Fra il 2012 e il 2019 il turn-over al Politecnico di Milano è stato del 121% (cioè i docenti sono aumentati), e alla Statale del 77%, mentre è stato del 47% alla Sapienza e del 44% a Tor Vergata. Perché queste differenze? Perché il turn-over di ciascun ateneo è definito da un complesso e oscuro algoritmo finanziario, che rapporta il costo dei docenti in servizio alle entrate delle università. Ma le entrate dipendono da quanto sono abbienti le  famiglie degli studenti, a Milano e a Roma, e da quanto sia possibile tassarle. Il reddito medio della famiglia di uno studente del Politecnico è quasi 30.000 euro (Istat, 2014-15); è più di 26.000 alla Statale ma meno di 23.000 a Roma. A Milano l’incasso dagli studenti è pari (2015) al 37% del FFO (a cui si va ad aggiungere), mentre a Roma è fra il 21% e il 25%. Ed è questo gettito che diventa un “merito”: avere studenti più benestanti, tassarli il più possibile. E il sistema si biforca, e le disparità continuano, inarrestabili: nella media 2018-19, quando il turn-over nazionale è tornato al 100% il dato per il Politecnico è addirittura 250%, 126% per la Statale, ma 85% per la Sapienza e 77% per Tor Vergata. Più docenti, più corsi: maggiori possibilità di attrarre studenti. E quindi di incassare ancor più. Si tratta di scelte politiche inique, volte ad approfondire le differenze fra città e città, territorio e territorio. Come recita il Vangelo di Matteo (25, 29): “perché a chiunque ha sarà dato e vivrà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. E’ possibile discuterne?

L’Italia può vivere stagioni più felici di quella attuale solo se si sviluppano tutti i suoi territori: centri e periferie, città e aree interne, Nord, Centro e Sud. La discussione, a tratti accesa, che si sta sviluppando sul ruolo di Milano può allora essere utile se confronta idee e punti di vista sulle cause delle differenze nello sviluppo dei suoi territori e sulle politiche più opportune per coniugare crescita e riduzione delle disparità. Il più possibile analisi e dati alla mano.

Vi sono state politiche che negli ultimi anni hanno invece favorito l’accentuarsi di queste disparità? Certamente sì: dal federalismo comunale al finanziamento della spesa sanitaria alle politiche della mobilità e dei trasporti. Vediamone una, molto importante: le politiche per l’università. Può essere utile illustrarle sommariamente confrontando le vicende dei due maggiori atenei milanesi (Politecnico e Statale) e romani (Sapienza e Tor Vergata). A partire dal 2012 si è deciso, per motivi di bilancio, di ridurre il turn-over delle università italiane: consentire cioè un nuovo reclutamento inferiore ai pensionamenti che a mano a mano maturavano. Questione decisiva: con meno docenti si riduce il contributo delle università (fatto di didattica, ricerca e rapporti con il territorio) alle aree di insediamento.

Ora, fra il 2012 e il 2019 il turn-over al Politecnico è stato del 121% (cioè i docenti sono aumentati), e alla Statale del 77%, mentre è stato del 47% alla Sapienza e del 44% a Tor Vergata. Perché queste differenze? Perché il turn-over di ciascun ateneo è definito da un complesso e oscuro algoritmo finanziario, che rapporta il costo dei docenti in servizio alle entrate delle università. Queste ultime dipendono in parte dal finanziamento pubblico (FFO, fondo di finanziamento ordinario): che è mutato anch’esso in maniera molto diversa da sede a sede in base a criteri decisamente discutibili (chi fosse interessato a tutti i particolari può guardare il libro “La laurea negata”, edito da Laterza). E già qui ci sarebbe moltissimo da discutere: il FFO della Sapienza è sceso negli ultimi dieci anni del 17%, quello della Statale è rimasto inalterato.

Ma, e su questo conviene concentrare in questa sede l’attenzione, le entrate dipendono anche da quanto le università incassano dai propri studenti. Naturalmente ciò a sua volta dipende da quanto sono abbienti le loro famiglie, a Milano e a Roma, e da quanto sia possibile tassarle. Il reddito medio della famiglia di uno studente del Politecnico è quasi 30.000 euro (Istat, 2014-15); è più di 26.000 alla Statale ma meno di 23.000 a Roma. Questo significa che per ogni studente l’incasso è diverso: circa 1900 euro a Milano e circa 1200 a Roma (2016-17). E quindi significa che a Milano si riesce ad aggiungere un gettito molto maggiore al finanziamento pubblico: l’incasso dagli studenti è pari (2015) al 37% del FFO (a cui si va ad aggiungere) a Milano, fra il 21% e il 25% a Roma. Ed è questo gettito che diventa un “merito”: avere studenti più benestanti, tassarli il più possibile. E’ questo che consente di reclutare più docenti e di rafforzare nel tempo gli atenei.

Tiriamo le fila. Le possibilità delle università di avere nuovi docenti dipendono in misura significativa dal reddito delle famiglie dei loro studenti. Dunque, dato che Sapienza e Tor Vergata sono a Roma, e il reddito dei romani (e degli studenti che arrivano) è più basso di quello dei milanesi, hanno minori possibilità di reclutare docenti. Il futuro delle università dipende così dal luogo in cui sorgono: se è relativamente meno ricco hanno minori possibilità di crescere. E il sistema si biforca, e le disparità continuano, inarrestabili: nella media 2018-19, quando il turn-over nazionale è tornato al 100% il dato per il Politecnico è addirittura 250%, 126% per la Statale, ma 85% per la Sapienza e 77% per Tor Vergata. Più docenti, più corsi: maggiori possibilità di attrarre studenti. E quindi di incassare ancor più.

Di questo, gli italiani non sanno nulla: è già difficilissimo ricostruire i dati (il lettore avrà notato come si siano usati anni diversi per dati diversi: quelli disponibili). Si tratta di scelte politiche volte chiaramente, anche se in maniera oscura, ad approfondire le differenze fra città e città, territorio e territorio. Scelte profondamente inique: tanto per chi ne è penalizzato, quanto – se è vero quel che si diceva all’inizio – per l’Italia nel suo complesso.  Come recita il Vangelo di Matteo (25, 29): “perché a chiunque ha sarà dato e vivrà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. E’ possibile discuterne?

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6 Commenti

  1. questo sistema, applicato a macroaeree, a città, a settori scientifici, a docenti sta creando ingiustizia, prima ancora che disuguaglianza. Ci vuole una persona che abbia la pazienza di Ferraro, ma, rispetto a lui, una mentalità più ampia: la convinzione che si può cambiare, non soltanto rappezzare, che Tutto si può cambiare, non solo le parti che accontentano alcuni.
    E’ inutile, ogni informazione dimostra che i provvedimenti non sono stati innocenti, non frutto di incompetenza, ma un preciso disegno i cui risultati già si vedono. Imperdonabili le persone che vi si sono prestate, imperdonabili le persone che non hanno ascoltato…

  2. Lo so che non è possibile perché non ci sono dati granulari, ma sarebbe piú opportuno confrontare i livelli di tassazione (o le entrate complessive) a parità di reddito. Guardare alla tassazione media oscura l’eventuale progressività della tassazione, che è molto piú accentuata in alcune università che in altre. Il grosso della tassazione nell’università di Milano (qualche anno fa era almeno il 40 % delle entrate, se non ricordo male) viene dagli studenti che non hanno un ISEE e quindi pagano automaticamente il massimo. Fare la media di chi presenta una dichiarazione produce un dato inesorabilmente distorto.
    Ci sarebbe poi anche il fatto che alcune università collaborano colla guardia di finanza e altre no, quindi il maggior reddito medio può essere un sintomo di maggior recupero dell’evasione. Quando sono aumentati i controlli, molte famiglie hanno rinunciato anche solo a presentare la dichiarazione per l’ISEE.

  3. Già, sempre la vecchia storia del pollo di Trilussa.
    Certo sembra evidente che vivere a Milano costa molto e poiché moltissimi non milanesi vogliono studiare a Milano, devono avere un reddito adeguato. Mentre i figli delle classi alte milanesi vanno a studiare all’estero. Tuttavia è scioccante che le tasse studentesche raggiungano il 40% del finanziamento delle università.
    Qualcuno ha idea di cosa succede all’estero, Francia, Germania, Regno Unito?

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