Il Ministro Profumo ha da poco varato il bando Prin 2011 (e poi una modifica): si tratta del finanziamento, di circa 175 milioni di euro, di tutta la ricerca di base del paese per il biennio 2010-2011 (e già siamo un po’ in ritardo). Quelli che speravano che l’operato del nuovo ministro rappresentasse un’inversione di marcia rispetto a quello del suo tristo predecessore, caratterizzato dal cocciuto perseguimento dello smantellamento della ricerca di base e dell’università pubblica, sono rimasti freddati sul colpo. L’architettura del bando, oltre ad essere basata su presupposti molto discutibili, è caratterizzata da una serie di regole tali da rendere la scelta dei progetti vincitori una sorta di gioco enigmisticoGiuseppe de Nicolao, della redazione di Roars, ne ha analizzato i meccanismi paragonando la soluzione del problema della scelta dei progetti ad un famoso gioco enigmistico, il kakuro.

Il presupposto del bando, come ha illustrato il Ministro Profumo, è che vi sia la necessità nel nostro paese di forzare la formazione di progetti su scala nazionale a cui collaborino grandi gruppi di ricercatori e che solo alcuni di questi siano finanziati. I numeri dicono che, rispetto allo scorso bando del 2009, nonostante l’incremento del 70% delle risorse totali, il finanziamento medio annuale potrebbe cambiare di poco (i progetti dureranno tre anziché due anni) ed il numero di progetti approvati secondo le nuove regole potrebbe rimanere circa uguale, senza pertanto compensare il mancato bando del 2010. Inoltre, come scrive De Nicolao “La struttura del bando suona le campane a morto per tutte le ricerche che non hanno speranze di coagulare una sufficiente massa critica e di attirare i gruppi scientificamente più forti. In particolare, ne soffriranno i ricercatori che lavorano da soli o in piccoli gruppi e quelli che coltivano ricerche “di nicchia” otroppo innovative per avere già largo seguito”.

Margherita Hack ed alcuni suoi colleghi hanno criticato il bando mettendo in risalto che molte scoperte importanti sono state ottenute da piccoli gruppi di ricercatori che hanno avuto la possibilità di sviluppare ricerche magari di nicchia in un certo momento, ma che si sono rivelate di grande importanza in un secondo tempo. Ci sono, infatti, molti ambiti in cui la ricerca non richiede dei grandi finanziamenti e per questo non è sufficiente finanziare l’eccellenza in pochi centri, ma bisogna anche provvedere ad un finanziamento sufficiente della “ricerca diffusa” nelle università, senza però ritornare ai finanziamenti a pioggia.

L’aspetto più sorprendente del bando è però rappresentato dalle astruse regole di selezione dei progetti: una preselezione nell’ateneo di cui fa parte il coordinatore ed una selezione nazionale. Come illustra De Nicolao in maniera tanto dettagliata quanto spassosa, “per affrontare il meccanismo di preselezione, l’università italiana dovrà trovare la soluzione di un rompicapo numerico che è una variante del kakuro”: in particolare dimostra che, dati i diversi vincoli, “la complessità del problema reale è tale da porre in difficoltà ogni tentativo di ottimizzazione manuale senza l’ausilio di algoritmi computerizzati.”

Purtroppo quello che succederà in pratica sarà molto più terra-terra della soluzione di un astruso problema matematico d’ottimizzazione. Nelle parole di De Nicolao: “Il processo che è stato appena delineato comporta una serie negoziazioni e concertazioni che hanno a che fare più con la teoria dei giochi che con la naturale competizione scientifica. Ne risulterà una perdita di tempo e di energie il cui unico risultato sarà di mettere una toppa molto parziale alle falle del bando ministeriale. … Le regole di questo Prin faranno dipendere l’approvazione dei progetti da un inestricabile intreccio di giochi tra atenei e aree disciplinari. La concertazione tra atenei, suggerita dallo stesso ministro, deve fare i conti con un rompicapo numerico la cui soluzione efficiente, più che essere affidata ai rettori, richiederebbe l’intervento di esperti in algoritmi computazionali… Alla luce di tutto ciò, la soluzione migliore è ritirare il decreto e sostituirlo con un bando più razionale e gestibile.”

Insomma il Ministro dice di aver modificato il bando Prin perché vuole concentrare le risorse su pochi progetti attraverso una selezione di merito, ma ha invece costruito un marchingegno che fa un mestiere molto diverso. Come dimostra De Nicolao, e come d’altra parte nota anche Guido Tabellini, non concentra le risorse in modo significativo e soprattutto più che tener conto  del merito premia l’abilità enigmistica dando un ruolo rilevante alla contrattazione nella preselezione dei progetti e dunque all’arbitrio delle singole università e dei loro rettori.

Eleuterio Ferrannini ha formulato un’ipotesi di lavoro, di tipo genetico, rilevante per la genesi del PRIN-kakuro su cui vale la pena riflettere: “Ma vada come vada, abbiamo bisogno di una spiegazione, o almeno di un’ipotesi di lavoro: ebbene, la teoria della mutazione somatica ce l’offre. Prevede che anche persone intelligenti, capaci ed esperte (nel loro specifico settore), quando investite di funzioni gestionali cambiano rapidamente fenotipo adottando quello dei più ingessati ministeriali di lungo corso, sofismi e latinorum inclusi. …Certo, appena scampati al tunnel neutrinico della Gelmini ci sembra di essere sparati in un altro tunnel, dal quale vediamo allargarsi lo spread con agenzie di ricerca sensate (tipo NIH o MRC) ma poca luce di buon senso. Ma ora, se volete, abbiamo una teoria scientifica alla luce della quale possiamo leggere questi, e simili, fatti del nostro vivere in Italia. E più non dimandare.” Ma ora, vada come vada, tutti a compilare il più grande Prin-kakuro di tutti i tempi!

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano

 

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6 Commenti

  1. Sul contesto ideologico entro cui si muove Profumo e che in qualche modo il nuovo ministro interpreta e “agisce” mi permetto di rimandare a Michele Dantini, “Nostra Signora Innovazione”, in: Il Manifesto, 14.1.2012, pp. 10-11, adesso anche online @ http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120114/manip2pg/10/manip2pz/316445/

    Forse non vi è sufficiente consapevolezza, all’interno dell’università, del consolidamento di un disegno che possiamo senz’altro definire egemonico; e che può modellare, nell’immediato futuro, in profondità carriere, opportunità e ruoli sociali. Un caro saluto MD

    “L’argomento della superiorità del modello tecnico-quantitativo nelle politiche dell’istruzione incontra resistenza nel «talento» del ricercatore individuale: è questo il suo nemico. Che cosa significa, ci chiediamo, la celebrazione del «talento collettivo» promossa da Richard Florida e dalla sua scuola, attiva anche nel nostro paese, cui pure recenti dichiarazioni del ministro della ricerca e dell’istruzione scientifica rimandano? La collaborazione tra ricercatore e «sistema» ha precisi limiti di sostenibilità, a parere di chi scrive: oltrepassati tali limiti l’organicità o «adattabilità» (ai contesti di mercato, a economie in costante trasformazione, alla mutevole domanda di servizi, a istanze sociali che premono, a network accademici) smette di essere inventiva per divenire mera condizione subalterna. Nelle discipline storiche e sociali la logica della scoperta non è sistemica, né può verosimilmente prescindere dall’elemento biografico e autobiografico. Dunque la posta è: correggere disfunzioni o (sul modello indiano o sino-asiatico) predisporre università che selezionano conformismo?”

    • Grazie per il commento ed anche per la segnalazione di “Nostra Signora Innovazione”, che è ricco di spunti degni di nota. Il dibattito italiano sull’innovazione, appiattito sull’utilitarismo immediato, non riesce a tenere il passo con la realtà, che corre più veloce di molti suoi (presunti) interpreti.

  2. Condivido pienamente tutto quanto riportato da Francesco Sylos Labini e da coloro
    che Francesco cita fra cui la Hack che insieme ad altri nomi eccellenti ricorda che esiste anche la ricerca di nicchia dichiarando che ci sono, infatti, molti ambiti in cui la ricerca non richiede dei grandi finanziamenti e per questo non è sufficiente finanziare l’eccellenza in pochi centri, ma bisogna anche provvedere ad un finanziamento sufficiente della “ricerca diffusa” nelle università, senza però ritornare ai finanziamenti a pioggia. Condivido pienamente. Io sono associato in Bioinformatica e attualmente ho un gruppo attivissimo che pur senza finanziamenti sta producendo ottimi risultati; nello scorso PRIN avevo presentato un progetto con due unità di cui ero finalmente coordinatore nazionale; il mio progetto fu
    valutato con 58/60 ma non fu finanziato ahimè e quest’anno avendo prodotto molto speravo di farcela. Invece no! Siamo tornati indietro, ma indietro di molto… cosa sta accadendo? Siamo ritornati alla logica del vecchissimo PRIN, quando non si chiamava PRIN ma 40%, e allora si
    creavano le numerosissime cordate gestite nella peggiore logica baronale che portava semplicemente a una spartizione di denaro pubblico fra le baronie senza alcuna reale finalità scientifica. In questi giorni si parla di cordate gestite non solo dai baroni ma addirittura dai baroni “EMERITI” . Non mi sembra che questo significhi dare spazio ai giovani!

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