Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente testo firmato da:

Calogero Massimo CAMMALLERI (Università di Palermo), Andrea ABATE (Università di Salerno), Emma BUONDONNO (Università Federico II), Adriana BRANCACCIO (II Università di Napoli), Petronia CARILLO (II Università di Napoli), Armando CARRAVETTA (Università Federico II), Marco COSENTINO (Università dell’Insubria), Brunello MANTELLI (Università della Calabria), Maurizio MATTEUZZI (Università di Bologna), Valeria MILITELLO (Università di Palermo), Enrico NAPOLI (Università di Palermo), Ugo OLIVIERI (Università Federico II), Giorgio PASTORE (Università di Trieste), Delia PICONE (Università Federico II), Sergio BRASINI (Università di Bologna), Giorgio TASSINARI (Università di Bologna)[1]

NdR: La redazione di Roars ha convenuto di dare spazio alla discussione sul ruolo unico pur non condividendo tale proposta. Le opinioni di alcuni dei redattori di Roars potranno essere lette nei commenti al presente articolo. Le due principali obiezioni che la redazione di Roars muove rispetto alla proposta sono

  1. essa si presta ad essere utilizzata quale strumento per aumentare il grado di burocratizzazione delle università poiché aggiunge alla pletora di strumenti di valutazioni allo stato esistenti, un ulteriore livello di “valutazione continua” dei singoli ricercatori;
  2. a fronte di ciò la proposta non pare apportare alcun beneficio ai numerosi ricercatori non strutturati ed in formazione che vedono incombere sulle loro teste il rischio dell’espulsione dal sistema.

 


Perché il ruolo unico

 

C’è chi dice che il ruolo unico della docenza universitaria c’è già: professori ordinari e associati sono solo due fasce di un unico ruolo. Alla lettera della normativa vigente è vero[2]. Ma è difficile spiegare a colleghi stranieri come mai un unico ruolo preveda così tante differenze di diritti a parità di doveri. Ultimamente, di là di motivazioni di principio, sta aumentando l’interesse da più parti, in ambito accademico, ma anche politico[3],[4], per discutere e studiare possibili implementazioni operative di un vero ruolo unico della docenza universitaria, e questo semplicemente per ragioni di efficienza del sistema e anche di adeguamento alle condizioni di emergenza in cui si trova l’Università.

Prima di tutto qualche numero riguardante la composizione del corpo accademico (professori e ricercatori, di qui in avanti semplicemente docenti). Essa si è assottigliata sempre più negli ultimi anni con un sensibile invecchiamento del corpo docente.

Secondo l’ufficio statistica del MIUR[5] – dati riferibili ai 66 atenei statali e ai 25 non statali – nel 2008 il corpo accademico era formato dal 62.768 docenti.

Di questi fino al 2013 ne sono stati perduti 9.322, pari al circa il 15% del totale, e ci siamo ridotti a 53.446.

Quello che è più allarmante è i pensionamenti del 2014 e del 2015 saranno di 781 che, con  proiezione al 2018, ascendono a 1.437; cioè perdiamo 10.000 docenti in un decennio, mille l’anno, 500 al semestre accademico.

Ancora più allarmante si rivelano i dati sulla composizione del corpo docente.

Al 2013 esso è composto da 13.890 ordinari (di cui solo 2935 donne). Di questi solo 23, di numero– meno del due per mille – sono infra quarantenni, e nessuna donna. Non va meglio se consideriamo la coorte fino ai 45enni, solo 419, meno del 3 per cento stavolta e solo 80 donne, né se la estendiamo fino ai cinquantenni: solo 1.835 (poco più dl 10%) di cui solo 338 donne.

Facendo una proiezione al 2018 sulla base dei dati del 2013, fino a quell’anno andranno in pensione 2.752 ordinari e non ci sarà nessun ordinario infra-quarantenne. Il corpo docente ultra sessantenne sarà di ben 18.800 docenti su 53.000, quello infra-cinquantenne sarà solo di 4.145 di cui solo 419 ordinari e solo 781 associati.

 

Non è perciò un’esagerazione affermare che siamo in presenza di una concreta emergenza.

 

Essa, tuttavia, non risiede nei numeri in sé considerati, quelli semmai possono indurre ad agire con urgenza: sarebbe a dire con provvedimenti contingenti o peggio – tanto per citare il libro Maurizio Matteuzzi a proposito dell’innominabile ministra – con riforme “epocali”, ammannite sotto varie egìde, dentro qualche tunnel di neutrini o dentro “i carceri” per fannulloni[6]

 

L’emergenza  crediamo vada invece aggredita alla radice,  eliminando le determinanti causali, che, se non rimosse, inevitabilmente  ridetermineranno nel futuro prossimo una nuova emergenza. E la causa strutturale di tale emergenza non risiede, a nostro avviso, né nel blocco delle assunzioni, né nei vari meccanismi concorsuali o selettivi o idoneativi o abilitativi, né nel centralismo o nel localismo del reclutamento e degli avanzamenti, tutti del resto già sperimentati nel corso dei lustri passati.

 

La causa è appunto strutturale, cioè è quella di un sistema che non ha saputo adeguare il proprio statuto ai tempi: e ciò in secula seculoroum. Il “sistema università” è ancora una riproduzione – abbastanza fedele – del sistema feudale che, com’è a tutti noto, è un sistema che più tecnicamente invera la “rete vassalla”.  Un sistema rigidamente gerarchico basato sulla fedeltà personale del vassus al suo signore, cioè colui che lo aveva “creato”. Questi gli concedeva la giurisdizione sul feudo attribuitogli e i conseguenti proventi derivanti dall’attività del restante 98% della popolazione: contadini liberi e dai servi della gleba, cioè ricercatori e precari. Il sistema feudale codifica che l’inferiore, a ogni livello, assuma obblighi e impegni solamente col suo immediato superiore, a cui deve il beneficio, come il … “barone creatore”. In assenza di questa semplice regola d’ordine e di ordinamento il sistema non si reggerebbe. E infatti sappiamo che nella società moderna è scomparso. Tranne che all’università tuttavia, dove ancor oggi ancora impera, vieppiù dopo gli interventi degli ultimi ministri. Gli interventi di “riforma”, sempre pubblicizzati sotto la réclame della lotta al baronato universitario, hanno invece incredibilmente rafforzato il “rapporto vassallatico-beneficiario”. Ne sono testimonianza diretta l’esclusione dei ricercatori e degli associati dalle commissioni di concorso[7], l’assoggettamento dell’Università all’ANVUR[8] (con toni e modi da un “campiere o soprastante”) e tramite essa al potere politico di turno, l’esautoramento del Senato Accademico nel governo degli atenei e così via. E non è stata un’eterogenesi dei fini. È stata un’apocalisse.

 

Che l’università sia organizzata in un sistema feudale o, con ossimoro beffardo, in una democrazia feudale, è testimoniato dall’organizzazione della componente docente del sistema: i suoi costituenti, cioè precari, ricercatori, professori associati, professori ordinari, pur svolgendo taluni di fatto (precari e ricercatori) tal altri di diritto (professori associati e professori ordinari), le stesse medesime indistinguibili funzioni basiche, cioè ricerca e insegnamento della loro ricerca, godono di un differente sostanziale regime giuridico, e ciò perfino laddove la legge sembri proclamarne l’unità: cioè nel caso dei professori di prima e di seconda fascia.

La differenziazione di stato giuridico tra soggetti che svolgono le medesime funzioni:

– da un lato è una distinzione artificiale: se nessuno avesse la casacca diversa nessuno se ne potrebbe accorgere osservando l’uomo al lavoro;

– da un altro è una distinzione artificiosa: serve per mantenere in vita quel corpo artificiale che altrimenti vita non avrebbe.

La differenziazione di stato giuridico si concreta empiricamente da un lato nel “monopolio della riproduzione” e da un altro nel “monopolio di governo”; monopoli, entrambi affidati a un manipolo di soli professori ordinari, i signori; gli unici soggetti che possono governare e “creare” i ricercatori e i professori della loro “rete vassalla”. Il sistema feudale è qui dunque perfettamente riprodotto: solo l’ordinario cioè il “superiore” beneficiario (della fedeltà) può legittimare l’“inferiore” (suo vassallo) e tale rapporto feudale dura a vita, (certo qualche anarchico ogni tanto scappa, ma basta isolarlo e non dargli troppo peso, ché tanto da sé stesso non si potrà riprodurre!) e si badi esso è sì forte che riproduce la relazione vassalla anche all’interno della cerchia dei professori ordinari. Sebbene con qualche attenuazione, la rete vassalla, attraverso il meccanismo non scritto del professore ordinario anziano e potente (quello che la vulgata non a caso appella barone) è il beneficiario della fedeltà di molti professori ordinari giovani. È così che il “barone” esercita la sua signoria nelle commissioni di concorso e nel governo dell’università. Tramite la sua rete, la sua la “politica” si riproduce e la somma di esse costituisce alla fine la politica universitaria.

 

Proviamo solo a riflettere su quanto un sistema di governo che si basa sul “rapporto vassallatico-beneficiario” sia ancora utile per l’università (ammesso che mai lo sia stato) oppure di quanto possa esserle oggi particolarmente dannoso, poiché oramai, com’è testimoniato dalle statistiche accennate, esso è perfino incapace di rigenerarsi. E questa incapacità del 2% della popolazione rischia di trascinare con sé tutto il restante 98%.

 

Dal punto di vista dell’efficienza del sistema, l’apartheid tra le fasce della docenza imbriglia le energie nuove e quelle più fresche e quelle più audaci, perché la ricerca di chi dipende, per la propria carriera, dal rispetto del patto non scritto – e per tale ragione maggiormente insidioso –  di “omaggio vassallatico-beneficiario” non può essere libera e indipendente. Un Paese senza libertà di ricerca e d’insegnamento della ricerca libera è anche un paese senza possibilità d’innovazione. Un paese senza innovazione è un Paese che muore. Ci si passi il brutto termine: occorre “defedaulizzare” l’Università e occorre farlo in fretta, molto in fretta; farlo prima di ogni altra riforma si voglia fare, anzi farlo come premessa necessaria a ogni rinnovamento.

E l’unico “vero” modo per farlo, come suggerisce il titolo più che appropriato, icastico, del convegno di Torino è “rivoluzionare” il sistema o – in altri e più chiari termini – passare dalla “rete vassalla” al “ruolo unico”, perché se no, mentre a Roma si discute dell’ennesima riforma sistemica l’Università, L’Università quella statale, libera, pubblica, sarà espugnata da quella privata, mercantile e – solo younghianamente –  “meritocratica”!

 

E il merito? Non viene calpestato ipso-facto da questa idea del ruolo unico? Ma che cultura del merito c’è in un sistema, come quello attuale, in cui il passaggio di fascia garantisce a vita una rendita di posizione, appena solo mitigata dal meccanismo delle mediane per le commissioni di concorso?  Paradossalmente, per chi considera la battaglia per il ruolo unico come l’anticamera della negazione del merito, agitando vieti spauracchi di appiattimento verso il basso, un ruolo unico in cui la progressione stipendiale e l’accesso alle cariche apicali siano costantemente vincolate alla valutazione positiva, non una tantum ma costante, diventa un vero e verificabile traguardo di implementazione della vera meritocrazia nei fatti e non negli slogan.

 

[1]                 I firmatari sono tutti componenti del Co.N.P.Ass. – Coordinamento Nazionale dei Professori Associati delle Università Italiane

[2]                           D.P.R. 11 luglio 1980, n. 38, art. 1 – “Il ruolo dei professori universitari comprende le seguenti fasce: a) professori straordinari e ordinari; b) professori associati.”

[3]                 “Il Ruolo Unico: una rivoluzione necessaria? Discussione nazionale nella prospettiva di una riforma dello stato giuridico della docenza universitaria”. Convegno, organizzato dalla Rete 29Aprile, 2 marzo 2015, Politecnico di Torino.

[4]                 ” Ruolo Unico della docenza: una via di fuga o una soluzione? Università di Università di Bari “Aldo Moro”, 14 ottobre 2013.

[5]                           http://statistica.miur.it/scripts/personalediruolo/vdocenti0.asp

 

[6]                 Matteuzzi M (2014) I neutrini, i carceri e le egìde. Cronaca di una riforma epocale. Aracne Ed. ISBN 978-88-548-6870-0

[7]                 Legge 30 dicembre 2010, n. 240, art. 16 comma 3 lettera f.

[8]                 Legge 30 dicembre 2010, n. 240, art. 1 comma 4.

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120 Commenti



  1. Un drappello di volenterosi non può pensare di imprimere la direzione ad un’armata equipaggiata di tutto punto. Crediamo davvero che un governo che ha varato il Jobs Act e che, per bocca di Renzi e Spicola, rilascia dichiarazioni del tutto simili a quelle pronunciate nel 2010 a supporto della riforma Gelmini, finisca per varare una riforma declinata in un verso progressivo? La CGIL è infinitamente più forte di noi universitari e non ha fermato il Jobs Act. Se l’entourage di Renzi condivide le narrazioni gelminiane e se i media riprendono il bombardamento sull’università, descritta non all’altezza e covo di privilegiati, l’ultima cosa da fare è riaprire la stagione delle riforme proprio sullo stato giuridico, perché la prospettiva di un University Act è quanto mai realistica. Ci vorrà poco a volgere i cambiamenti nella direzione della flessibilizzazione e della ipervalutazione, due mantra che hanno il vento in poppa. O anche verso la concentrazione del potere nelle mani di pochi “manager”, vedi per es. i Presidi manager della Buona Scuola.

    Essendo reduci da una riforma epocale, meglio fare fronte comune con chi sostiene (saggiamente) che l’ultima cosa di cui ha bisogno il paziente è un’ulteriore intervento chirurgico a cuore aperto. Piuttosto, sarebbe meglio puntare su interventi meno rischiosi (arrestare l’emorragia dei posti di ruolo rimettendo in moto un turn-over fisiologico, sostenere il diritto allo studio ormai allo stremo), in modo da non aprire un varco all’armata delle tenebre che aspetta solo di portare a termine il lavoro del 2010.

    Un commento conclusivo. Sarebbe interessante capire se: tra gli ascoltatori della proposta del Ruolo Unico dentro il PD, ci sia (e che ruolo abbia) quella parte che ha inventato ANVUR, che ha contributo o popolarne il direttivo e, in questi anni di disastri, non ha avuto il coraggio di dire una parola di autocritica.

    • Non mi pare che abbiamo definito “epocale” la nostra proposta; anzi mi sembra l’esatto contrario.
      La questione centrale per noi è e rimane chi e come esercita il potere: tutti coloro che sono i costituenti dell’università o pochi, pochissimi, non riconoscenti pari e superiori?
      Temi un University Act? Anche noi. Tuttavia il suo antidoto è propio (e solo) il #RuDUV.
      Quanto al PD … dovresti chiedere a loro.

    • Il potere l’esercitano i baroni e’ ovvio, e lo sapeva anche la Gelmini che voleva introdurre la meritocrazia. A me quello che mi lascia davvero perplesso e’ proprio l’uso delle stesse parole d’ordine, declinate in modo diverso ma sempre senza basi tecniche. Mi autocito per aumentare il mio Hindex:

      “7) Invito di nuovo a riflettere, soprattutto i più giovani, che il sistema universitario italiano ha prodotto, date le risorse e dato il paese, moltissimo. In nessun settore l’Italia come paese si colloca tra i primi posti al mondo eccetto che nella qualità della ricerca scientifica in molti campi. E’ un sistema da preservare e migliorare non da buttare. Chi propone ricette mai sperimentate sul pianeta Terra e/o chi si affida allo smantellamento seguendo facili slogan che nascondono il vuoto progettuale, è il vero protagonista e responsabile del degrado attuale.”
      .

      https://www.roars.it/universita-e-stampa-un-difficile-rapporto/

    • Francesco: la tecnica serve per certe cose ma non tutto è riconducibile ad un problema tecnico. Prima delle scelte tecniche ci sono quelle politiche.
      .
      Se in Italia ci debbano essere 5, 22 o 69 università statali è un problema politico, molto prima che tecnico.
      .
      Così anche lo stato giuridico e la carriera dei professori universitari. E altrettanto per tanti altri aspetti (reclutamento, governance,…).
      .
      Scelte politiche che (si spera) dovrebbero rendere migliore il sistema e non peggiore. Il sistema attuale ha come unico punto di forza un grado (medio) di produzione scientifica non trascurabile su scala globale. Su altri aspetti è fortemente deficitario o comunque fortemente migliorabile. Penso che su questo si possa convenire.
      .
      Il fenomeno delle baronie universitarie penso che non sia etichettabile come “allucinazione collettiva” o mera fantasia di una stampa scandalistica. Tu stesso scrivi “Il potere l’esercitano i baroni e’ ovvio…”.
      .
      Noi abbiamo individuato nel sistema vigente di un falso “ruolo unico in due fasce”, ma di fatto doppio ruolo PA/PO, uno degli elementi portanti del sistema baronale.
      Grazie all’ estensione “a vita” del potere di controllo sulle carriere nelle mani dei soli ordinari.
      .
      Possiamo discutere se questa è una lettura di fantasia o meno. Se modificare profondamente questo aspetto risolva o crei piu’ problemi. Ma occorre avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome, entrare nel merito e non trincerarsi dietro anatemi o paura di cambiare aspetti a cui siamo abituati dal primo impatto col sistema universitario.
      .
      Un unico ruolo *della docenza di ruolo* è esistito in questo paese per decenni. Quindi non raccontiamoci la storia che è un “unicum”. Se ci sono motivi per rifiutare un unica fascia di ruolo in cui il merito sia adeguatamente compensato sul fronte stipendiale discutiamoli. Ma dubito che gli argomenti saranno “tecnici”.
      .
      Meritocrazia. Concordo con chi ricorda che il termine fu coniato con intento spregiativo e trovo stucchevole l’ uso pretestuoso con cui questa parola vola sulla bocca di politici o giornalisti che spesso hanno basato le proprie carriere su ben altri pilastri. Tuttavia non posso non vedere che c’è anche una richiesta diffusa di valorizzazione delle capacità e dei risultati positivi. Come si fa a non ignorare questa richiesta ? Noi abbiamo fatto una proposta. La risposta alla proposta può essere una contro-proposta migliore. Una non-risposta come “non facciamo nulla perché viviamo già nel migliore dei mondi possibili” è tecnicamente e politicamente insostenibile. Qualche problema c’è, col sistema attuale, e far finta di non vederlo non aiuta nessuno.

    • @FSL
      Le basi tecniche qui non c’entrano affatto, perchè la questione è tutta politica. Ma soprattutto non c’entra affatto l’accusa assai infamante – lanciata più o meno ambiguamente – di fare lo stesso gioco dell’Innomibabile ministro.
      Ora, è fuor di dubbio che si possa essere su posizioni anche diametralmente opposte alle nostre come tu mostri di avere, ma questo non fa vere le tue inferenze. Non li vuoi chiamare “baroni”?. Ok, può andar bene sclero-oligarchie? O pensi che dato che i risultati sono buoni possa inferirsi che il governo dei pochi, Innominabile minsitro predecessori e successori compresi sia stato buone e vada tutto bene?

  2. Trovo lo scritto di Conpass allo stesso tempo ingenuo, pericoloso e sbagliato.

    Ingenuo perché i dati sulla docenza universitaria elencati nell’incipit e che indicano una cospicua riduzione e invecchiamento degli organici non hanno nulla a che fare con la proposta sul ruolo unico, che infatti su tali numeri complessivi non avrebbe effetto. La riduzione degli organici, infatti, dipende da scelte di politica e finanza pubblica che niente hanno a che fare con lo stato giuridico dei docenti.

    Sbagliato: perché la proposta sul ruolo unico non incide in alcun modo sul problema, pur serissimo, dei più giovani e dei ricercatori precari che faticano a essere assorbiti dal sistema. Come si fa ad affermare che la “causa di tale strutturale emergenza non sta … nel blocco delle assunzioni”? Mistero. Si citano più e più volte i precari, ma non si capisce cosa guadagnerebbero dal fantomatico ruolo unico. Non è che essi siano un utile straccio da agitare per ottenere medaglie di cartone per altri?

    Pericoloso: perché per sostenere un’operazione eminentemente corporativa, ossia garantire il transito di tutti gli strutturati nella fascia unica dei “professori”, non si esita a cavalcare le peggiori retoriche utilizzate negli scorsi anni proprio al fine di strangolare le università e buttare in mezzo a una strada migliaia di precari. Ad esempio quando si strologa sul “barone creatore”: un uso un po’ grottesco della storia medioevale della quale si sarebbe fatto volentieri a meno.

    Da ultimo: credo che sia corretto che – come si fa ovunque – nell’università si proceda per selezioni competitive. Se fatte bene, assicurano il merito o almeno una buona dose media di merito.

    Il ruolo unico invece si presenta come una soluzione “todos caballeros”, interamente indirizzata agli attuali strutturati, che personalmente trovo inaccettabile difendere con il paravento della “democrazia”. In alternativa, essa finirà per risolversi in una mostruosità di valutazione permanente senza eguali al mondo e che produrrà molti più danni che benefici alla ricerca italiana.
    O, perché no, tutte e due le cose insieme.

    Trotzkismo valutativo? No grazie. Cerchiamo di difendere un reclutamento aperto, trasparente, competitivo, che apra spazi ai più giovani e ai più meritevoli senza inventare contorti meccanismi che dietro il paravento della “democrazia” vanno spediti nella direzione di una selezione inversa di cui proprio non si sente il bisogno.

    • Chissa’ perché le selezioni competitive “una tantum” sì e una ruolo di professori in cui la valutazione sia permanente con effetti economici e di possibilità di accesso a cariche apicali invece no.
      .
      Che poi si voglia cercar di far passare questa propsta per il solito “todos caballeros” suona veramente bizzarro.
      .
      Sulla valutazione permanente senza uguali al mondo non posso che ripetermi. Provare a chiedere in Germania come funzionano gli stipendi nel sistema W.

    • Sull’ingenuo.
      E’ ingenuo (?) fare finta di non capire. I numeri sono la premessa per due caveat. Il primo è che quella piccola parte dell’accademia che aveva la responsabilità del reclutamento non si è autoriprodotta e si è assottigliata sempre più elevando esponenzialmente il proprio poter oligarchico (se ti piace meglio anche rendita di posizione). Il secondo è che affidare il “ripopolamento” della docenza a un manipolo di persone che hanno determinato (direttamente o indirittamente) questa situazione (e la legge Innominabile e l’agenzia innominabile) è particolarmente pericoloso.
      Sullo “sbagliato”.
      Leggi male la proposta. Anzi, diciamo che la proposta sul punto può non essere chiara. Cerco di chiarire. Nell’attuale assetto in cui i precari sono dentro l’università da lustri chio dovrebbe “gestire” il loro ingresso?. Come? Con quali procedure? Dove? (Cioè in quale ruolo e con quali diritti?). Questa è la questione non un’altra. Allora la nostra proposta dice che si accede al #RuDUV solo ed esclusivamente tramite concorso nazionale e che il concorso nazionale è affidato all’intera comunità di ruolo (ric. ass. e ord.). Dunque proprio rispetto ai precari significa non prevedere per coloro che siano risultati vincitori altri lustri di apartheid, dopo quello da precari quello da strutturati.
      Sulla pericolosità.
      Devo premettere che condivido il grottesco che cogli. Solo che esso è nel sistema attuale che difendete con il coltello tra i denti tosto che nel paragone (il quale è appunto paragone e non identità ontica).
      Dopo di ciò il commento sulla pericolosità della proposta, etichettata tanto apoditticamente corporativa quanto più che demagogicamente e populisticamente anti precari, non coglie nel segno. Il #RuDUV non butta sulla strada neanche un precario; che – sembri dimenticare – è già sulla strada. Invece, gli apre il portone del vero concorso di reclutamento, sottraendolo esattamente al “barone creatore”. Non c’è bisogno di lambiccarsi il cervello per trovarlo. Basta aprire laicamente gli occhi!
      “Todos caballeros”? Tutt’affatto!
      Il #RuDUV è l’esatto contrario. Ora è: oggi cavaliere per sempre cavaliere (anche se il giorno dopo il cavalierato il cavaliere ha assassinato il cavallo). Il #RuDUV è cavaliere è chi cavalca.
      Certo il controllo periodico che noi proponiamo non è competitivo ma è valutativo, non è selettivo ma è cooperativo. Su questo è certo che non siamo d’accordo. Non posso tuttavia non mostrare stupore davanti a una vostra inversione di rotta così netta. Da alfieri anti-mediane e anti-Anvur adesso proponi un sistema sociladarwin-brunettiano. Bene? Cosa è una selezione competitiva una mediana Roars-style? Il problema è questa Anvur o solo le persone di questa Anvur. Confesso che mi hai disorientato.
      La valutazione che proponiamo noi è un concetto di verifica periodica di tutte le attività del docente (ricerca didattica e amministrazione) sulla base di criteri certi, condivisi, noti ex ante e non modificabili in corsa. Qual sarebbe la parte todos caballeros?
      Infine.
      Come molti fai confusione tra reclutamento e progressione. Una confusione che non ha eguali – questa si – altrove. Il #RuDUV prevede – ribadisco – solo un concorso nazionale come criterio di accesso affidato in parte alla comunità nazionale e in parte alla responsabilità locale.
      Mi indichi dove manca la trasparenza? E dove il concorso o la comparazione? (Io competitività non lo uso manco se mi punti una pistola alla tempia).
      Il #RuDUV non è interamente indirizzato agli strutturati. Anzi non lo è affatto. Solo il #RuDUV transitorio lo è; e se leggi senza pre-giudizi, vedi che non toglie un euro, anzi ne trova, al reclutamento. Cioè ai precari.

    • @Cammalleri. Tutti sono bravi a dire che vorrebbero curare il cancro. Il punto è che bisogna dire come. Analogamente, parlate di valutazione continua senza minimamente dire come farla. Ecco, o producete una proposta dettagliata su come farla, o è solo fumo negli occhio, specchietto per le allodole.

    • @Mingione
      Tu come diresti di farla?
      Noi la abbiamo declinata nel dettagluio possibili di una proposta di legge. Punto per punto quali sono le tue obiezioni diverse dai niet tovarsh? Proveremo a rispondere.

    • @Antonio Banfi, mentre posso capire che tu ritenga che la proposta non “incide in alcun modo sul problema dei precari”, mi sfugge la logica del tuo ragionamento quando invece affermi che tale proposta avrebbe l’esito di “buttare in mezzo a una strada migliaia di precari”. Incide o no sui precari, secondo te? E, in caso affermativo, spiegami, perché mai il ruolo unico dovrebbe avere l’effetto di buttare in mezzo alla strada i precari? Sinceramente, mi pare un discorso alquanto contraddittorio e confuso.

      Sostieni, poi, che la proposta sia “pericolosa…atta a garantire il transito di tutti gli strutturati nella fascia unica dei professori”. Anche qui, se l’hai letta attentamente e con onestà intellettuale, vedrai che per quanto discutibile (e perciò ne stiamo discutendo) la proposta possa essere, NON è assolutamente un’ope legis. Anzi! Tanto è vero che su queste stesse pagine c’è chi dice che la pecca è l’eccesso di valutazione. Anche tu concludi così.
      E sì, si vuole fare il transito verso il ruolo unico! Non sfuggirà a nessuno la differenza tra reclutamento e progressione. E’ comune sentire che il passaggio associato/ordinario sia una progressione di carriera. Orbene, oggi per farla, questa progressione, mi devono bandire un concorso. Identico a quello che dovrei fare se fossi esterno all’Università. In concorrenza con eventuali esterni (che, si badi bene, hanno tutto il diritto di concorrere, ma allora si tratterebbe di reclutamento!). Sottoposta alle decisioni dei soli ordinari, cioè di una cerchia ristretta. Infatti i consigli di Dipartimento per la programmazione (altra parola usata impropriamente!) sono ristretti (agli ordinari per bandire posti da ordinario, agli associati per bandire posti da associato, con buona pace anche degli RTI). Separiamo allora il reclutamento dalla progressione. E questa progressione sia sottoposta a verifiche serie e condivise dalla comunità scientifica di riferimento. Perché alla fine è questa la parola che non usiamo più: comunità. Una comunità scientifica. Un insieme di persone che condividono valori culturali, li arricchiscono, li insegnano. Credo che sia questo comune senso di appartenenza che ha fatto sopravvivere Università italiana (ancora per quanto?) nonostante tutto. Attraverso la comunità scientifica può e deve passare qualsiasi sistema di valutazione serio. E la garanzia di serietà è l’allargamento della comunità e la trasparenza dei sui atti.
      Concludo dicendo che il senso di appartenenza viene quotidianamente scardinato quando a parità di lavoro, di produzione scientifica, di anzianità, si hanno stipendi diversi, diversa possibilità di incidere sulla vita accademica, in fin dei conti diversa dignità del lavoro.

  3. La proposta soffre a mio avviso dello stesso identico problema di cui tutte le riforme epocali hanno sofferto finora. L’idea che i problemi si risolvano tutti (magicamente) cambiando una sola o poche variabili in gioco. Nella Legge Gelmini il focus consisteva nella modifica sostanziale della governance universitaria accompagnata dalla valutazione centralizzata. Qui il cambiamento della struttura gerarchica dei professori, associato alla “valutazione continua”, dovrebbe cambiare l’assetto complessivo del sistema.
    Non si tiene conto del fatto che questi cambiamenti normativi si inseriscono in una struttura istituzionale e amministrativa che concorre a determinare il funzionamento complessivo del sistema; e che le migliori intenzioni del legislatore potranno dare luogo a conseguenze non previste e non volute (unintended consequences).

    In questa prospettiva della proposta mi preoccupano particolarmente due cose:
    1. il fatto che si metterà ad esaurimento l’intero corpo docente dell’università; cioè si ripeterà per associati ed ordinari la scelta a mio avviso profondamente errata di mettere ad esaurimento i RTI. Con conseguenze che mi sembra facile prevedere disastrose;
    2. il riferimento ad una non meglio precisata “valutazione continua”, che, con i tempi che corrono e con una ANVUR disegnata come plenipotenziaria in tema di valutazione, non credo che si possa risolvere semplicemente in una valutazione del dipartimento di appartenenza come sembrano sperare i proponenti.

    Ma ammettiamo che lo scenario dei proponenti si realizzi senza intoppi e che siano i dipartimenti a decidere gli scatti stipendiali. Cosa potrebbe accadere?
    Allo stato attuale una bella parte parte dei fondi di ogni ateneo dipendono dalla valutazione della ricerca condotta da ANVUR (e nella proposta non si dice affatto di intervenire su questo) ; gli scatti stipendiali del prof. X dipendono da una valutazione locale; chi decide gli scatti a livello locale avrà tutto l’interesse ad allineare le modalità premiali a quelle nazionali. Abbiamo già visto le prove generali nei regolamenti per l’attribuzione degli incentivi una tantum e per le chiamate degli abilitati. Molti atenei hanno chiesto di rivelare i dati individuali VQR sia per l’incentivo che per le graduatorie interne dei meritevoli. Altri atenei hanno premiato invece la fedeltà alla governance di ateneo, facendo della partecipazione agli organi collegiali una condizione necessaria per gli scatti.

    Una proposta che scambia la partecipazione agli organi di ateneo ed alla partecipazione alle commissioni di concorso (perché questo significa ruolo unico), con la valutazione continua a fini stipendiali (perché con i tempi che corrono nessuno può dichiararsi impunemente contro il merito), è a mio avviso non difendibile. Ed assai pericolosa. Perché dà nelle mani delle governance locali (rettori, cda e dipartimenti) uno strumento formidabile di disciplina nei confronti dei docenti che in questo momento rettore e cda non controllano ancora pienamente.

    Aggiungo due commenti a latere.

    1. L’esistenza di due modalità disgiunte (abilitazione/concorsi) e stipendi non completamente coerenti tra loro è a mio parere preferibile al ruolo unico perché non attribuisce alla sola governance locale il controllo completo sui docenti. La situazione pre-Gelmini era sicuramente preferibile all’attuale. Gli scatti stipendiali per anzianità rappresentavano (e rappresenterebbero) una garanzia di libertà per il docente universitario, analogamente a quanto avviene per i magistrati.

    2. Mi permetto di suggerire di rileggere le assonanze tra questa proposta e quelle di Roberto Perotti ne “L’università truccata”, dove l’unico elemento di differenziazione tra docenti con posto a tempo indeterminato (ovviamente scelti per merito dopo un periodo di prova) è lo stipendio deciso dai singoli atenei. E mi permetto ancora di suggerire di riflettere sull’assonanza di questa proposta con la giustificazione della riforma degli scatti stipendiali attuata dalla legge Gelmini: “si tenta così di introdurre le prime differenziazioni stipendiali biennali e di migliorare la qualità dell’insieme dei docenti, spingendoli a produrre almeno il minimo necessario a ricevere lo scatto in questione” (A. Graziosi, L’università per tutti, Bologna il Mulino, 2010).)

    • Sulle conseguenze non volute:

      1. La messa ad esaurimento di un ruolo e’ un “atto dovuto” quando se ne inizia uno nuovo. In Germania i vecchi C4 sono ad esaurimento, soppiantati dai nuovi W3. A parte qualche mugugno non si vedono crepe preoccupanti nel sistema.
      .
      2. La “non meglio precisata” valutazione invece mi lascia perplesso. Pensavo che fosse parimonio comune che con la 240 tutti i docenti sono di fatto sotto valutazione (triennale) continua per quanto riguarda gli scatti stipendiali. E’ un dato di fatto e non lo ha inventato nessuno di noi. E che le valutazioni saranno locali mi sembra anche che sia gia’ legge dello Stato da 5 anni. Solo che, grazie al blocco perdurante degli scatti, nessuno se ne e’ accorto, neanche rettori, direttori di dipartimento e professori ordinari :-)
      .
      Quello che fa la proposta del Ruolo unico con Valutazione e’ *solo* di non lasciare il potere di decidere *anche* su questi meccanismi locali ad una casta di “eccellenti a vita”, tra cui ci sono degnissime persone ma anche chi usufruisce a vita di una rendita di posizione. Capisco che a questi la proposta dara’ molto fastidio.
      .
      Sui commenti a latere:
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      1. Sugli scatti di anzianita’: nell’ universita’ pre-Gelmini sarei d’accordo. Ma la 240 c’e’ e non ci sono al momento forze politiche che sembrino disposte a cancellarla. Allora, se meritocrazia deve essere, che meritocrazia sia. Ma per davvero. Non con una categoria che fa le regole per se’ e per gli altri per “diritto di sangue”.
      .
      2. Perotti chi ? Mi permetto di suggerire un attento studio del sistema tedesco di bonus stipendiali legati alle performances.

    • “2. Perotti chi ? Mi permetto di suggerire un attento studio del sistema tedesco di bonus stipendiali legati alle performances.”
      Caro Pastore, ti saremo grati dei dati dettagliati frutto del tuo attento studio del sistema tedesco di bonus stipendiali legati alle performances. Così, giusto per arricchire il dibattito.
      Grazie.
      p.s. quindi voi proponete un ruolo unico imperniato su di una valutazione locale (tradotto: potenzialmente farlocca, taroccata, variamente concertata in sede locale sulla base di interessi, simpatie, amicizie, o nella migliore delle ipotesi regolata da algoritmi demenziali come per il c.d. scatto premiale, roba davanti alla quale ANVUR giganteggia) su base triennale per le progressioni stipendiali? Interessante. O state vendendo alla politica una sòla rivestita da “meritocrazia” (auguri) o non avete capito i rischi delle tesi che diffondete.

    • Sulle conseguenze non volute.
      1. a me preoccupano non i mugugni ma “la morale della truppa” (potrei chiamarla in modi più raffinati, con gergo da economista da gestione delle risorse umane, ma ci capiamo). Ho visto i danni prodotti dalla messa ad esaurimento degli RTI. E mi preoccupo.
      2. il mio punto è proprio questo. Allo stato abbiamo un sistema duale. UNo per la carriera definito a livello nazionale. Ed uno per gli scatti stipendiali (pessimo) da gestire a livello locale. Questo permette di giocare su due tavoli diversi. Se sono in minoranza locale, posso partecipare all’abailitazione con regole nazionali su cui il mio dipartimento non conta così tanto. Se con l’abilitazione le cose mi vanno male perché mi occupo di temi marginali, posso sempre giocarmela a livello locale. Con il ruolo unico e la valutazione locale per lo stipendio si gioca su un tavolo solo. Ed è molto peggio. Se va come previsto dalla proposta chiunque sarà in balia completa della maggioranza del suo dipartimento. Più verosimilmente, con i tempi che corrono, chiunque sarà nelle mani di una agenzia centrale di valutazione. Per tutto.

    • A differenza di chi si sente in grado di riformare da solo l’ intero sistema universitario (p.es. il direttivo dell’ ANVUR), nessuno di quelli che ha contribuito ad elaborare la proposta del Ruolo Unico con Valutazione ha mai pensato di rifare tutto il sistema. Siamo partiti da quello che c’e’, non perche’ ci piacesse particolarmente ma per senso di realta’, e abbiamo ritenuto che ci fossero delle priorità nelle azioni. La modifica di uno stato giuridico che sta prendendo una deriva preoccupantemente oligarchica ci sembra una delle azioni a maggior priorità perché va a toccare i reali meccanismi di potere nell’ accademia. Equilibri su cui molto di quello che ogni settimana denunciate qui su ROARS e’ basato. Strano che non ve ne accorgiate.

    • Proprio per il fatto di conoscere direttamente e stima di alcuni (altri non ne conosco, non è che non li stimi) di quelli che hanno contribuito ad elaborare la proposta, mi permetto di dissentire così fortemente.
      So che abbiamo preoccupazioni comuni, ma ritengo che sia un errore non aver pensato alle conseguenze di modifiche che si innestano in un contesto istituzionale che le stravolgerà.

    • In Italia, oaramai fasce ce ne sono forse una decina non tre. Tre ci sono nel sistema del #RuDUV.
      Iniziamo a contare. E’ previsto un periodo do post-doc di tre/cinque anni che non dà luogo ad alun automatismo nè priorità (dovrebbe però consetire di produrre ricerche). E’ poi previsto un periodo ulteriore di 3/5 anni (che in italiamo si chiama “prova” ma che altri chiamano tenure track) prima di passare (senza automatismi di sorta, come nel sistema tedesco citato da @Pastore e @DeNicolao, insiomma da w2 a w3) professore confermato. Poi inizia la valutazione periodica sulla quale – in ogni aspetto – ci si aspetterebbero critice costruttive invece che meramente demolitive. Ma ognun dice quel che vuole, va da sè.
      Ora che il periodo pre-ruolo (tanto per capirci perchè è un’espressione da eliminare a mio avviso) si chiami di assistant professor o researcher o come diavolo si voglia è un passaggio o livello o fascia.
      Ora che il periodo in prova o tenure track si chiami professore in prova, o associate professor o junior professor, posto che non vi è previsione di automatismo, è un altro e secondo livello o passaggio o fascia.
      Ora dopo questi due passaggi non automatci, di cui il primo in ipotesi non indispensabile, al terzo passaggio o fascia o livello o come diavolo si voglia dire, il soggetto sia professore senza ulteriori fasce potete veramente dire che è todos caballeros senza dirlo per partito preso?
      Ciò posto chi è che decide chi può appartenere alla comunità del #RuDUV? E’ Il RuDUV. Ora io non ho mai visto un bibliografia in cui gli autori siano suddivisi in fasce. E’ vero che non è la stessa cosa.

      @Mingione
      Accusi il #RuDUV di automatismo di carriera. Bene. Anzi male. Dov’è nella nostra proposta? L’automatismo dico. Me lo indichi con precisione a prova di imbecille (preciso a scanso di equivoci: qual io sono)?
      Aspetto

  4. La strutturazione in fasce gerarchiche della docenza universitaria è una costante adottata in tutti i sistemi universitari (si prenda il peraltro assai brutto libro di Altbach, Paying professoriate, per avere una panoramica dei sistemi). Che risponde ad una logica organizzativa verosimilmente diffusa. In Italia funziona peggio che altrove? Possibile. E’ opportuno applicare una formula organizzativa che nessuno ha mai adottato? Ne dubito fortemente. In questo paese in tema di università di mostri istituzionali originali ne abbiamo già diversi…

    • Strutturazione della docenza in fasce gerarchiche “costante adottata in tutti i sistemi universitari” ?
      .
      Certo, sulla base di traduzioni approssimative lo si potrebbe anche credere.
      .
      Però si può anche provare a parlare con i propri colleghi di altri paesi e scoprire strane differenze “imbarazzanti” per chi pensa che il mondo debba assomigliare sempre al cortile di casa propria.
      .
      In Francia ci sono degli scalini, nomi diversi, ma…
      una posizione permanente mette da subito in grado di dirigere un Dipartimento. Negli USA ci sono “Associate professor” e “Full professor” ma il passaggio e’ tutt’ altro rispetto al sistema italiano. Forse occorrerebbe ricordare questi “dettagli”.
      .
      Last but not least. La Germania. Nell’ attuale W-system tedesco lo stipendio base non vede un solo scatto di anzianità. Ma bonus legati alle performances. Non vogliiamo chiamare le performances valutazione ? Possibile. Forse chi si spaventa al solo sentir parlare di Ruolo Unico con Valutazione potrebbe sentirsi più rassicurato nel sentirlo chiamare Ruolo “alla tedesca”.

      .
      E poi un commento a parte merita il “nessuno ha mai adottato”. E il sistema italiano pre-382 ? Non c’era un unico docente di ruolo ? E molti docenti pre-382 ritenevano che quello fosse il migliore dei sistemi possibili. Forse avevano torto marcio. Ma di sicuro e’ un sistema possibile e non un’ idea originale del 2015.

    • Giorgio Pastore: «Forse chi si spaventa al solo sentir parlare di Ruolo Unico con Valutazione potrebbe sentirsi più rassicurato nel sentirlo chiamare Ruolo “alla tedesca”»
      ====================
      In Germania non sembra esserci il ruolo unico (“The two passages (to W2 and W3) are not consequential”):
      ____________________
      “Career requirements/progress: Under the new system, after the Habilitation or a positive evaluation of his or her Juniorprofessorship one can become W2 Professor. Upon approval by a faculty committee and the ministry, one can become a W3 Professor. The two passages (to W2 and W3) are not consequential”
      http://www.eui.eu/ProgrammesAndFellowships/AcademicCareersObservatory/AcademicCareersbyCountry/Germany.aspx

    • E il sistema italiano pre-382 ? Non c’era un unico docente di ruolo ?
      ======================
      No, il quadro era più complesso.
      ______________________
      «All’inizio degli anni sessanta del secolo scorso, i docenti delle università italiane si distinguevano in professori di ruolo (a loro volta distinti in professori ordinari e professori straordinari), professori incaricati, ed assistenti[1]. Gli assistenti secondo l’art.1 della Legge 18 marzo 1958 n. 349, facevano parte del personale insegnante e si distinguevano in: a) Assistenti ordinari, nominati dal Ministro in seguito a pubblico concorso per titoli ed esami, b) Assistenti incaricati nominati dal Ministro (dal Rettore a partire dal 1967) in temporanea sostituzione degli assistenti ordinari, c) Assistenti straordinari nominati dal Consiglio di Amministrazione dell’Università[2], d) Assistenti volontari nominati dal Rettore.

      Professori di ruolo ed assistenti ordinari erano inquadrati nel cosiddetto “ruolo A” del pubblico impiego, che prevedeva tredici “gradi”, il primo grado essendo riservato al Presidente della Corte di Cassazione. I professori ordinari iniziavano (dopo lo straordinariato) con il grado VI, corrispondete a “colonnello” e potevano raggiungere il grado III, che corrispondeva a “generale di corpo d’armata”. L’assistente ordinario iniziava con il grado XI, corrispondente a “sottotenente”, e poteva raggiungere il grado VIII, corrispondente a “maggiore”, solo dopo aver ottenuto la Libera Docenza, e la relativa “conferma”. Il professore straordinario che, come vedremo, era sostanzialmente un professore ordinario “in prova” apparteneva al grado VII, corrispondente a “tenente colonnello”.»
      https://www.roars.it/il-reclutamento-dei-docenti-universitari-italiani-negli-ultimi-cinquanta-anni-parte-i-gli-anni-60/
      ___________________
      Se si legge la Storia del reclutamento di Figà Talamanca pubblicata su Roars si vede che non è la prima volta che dei ruoli sono messi ad esaurimento e che nel passato ciò ha creato richieste (talvolta esaudite, talvolta no) di promozioni “ope legis”.
      ____________________
      «nella primavera del 1977 fu reso pubblico un accordo tra il Ministro[2] della Pubblica Istruzione e i sindacati CGIL, CISL e UIL, che concordata una riforma dell’assetto del personale docente universitario che prevedeva due “fasce” di docenti (professori associati e professori ordinari) rinnegando l’abolizione del ruolo dei professori aggregati deliberato per decreto quattro anni prima. Era previsto il passaggio “ope legis” degli assistenti di ruolo nella “fascia” degli associati. Si chiariva così la motivazione vera per l’abolizione del ruolo degli aggregati. L’esistenza di un ruolo intermedio raggiungibile per concorso avrebbe reso più difficile la promozione “ope legis” di tutti gli assistenti ad una posizione del tutto equivalente. »
      https://www.roars.it/il-reclutamento-dei-docenti-universitari-italiani-negli-ultimi-cinquanta-anni-parte-ii-gli-anni-70/

    • Mah. Oggi come PA prendo 2.3 kEuro netti al mese. Se sono fortunato tra un mese (dopo 3 anni di conferma + 1 anno e 3 mesi di “elaborazione dati” per la ricostruzione della carriera) riuscirò ad avvicinarmi (forse) ai PA postgelmini che già prendono 2.5 kEuro netti al mese.

      Se il ruolo unico prevede 3.4 kEuro netti al mese (che è lo stipendio iniziale del PO postgelimini) firmo subito.

    • @De Nicolao: Provi a chiedere a colleghi tedeschi quali sono le differenze tra W2 e W3. Stipendio incluso.
      .
      @Banfi: non lo deve dire a me. Lavoro in uno degli atenei che ha nello statuto la possibilità per chiunque di ruolo di dirigere un dipartimento. Anche per questo, penso di sapere cosa dico quando affermo che non è l’ allargamento del privilegio a qualche “eletto” che serve, ma un ruolo senza privilegi di casta.

    • Anziché chiedere a testimoni, preferisco in genere leggere. Avevo a suo tempo letto il capitolo di Altbach dedicato alla Germania. Vi si legge: “The income of associate professors is 21 percent below that of full professorships. The same study also showed that university professors from the humanities
      and social sciences are remunerated 16 percent less for their activities at the university than their colleagues from the natural sciences.”
      Ma si può guardare anche semplicemnete qua: http://www.eui.eu/ProgrammesAndFellowships/AcademicCareersObservatory/AcademicCareersbyCountry/Germany.aspx#RequirementsForPositions

      Cosa ha a che fare il modello tedesco con questa proposta di ruolo unico?

    • @Pastore: proprio perché ho scritto decine di lavori con colleghi tedeschi so che il sistema tedesco non ha nulla a che fare con questo sgangheratissimo ruolo unico di cui stiamo parlando

    • De Nicolao: il quadro piu’ complesso e’ quello del ’58. Potrei notare che quella era una riforma post bellica di un sistema (la riforma Gentile del ’23) in cui c’erano solo professori ordinari come professori di ruolo. Certamente c’erano anche gli Straordinari che pero’ non erano “tenured”.
      .
      Ma non stiamo a fare storia del sistema universitario. Il punto centrale e’ che l’ assistente di ruolo dal ’58 all’ ’80 non aveva gli stessi doveri di didattica dell’ ordinario.
      .
      Provi invece a rispondere ad una domanda semplicissima: cosa giustifica diritti e stipendi diversi se i doveri sono gli stessi ? Lei riesce a distinguere il ruolo di un docente solo osservando il lavoro che fa ? Spero di non sentire tirare in ballo la favola della “maggiore maturità scientifica”. Potrebbe funzionare nel mondo ideale. Non nell’ Università italiana del 2015.

    • Dalla stessa fonte ( http://www.eui.eu/ProgrammesAndFellowships/AcademicCareersObservatory/AcademicCareersbyCountry/Germany.aspx ). Si leggono alcuni dati interessanti per chi volesse stare sui fatti e non spaventarsi per le parole:
      .
      1. W2 e W3 sono indicati come “professor”. La dizione “associate/full professor sta solo nella tabella in cui vengono fatti dei confronti sugli stipendi, per uniformita’ col resto delle info del sito. Da notare, “en passant” la differenza degli stipendi W2/W3 alla data riportata.
      .
      2. mettere in corrispondenza esatta nomi diversi di sistemi diversi e’ sempre difficile se non si va a a vedere tutto il sistema. Certamente esistono mille e un dettaglio in cui qualsiasi sistema nazionale differisce da qualsiasi altro. Proviamo a concentrarci sull’ insieme dei diritti/doveri e sistema stipendiale ?
      .
      3. altra cosa da leggere in quelle pagine: “These salaries are fixed salaries, which are not increased according to seniority. To compensate for the reduction in salary – compared to the previous C-salaries – there is a system of bonuses. Bonusses are paid, for instance, for administrative tasks and success in research and teaching. Academics also obtain family and child allowances. ”
      Bonus che possono arrivare a far raddoppiare lo stipendio *sulla base delle performances*.
      .
      Poi, al di la’ delle info del sito, ci si può informare direttamente da colleghi.
      .
      Quindi, per chi si attacca al nominalismo, certo, il sistema delle carriere tedesco non e’ uguale al 100% al ruolo unico che proponiamo. Neanche il resto del sistema accademico e’ uguale a quello italiano. Ma se, al di la’ delle parole che spaventano (“ruolo unico”), ci si concentra sul “con valutazione” ci si puo’ accorgere che, stiamo solo pensando di utilizzare un modello indubbiamente meritocratico (quello tedesco dei bonus) per declinarlo nell’ esistente (ancorché ancora per un po’ invisibile) sistema italiano basato sulla 240 con le valutazioni triennali, sul blocco del turn-over e sulla riduzione costante e complessiva del finanziamento dell’ Università e su un sistema di carriere bloccato che a questo punto sta creando non pochi problemi a tutti i livelli, trasformandosi sempre più in un sistema di caste senza nessuna corrispondenza reale in differenze osservabili di doveri.
      .
      E alla fine una domanda diviene ovvia: non piace la proposta CoNPAss di ruolo unico con valutazione periodica ? Ok, ma qual è l’ alternativa ? Mantenere l’ esistente ? Può darsi. Non mi devo essere accorto di vivere nel migliore dei sistemi di carriera possibili.

    • “Ma se, al di la’ delle parole che spaventano (“ruolo unico”), ci si concentra sul “con valutazione” ci si puo’ accorgere che, stiamo solo pensando di utilizzare un modello indubbiamente meritocratico (quello tedesco dei bonus) per declinarlo nell’ esistente”

      Ritorniamo così a Perotti (“Perotti chi?”). A questo punto le differenze con il sistema proposto nel suo libro sembrano davvero quelle sì solo nominalistiche. Salari liberalizzati e fissati individualmente (bonus). (Lungo) periodo di prova (come nel sistema tedesco) non tenured.

      Vorrei fosse ben chiaro che a me non spaventano le parole “ruolo unico”, a me spaventano le parole “con valutazione” e “meritocratico” proprio quando declinate sull’esistente.

    • Appunto. Nella proposta il “salario” non c’è. Si dice solo che si salirà di salario per merito. Con valutazione continua. Poi si dice: bonus alla tedesca. Mi limito a ricordare che una possibile declinazione del sistema, neanche tanto distante, è Perotti. Perché in effetti nel testo qui pubblicato non si dice nulla sul salario e nulla sulla valutazione.

  5. “Non è perciò un’esagerazione affermare che siamo in presenza di una concreta emergenza.”
    Il ruolo unico non è la soluzione. L’abilitazione non è la soluzione. Che rabbia! Ma dove sta la soluzione? Sento dire che in base all’idea più diffusa (esistono dati?), i PA abilitati sono più produttivi di più della metà dei PO del proprio settore. Ma quanti PA abilitati sono passati PO? A naso direi meno dell’uno per mille. Per quanto tempo potrà andare avanti così? BO!

    • In *alcuni* settori in effetti le mediane relative ai PA erano più alte di quelle relative ai PO. In ogni caso, è evidente che allo stato il reclutamento di nuovi PO è difficilissimo, e ciò dipende soprattutto dai vincoli relativi ai punti organico e al turnover.

  6. Quanti saranno ancora disposti a mettercela tutta per costruire un gruppo leadear in un settore, a circondarsi di giovani (creando dei poveri illusi senzafuturo), a proporre progetti di ricerca etc, se non si tolgono questi bendedetti vincoli ai punti organico e al turnover?

    • @Banfi
      E qual è la risposta?

      Noi una abbiamo provato a darla per separare reclutamento da carriera e consguentemente le risorse per l’uno e per l’altra. In concreto, senza astrologare; partendo dall’esistente sensibile.

      Invece di alzare gli scudi, non potreste provare a ragionare punto per punto? Senza paura delle parole? Fornendo una alternativa a ogni questione?
      Anche no, naturalmente. Nasta dirlo: “Noi alziamo gli scudi e basta”. Sarebbe più chiaro di quello che somiglia sempre più un discorso tra sordi.

  7. Qualche considerazione sulla proposta del ruolo unico, che personalmente trovo da rigettare in toto.

    (1) Si tratta nella sostanza, e al netto del prevedibile restyling terminologico, di una proposta vecchissima. Da sempre sostenuta dalle parti più politicizzate dell’università, è un vecchio sogno di molti, che di tanto in tanto viene riesumato col solito velleitarismo. Si tratta in altre parole della carriera automatica e antimeritocratica per tutti. Certo, può piacere a qualcuno, ma la sostanza rimane quella quella: carriera per tutti indipendentemente dal merito. Caos decisionale e organizzativo, decisioni importanti in mano ad assemblee di non precisata natura ed eventualmente condotte da qualche professionista della politica accademica, ecco quali sarebbero le prime conseguenze. Uno spettacolo già visto altrove, che adesso si vuole importare anche all’università. Si tratta, in altre parole, della ope legis continua.

    (2) La proposta sulla valutazione continua, implicita a questa sul ruolo unico, fa abbastanza sorridere. I motivi sono assai semplici. Una valutazione continua (specialmente se basata su parametri nazionali come da più parti ho sentito) come noto, è impossibile da realizzare: troppe le particolarità, troppe le differenze, troppi i casi da analizzare. Essa si trasformerebbe nel migliore dei casi in una nuova versione dei giudizi di idoneità, che tanta devastazione hanno portato. Nel peggiore dei casi si fisserebbero dei parametri generali, di gradimento alla massa, che finirebbero per penalizzare immancabilmente le persone migliori e meno inquadrate (le cui abitudini creative, come noto, sono molto invise al gusto medio e sfuggono alle medie). Inoltre, finirebbero per indirizzare l’attività creando una forse distorsione di quelle che sono le libertà intellettuali basilari insite al nostro ruolo. Non è un caso che tutte queste proposte parlino di valutazione, ma in nessuna si dica esattamente come si vorrebbe farla (il che la dice lunga sulla serietà delle proposte stesse). Quindi, credo che chiunque voglia avanzare proposte del genere, debba farlo presentando una descrizione seria di come andrebbe fatta la valutazione in dettaglio, altrimenti si parla del nulla. Altrimenti, meglio tacere, meglio che fare brutta figura.

    (3) La proposta è descritta con un linguaggio che trovo di sapore demagogico. Si parla di vassallaggio, di baronaggio, di sistema feudale, si elencano tutti i peggiori luoghi comuni che troviamo sulla stampa quando si parla di università e che ora vengono usati proprio da parti dell’università stessa. Personalmente lo trovo intollerabile. Si parla addirittura di apartheid. Si usano paroloni. Si parla di “omaggio vassallatico-beneficiario” come se le abitudini di alcuni fossero quelle di tutti. Il tutto atto a far sembrare lo status quo italiano una singolarità innaturale e obsoleta. Invece è tutto il contrario: in tutto il mondo in professori universitari si dividono in tre fasce e il passaggio è regolato da meccanismi spesso molto più selettivi dei nostri e, soprattuto, fortemente competitivi. Nessuno si sogna di sindacare questa organizzazione, poiché serve. Serve a creare incentivi, serve a evitare il caos, serve a creare merito. Il ruolo unico esiste solo al liceo, che molti segretamente vedono come il modello a cui arrivare. Il ruolo unico farebbe diventare l’università italiana un qualcosa che vista da fuori apparirebbe come una strambissima singolarità mondiale.

    (4) Una cosa del genere, è bene ripeterlo, servirebbe soltanto a completare quel processo di appiattimento verso il basso, di svilimento delle eccellenze e di livellamento generale a cui da anni assistiamo nelle università italiane (con la soddisfazione di qualcuno, evidentemente). Un malinteso senso di democrazia, che vuol dire uguali opportunità per tutti, non uguali meriti per tutti, ha già portato il meccanismo decisionale a essere spesso preda di assemblee dalle quali non possono che emergere persone che non vengono selezionate con meccanismi di merito. In altre parole, si parla di governare l’università con meccanismi politici. Qui si rafforzerebbe questa tendenza.

    (5) Trovo intollerabile il legare la proposta del ruolo unico, che mi pare serva ad assecondare i desideri di qualcuno che mal sopporta le carriere fatte per merito, al problema del precariato, dei giovani ricercatori etc. Sono strumentalizzazioni che si commentano da sole. Le due cose non sono legate. Anzi, per quanto riguarda le persone di eccellenza scappate all’estero, esse verrebbero soltanto incoraggiate a rimanere dove sono: con davanti non la possibilità di una carriera rapida e meritocratica, ma di un percorso burocratico e automatico, al pari di altri meno talentuosi. Questo quando nei paesi più avanzati la carriera può essere fulminea per i migliori (ma si sa, è questo un concetto fastidioso per alcuni). Non solo, ma il progressivo avanzamento automatico di tutti andrebbe a drenare le risorse, impedendo a nuovi e freschi talenti di entrare e farsi spazio. D’altra parte, cos’altro ha fatto l’ope legis (che qui si pretende di stabilizzare) se non tagliare le gambe a tanti giovani e creare colli di bottiglia generazionali?

    • Mingione: le sue considerazioni non sono altro che affermazioni di contrarietà per qualcosa che evidentemente vede come una minaccia.
      .
      Carriera automatica e antimeritocratica ? ope legis ? e la valutazione ? ah, quella la fa sorridere. Sono contento. Immagino che si sia battuto con altrettanta veemenza e sarcasmo contro la 240 e l’ introduzione degli scatti triennali *su valutazione*. Perche’ quelli ci sono. Non mi sembra pero’ di aver letto di sue altrettanto veementi prese di posizione per il pericolo che arrecheranno alle libertà basilari del ruolo.
      .
      Tutto il mondo in 3 fasce ? Viviamo in mondi diversi. Intanto in Italia da 5 anni di fasce di ruolo ce ne sono solo 2. Poi, queste vanno confrontate con le situazioni *di ruolo* in altri paesi. E, sopratutto con i meccanismi di passaggio e con i diritti all’ interno dalla faculty.
      .
      Fastidiosa una carriera fulminea per i migliori ? proprio per niente. Ci credo cosi’ tanto che mi piacerebbe un mondo in cui le possibilità di carriera per i “migliori” non siano bloccate da un “tappo” di “peggiori” che sta li’ a vita solo per ragioni anagrafiche. Mi sembra strano che non riesca a vederlo anche lei. Io ho lavorato fuori dell’ accademia in ambienti molto meritocratici in cui il meccanismo era che nessuno restava al top “per diritti acquisiti per sempre”. Cosa ci vede di antimeritocratico e livellante al ribasso ?

    • @Pastore: come noto, tutto il mondo va in tre fasce, Italia compresa. Negare la realtà non serve a molto. Per il resto, provi a parlare di proposte del genere all’estero, in ambienti di qualità ma anche no, e veda che cosa le dicono. Non ho altro da dire.

    • @Mingione
      Sub (1).
      Essere politicizzato invece che anodino tecnocrate (quasi sempre ipocrita e in conflitto di interesse) per me è motivo di vanto. Non posso perceprola come una cosa negativa. Come non lo sarebbe se avessi usato sindacalizzata. (Ma per evitare equivoci preciso che non appartengo a nessun partito politico). Mi fanno paura quelli che vedono politica e sindacato come il Male.
      Fatta questa premessa l’ope legis non c’entra niente. Nessuna alchimia. Qui non ci sono trasformazioni, assunnzioni, stabilizzazioni, promozioni. Ognuno tiene quello che ha. Finchè non va avanti. E non ci va in modo automatico. Insistere che è ope legis equivale – già te lo scrissi – a fare come il cardinale Bellarmino.
      Sub (2).
      Fare congetture è un utile esercizio mentale.
      Tuttavia su cosa si basano le tue congetture? Su altre congetture. Qualcosa non funziona.
      Il #RuDUV dice: dopo il poste-doc, dopo la tenure, ogni tot anni si è valutati. Non non proponiamo affatto nè medie nè mediane. Nè una misura unica. Crediamo che tra tutte le sede esistenti sia il CUN che devva stabilire qual debba essere l’attività minima in termnini di ricerca, didattica e amministrazione che ogni docente debba fare in un tot anni e ogni tot anni, per giustificare un mero incrememento stipendiale. Qual è invece la tua proprosta? Mi pare di capire che ti piace il modello Brunetta.
      A noi no.
      Sub (3)
      Se tu non vedi nulla di tutto ciò. Posso solo invitarti a indossare o cambiare gli occhiali.
      Sulle tre fasce o già risposto.
      Sub (4)
      La democrazia ha i suoi limiti. Proponi forse una “dittaura illuminata”? Si discute di tutto. Basta dirlo. Che significa con “meccanismi policiti” di governo? Esistono altri meccanismi di governo?
      Sarebbero i meccanismi di merito? Appunto. Ma chi manobra e decide queli meccanismi è una questione Politica, non tecnica. Dietro la tecnica si nascondono le peggiori malefatte senza assunzione di alcuna responsabilità.
      Sub (5)
      Contumelie. Le tue solo solo arroganti contumelie. Sei tu che arringhi il popolo dei precari attribuendo al #RuDUV, senza nessuna dimostrazione, un significato corporativo.
      La stabilizzazione sarebbe un’ope legis cero. E chi la propone? L’una e l’altra? Qula è il tuo antidoto? Non è chiaro. No alla valutzione. No ai concorsi. Vuoi le chiamate dirette? Che vuoi?
      Va bene tutto com’è?

    • @Cammalleri: fai confusione.

      (1) Quella che tu chiami dittatura si chiama meritocrazia. Sono elementari principi di efficienza noti e usati in tutto il mondo. Poi capisco che non possa piacere a qualcuno. Mi complimento comunque per il tuo vantarti di essere politicizzato.

      (2) “Crediamo che tra tutte le sede esistenti sia il CUN che debba stabilire qual debba essere l’attività minima in termini di ricerca, didattica e amministrazione che ogni docente debba fare in un tot anni e ogni tot anni, per giustificare un mero incremento stipendiale.”

      Brillante, manco in unione sovietica. Si tratta appunto di valori medi definiti dalle masse e imposti dall’alto, alla faccia dell’indipendenza. Destinati a schiacciare le eccellenze. Esattamente quello che dicevo io. Grazie per la sincerità. Ma da quanto in qua l’attività creativa si misura in questo modo? E in quale parte del mondo si burocratizza e centralizza la valutazione? E perché gli stipendi dovrebbero essere legati al minimo senza riconoscere la qualità? E soprattutto, ce li dite questi valori? Grazie in ogni caso. Più intervieni e più chiarisci il livello primitivo della vostra proposta schiaccia-merito.

      Infine, mi dai dell’arrogante e quindi la metti sul personale. Qui non ti rispondo.

    • @Mingione
      A) arroganti erano e sono le contumelie, se poi è uno stratagemma per non rispondere prendo atto.
      B) sei contraddittorio. Da un lato invochi la meritocrazia come strumento di efficienza, da un altro la creatività come strumento di indipendenza. Luna presuppone la valutazione. L’altra la nega. Le due cose non stanno insieme.
      C) continui a non dire qual è la tua proposta alternativa.

    • @Mimgione
      Dimenticavo. Tu vuoi un salario personalizzato a livello locale.
      Noi no. Questo sembra chiaro. Ma Baccini dci accusa di di volere il salario definito a livello locale. Mettetevi d’accordo.
      Quello che è sicuro e che noi siamo per il merito, ma nin per il modello Brunetta che piace a te. Differenze di opinioni.

  8. Credo sia necessario fare un precisazione, gli appelli meritocratici contro i diritti acquisiti di chi rimane al top senza fare nulla, sono fuffa, fumo negli occhi, giustificazione fatta con linguaggio alla moda di desideri noti e inconfessabili. Il todos caballeros che Banfi citava. In tutto il mondo esistono altri sistemi premiali e paralleli, che vedono per esempio gli stipendi scollegati alle fasce, come in USA, Germania etc. Ma in tutto il mondo esistono le fasce, che servono a prevenire deviazioni demagogiche e assembleari i cui esiti sono ben noti. Non a caso oggi in Italia è diventato pressoché impossibile, da come mi raccontano molti ricercatori precari e da come vedo di persona, chiamare gente nuova da fuori, o procedere a reclutamento di personale nuovo. Il motivo è ovvio: prima l’upgrade degli interni. Non ne parliamo poi se si tratta di far venire qualcuno dall’estero (come ho inutilmente provato io scontrandomi con i soli muri di gomma assembleari). Ma di questa realtà i signori proponenti non parlano, anzi, osano parlare dei ricercatori precari. Quello che importa sono i propri desideri.

    Chi crede che poi in Italia, nel pubblico, si possa approdare ad una situazione in cui, di momento in momento si possa sempre premiare il migliore, beh, credo che non abbia vissuto in questo paese nelle ultime decadi. In ogni caso questa proposta mina alla base quelli che sono i meccanismi meritocratici più elementari, a favore dell’automatismo di carriera. Cosa che finirebbe per promuovere solo l’egualitarismo acritico tanto caso a certo sindacalismo di vecchia data e per punire le eccellenze e i non allineati.

    • Mingione: è veramente rimasto così tanto turbato per una proposta di un “drappello di volenterosi” da non poter neanche leggere con attenzione quanto scritto nella 240 (scatti *solo su valutazione triennale a domanda dell’ interessato*; due fasce di docenti di ruolo e non tre) ? Questi sono i *dati di fatto*. Come è un altro dato di fatto che di risorse per promozioni associato -> ordinario non ce ne sono e non ce ne saranno per un pezzo in misura non ridicola.
      .
      Come, con queste condizioni al contorno, l’ attuale sistema riesca a premiare le eccellenze nei prossimi 5 anni sarei veramente curioso di apprenderlo.
      Provi a pensare ad un associato eccellente (per carità non io, sono solo un “volenteroso”). Provi a spiegare come lo “premia”.
      .
      Se qualcuno mi convince che c’è un sistema migliore per promuovere il merito e che non parta tra 30 anni mi lascio convincere facilmente che la nostra proposta va abbandonata.

    • Pastore, anche lei si confonde. Proposte di riforma di questa portata si fanno solo basandosi su esperienze pregresse, e cose di questo tipo non esistono in altre parti del mondo. Altrimenti sono solo pericolosi salti nel vuoto, con le prevedibili ricadute che ho già evidenziato. Per quello che ho visto, una proposta di questo genere, piuttosto sgangherata devo dire e presentata nel modo in cui abbiamo visto sopra, sembra solo dettata dalla voglia di assecondare pulsioni antimeritocratiche. D’altra parte, cosa ci può essere più antimeritocratico della carriera automatica (che devo dare per scontata, finché non vedo i dettagli della fantomatica e irrealizzabile valutazione; ma voi quei dettagli non volete fornirli)?

    • L’accusa alla proposta RuDUV di essere anti-meritocratica mi pare del tutto inconsistente; cosa che del resto deriva anche dal vuoto semantico proprio del termine meritocrazia (senza definizione di ciò che è merito può solo significare più o meno oligarchia, ma questo nell’era post-ideologica sembra che ce lo siamo tutti dimenticati). E infatti qualunque sistema accademico al mondo con autonomia di governo è legittimamente definibile come meritocratico.
      Dunque dove sta la differenza? Ovviamente nella definizione di merito.
      Essenzialmente, sul piano dei principi, mi pare che si confrontino:

      -RuDUV, difeso da CoNPAss e R29A: il merito è stabilito attraverso un processo continuo di valutazione tra pari, in cui si prende in considerazione la qualità dell’attività del singolo, senza il condizionamento delle disponibilità di bilancio e/o punti organico, allargando l’insieme dei pari al maggior numero di tutti coloro che soddisfano ai medesimi requisiti di merito stabiliti dalla comunità stessa.

      -Attuale, difeso da redazione ROARS e tanti altri: Il merito è riconosciuto una volta e per sempre in base al superamento di una selezione comparativa a professore di prima fascia. Criterio, che resta il migliore anche stanti gli attuali metodi concorsuali e i vincoli legati al contingentamento di risorse.

      Ammesso e non concesso che i meritevoli individuati in base all’attuale criterio siano davvero mediamente migliori di quanto si otterrebbe con la proposta RuDUV, inviterei gli oppositori della proposta a considerare gli aspetti connessi con il prevedibile aumento del livello di trasparenza e l’eliminazione di posizioni di sostanziale governo perpetuo. Questa è, a mio parere, la vera rivoluzione introdotta dal ruolo unico. E’ necessaria? Credo di sì e specialmente ora, stante la L.240/10 e vista l’esiguità numerica della prima fascia (a prescindere dalla sua effettiva composizione) è quantomai urgente. Un sistema fondato sulla valutazione tra pari e cooptativo è chiaramente più robusto quando la scala è maggiore ed il turn-over è vivo. E robusto significa anche e soprattutto capace di riconoscere e valorizzare il merito.
      E poi, quale è il soggetto cui va garantita autonomia? Oggi, parlando di reclutamento e progressione di carriera, ha pieno titolo solo un sottoinsieme della prima fascia con scrematura operata da ANVUR. Siamo sicuri che sia corente con un criterio di autonomia accademica? E’ davvero da difendere questo sistema?

      E dunque RuDUV, perchè no?
      si è detto:
      1) perchè non si fa così da nessuna parte nel mondo.
      Vero o falso che sia, è tipico di qualunque innovazione essere almeno temporaneamente unica, negare il valore di una proposta su questa base non ha evidentemente senso. Si potrebbe piuttosto obiettare che servirebbe una sperimentazione (peraltro praticabile direi, concedendo deroghe agli atenei rispetto alla L.240/10). In ogni caso, probabilmente non esiste in alcuna parte del mondo nemmeno un sistema accademico tanto maltrattato quanto il nostro; maltrattamento a cui consegue una perdita di correlazione tra ruolo di inquadramento e qualità della persona.

      2) perchè si creerebbe il problema di un ruolo ad esaurimento.
      Il problema non riguarda la prima fascia che potrebbe transitare di diritto nel nuovo ruolo. Non riguarda gli abilitati della seconda fascia o i ricercatori, che pure avrebbero la stessa possibilità. Per i ricercatori a tempo indeterminato nulla di peggio della situazione atuale, ma con la prospettiva di uscire dal ruolo ad esaurimento se valutati positivamente. Dunque, il presunto problema riguarderebbe solo i non abilitati ricercatori o seconda fascia. Per questi si prevede l’alternativa: i) valutazione positiva; fine del problema; ii) valutazione negativa; la possibilità di ritentare in tempi certi. Complessivamente il problema dei ruoli ad esaurimento mi pare che possa solo ridursi con il passaggio a RuDUV.

      3) perchè costituirebbe di fatto una promozione ope-legis.
      Non è evidentemente così perchè il nuovo ruolo non gode delle prerogative ora attribuite ai professori di prima fascia. In particolare non vi è alcuna garanzia di conservazione delle possibilità di partecipare alle funzioni di governo.

      4) perchè attraverso la valutazione metterebbe i professori del RuDUV sotto ricatto da parte dei dipartimenti, o di altri soggetti incaricati della valutazione. Inoltre aumenterebbe la burocrazia del sistema.
      La posizione è difficilmente difendibile senza schierarsi dalla parte del rifiuto della valutazione tout-court. Inoltre, il ricatto già ora varrebbe dunque per una parte del corpo docente (i regolamenti dei concorsi sono effettivamente locali almeno quanto lo sarebbero quelli di una valutazione RuDUV). E’ tollerabile questo mentre non lo è il trattamento equivalente di tutti i docenti? Chi può sostenere questo?
      Sul piano della complicazione burocratica poi, la valutazione triennale c’è già, ma è finalizzata unicamente alla progressione stipendiale. Ricatto che probabilmente pesa sui singoli più della partecipazione al governo del sistema.

      5) perchè calerebbe la qualità media di coloro che hanno prerogativa di governo.
      Questo in verità mi pare l’unico punto sul quale valga la pena di confrontarsi. Io, come ho detto all’inizio, credo che il livello non ne soffrirebbe più di tanto, e che i benefici supererebbero ampiamente ogni eventuale sacrificio. Oggi gli atenei sono pieni di gente sotto-inquadrata e riconosciuta tale. Prova ne sia il fatto che il tasso di promozioni è controllato dalla disponibilità dei punti organico ad asse dedicato. Se gli atenei potessero, farebbero immediatamente prima fascia tutti gli abilitati interni. Questo creerebbe, sul piano della composizione del gruppo di governo, effetti analoghi a quelli del RuDUV. Calerebbe la qualità media? Se sì, allora dobbiamo dedurne che la qualità è attualmente garantita dalla scarsità di risorse. Dobbiamo dunque ringraziare i governi degli ultimi anni per averci strangolato?

      Che altro resta? certo si metterebbe in discussione qualche posizione di potere. Questo da certi punti di vista è comprensibilmente un problema, ma sinceramente non credo che sia ciò che muove i detrattori che scrivono su ROARS.
      Qualcuno infine si sentirà forse defraudato di un titolo agognato e poi raggiunto, o di un obiettivo da perseguire; capisco il dispiacere, ma in gioco credo ci siano poste più elevate delle gratificazioni personali.

    • Paolo Piseri sostiene che Redazione Roars difende sul “piano dei principi” la definizione “attuale di merito”. No comment. Speriamo che i lettori di Roars apprezzeranno la tolleranza con cui Redazione Roars ha moderato questo thread di commenti.

    • @Alberto Baccini. Mi scuso per avere attribuito alla redazione di ROARS una posizione che non le appartiene. Non volevo rivolgere alcuna accusa (la posizione e’ peraltro del tutto rispettabile anche se non la condivido); quella era semplicemente l’impressione che io ho tratto dall’insieme dei commenti.
      Mi rallegro comunque del fatto che la posizione sia disconosciuta da un membro della redazione. Non capisco invece il riferimento alla tolleranza.

    • @Baccini
      Mi sembra che Paolo Piseri abbia detto che sul “piano dei principi” la redazione dei ROARS sia per il mantenimento dei tre ruoli seprati. Abbiamo capito male?
      Scusate, ma cose c’era di …. poco tollerabile che è stato tollerato?

      In ogni caso apprezziamo lo spazio lasciato al dibattito.

  9. La proposta di cui sono tra gli estensore non nasce oggi. Ha già trovato molti colleghi che ne hanno condiviso i contenuti e che l’hanno sottoscritta. Ciò non toglie che sia stata redatta da un manipolo di volenterosi, come scrive correttamente Giuseppe De Nicolao. Ma da un nucleo di volenterosi, se vogliamo è composto anche ROARS ed anche le altre organizzazioni di docenti universitari.
    Il linguaggio immaginifico e ironico con cui è scritto l’articolo, che qualcuno ha giudicato improprio, mi sembra comune a molti altri pezzi di divulgazione che vogliono esporre tesi complesse senza con ciò tediare, di cui si trovano brillanti esempi proprio su ROARS.
    Lo spirito dell’articolo è stato pienamente compreso dalla redazione: condividere una proposta, creare le basi per una azione comune sulla università nella certezza che né dai politici e ancor meno dai funzionari, direi nemmeno dai ministri, potremo ottenere idee valide per un riordino complessivo del sistema.
    Già le dieci proposte ROARS non rappresentavano solo un insieme di piccoli correttivi, ma evidenziavano la necessità di dare continuità temporale al finanziamento della università e della ricerca e alla progressione di carriera dei docenti. Quelle proposte sono valide e da sostenere, ma si scontrano contro uno stato di disgregazione del sistema universitario ormai palpabile, che viene definito giustamente nell’articolo una emergenza, in quanto mina il progresso scientifico ed economico della nazione.
    Io vorrei richiamare solo quegli aspetti che riguardano la figura del ricercatore e del docente, perché sono funzionali alla discussione sulla proposta. Abbiamo ricercatori che sono ottimi docenti ma non fanno ricerca, professori che fanno sulla carta decine di crediti ma non sono in aula, associati con le mediane più alte degli ordinari, settori con miriade di abilitati e altri settori con sbarramenti altissimi, concorsi ottenuti e banditi da settori già saturi e settori essenziali senza ordinari in assenza di abilitati per effetto di sbarramenti killer delle commissioni, procedure concorsuali per esterni in cui guai se vince un esterno, RTD tipo b banditi solo se si è già abilitati, RTD tipo a spazzatura se banditi con fondi esterni, miriadi di figure preruolo, etc.
    Usando le parole di Eduardo De Filippo, verrebbe da dire “io vulisse truva’ pace..”.
    A questo punto, indipendentemente da quanto si consideri grave l’emergenza -si tratta delle cinquanta sfumature di grigio che vanno dal bianco al nero-, si potrebbe pensare che si tratti di un insieme di problemi contingenti, sanabili attraverso una spruzzata di svitol negli ingranaggi del sistema diciamo “classico” delle tre fasce (salvo che da noi sono due+una in esaurimento).
    Spiegatemi, però, perché dovremmo ritenere attuabile ciò che non è stato attuato in circa cinquanta anni e che ha portato alla attuale composizione (numerica e di merito) del corpo docente e ricercatore, con procedure concorsuali che cambiano un governo si ed uno no, abilitazioni, idoneità, cinquine, ambi e terne di idonei, commissioni nazionali, locali, membri OCSE, periodicità mai rispettate, etc.
    Di ognuna di queste modalità di passaggio tra le fasce possiamo discutere e possiamo anche concordare su quale sia stata la migliore, ma la sola certezza è che arriverà un nuovo governo a proporne una nuova!
    Allora noi siamo per dare un reset al sistema: unico ruolo docente, unica figura pre ruolo e valutazione in itinere. Come si declina questa idea? Abbiamo fatto una proposta di articolato, ma si può discutere e trovare una quadra sui diversi aspetti.
    Veniamo al merito delle principali obiezioni: rivoluzione copernicana, salto nel buio, burocratizzazione, appiattimento verso il basso, assenza di meritocrazia.
    Sul primo punto credo di aver già detto. Si tratta di prendere atto che in Italia c’è una anomalia, quella di prendere maledettamente sul serio la distinzione in fasce, molto più sfumata altrove, tanto da creare barriere inaccessibili ad uso proprio per il passaggio dall’una all’altra fascia.
    Che sia un salto nel buio non direi. Ricondurre tutto ad una unica forma e a regole certe, cancellare quella mostruosa frase che fa da inizio a tutte le leggi sull’università “in attesa del riordino dello stato giuridico…” non rappresenta, a mio avviso, un salto nel buio, ma un nuovo stimolo per tutti i docenti e i ricercatori.
    Circa la burocratizzazione del ruolo docente, non so voi, ma io sono subissato dalla burocrazia e vedrei bene poter cancellare i fiumi di carta e carta bollata che attualmente circolano in giro, tramite 4/5 articoli di una nuova legge.
    L’appiattimento verso il basso non lo vedo proprio, vista l’età media del corpo docente e ricercatore. Sono le regole di accesso al ruolo unico e la capacità di rendere dinamico il sistema a determinare se si avrà un appiattimento o no. A questo occorre pensare attraverso criteri semplici, efficaci e temporalmente ravvicinati di valutazione ex post.
    Infine, parlare di assenza di meritocrazia mi sembra un paradosso in quanto il ruolo unico con valutazione vuole rendere istituzionale e trasparente ciò che già avviene negli atenei dopo la 240 e le veline dell’ANVUR, filtrandolo attraverso regole che possono essere definite dal CUN, basate sui molteplici impegni, didattici, istituzionali e di ricerca, dei docenti e degli attuali ricercatori.

  10. Concordo pienamente con le osservazioni di Mingione. Punto per punto. In tutto il mondo esiste una carriera accademica, con posizioni distinte. Ciò non impedisce di legare sempre di più gli incrementi stipendiali a valutazioni serie, che non siano quelle fatte dai singoli atenei in funzione dei gruppi che si intendono premiare. E con effetti paradossali, come è emerso su questo sito. La proposta in discussione mira, surrettiziamente, a realizzare una sorta di todos caballeros che farebbe solo danno all’università. Mi permetto di ricordare che abbiamo una recente esperienza di ruolo unico. Quello della dirigenza dello Stato creato a partire dalle riforme degli anni novanta. Molto bello come modellino per il mondo dei sogni. Tutti i dirigenti eguali e che competono tra di loro per i migliori incarichi e i piu’ elevati stipendi, sulla base della valutazione dei risultati. Nella realtà del paradiso abitato dai diavoli, è invece successo che i politici hanno gestito a loro uso e consumo la valutazione, e i dirigenti, per ottenere gli incarichi più prestigiosi, si devono fidelizzare politicamente e quindi asservire ai capricci dei politici titolari dei poteri di preposizione agli uffici dirigenziali. Tutto questo si verifica ogni giorno e i dirigenti non hanno più le garanzie del vecchio sistema, dove c’era una carriera che fungeva da schermo alle pressioni politiche più aberranti. Mutatis mutandis, vogliamo che accada una situazione del genere nel sistema universitario? Con la scusa di abbattere i baroni si distrugge lo stato giuridico. E così diventiamo tutti eguali e sotto valutazione permanente. Ma chi valuta? I nostri amici dell’Anvur che hanno gestito la vqr con nomine personalistiche e calate dall’altro, che hanno permesso di combattere guerre accademiche in modo occulto? O gli organi scelti dalle governance locali, con il rischio che le valutazioni siano addomesticate o, peggio, diversificate in funzione delle alleanze ivi consolidate? Suvvia. Lottiamo, invece, per un sistema che elimini effettivamente il precariato. Per un sistema dove ci sia, come momento di ingresso, un professore di terza fascia a tempo indeterminato e poi una progressione di carriera certa, con concorsi periodici e con commissioni democraticamente scelte da tutti gli appartenenti alla comunità scientifica di riferimento. Lottiamo insieme per stipendi più dignitosi per chi passa la propria vita all’interno dell’università. Pretendiamo insieme la soppressione dell’Anvur e del manipolo dei suoi ascari e la ridefinizione di un apparato di valutazione democraticamente gestito dalle comunità scientifiche. Richiediamo l’adozione di tecniche di valutazione scientificamente fondate e non quelle escogitate dagli anvuriani che hanno lo stesso livello di attendibilità dell’astrologia applicata alla selezione del personale da assumere. Pretendiamo, invece, che vengano introdotti gli adeguati incentivi per impedire che, in determinate aree, i migliori docenti di ruoli abbandonino di fatto l’università per svolgere attività professionale. Cosa che non ha eguali nel resto del mondo, dove il professore universitario è fiero del suo ruolo all’interno dell’università e può guardare dall’alto verso il basso il collega che, invece, ha deciso di svolgere attività professionale. Mentre da noi accade esattamente il contrario. Vaste programme? Non è così, basterebbe essere più uniti e presenti.

    • Il ruolo unico c’è gia, diviso in due fasce. Attualmente il passaggio dalla II fascia alla I fascia è piuttosto difficile a causa di vincoli ministeriali.

      Basterebbe rilassare un pochino questi vincoli.

      Vorrei poi segnalare che le rapidissime carriere accademiche di matematici molto bravi è in qualche modo facilitata (non solo in Italia) dalla notevole richiesta di matematici nei corsi di base.
      Cioè, ad esempio, a UNIPD si laureano circa lo stesso numero di matematici e fisici ogni anno, ma il numero di insegnamenti di matematica a UNIPD è estremamente maggiore del numero di insegnamenti di fisica. E’ quindi statisticamente piu’ conveniente laurearsi in matematica piuttosto che in fisica se si vuole fare in docente universitario. E’ per questo che i fisici a volte si travestono da matematici, ma anche da chimici, e pure da ingegneri, e si sono creati degli Enti di Ricerca specifici (INFN, INAF, INGV) dove piazzare persone che non avrebbero sbocco universitario.

  11. @Bellavista
    Tu e Mingione dite cose diverse, a parte arroccarvi su posizioni pregiudizialmente contrarie. Non è vero che in tutto il mondo esista una carriera accademica con posizioni radicalmente distinte come quella italiana. Vedi al riguardo le precisazioni di @Pastore.
    Cosa c’entra la serietà della valutazione, con la valutazione?
    L’esempio della dirigenza, caro Alessandro, come sai troppo troppo bene per fare finta di non vedere, non calza per niente, sebbene sia molto suggestivo per la tua tesi contraria. Anzi prova proprio il contrario. Perché quando tu dici che i “dirigenti non hanno più le garanzie del vecchio sistema, dove c’era una carriera che fungeva da schermo alle pressioni politiche più aberranti”, dai manforte a quello che sosteniamo noi.
    Le pressioni più aberranti nell’università vengono proprio da fatto che non c’è una vera carriera svincolata dal controllo di poche persone, che hanno lo stesso ruolo dei vituperati politici nel sistema politico-amministrativo.
    Quanto tu denunci avvenire nel ruolo unico della dirigenza è quello che oggi avviene nei multi-ruoli della docenza. Nel #RuDUV vi è un accesso per solo concorso e una carriera per soli meriti: non vi sono piccoli gruppi di potere (che si vogliono tenere ben stretto come era prevedibile).
    Mutatis mutandis, il #RuDUV serve proprio a questo. La valutazione non è una scusa.
    Ma chi valuta? Questa è la domanda.
    Fai degli esempi suggestivi di VQR e ANVUR. Indovini l’effetto ma non la causa. E inutile fare finta che in Italia la distinzione di ruoli si è declinata e si declina come segregazione dei ruoli e così, come dice, piccoli gruppi di potere hanno potuto controllare tutto e a modo loro. E noi che diciamo? Di distribuire il potere tra tutti quello che fanno la stessa cosa nello stesso modo nello stessa luogo nello stesso tempo. Tutto il resto che c’entra? Insomma come sarebbe impedito dal #RuDUV? Non lo dici. Mi sembra allora che tu, come anche altri qui, additando il #RuDUV come politica anti-precari ti stia rifugiando in un demagogico benaltrismo.
    Suvvia. Lottiamo. Ma per che cosa? Per mantenere un’università governata da pochi, pochissimi? Il problema è il nome? Chiariamolo: tre sono le questioni. Tra i docenti di ruolo: uno, chi va in commissione di concorso per l’accesso al ruolo e per la progressione di carriera, due chi ha l’elettorato passivo a tutte le cariche accademiche, come – e soprattutto con quali soldi – si passa dalla terza fascia (è di ingresso?) a un’altra fascia (è progressivo?).

    • Mingione, scusa: e tu la valutazione come la faresti? Come ANVUR o come Roars a base di misurazioni numeriche? O in che altro modo?

    • La divisione dei ruoli è strettamente connessa al problema della valutazione: sono due facce della stessa medaglia e sul pianeta Terra fore qualcuno ci ha già pensato a questo problema. Forse.

    • Spiegati Sylos Labini: in che modo ruoli e valutazione sono interconnessi? Sei/siete talmente legati a una visione gerarchica del sistema da perdere di vista le basi fondanti della valutazione tra pari?
      Le parole-chiave che leggo nei vostri commenti sono d’altra parte liberismo, gerarchia e competizione. Proprio per questo non colgo alcuna differenza tra le vostre critiche e la posizione/il ruolo dell’ANVUR, che tanto sostenete di voler combattere (e che poi non è altro che la materializzazione dell’orientamento politico delle “riforme” che – con il benestare delle oligarchie accademiche – si sono abbattute sull’università in questi anni). Ma mi pare che il combattimento sia essenzialmente sul òiano tecnico, mentre su quello politico vedo molte più affinità che differenze.

    • “Le parole-chiave che leggo nei vostri commenti sono d’altra parte liberismo, gerarchia e competizione.”
      .

      1. vostri di chi ?
      .
      2. Se nei miei commenti leggi queste parole ti consiglio di rivolgerti a un oculista.

    • Quindi tu NON sei per un sistema gerarchico e per università italiane in competizione tra loro? E’ una notizia da dare a Banfi, Baccini e De Nicolao (in questo hai ragione, i commenti a cui mi riferivo sono i loro in testa alla discussione, se te ne dissoci non posso che rallegrarmi).

    • Beh Cosentino, se io scrivo “mela” e tu sostieni che ho scritto “pera e gatto”, ho qualche difficoltà ad andare avanti in una discussione sensata.

      Dove avrei scritto -perché dovevo essere evidentemnete sotto effetto di droghe molto pesanti, o qualcuno mi ha rubato l’accesso al sito- che “sono favorevole al sistema gerarchico” (espressione priva di senso per qualsiasi persona che non sia un’analfabeta del disegno delle istituzioni) e che vorrei università in competizione tra loro (ero convinto in questi anni di avere collezionato il record di slide contro la competizione).

    • Vedi Baccini, quando tu scrivi che credi sia “corretto che si proceda per selezioni competitive” sei certo consapevole di avallare l’attuale sistema oligarchico che prevede concorsi su concorsi per continuare a svolgere le medesime funzioni. E quando chiedi (tu o non ricordo più chi) semplicemente ulteriori fondi affermando che il sistema comunque funziona bene, non può non sfuggirti che di fatto avalli la “riforma epocale” che ha ulteriormente gerarchizzato il sistema introducendo una competizione tra poveri che ci mortifica tutti. Quando poi scrivi che la nostra proposta è “todos caballeros” delle due l’una: o non l’hai letta o l’hai letta e non l’hai capita. La proposta è: concorso in entrata e valutazioni periodiche successivamente. Tu ritieni davvero che essere continuamente sotto concorso con uguali doveri e diversi diritti e prerogative sia la soluzione migliore? O non credi piuttosto che per molti sia una soluzione di comodo?

    • Caro Cosentino, evidentemente nella foga di indicare la connivenza della redazione di roars con il nemico, e spingere Sylos Labini alla dissociazione… ti sei semplicemente confuso.
      Infatti non ho scritto nessuna delle cose che tu sostieni io abbia scritto. Evidentemente mi confondi con qualcun altro. Nella discussione io sono quello che ha per gravatar il piccolo lupo mannaro. Puoi facilmente scorrere e leggere ciò che ho sostenuto.
      A questo punto mi aspetto una retraction dei due commenti … :-)
      E con questo chiudo.

    • Hai ragione, Baccini: il virgolettato è di Banfi mentre la sostanzale adesione allo stato attuale delle cose è di De Nicolao. Il tuo commento (il terzo nell’ordine) è più implicito, ma la linea non cambia (il che, unito alla contemporaneità di pubblicazione, rende tra l’altro non semplice distinguere).

    • che parolaccia “selezione competitiva”, vero? Bada che io parlo di individui non di selezione competitiva fra atenei. Comunque, io ho detto come la penso, direi che ci siamo tutti espressi a fondo, quindi lascio ad altri la discussione.

    • Mi permetto di ribadire che in tutto il mondo esiste una carriera accademica e, dove le differenze appaiono più sfumate, nella realtà effettuale lo sono ancora di più in forza di prassi comportamentali che non mettono in discussione il ruolo di guida dei docenti ritenuti scientificamente più accreditati e più autorevoli. In Italia, c’è un ontologico problema dato dalla mancanza di una capacità di riconoscimento dei meriti altrui. E infatti, l’anvur ha trovato molteplici ascari desiderosi di cogliere l’occasione per porre in essere vendette personali e provare ad eliminare colleghi fastidiosi. In Italia, esisteva una carriera che è stata distrutta dai berluscones e da tanti amici della sinistra “illuminata”. Primo, invece, di dire chiaramente che il ricercatore è giuridicamente, da anni, un professore di terza fascia, lo si è trasformato a tempo determinato asservendolo ai capricci dei gruppi che ne decidono il destino. Secondo, invece di stabilire percorsi certi nel passaggio da associato a ordinario, i concorsi sono diventati rapsodici, si sono sottratti finanziamenti agli atenei e s’è creato il presupposto per istanze come quelle che commentiamo che, con tutto il rispetto, de facto, spingono verso il todos caballeros. Ritengo che la proposta non colga nel segno, perché i problemi sono altri, come già quisegnalato non solo da me. Da professore ordinario, fortunato vincitore in giovane età nel 2000, sono scandalizzato che tanti valorosi colleghi della mia età non abbiano avuto nemmeno le chances che ho avuto io e sono stati travolti da una asn concepita in modo devastante (l’ho scritto in varie occasioni). Per non dire di chi ha ottenuto l’abilitazione ad associato o ordinario e oggi si trova ad elemosinare i fondi per una chiamata. Ma il ruolo unico non è la soluzione. La soluzione è quella di finanziare il sistema, fare concorsi nazionali con tempi certi, dare la certezza a chi ha ottenuto l’abilitazione (riformata) di essere chiamato. La gelmini e i suoi amici (bipartisan) volevano un’università di precari, pochissimi ordinari e un po’ più di associati sufficienti ad erogare i corsi. Io desidero un’università senza precari, con percorsi certi di carriera, con associati giovani che di li’ a poco possono diventare ordinari e, quindi, alla fine tanti ordinari. Ma tutti, come una volta disse Stefano Rodotà, rispondendo ad un’infelice battuta di Francesco Cossiga, dovremmo essere entrati dalla porta principale, cioè per concorso, e non da quella di servizio.

    • Bravi! Tutti dovremmo entrare per concorso ma non entrare e rientrare nelle medesime funzioni più e più volte. UN CONCORSO in entrata e valòutazioni periodiche per la progressione di carriera e di stipendio.

    • @Cosentino: le proposte le fate voi, e sparate cose che non si sono mai sentite, come i parametri nazionali, evidentemente liceizzanti. Le valutazioni, in tutto il mondo si fanno su base locale in un sistema di pesi e contrappesi, e soprattutto in un sistema competitivo tra università. Ma queste cose le dovresti sapere. In ogni caso voi come fare la valutazione non lo dite e questo è tutto.

    • In che senso i parametri nazionali sono liceizzanti? E le mediane ANVUR cosa sono? Riguardo al sistema competitivo, (i) il sistema italiano è un sistema nazionale, che non ha niente a che fare con la competizione tra università (ii) e se si vuole incrementare le capacità competitive delle università sul piano internazionale (dove la competizione va esplicitamente promossa) queso lo si può fare prima di tutto liberando le università dalle oligarchie veteroacacdemiche che le controllano e finanziaindole in modo che possano mettere benzina nel motore. Se no di che parliamo?

  12. 36 commenti in meno di 15 ore forse non saranno un record, ma di sicuro un segnale importante.
    Tralasciando che molti dei contrari alla proposta del ruolo unico sono, da sempre, quasi tutti P.O. (o quasi), mi pare evidente che tante discussioni siano rappresentative di un problema reale, concreto. Ancor più, un problema devastante, nei suoi effetti, sull’università del passato, del presente e, sempre più, del futuro.
    Certo una distinzione in fasce è pressoché una costante nei sistemi universitari, ma è innegabile che il sistema universitario italiano sia stato e sia ancora oggi governato con le logiche descritte nell’articolo.
    Da sempre difendo il mio lavoro ed il valore, sociale e culturale dell’università statale, in tutti modi e in tutti, tanti, contesti ostili che incontro.
    Ma non credo ci siano possibilità di sopravvivenza in un sistema in cui anche i “migliori” parlano di “selezioni competitive” (palesemente impossibili nel nostro paese, vedi risultati ASN) o di possibilità “concesse” agli associati (non si capisce bene, poi, perché non ai RU, ormai peraltro estinti). Così come ritenere che la proposta sia una mina alla base dei meccanismi meritocratici più elementari rappresenta, sempre nel contesto italiano, una alterazione della realtà dei fatti. Una visione di stampo quasi, mi perdonerete l’espressione ormai quasi volgare, comunista secondo cui solo i concorsi pubblici (così mi diceva, da ragazzo, un vecchio amico comunista, appunto) rappresentano l’unica possibilità di garantire meritocrazia.
    E nei prossimi anni la situazione potrà soltanto peggiorare per l’evidente contrazione del numero di ordinari con conseguente concentrazione di tutti i poteri decisionali nella mani di pochi.
    Il ruolo unico non è una soluzione?
    Bene, lo credo anch’io.
    Qual’è la soluzione?
    Una nuova ASN? Una nuova ANVUR?
    Un ritorno a, falsate, commissioni di concorso basate su un mix di differenti fasce?
    La proposta del ruolo unico non mi convince come non mi convincono molte altre proposte in circolazione che dovrebbero comportare innanzitutto il superamento del sistema baronale.
    Sono un “giovane” ricercatore (45 anni), senza prospettive di carriera, a 1900keruo mensili (assegni compresi). Seguirei, pressoché ciecamente, un maestro, una via maestra, per fare ricerca ma non ho alcuna voglia (per evidenti limiti di età e dignità) di seguire i vari baronetti che si vanno creando e che guideranno le università nel prossimo futuro.
    In questo contesto, mi pare difficile trovare motivazioni valide a giustificazione dell’arcaico, immobile, sistema universitario in cui viviamo, basato su una fasulla meritocrazia incentrata sull’altrettanto fasulla capacità di reclutamento del sistema universitario.
    Credo, la discussione è antica e per certi versi inutile, che il ruolo unico sia soltanto un modo per riportare all’attenzione il problema, molto più importante, di una reale modernizzazione del nostro sistema universitario.
    Modernizzazione che dovrebbe essere basata non su riforme imposte, calate, dall’alto da questo o quel governo (destra, sinistra, centro, composti peraltro da tanti docenti universitari, hanno visioni incredibilmente concordi in materia) ma su un sistema universitario con capacità reali di autoriforma, e prima ancora di autogoverno, che, a guardarsi indietro non esistono.
    Le due ASN, mi perdonerete il continuo riferimento, sono il più recente, eclatante, esempio delle suddette incapacità.

  13. Il fatto che la proposta di Conpass tocchi un nervo scoperto (probabilmente proprio quello del potere) è mostrato dall’ambiguità delle critiche, che perloppiù provengono da redattori di roars, relativamente alla valutazione e al merito che da una parte sarebbe pericolosa (come dare torto a Baccini su questo) e dall’altra sarebbe più buona e giusta quando valutata con i passaggi di ruolo.
    Come a dire: se riesci a vincere un concorso per ordinario sei meritevole, sennò no. Per cui il ruolo unico sarebbe alternativamente, ma non in via esclusiva,troppo_meritocratico/troppo_antimeritocratico. Ma anche, per i critici,troppo_idealistico(quindi inattuabile)/troppo_realistico(in quanto attuabile secondo le leggi vigenti).
    Fortunatamente gli estensori dell’articolo continuano, con logica ferrea, a ribadire i principi alla base di questa proposta.

    • Non vedo alcuna logica in una proposta in cui si parla di valutazione senza neanche dire come farla. Ma si sa, a dire che non ci piace il male nel mondo siamo tutti bravi.

    • @Mignone: se leggi i commenti, in particolare questo di Cammalleri, hai già la risposta: ” Non non proponiamo affatto nè medie nè mediane. Nè una misura unica. Crediamo che tra tutte le sede esistenti sia il CUN che devva stabilire qual debba essere l’attività minima in termnini di ricerca, didattica e amministrazione che ogni docente debba fare in un tot anni e ogni tot anni, per giustificare un mero incrememento stipendiale.”
      Forse quello che non ti piace in questa proposta è la mancanza di aleatorietà nella valutazione proposta e di comparazioni (si scatta se si fa il proprio dovere), nonchè la sparizione di ruoli che attualmente sono gerarchicamente superiori e indiscutibili anche in assenza di tangibili differenze tra le capacità e il lavoro fatto?

    • Storpiare il nome altrui non aiuterà le sue non-argomentazioni signora Stancampiano. La valutazione nazionale è un’aberrazione burocratica che non esiste nel resto del mondo. Così come la promozione automatica e non competitiva. Una ragione ci sarà. Questo è quanto.

    • Mingione, abbi pazienza: cerca almeno di non contraddire te stesso. La promozione NON competitiva esiste oviunque meno che in Italia e tu stesso lo hai scritto in un qualche commento precedente (anche se hai voluto precisare che nella valutazione viene richiesto il confronto con “le eccellenze” del settore o qualcosa di simile).
      Cosa poi voglia dire che “La valutazione nazionale è un’aberrazione burocratica” lo comprendi tu solo. Che l’attuale “valutazione” anvuriana sia un’aberrazione è evidente a chiunque voglia aprire gli occhi, ma che un sistema omogeneo a livello nazionale e secondo i migliori standard internazionali debba esistere è altrettanto pacifico. Così com’è pacifico che esiste in gran parte del mondo, con buona pace tua. Sarebbe anche buona cosa smetterla di tirare in ballo il resto del mondo quando fa comodo e di ignorarlo quando disturba, e discutere invece nel merito le questioni.

    • Cosentino, hai ragione, con te occorre tanta, infinita pazienza, e disponibilità a scendere a un livello di ragionamento assai diverso da quello al quale sono abituato. Non ho mai scritto quello che dici, ti confondi col post di un altro (di un certo DG). Per quanto riguarda “i migliori standard internazionali” di cui fantasticheggi, beh, qui mi viene da ridere se permetti. Cosa intendi? Quali sarebbero questi standard internazionali? Quelli di Oxford, Harvard, Princeton? Oppure di qualche sperduta università balcanica? Io dopo aver fatto il professore visitatore in decine di università all’estero non ho mai sentito parlare di “standard internazionali” poiché ognuno hai suoi. Come sempre rimanete nel vago, volete fare valutazione nazionale, ma non dite come farla, volete richiamarvi a standard internazionali, affermando modelli che non esistono in nessuna parte del sistema solare. E qui smetto definitivamente di risponderti, ma giusto per farti un piacere.

  14. A memoria non ricordo molti post che producessero tanti commenti tutti insieme!
    Io ero ancora a fantasticare sui ricordi del Principe Valiant, fumetto di alto livello, che c’erano 30 commenti di cui vari a livello di guardia di incazz… turbamento.
    Tema molto caldo.
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    Dalla mia modesta e umile posizione di RTI ad e in esaurimento, in tutti i sensi, faccio qualche riflessione.
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    Intanto condivido il fatto che al manipolo, in cui c’è Giorgio Pastore che ho avuto modo di conoscere e stimare su queste pagine, effettivamente vadano mosse le obiezioni già fatte, e cioè che:
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    – l’affermazione: “L’emergenza crediamo vada invece aggredita alla radice, eliminando le determinanti causali, che, se non rimosse, inevitabilmente ridetermineranno nel futuro prossimo una nuova emergenza. E la causa strutturale di tale emergenza non risiede, a nostro avviso, né nel blocco delle assunzioni, né nei vari meccanismi concorsuali o selettivi o idoneativi o abilitativi, né nel centralismo o nel localismo del reclutamento e degli avanzamenti, tutti del resto già sperimentati nel corso dei lustri passati.” è imprecisa e discutibile, nel senso che:
    – – il fatto di aver perso 10.000 docenti è riconducibile con ottima approssimazione proprio al blocco delle assunzioni, allo strozzamento del turn-over e alla mancanza di una qualche programmazione del personale basata sulle reali esigenze dell’Università italiana per come la si vuole intendere nei prossimi anni (cosa che invece nella 382 c’era) e quindi di un conseguente e congruo finanziamento;
    – – il fatto che la fascia degli ordinari si sia assottigliata più che quella degli associati è dovuto all’esistenza dei vincoli di legge (con il reclutamento di RTDb);
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    – parlare di “baroni”, creatori o dittatori ecc…, alimenta una certa narrativa denigratoria sull’università che rimanda più ad un certo uso distorto del ruolo fatto da alcuni (quanti? Non si sa) che alla legittimità dell’esistenza del ruolo stesso.
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    Ciò detto, ci sono certamente dei motivi che potrebbero fornire argomenti per una proposta del genere, alcuni dei quali si sono soltanto inaspriti per motivi contingenti.
    Non mi stupisce che la richiesta del RU, dopo esser nata con la nostra protesta di RTI qualche anno fa, ora sia stata ripresa dai professori associati. Noi eravamo stati messi ad esaurimento dalla cara Gelmini e chi per lei, mentre gli attuali associati sono al palo per via dei vincoli di legge. In entrambi i casi, il risultato è quello di trovarsi in un ruolo che ormai non corrisponde più, de facto, alla propria figura giuridica, anche se per motivi politici diversi.
    .
    Per gli RTI sono stati fatti storicamente dei pasticci in successione. La figura del ricercatore universitario, nata per non fare didattica, se non integrativa, e per essere un’istituzione temporanea, è diventata a tutti gli effetti quella di un professore di III fascia. Facente didattica, quanto e più dei suoi colleghi docenti, ma sottopagata. E senza avere la possibilità di partecipare agli organi decisionali o alle decisioni, in molti casi.
    Con la L240 gli RTI sono diventati ad esaurimento, hanno ottenuto l’improbabile titolo di “professori aggregati” (manco questo esiste nel mondo) e possono essere facilmente (volendo) sorpassati dagli RTDb.
    Gli attuali associati, in ruolo anche da più di un decennio, abilitati in grandi numeri, con un’attività scientifica spesso migliore del ruolo superiore (in molto settori le mediane PA sono superiori a quelle PO), sono bloccati da un turn-over parziale e dai vincoli sul reclutamento.
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    Ci si deve dunque chiedere se il RU sia la risposta a problemi che sicuramente meritano una soluzione.
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    La situazione contingente ha già di fatto generato una sua risposta, sicuramente insoddisfacente proprio per gli attuali PA. In pratica, almeno in questo momento storico, esiste già un ruolo unico che è proprio quello dei professori associati. E questo è dovuto all’impianto della L240 unito all’effetto dei vincoli successivi. Lo scorrimento RTI->PA è poco costoso, l’RTDb dopo tre anni è PA, i posti esterni (fuori ateneo) banditi, che devono essere almeno il 20% dei posti a concorso, sono quasi tutti da PA perché hanno un costo inferiore (0,7 contro 1 p.o.).
    Il numero dei PO non potrà stare al passo.
    In effetti, limitare, ad esempio, la composizione delle commissioni ai soli PO, sta diventando (è diventato) un privilegio di alcune oligarchie, più o meno illuminate.
    La risposta contingente non sembra dunque una soluzione soddisfacente, perché crea disparità di trattamento fra attuali PA e i pochi PO.
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    Dal punto di vista stipendiale: il sistema pre-Gelmini creava le assurdità che conosciamo. Dopo un certo numero di scatti biennali, lo stipendio di RTI superava quello di PA e, in caso di progressione, si verificava addirittura una perdita stipendiale da recuperare negli anni. Stessa cosa per il ruolo superiore.
    Il sistema degli scatti triennali con valutazione rende più lento un processo del genere e non più automatico. L’esito del processo sarà effettivamente valutabile quando si conosceranno i regolamenti di ateneo, che ancora sono ignoti visti i blocchi stipendiali.
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    Ma il discorso delle retribuzioni non può essere disgiunto da quello delle mansioni e dei meriti, naturalmente.
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    A livello qualitativo, c’è da dire che chiunque lavori in università non dovrebbe avere difficoltà a riconoscere che in effetti in molti casi non ci sono state, nell’era pre-Gelmini, distinzioni effettive di ruolo. Una situazione non più sostenibile, ma per sanare la quale certo si potevano pensare sistemi diversi dalla riforma Gelmini.
    Gli RTI avrebbero dovuto avere un carico didattico limitato e ci sarebbe dovuta essere un’effettiva selezione di quelli portati anche per l’attività didattica. Mentre la didattica universitaria per me si regge a fatica senza il supporto della ricerca, non è vero il contrario, e quindi prevedere figure di soli ricercatori a TI, addetti a didattica integrativa, poteva non essere sbagliato.
    In quanto alla distinzione tra PA e PO, si sarebbero dovute attuare delle differenzianzioni effettive e non velleitarie e puntualmente disattese nei fatti.
    L’ANVUR aveva fra i suoi compiti anche quello di definire dei profili scientifici qualitativi delle due fasce, e quello proposti si trovano ad esempio qui (slide 20):
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    http://www.anvur.org/attachments/article/50/presentazione_codau_firenze_8_7_2911_0.pdf
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    Ci sono dei riferimenti anche all’attività didattica, con affidamenti di tesi o invece di dottorati.
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    Si possono discutere di questi compiti/profili/criteri peculiari che le due figure devono avere, ma quello che non dovrebbe succedere è che si crei nella realtà dei fatti un ruolo unico, senza una vera distinzione di compiti/maturità/risultati raggiunti, e invece un trattamento giuridico e quindi stipendiale diverso.
    .
    Il RU potrebbe sanare alcuni di questi aspetti ma non mi sembra una soluzione realmente salvifica o migliore di una più gerarchica, ma col rispetto e il riconoscimento dei ruoli effettivi.
    Anch’io credo quindi che in questo momento la priorità dovrebbe essere quella di “dare a Cesare quel che è di Cesare”, e quindi ripristinare scatti, progressioni e reclutamento. Facendolo rispetto all’Università che si vuole vedere realizzata nei prossimi anni, cioè con una politica universitaria in mente rispetto al ruolo culturale, sociale ed economico che le si vuole attribuire. Avviando contemporaneamente un discorso serio sulla valutazione, che sfoci in metodi più affidabili e collaudati dai quali far dipendere, in maniera più o meno fiscale (più per reclutamento e passaggi che per scatti stipendiali), le diverse operazioni. Credo che molti dei problemi si risolverebbero.

    • Aver perso 10.000 docenti è in primo luogo da attribuire a una scelta politica che le oligarchie accademiche (rettori e ordinari eccellenti) non hanno saputo e voluto osteggiare, preoccupati (e sazi) di gestire il potere locale, sempre minore ma bastevole (meglio regnare all’inferno che servire in paradiso). Ecco il primo e maggiore motico per cui il ruolo unico è una rivoluzione necessaria: scardinare le oligarchie e promuovere un controllo diffuso del governo degli atenei e delle comunità accademiche e scinetifiche da parte di tutti gli appartenenti ad essi/e. Non è certo una ricetta magina, ma molto meglio la partecipazione trasaprente e responsabile rispetto a pochi oligarchi “eccellenti” nelle oscure stanze dei bottoni.

    • Per il resto, il tuo lungo e articolato commento contiene considerazioni per lo più condivisibili, al punto che la conclusione secondo cui “ma non mi sembra una soluzione realmente salvifica o migliore di una più gerarchica”, giunge a sorpresa, dato che è stata se mai proprio la gerarchia – incattivita e incancrenita dall’ultima riforma del ministro innominabile – la principale fonte dei mali dell’università italiana, denigrata e sottofinanziata (e tieni prensete che quella denigrazione legata al comportamento baronale è stata sbandierata proprio da chi quella riforma la ha pensata e imposta). Nella situazione di emergenza attuale l’unica possibile risposta è ritornare a una sostanziale eguale dignità di partecipazione al governo del sistema, distinto unicamente sulla base di anzianità e esperienza, su un’unica scala di progressione scandita NON da forche caudine concorsuali bensì da verifiche di attività.

    • A mio avviso concorsi ben fatti non sono forche caudine ma sono essenziali per selezionare il personale. C’è tutto un discorso ideologico, mi pare, dietro la questione, che – insisto – finisce per coprire il fatto più grave: ossia che i non strutturati sono davanti ad un imbuto e ad un percorso ad ostacoli. Ma ognuno ha le sue legittime priorità.

    • Banfi, perdona: ma come fai a dire che i concorsi non sono un problema? Oggi promuovere un RU a PA o un PA a PO COSTA IN TERMINI DI PUNTI ORGANICO CHE VENGONO SOTTRATTI AL RECLUTAMENTO VERO. In questo senso la separazione tra reclutamento e progressione sarebbe un’ulteriore rivoluzione benefica per il sistema. Chiaro che l’obiettivo politico deve essere anche quello di far sì che le progressioni stipendiali (così come gli aggiornamenti dei contratti del personale) siano a carico del FFO. Cosa che da anni non accade grazie anche alla vergognosa passività di chi rappresenta il sistema universitario, rettori e organi di governo in primis.

    • @Cosentino, che scrive: “Nella situazione di emergenza attuale l’unica possibile risposta è ritornare a una sostanziale eguale dignità di partecipazione al governo del sistema, distinto unicamente sulla base di anzianità e esperienza.”

      Ecco, unica distinzione basata sull’anzianità. Detto finalmente chiaro e tondo. E poi dite che non siete antimeritocratici. Questa è la quintessenza dell’antimeritocrazia.

      Per quello che so io, nel resto nel mondo non conta l’anzianità, conta il CV Cosentino. Conta la qualità.

    • Mingione, non ciurlare nel manico, come si dice dalle mie parti.
      :-)
      “ANZIANITA’ E ESPERIENZA” = VALUTAZIONI PERIODICHE a intervalli regolari che assocurino la verifica dell’attività. E se il tempo passa uno diventa inevitabilmente anziano. O no? Ma quanto siete distratti a leggere, quando volete…

    • Marco, non ho capito bene il legame fra i 10.000 posti persi e le oligarchie di ordinari.
      Stai parlando di chi ha appoggiato la legge Gelmini?
      O dei “baroni” che sarebbero stata causa col loro comportamento del definanziamento punitivo?
      .
      In quanto alla partecipazione di tutta la comunità accademica alle decisioni, questo dipende dalle decisioni. Se si parla di avanzamenti stipendiali visti come promozioni nel sistema del ruolo unico, non sono così sicura che chi ha un ruolo inferiore, qualunque cosa questo voglia dire nel sistema del RU, possa valutare chi lo precede, scientificamente parlando. Forse non ho capito io, però.
      .
      I comportamenti scorretti vanno stigmatizzati e isolati, ma che ogni accademico diventando ordinario si trasformi in un mostro cattivo non mi convince troppo. Altrimenti i PA sarebbero tutti potenziali mostri, soprattutto gli abilitati.
      L’ASN ha insegnato che ogni criterio oggettivo, giusto o sbagliato che sia, può essere aggirato da chi non ha intenzioni virtuose. In altre parole, che la legge non basta ovviamente a garantire la virtuosità.
      Occorre quindi lavorare sui due fronti, una migliore valutazione e la denuncia di comportamenti scorretti.
      E naturalmente sui finanziamenti, legati al ruolo che l’Università deve riprendersi.
      Continuo a non trovare motivi sufficienti per pensare che il RU risolva questi problemi.

    • Il legame si articola in due punti:

      (i) l’attuale sistema impone concorsi per ogni passaggio di fascia, risultato = oggi i punti organico disponibili sono utilizzati praticamente tutti per promozioni o per RTDa, senza impegno
      Con il RU il concorso serve a entrare, i passaggi di carriera e di stipendio si fanno per valutazione ma NON per concorso, senza di conseguenza necessità di risorse e senza antagonismi con l’entrata in ruolo

      (ii) le oligarchie attuali sono responsabili di vergognosa condiscendenza con le politiche di definanziamento, prima di tutte la mancata presa in carico nel FFO dell’incremento di spesa per scatti stipendiali (e aggiornamenti del contratto del personale PTA). Questo è stato possibile anche per la sostanziale mancanza di presenza diretta e rappresentanza negli organi di governo, il che tuttora lascia nelle mani ditroppo pochi il destino dell’istituzione e dei suoi singoli componenti.
      Con il RU l’università avrà l’opportunità di non essere più preda e strumento di pochi.

      E’ poi vero che onestà, responsabilità e senso dell’istituzione non si impongono per legge, ma è si affermano senza dubbio più facilmente in una situazione di trasparenza e partecipazione su basi paritarie piuttosto che in un sistema oligarchico, gerarchico e sottomesso.

    • Giuseppe, credo di meritarmi il passaggio dal liceo all’università a questo punto… magari al primo anno, dai ;-)
      .
      Io ti avrei dato l’incentivo, comunque. A scanso di equivoci.
      Anche quella volta il senso era la richiesta prioritaria di ripristinare la normalità, o quella che dovrebbe essere la normalità, con finanziamenti tali da permettere a qualità ed eccellenza di coesistere.

    • @Cosentino: vedo che adesso il provincialismo non è solo dei contenuti ma anche nel linguaggio. Non ti rispondo più, il livello delle vostre argomentazioni parla da solo

  15. @Mingione
    Nel resto del mondo non c’è l’art.97 della Costituzione.
    Da noi ci vuole il concorso. Se la carriera la fai in ruoli diversi o in fasce di ruolo diversi ci vuole un concorso. Questo è il sistema attuale.
    Quindi noi prevediamo un concorso nazionale per accedere a un ruolo e una valutazione non brunettiani, non medianica, non anviriana per la carriere all’interno del ruolo., non vedo proprio come ciò soffochi il merito.

    • @Cammalleri: cioè tu dici che nel resto del mondo non ci sono concorsi? Allora quando sono andato in commissione in alcuni paesi europei e non devo essermelo sognato. Dai, siamo seri.

    • Esattamente in quali paesi saresti stato membro di una commissione di concorso come quelle italiane? Se ci sono più persone che vogliono occupare un posto é ovvia che ci sarà un vin crisi e che su alcuni farà il giudice cioè la commissione.
      Ma questo non ha niente che vedere con i concorsi per la progressione.

  16. Sono d’accordo con la redazione di ROARS.
    L’istituzione del ruolo unico della docenza è una vera insidia ed è un discorso demagogico che di sovente ritorna.
    E poi non trovo giusto che un docente che ha sudato per anni per diventare ordinario, si ritrovi, alla pari, tanti sbarbatelli associati.
    Vi immaginate il caos che si genererebbe se nell’esercito italiano si ritrovassero TUTTI, d’un botto, ad essere GENERALI??

    • Studiare per diventare ordinario?!? Sbarbatelli associati?!? Ma in che mondo vivi? Il ruolo unico NON è tutti uguali, bensì: un unico concorso in entrata e quindi valutazioni periodiche per la progressione di carriera e di retribuzione. E vedresti quanti ordinari odierni la scamperebbero (il che spiega alquanto bene anche le opposizioni ideologiche terrorizzate che la proposta evoca).

  17. In realtà, col sistema attuale degli artt 18 e 24 della L240, c’è già divisione fra progressioni e reclutamento.
    Se può avere un qualche merito, la L240 ha permesso di attuare gli scorrimenti di interni a costo inferiore rispetto ad un concorso “aperto”, che prima era la regola.
    Con le recenti modifiche, c’è una sorta di bilanciamento tra chiamate di interni, o scorrimenti, che sono cosa buona e giusta ovviamente (dopo abilitazione), e chiamate a costo pieno, che dovrebbero garantire più competizione e anche, nella misura di almeno il 20%, chiamate di persone da altri atenei, anche esteri.
    Anche se con poche risorse, si stanno effettivamente chiamando per legge persone esterne all’ateneo.
    Come avverrebbero queste chiamate, che ora sarebbero per le due fasce (quindi di persone che hanno maturità scientifiche diverse o già pienamente affermate), col sistema del RU?

  18. @Lilla,
    cara Lilla, sono sostanzialmente d’accordo con te ma devo correggerti in alcuni punti.
    La messa ad esaurimento degli RTI e la creazione del titolo di “Professore aggregato” (*) si devono al ministro Moratti (se non sbaglio L. 230/05).
    Quanto alla variazione dello stipendio nel passaggio da un fascia all’altra, anche passaggi ritardati non comportavano alcuna perdita: quanto non coperto dalla ricostruzione dalla carriera era integrato dall’assegno personale. La ricostruzione è stata abolita con fini esplicitamente punitivi dalla l. 240/2010, l’assegno personale -pare- dall’ex-salvatore della patria Monti. Ora sì che ci si perde.

    In generale, da RTI con una quindicina di anni di servizio, vedo il ruolo unico come un pericolosissimo grimaldello per riportare TUTTE le retribuzioni a livelli inferiori. Il problema vero è il definanziamento: blocco del turnover, concorsi col contagocce o inesistenti.

    (*) Quell'”aggregato” mi fa sempre pensare a Lovecraft…

    • Caro Stefano, hai ragione, è la Moratti che ci ha reso degni di Lovecraft, creando la fascia di Cthulhu.
      La L240 ha semplicemente ripreso il tema: evidentemente anche la Gelmini è una fan di Lovecraft.
      D’accordo anche sulle ricostruzioni perse grazie a Monti, che pure è un lovecraftiano niente male.
      .
      Il tutto è riassunto qui:
      .
      http://fictionlib.com/wp-content/uploads/2014/05/da.jpg
      .
      dove si vede un chiaro esempio di accademico mutante, grazie a tutti i vari esperimenti di questi anni.

  19. Mentre nel paese si parla (sparla) di corruzione, noi ci ammazziamo a discutere se è meglio avere le tre figure con progressione a concorso o il ruolo unico. Se veniamo fuori con questi discorsi ci guardono come extraterrestri.
    Per le persone comune questi discorsi sono poco più importanti del sesso degli angeli. Invece far capire che ci stanno soffocando, che non ci lasciano fare più il nostro lavoro (ricerca e didattica) che ci hanno messo a compilare scartoffie, che questo è umiliante ed è uno spreco (uno stipendio da 900 euro basta per fare una bella SUA, un POa o PA da 2500-3500 euro al mese non dovrebbe perdere tempo a fare putti…), che un paese senza una università uneversale è un paese del quinto mondo. Questo bisogna far capire alla gente.
    Ruolo unico e quote rose per me pari sono. … e adesso via agli insulti da parte delle femministe e dei ruolisti .-)

    • Posto che su burocrazie SUine varie hai ragione da vendere, il ruolo unco è il miglior contributo che si potrebbe oggi dare alla causa della riduzione della corruzione e del malaffare in università, grazie all’allargamento della partecipazione e della responsabilità che esso necessariamente comporta. Le burocrazie SUine sono anche loro prodotti di un’università abbandonata nelle mani di un’oligarchia irresponabile anche perché ormai fuori da ogni possibilità di valutazione e di rendicontazione.

  20. Vediamo di ricominciare da capo.

    La redazione di ROARS pubblica la proposta col commento preventivo di non essere d’accordo e sottolineando che le due *principali* obiezioni alla proposta
    sono:
    .
    1. … si presta ad essere utilizzata quale strumento per aumentare il grado di burocratizzazione delle università poiché aggiunge alla pletora di strumenti di valutazioni allo stato esistenti, un ulteriore livello di “valutazione continua” dei singoli ricercatori;
    .
    2. a fronte di ciò la proposta non pare apportare alcun beneficio ai numerosi ricercatori non strutturati ed in formazione che vedono incombere sulle loro teste il rischio dell’espulsione dal sistema.
    .
    Riparto da queste due, anche se poi dalla novantina di commenti che si sono susseguiti non mi è chiaro che fossero veramente le obiezioni di base.
    .
    1. si aggiungerebbe un ulteriore grado di valutazione continua. Falso. Dovrebbe esser chiaro che la valutazione triennale c’e’ già (ma non si vede grazie al blocco degli scatti). Noi, a differenza di chi partorisce “riforme epocali” o “Buone Scuole o Buone Università”, ci siamo chiesti come si possa modificare in meglio il sistema *attuale*, non quello del mondo che fu o dei desideri che saranno, e abbiamo individuato nel meccanismo ormai distorto delle carriere uno dei nodi più importanti da modificare. Se noi o chi ci critica (e critica il sistema uscito dalla 240) avessimo le forze per modificare quella riforma, potremmo discutere di altro. Ma queste capacità di incidere dove sono? Qualcuno dei critici della nostra proposta pensa di aver le froze per azzerare 240 e decreti collegati ? Se c’e’ batta un colpo.
    .
    La modifica da noi individuata sfrutta meccanismi già esistenti o anche modificabili, se forze e circostanze lo permetteranno. Ma se finora nessuno si è posto il problema delle valutazioni per gli scatti, suona quanto meno strano che il problema nasca solo quando qualcuno dice “vedo” e chiede di usare per davvero quel meccanismo per qualcosa che dovrebbe minimizzare le rendite di posizione e massimizzare la valorizzazione di chi lavora bene.
    .
    2. la proposta non porterebbe beneficio ai non strutturati.
    Sicuri ? Un non strutturato di qualità, che in questo sistema si vede davanti meccanismi fortemente controllati da un’ oligarchia sempre più ristretta, non possa vedere vantaggi in una situazione in cui aumenta il numero e la diversità culturale degli strutturati che valuteranno il suo accesso in ruolo ? Provate a chiedere in giro.

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