e “verdi” e il numero di aree “rosse”. Nei casi di ex equo [sic], è stato considerata come migliore la struttura che ha il numero maggiore di aree “verdi””. In caso di ulteriore ex-aequo, sono state considerate migliori le strutture con minor numero di aree rosse, facendo infine ricorso all’ordine alfabetico nei casi non risolti. Seguendo il suggerimento di Giavazzi, le università che non rientrano nelle top 20, andrebbero declassate a “teaching universities”. Previa chiusura dei loro dottorati e dei loro bienni di laurea magistrale, alle università declassate sarà consentito offrire solo corsi di laurea triennali. Tra le escluse “eccellenti”: Pisa, Firenze, Roma Sapienza, Bocconi e Politecnico di Torino.

AteneiTopSerieACosa scopriamo? Bolzano (sesta: complimenti!) e la LUISS (20-esima) ce la fanno, mentre l’elenco non comprende la Bocconi, il Politecnico di Torino, l’Università di Milano e quella di Pisa, la Sapienza di Roma e molte altre, tra cui Firenze. Può dispiacere, ma – come dice il premier – «rifiutare la valutazione dentro l’università e pensare che tutte le università  possono essere brave allo stesso modo è quanto di più non antimeritocratico, ma antidemocratico possa esistere».

Al governo Renzi è stata talvolta imputata una “politica degli annunci” a cui non seguono i fatti. Quale migliore occasione per smentire i propri critici?

La politica ha il dovere di parole chiare e di conseguenze immediate. Ci sono delle università che riescono a competere nel mondo e università validissime, che però hanno un’altra funzione, un’altra missione

Crediamoci fino in fondo e, nell’attesa di sapere chi vincerà il prossimo campionato, suggeriamo al governo di seguire i consigli di Francesco Giavazzi. Per adeguare gli atenei di serie B alla loro missione

i corsi di biennio e dottorato andrebbero chiusi e quei professori riallocati ai corsi triennali

Contestualmente, andrebbero ridimensionati i finanziamenti agli atenei che non riescono a competere, come la Bocconi (che, nonostante quanto scrivono Alesina e Giavazzi, riceve finanziamenti statali) e il Politecnico di Torino, che ha perso la competizione con i cugini del Politecnico di Milano. A Milano, la più titolata “Statale” ha perso il derby cittadino con l’outsider Bicocca e deve farsene una ragione, invece di recriminare sull’arbitraggio per bocca del suo rettore. E pure a Pisa e Firenze tocca scendere in seconda divisione, dura lex sed lex

E se in serie A l’ateneo più a sud è Roma Tor Vergata, non vorremmo che questo alimenti le solite lagne meridionaliste. Infatti, le condizioni di partenza erano uguali per tutti e se qualcuno ha perso deve criticare solo se stesso.

191 Commenti

  1. Non credo che ci saranno 20 università “elette” e non saranno quelle elencate da De Nicolao. Soprattutto non ci sono risorse per fare investimenti, per cui si faranno solo tagli, verranno colpiti una decina di atenei, quelli politicamente meno protetti. Figuriamoci se il governo toccherà mai Torino Politecnico, Bocconi o Firenze, ma si sceglierà accuratamente qualche vittima da dare in pasto al Corsera, Sole 24 ore etc. L’elenco dei condannati non verrà fatto su base scientifica, anche perché la qualità nelle università italiane e’ a macchia di leopardo, ma su base politica. Chi non avrà un politico di riferimento potente verrà dato in pasto al Corsera o al Sole 24 ore, mentre il resto del sistema farà finta di nulla (tanto poi e roba che riguarderà i “terun”).

  2. Se a Pisa la situazione è simile a come lo era quando frequentavo io li l’università (ma penso proprio di si), mi piacerebbe sapere quali corsi andranno a seguire gli studenti del S.Anna e della Normale visto che per i corsi ordinari questi studenti seguono e danno gli esami all’università pubblica e “solo in più” seguono dei corsi e seminari interni alla propria “università”! forse faranno qualche accordo con una delle 20 beneficiate magari una delle più vicine parma, bologna, ferrara.? ;)

    • In Toscana finalmente chiuderà la serie B: Firenze Pisa e Siena. E punteremo tutto su Sant’Anna e Normale.

    • Riporto da wikipedia:

      Normale – “…I normalisti sono a tutti gli effetti studenti dell’Università di Pisa, regolarmente iscritti, e sono tenuti ad espletare tutti gli obblighi didattici che essa impone…”

      S.Anna – “…gli allievi ordinari devono iscriversi ai corsi di laurea dell’Università di Pisa individuati annualmente dal Senato Accademico della Scuola e ne frequentano i corsi sostenendo gli esami previsti dal piano di studio…”

      Quindi si ipotizzerebbe un travaso di tutti i corsi di bienni di laurea magistrale dall’università di Pisa verso S.Anna e Normale (altrimenti anche queste sarebbero costrette a diventare “teaching universities”)?!?

    • Non mi sembra che Firenze non abbia eccellenze, o che faccia cattiva ricerca. Onestamente, mi sembra un’assurdità e uno spreco di risorse chiudere la ricerca in una cinquantina di atenei. Per fare cosa poi? Per risparmiare? Mi sembra strano, visto che penso la maggior parte delle spese di un ateneo provenga dalla didattica. All’estero non mi risulta che esista questa sorta di centralizzazione della ricerca, ma guarda caso in quasi tutto il resto dell’Europa sono messi meglio di noi sulla questione “università” (e non mi riferisco solo alla solita Germania o Inghilterra, anche a paesi non economicamente vincenti). Sono molto perplesso.

  3. allora abbiamo finalmente trovato un aspetto della VQR italiana sulla quale lei è d’accordo: l’area 13 aveva delle valutazioni molto basse rispetto alle altre!
    a parte le battute, davvero non ho capito se da noi si può fare un ref o meno, nonostante vi segua da anni, ammetto che è una mia colpa

    • REF sta a VQR come un protocollo medico dell’OMS alla pranoterapia.

      ROARS ha proposta di adottare il modello REF per la prossima VQR: https://www.roars.it/proposte-per-la-prossima-vqr/
      Non credo che verremo ascoltati. Avremo nuova bibliometria fai-da-te condita con improbabili informed peer review.

      Sul fatto che una valutazione nazionale della ricerca sia utile: io penso proprio di no (anche se solo qualche anno fa ho sostenuto il contrario…)

    • Ci sono poi anche i REFugees (si chiamano cosi in gergo quelli che il dipartimento decide di non mandare al REF e che vengono penalizzati per questo), c’e’ il famoso impact che a me sembra una delle invenzioni piu maldestre di tutti i tempi (ho assitito con i miei occhi ad una talk dove un biologo brillante raccontava di come era riuscito a farsi citare da un local council…venendo dall’Italia e pensando ai consigli regionali e provinciali de noantri mi sono dovuto trattenere per evitare di rotolarmi a terra dalle risate pensando che cose di questo tipo possano avere una qualsivoglia relazione con la validazione del valore del lavoro accademico) e ci sono le pressioni per fare domande per fondi continuamente. il REF e’ un enorme esercizio di accountability che ha costi stellari, che devia artificialmente la direzione della ricerca e che a mio parere ha risultati al massimo molto misti. Dal mio punto di vista personale (intendo per quanto mi riguarda) e’ inutile per il semplice fatto che io, come credo la maggioranza dei colleghi, vado a lavorare non perche il REF me lo impone ma perche mi piace e mi sembra giusto cosi (e perche ogni mattina mi sveglio e faccio una breve preghiera laica per ringraziare che ho un posto dove andare).

  4. Le chiacchiere su università di serie A e di serie B, come tutte le posizioni massimaliste, contribuiscono a nascondere i veri problemi. Io credo che sia necessario incrementare il numero dei laureati e che per questo sia opportuna una maggiore concentrazione degli sforzi e delle risorse di docenza sul primo livello di laurea. Se la distribuzione delle risorse seguisse le necessità didattiche, questa maggiore concentrazione dovrebbe prodursi automaticamente se solo una minoranza dei laureati proseguisse con la laurea magistrale . Questo effetto avrebbe luogo se venisse confermato e rafforzato il valore legale della laurea triennale. Ad esempio bisognerebbe esigere che le amministrazioni pubbliche, in ottemperanza a disposizioni già in vigore , evitassero di richiedere la laurea magistrale nei concorsi per posizioni non dirigenziali e consentissero comunque ai laureati triennali che hanno all’attivo cinque anni di impiego nelle pubbliche amministrazioni la partecipazione ai concorsi per posizioni dirigenziali. Un intervento analogo di valorizzazione delle lauree triennali potrebbe essere disegnato per l’accesso agli ordini professionali per le professioni non regolate in sede europea. Infine si potrebbe consentire ai laureati triennali di concorrere per l’ammissione ai TFA, cioè al tirocinio per l’insegnamento. Bisognerebbe anche resistere alla tentazione di conferire valore legale al dottorato di ricerca.

  5. secondo me, le università sono tutte uguali sicuramente dal punto di vista dello stipendio.
    tutti gli ord. prendono lo stesso stipendio.
    tutt gli ass. prendono lo stesso stipendio.
    tutti i ric. a tempo ind. prendono lo stesso stipendio.
    tutti i rtd prendono lo stesso stipendio.

    come fai a dire che una è meglio di un’altra se tutto è così piatto?

    io ora, nonostante un bel cv non sono neanchè più precario, non sono nulla, ma se un ateneo mi dicesse: “rtd a 500 euro al mese, prendere o lasciare”, io direi “prendo”, ma questo non è possibile perché c’è il contratto collettivo nazionale o qualcosa di simile, e se un ateneo non arriva a quella cifra, non può assumere.

    All’estero (e questo Renzi non lo sa, ma farebbe bene ad informarsi), si può negoziare lo stipendio, e di conseguenza, trovare la giusta soluzione caso per caso, persona per persona, una possibilità non si nega a nessuno.

    togliamo gli stipendi fissi, o contratti collettivi, allora sì che si può avere la competitività………..

    Siete d’accordo?

    • No non c’è un contratto collettivo nazionale per i professori/ricercatori delle università in Italia.

  6. @Alberto Baccini,

    però prendono tutti lo stesso stipendio, non è vero?

    Io volevo solo dire che se il sistema è piatto, non può esserci competitività,

    secondo me, le università sono tutte uguali sicuramente dal punto di vista dello stipendio.

    tutti gli ord. prendono lo stesso stipendio.
    tutt gli ass. prendono lo stesso stipendio.
    tutti i ric. a tempo ind. prendono lo stesso stipendio.
    tutti i rtd prendono lo stesso stipendio.

    come si fa a dire che una è meglio di un’altra se tutto è così piatto?

    • Gli stipendi sono differenziati per anzianità/contratto di lavoro nelle varie fasce.
      La Gelmini ha introdotto gli scatti stipendiali basati sul “merito”.

      Non sono del tutto sicuro che per università/ricerca sia semplice stabilire un legame tra salario e produttività. Non lo è per lavoratori meno complessi, figuriamoci in questo caso.

      L’idea che si debbano dare incentivi monetari e che siano efficaci nel mondo della ricerca a me non convince per nulla.
      Per ragioni che sono spiegate più o meno da Robert Solow in un libro di molti anni fa: “Il mercato del lavoro come istituzione sociale” (Il mulino).

  7. Le prediche sulla competizione e sull’eccellenza sono convincenti quando vengono da un pulpito credibile. Il Partito Democratico, in particolare, sembra avere ottime credenziali per riformare scuola e università. Secondo Renzi, «Ci sono università di serie A e di serie B, ridicolo negarlo». Che avesse in mente gli atenei in cui si sono formati i membri del Dipartimento Istruzione del PD?


    ___________________________
    Ora e sempre: W L’IGNIORANZA!

    • @Nicolao a proposito di “un’anno di governo” e “viva l’ignioranza” (e anche @Pastore a proposito delle 90 universita’) … ieri sul Corriere c’era un articolo della signora Fragonara in Letta http://www.scienzainrete.it/files/una_riforma_a_meta_non_salva_la_scuola.pdf che sparava a zero sulla “Buona Scuola” (confesso di avere tenuto in evidenza per mesi l’URL del documento del Governo ma di avere trovato il tempo di leggere solo un paio dei dodici punti … e quello sulla risoluzione del precariato non mi pareva neppure malvagio) … peccato che la signora e’ la stessa che era stata ripresa da ROARS per le 90 universita’ …

      A Milano si dice “s’emm in man del Pojan”

  8. @Alberto Baccini:

    siamo d’accordo,
    non ho detto che sarebbe meglio l’incentivo monetario,
    ho semplicemente detto che se il sistema è questo, è inutile parlare di competitività.

    la competitività si fa con le persone, ma vanno pagate.
    ora, ci sono moltissimi precari con tanto curriculum espulsi dal sistema (anche perché non ci sono i soldi).

    Il sistema è piatto e fa fuggire all’estero (da anni) gli espulsi con curriculum molto grande.

    Chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori.

    Ma, secondo Lei, con un sistema così, si può parlare di competitività?

  9. Attenzione a quando si parla del REF inglese e si compara questo alla VQR.
    Bisogna tenere conto che:
    1. Il governo assegna dei fondi direttamente in base al risultato e questi fondi sono legati al numero di personale FTE (full time equivalent).
    2. Non tutti devono sottomettere qualcosa. Infatti non e’ previsto nessuna penalita’ per il personale inattivo (che si trova spesso in gran numero anche nelle universita’ prestigiose). Semplicemente se non sei nel REF, sei un docente a tempo pieno e ti viene assegnato un carico didattico tipo scuola superiore. E ovviamente se non sei nel REF non fai carriera o se l’hai fatta sei uno dei primi ad essere sbattuto fuori in caso di ristrutturazione.
    3. Molte universita’ “barano” e per migliorare il proprio profilo assumono (part-time) studiosi internazionali per mettere le loro pubblicazioni nel REF.

    Per capire la differenza, LE universita’ (oxford e cambridge) hanno un personale attivo rispettivamente dell’87% e del 95%.
    Per essendo tra i valori piu’ alti in UK (altre hanno cifre ridicole fino ad infimi livelli come il 7%).
    Tradotto in numeri circa 100 staff a Cambridge e quasi 400 ad Oxford non ha prodotto ricerca “utile” negli ultimi 6 anni.
    In Italia li chiamerebbero fannulloni!
    Qui i dati e discussione: http://www.timeshighereducation.co.uk/features/ref-2014-rerun-who-are-the-game-players/2017670.article

  10. Peccato che si sia costretti a prenderlo in considerazione e perfino a replicargli a causa del posto dove è incredibilmente arrivato. Altrimenti lo si potrebbe semplicemente liquidare con un evangelico “non sa quello che fa” (cui aggiungere, visto che straparla H24, “non sa quello che dice”)

    • In questo caso ripete la manfrina che qualcun altro gli ha insegnato. Sono anni che i presidenti del consiglio, ministri e sottosegretari ripetono la stessa cosa.
      E considerando che si sono succeduti personaggi dai piu’ disparati background (da sinistra a destra), ma con la costante della nullita’ politica, sono sicuro che la regia di questo va ricercata altrove.

    • Non c’è dubbio, non cambia assolutamente niente di una virgola da molti, molti anni. Ed è uno dei segni più notevoli che rendono trasparente come il nostro povero paese sia da tempo commissariato ed eterodiretto dall'”altrove” cui alludi e che non è poi di così difficile individuabilità.
      Il simpatico elemento differenziante dell’attuale mandriano consiste “solo” nel fatto che, come ha ricordato pochi giorni fa quel brav’uomo di Verdini, non fa prigionieri, ovvero va sempre, brutalmente e senza il minimo scrupolo fino in fondo. A ben guardare, il suo faro politico-esistenziale è andato fino in fondo solo, tutto sommato, sull’università (ahinoi); il successore bocconiano solo, tutto sommato, sulle pensioni; il trucidato dall’attuale mandriano praticamente su niente; invece costui centra e centrerà per altri tre anni come un bulldozer un colpo dopo l’altro un po’ su tutti i fronti. Tutto quello che vuole peggiorare e involgarire (o, se si preferisce, tutto quello che è stato incaricato dal suddetto “altrove” di peggiorare e involgarire; incarico, peraltro, che svolge con vivissima sympatheia e tutt’altro che obtorto collo), sta peggiorando e involgarendo e peggiorerà e involgarirà. L’importante è che ne siamo consapevoli.
      Una sola obiezione, circa quel “da sinistra a destra”. Non stiamo a guardare ingenuamente alle “targhe” che ognuno si dà e sotto cui parla o straparla e legifera: la verità è che è stata sempre e solo un’enorme, onniabbracciante, trionfante destra (del resto, come potrebbe essere altrimenti, dato che praticamente solo essa è rimasta?). Una destra bancariafinanziariatecnocraticaaziendalconfindustriale (da noi con aggiuntiva, canonica e sempre utile spruzzata clericofascista), animata, nel migliore dei casi, da illimitata indifferenza per tutto ciò che è cultura, istruzione, scuola, università e ricerca: nel peggiore, da feroce e trivialissima ostilità

  11. Credo che bisognerebe fare un discorso più generale. Assumiamo per semplicità che la qualità della didattica e dell’attività accademica siano distribuite normalmente, si può pensare la stessa cosa della ricerca? Credo di no.
    La qualitàdella ricreca dipende da una serie di variabili non inidpendenti che in ultima analisi hanno a che fare con i fondi disponibili. Se non spendo quasi tutti ifondi per stipendi del personale, posso dedicare dei fondi alla ricerca e se fornisco dei fondi i docenti possono costruire o rafforzare dei network, chiamare docenti importanti con i quali fare ricerca e didattica d’eccellenza e scrivere qualche articolo. Oppure organizzare convegni e quant’altro. Ho memoria di docenti la cui produiobe scientifica è semplicemente esplosa quando hanno avuto disponibilità di fondi non comparabili ai livelli medi. Bolzano è tra le top 10, non mi sorpende affatto, quanti fondi gira a statuto speciale all’univerità? SE viceversa il FFO erve solo a pagare gi stipendi del personale, allora la ricerca è ricondotta a una dimensione di bottega, non di manifattura e i risultati sono quelli delle classifiche, purtroppo. Non si può competere se non hai fondi da lustri, se non puoi pagarti nnemmeno una fee per un convegno, le classifiche sono distorte dalle condizoni di partenza che sono troppo difformi. E’ come sostenere un incontro di muay thai con le braccia legate dietro la schiena, puoi accennare una qualche difesa, ma l’esito è certo.

    • marcello: “Credo che bisognerebe fare un discorso più generale. Assumiamo per semplicità che la qualità della didattica e dell’attività accademica siano distribuite normalmente, si può pensare la stessa cosa della ricerca? Credo di no.”
      _______________________
      E invece, credo di sì, quanto meno a giudicare dai voti VQR (sempre che misurino qualcosa):

    • Per questo tipo di performance istituzionale, la letteratura insegna che le classifiche sono inaffidabili e potenzialmente dannose (per chi le usa come riferimento). Queste considerazioni sono del tutto compatibili con una distribuzione normale (= gaussiana), che va comunque verificata sul campo.

  12. ***********!!!
    Ecco, dopo qualche notte a scrivere gli ultimi contributi alle nostre belle conferenze scientifiche (perché di giorno molto del tempo è dedicato ad altro), pensieri e parole, indicibili, mi hanno assalito dopo aver letto le dichiarazioni di Renzi.
    Ed ancor più oggi non posso che ********************!!! visto che questo dovrebbe essere anche il presidente, giovane, dinamico, riformista, rottamatore che, provenendo dalla mia parte politica, quella in cui da ragazzo ho creduto illudendomi, dovrebbe risolvere i problemi del nostro paese.
    Ma, d’altronde, cosa possiamo aspettarci da chi, gasato, si presenta alla corte di un Marchionne che, dopo 100 e più anni e tanti contribuiti statali, ha portato la fiat all’estero (solo per non pagare le tasse)
    Vorrà dire che molti ricercatori giocheranno in serie B. Pazienza: l’importante è giocare e divertirsi, non necessariamente vincere.
    Mi domando se questi politici (tutti di serie A, compreso il ministro Giannini) si rendono conto che l’intero paese è ormai ben oltre la serie B.
    Viva l’ITALIA (con l’apostrofo)

  13. Renzi parla e si scatena un putiferio sulla serie A e B.
    Se fosse stato qualcun altro e non il Presidente del Consiglio si sarebbe potuto sorridere per almeno un paio di informazioni false messe ad arte in un discorso a tesi (a pensar male…):
    .
    1) 90 universita’ ???? Ma come conta ? Le universita’ statali sono 66. Se si includono gli istituti di alta formazione come SNS, SISSA, etc arriviamo a 74.
    Per arrivare a 96 ci dobbiamo mettere le universita’ private, telematiche incluse.
    Troppe, poche ? In Francia (popolazione confrontabile) sono 81 le statali e in Germania 110 tra universita’ ed universita’ tecniche (Technische Universitaet), tenendo da parte le Universita’ per le Scienze Applicate (Fachhochschulen). Siamo alla solita fuffa confindustrial-bocconiana.

    2) Chi e’ che non si fa valutare ? Le universita’ italiane ? E cosa sono VQR, valutazioni interne, SUA-AVA, valutazioni della didattica … ? Esercizi sportivi per docenti affaticati ? Qui siamo agli artifici retorici per giustificare il messaggio principale.
    .
    Naturalmente il Nostro non e’ stato minimamente sfiorato dall’ idea che la valutazione di un sistema come quello universitario e’ cosa complessa attualmente lasciata in mano di un gruppo di dilettanti (direttivo anvur) al di fuori (loro si’ ) da ogni valutazione.
    .
    Ma questi sono dettagli. Il vero fine dell’ intervento e’ chiaramente quello di ribadire e preparare il terreno all’ implementazione, nella Buona Universita’ prossima ventura modellata sulle 100 idee di Confindustria per rilanciare la scuola (L’Education per la crescita” https://www.roars.it/tag/leducation-per-la-crescita/ ).
    .
    Basta andare ai punti
    .
    12. Ridurre il numero di Atenei generalisti e multilivello.
    .
    e
    .
    13. Sostenere la specializzazione delle realtà universitarie di nicchia/territorio.
    .
    Per capire chi e’il vero ghost-writer di Renzi.
    Anche i punti dal 71 in poi meriterebbero un’occhiata per poter predire quello che sentiremo nelle prossime settimane dal Presidente del Consiglio e il resto del suo Governo.

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