È come se, da un anno all’altro, l’equivalente di 280 ricercatori dovessero abbandonare gli atenei meridionali per essere trasferiti nelle più ricche università settentrionali. Com’è possibile? Fu il Governo Monti a stabilire che i pensionamenti avvenuti in un ateneo A possono essere rimpiazzati da assunzioni in un ateneo B, se B ha un bilancio più solido del (pur virtuoso) ateneo A. Ed ecco che la città Milano con i suoi atenei incamera ben 84 Punti Organico (l’equivalente di 168 ricercatori) in aggiunta al rimpiazzo dei propri pensionamenti. Un organico sottratto agli atenei del Centro-Sud, in particolare  Napoli Federico II, Palermo e Roma Sapienza. Insomma, prosegue il travaso che negli ultimi sei anni ha già spostato oltre 500 P.O. dal Centro-Sud al Nord. Qualcuno obietterà che è giusto così. Per averne conferma, confrontiamo Napoli Federico II con Udine. Entrambi gli atenei sono “virtuosi” (Indicatore Spese Personale < 80% e ISEF > 1). Ma la Federico II è più virtuosa sia per lndicatore di Sostenibilità Economico-Dinanziaria (1,19 vs 1,15) sia per Indicatore Spese Personale (67,7% vs 70,9%). Ebbene, i “criteri Bussetti” premiano l’ateneo “peggiore”: a Udine spetta un turn over del 113%, mentre a Napoli  solo un misero 83%. La spiegazione? Sembra che l’algoritmo di ripartizione del turn over non tenga conto del numero dei pensionamenti, che possono variare, anche di molto, da un ateneo all’altro. Che deve fare un ateneo per migliorare i propri indicatori? La riposta è semplice: aumentare le tasse universitarie, senza curarsi del tetto massimo (sulla cui violazione nessuno vigila). Infatti, a chi spreme gli studenti spetta un “premio” a spese degli atenei che rispettano la legge. Si tratta  di aspetti più volte rimarcati da CUN e CNSU e fatti propri dal Movimento 5 Stelle in un Ordine del Giorno presentato nel 2013 e accolto dal Governo. Concetti ribaditi nel loro “Programma Università e Ricerca”. Dove sono finiti questi buoni propositi?

Testo del DM Punti Organico con tabelle pdf ed Excel: link

1. Riassunto delle puntate precedenti…

C’era molta attesa nel mondo accademico per la ripartizione dei “Punti Organico 2018” – le facoltà assunzionali derivanti dai pensionamenti degli atenei avvenuti nel 2017. L’attesa, oltre che per il ritardo con il quale è arrivato il provvedimento, era anche dovuta alle possibili modifiche ai criteri di ripartizione che era lecito aspettarsi dal “Governo del cambiamento”.

Ma prima facciamo qualche passo indietro. Fino al 2012 ogni ateneo “virtuoso”, cioè con i conti in regola secondo i parametri contabili del MIUR, era libero, al pari di altre pubbliche amministrazioni, di avere disponibilità del “proprio” turnover. Dal 2012, una norma prevista da un decreto-legge del Governo Monti ha tolto agli atenei tale autonomia, prevedendo che i pensionamenti avvenuti in un ateneo A possano essere conteggiati come turnover di un ateneo B, se B ha un bilancio ancora più solido del (pur virtuoso) ateneo A secondo un complicato algoritmo. Il meccanismo, già in sé molto opinabile – è di fatto un unicum nella pubblica amministrazione -, risulta ancora più odioso se si pensa che gli indicatori di bilancio dipendono in maniera significativa dalle entrate derivanti dalle tasse degli studenti.

Ciò ha comportato, sin dalle prime assegnazioni secondo queste “nuove regole”, un drenaggio significativo di punti organico dalle università del Centro-Sud, dove il livello di tassazione è molto basso, verso quelle del Nord, con scostamenti spesso importanti tra i diversi atenei, come già riportato in dettaglio su queste pagine.

Un secondo effetto collaterale è stata la corsa sfrenata all’aumento delle tasse studentesche, anche oltre il livello massimo di tassazione previsto dalla legge (limite che peraltro è stato notevolmente abbassato sempre dal Governo Monti), approfittando del fatto che tale legge non è mai stata fatta rispettare da parte del MIUR.

2. Punti organico 2018: the winner is … Milano

Come detto, tali norme sono dovute al Governo Monti, e sono state applicate da tutti i governi che da allora si sono succeduti: Letta, Renzi, Gentiloni. Con alcune varianti. In particolare, anche a seguito delle proteste del mondo accademico e di un ordine del giorno in precedenza presentato dal Movimento 5 Stelle contro tali modalità di ripartizione (ne riparleremo più avanti), attraverso un DPCM il Governo Renzi (Ministro Giannini), pur mantenendo l’impostazione originaria, ha proceduto a “calmierare” le evidenti distorsioni nel guadagno o perdita di punti organico da parte di un singolo ateneo, introducendo alcune clausole di salvaguardia, peraltro non particolarmente incisive, come illustrato in Tabella 1. Tali clausole sono state poi confermate dal Governo Gentiloni (Ministro Fedeli).

Ed eccoci al 28 dicembre 2018, giorno in cui il governo in carica ha proceduto a modificare le regole di attribuzione dei punti organico, varando il nuovo DPCM, a firma Conte, che detta le modalità di attribuzione delle facoltà assunzionali per i prossimi tre anni. Ebbene, la notizia è che il nuovo governo ha confermato pienamente le regole di ripartizione dei punti organico introdotte dal Governo Monti nel 2012 e applicate da allora da tutti gli altri governi. In particolare, è stata confermata la circostanza che i pensionamenti di un ateneo possano essere attribuiti ad un’altra università. L’unica novità è nelle clausole di salvaguardia: viene infatti eliminato ogni limite superiore al guadagno, a spese di altri atenei, di punti organico di un singolo ateneo, e portata al -50% (nel 2014 era -40%) la perdita massima del turnover di un ateneo virtuoso rispetto al turnover medio nazionale.

Come era facile attendersi, la ri-edizione del “decreto Monti”, peraltro con l’eliminazione di qualunque clausola di salvaguardia superiore, ha riproposto ed anzi amplificato gli squilibri denunciati gli scorsi anni. Così abbiamo, come mostrato in Tabella 2, atenei con un turnover del 663% (Università Stranieri di Siena), un vero record nella pubblica amministrazione, quasi 7 volte oltre la media nazionale del turnover (pari al 100% a partire dal 2018), e al contempo atenei che, sebbene “virtuosi”, debbono accontentarsi di un turnover quasi dimezzato rispetto al complesso degli altri atenei.

Passando ai dati assoluti, è Milano la città che esce vincitrice dalla prima suddivisione dei punti organico targata Bussetti: il capoluogo lombardo incamera ben 84 P.O. oltre il proprio turnover! Tali punti organico provengono in gran parte dai pensionamenti del 2017 degli atenei del Centro-Sud. In particolare gli atenei maggiormente colpiti da questa ripartizione sono Napoli Federico II e Palermo (entrambe perdono 25 P.O. dal rispettivo turnover), e, ancora una volta, Roma La Sapienza, che lascia sul campo quasi19 P.O.

Complessivamente il Centro e il Sud cedono, rispettivamente, 55 e 85 punti organico, a favore nel Nord. È come se l’equivalente di 280 ricercatori da un anno all’altro abbandoni gli atenei meridionali per essere trasferito nelle più ricche università settentrionali.

Ciò si va ad aggiungere alle conseguenze del Programma “Dipartimenti di Eccellenza”, usato per ripartire anche l’ultimo piano straordinario RTD-b, e 6 anni di applicazione di “regole Monti” che hanno già spostato oltre 500 P.O. da una parte all’altra del Paese, modificando radicalmente la geografica della ricerca e dell’alta formazione dell’Italia.

 

3. Eterogenesi dei fini: penalizzati anche gli atenei con ISEF alto

Qualcuno penserà: “è giusto penalizzare gli atenei con bilanci meno solidi di altri, è la legge del merito” (vi ricorda qualcuno?).  E allora chiediamoci: davvero la Federico II di Napoli meritava un turnover così al di sotto di quello nazionale? Esaminiamo i suoi indicatori di bilancio, e confrontiamoli con quelli di Udine, per avere una pietra di paragone.

Entrambi gli atenei sono virtuosi (Indicatore Spese Personale < 80% e ISEF > 1). Ma la Federico II ha un ISEF superiore rispetto all’ateneo friulano (1,19 vs 1,15). Anche l’Indicatore Spese Personale è migliore (67,7% vs 70,9%). Quale ateneo è stato premiato tra i due? Ebbene, i “criteri Bussetti” in questo caso premiano l’ateneo “peggiore”, consegnando a Udine un turnover del 113% e punendo Napoli Federico II con un magro 83%. Si dirà: “è l’eccezione che conferma la regola (del merito)”. Allora prendiamo un ateneo del Nord, per esempio Pavia e confrontiamolo con l’università con il miglior turnover in assoluto, Stranieri di Siena.

Anche in questo caso Pavia “vince” la sfida dell’ISEF con l’Università Stranieri di Siena (1,23 vs 1,22), ma viene surclassata dalla città toscana con un impietoso turnover di oltre il 700% superiore.

Si potrebbero costruire innumerevoli altri esempi. Ma cosa è successo? Non ci avevano finora detto che l’indicatore fondamentale per i bilanci era l’ISEF? Per cercare una spiegazione, avremmo voluto esaminare in dettaglio l’applicazione dell’”algoritmo Bussetti”. Ma con dispiacere dobbiamo rilevare che, per la prima volta in sette anni di ripartizioni di punti organico, il MIUR non ha pubblicato – alla data di stesura di questo articolo – la tabella contenente i calcoli di dettaglio effettuati per la ripartizione (contenenti peraltro anche dati molto interessanti, come il gettito di tassazione studentesca per ciascun ateneo). Una mancanza di trasparenza che stride con le dichiarazioni rilasciate appena qualche giorno prima dal Viceministro Fioramonti proprio su ROARS:

Tra l’altro, al pari dell’altro provvedimento cardine in tema di università del nuovo Governo, cioè il Decreto Ministeriale che ridisegna il costo standard dopo lo stop della Corte Costituzionale, anche in questo caso il “processo decisionale” non è passato attraverso l’interlocuzione con il CUN e il CNSU, e più in generale con la comunità accademica.

In attesa che la tabella di calcolo venga resa pubblica da parte del MIUR, possiamo azzardare una spiegazione che ci appare abbastanza verosimile. L’ISEF è un indicatore puramente “qualitativo”, indipendente dalle dimensioni dell’ateneo. Esso è dato dal rapporto

ISEF = E / F

dove E = 0,82∙(FFO + Fondo Programmazione Triennale + Entrate contributive al netto dei rimborsi – Fitti passivi) ed F = Spese di personale a carico dell’ateneo + Oneri di ammortamento. L’indicatore utilizzato per la ripartizione del 50% dei punti organico però non è esattamente l’ISEF, ma un suo parente stretto, cioè la quantità

M = EF

detta “margine”. Il margine è un indicatore “quantitativo”, ridisegna cioè in qualche modo le “nuove” dimensioni dell’ateneo sul reclutamento. Secondo il nuovo algoritmo adottato dal Governo, metà dei punti organico è distribuita in base al peso dimensionale, parametrato al valore di M, di ciascun ateneo sul complesso degli atenei italiani. Può tuttavia capitare – e a quanto abbiamo visto, capita spesso – che un ateneo, anche se “più virtuoso” di un altro (valore dell’ISEF maggiore), abbia un peso dimensionale (dato dal valore di M) minore rispetto al peso dimensionale dato dai punti organico derivanti dalle cessazioni in quell’ateneo. In altre parole, il peso dimensionale dato dal margine, pur alto, può non riuscire a compensare l’enorme numero di pensionamenti che un ateneo può avere la sfortuna di dover affrontare.

È dunque probabile che ad essere maggiormente penalizzati da questo algoritmo, come affermato dal Rettore dell’Università di Genova, siano tendenzialmente gli atenei col personale più anziano, quelli cioè con la maggior quantità di pensionamenti: un’altra peculiarità, finora inedita, del “Robin Hood al contrario” introdotto dal Governo Monti ed adottato ora anche dal nuovo Governo.

4. Morale della favola: non resta che aumentare le tasse studentesche

Immediato corollario è che per ottenere più punti organico occorre massimizzare il valore di M, e per un ateneo la via obbligata per farlo è aumentare le tasse studentesche, prima che lo facciano i suoi competitors. Un meccanismo perverso, ben descritto da Marco Bella in un articolo dal titolo emblematico,

che a volte può diventare beffardo: se un ateneo aumentasse le tasse fino a superare il tetto massimo previsto dalle norme vigenti, accadrebbe che quell’ateneo, invece che subire sanzioni per aver violato la legge, si ritroverebbe un “premio”, peraltro a spese degli atenei che invece la legge l’hanno rispettata!

Si tratta peraltro di aspetti più volte rimarcati da CUN e CNSU e che, come a suo tempo descritto su queste pagine da Marco Viola, erano stati già evidenziati proprio da esponenti del Movimento 5 Stelle.

In particolare, nell’Ordine del Giorno che avevano presentato, ai tempi delle prime applicazioni delle “regole Monti”, e accolto dal Governo, i parlamentari M5S chiedevano di «adottare opportune misure correttive al D.M. 713/2013 [ripartizione Punti Organico 2013, ndr], finalizzate a realizzare una distribuzione dei punti organico più equa e, in particolare, a permettere alle Università considerate «virtuose» di procedere effettivamente a un turn-over di almeno quanto previsto dalla normativa vigente senza ingiuste penalizzazioni». E ancora «A prendere in considerazione la possibilità di introdurre dei tetti massimi in percentuale agli incrementi dei punti organico dei singoli atenei italiani», oltre che «a istituire un tavolo di confronto con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca al fine di individuare possibili ulteriori percorsi correttivi volti ad attenuare gli effetti palesemente sperequativi conseguenti all’applicazione dell’attuale modello di ripartizione». Concetti ribaditi nel “Programma Università e Ricerca” presentato agli elettori.

Viene da chiedersi se gli estensori del DPCM firmato da Conte il 28 dicembre scorso si siano ricordati di questi propositi.

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53 Commenti

  1. Oggi “Il Fatto Quotidiano” si è occupato della vicenda (purtroppo senza ricordare l’Ordine del Giorno del M5S dai propositi opposti al DPCM firmato da Conte).

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/05/universita-miur-piu-assunzioni-oltre-il-turnover-per-atenei-virtuosi-studenti-si-alimentano-disuguaglianze-nord-sud/4873757/

    All’interno dell’articolo vi sono le reazioni dei “dirigenti del MIUR”, che confermano il “nuovo” (che coincide col “vecchio”) corso anche per i prossimi anni:

    Proprio per evitare queste distorsioni mesi fa è stato adottato un decreto in base al quale viene aumentata la dotazione finanziaria per le università dove gli studenti pagano tasse più basse (al Sud come al Nord)”.

    Ci si riferisce al DM sul costo standard. In realtà non vi è alcuna norma compensatoria, dentro l’attuale costo standard, sulle tasse. E’ previsto un intervento perequativo pari al 6,5% del costo standard proporzionale al reddito medio degli studenti dei vari atenei. Attualmente il costo standard vale il 22% del FFO, quindi parliamo del 6,5% * 22% = 1,4% del FFO …
    E’ anche interessante notare come nelle bozze presentate (dal precedente Governo) in sede di discussione parlamentare, tale percentuale non era il 6,5% ma il 10%.

    “Fonti del Ministero definiscono il decreto firmato il 29 dicembre “un provvedimento di equità” con il quale “non si è voluto in alcun modo favorire gli atenei del Nord”. L’obiettivo, invece, sarebbe quello di attribuire i punti organico alle università virtuose piuttosto che a quelle realtà dove “il personale è già più numeroso di quanto l’ateneo possa permettersi economicamente, tanto da essere arrivate in alcuni casi sull’orlo del fallimento oppure a diventare meri ‘stipendifici’ non più in condizioni di fare ricerca”. L’obiettivo, secondo la visione del Miur, è quello di arrivare a una situazione di equilibrio anche laddove oggi le situazioni finanziarie sono più complesse. Una scommessa, però, la cui riuscita dipenderà inevitabilmente anche dalla gestione finanziaria dei singoli atenei”

    Nel DM si vede chiaramente che TUTTI gli atenei sono “virtuosi”, tranne uno (Cassino) che non ha ricevuto nulla. I parametri di “virtuosità economica” è lo stesso MIUR che li ha definiti: quindi ora il MIUR ci sta dicendo che quei parametri (ISEF e Indicatore Spese Personale) sono inaffidabili? che anche se un ateneo, come Federico II, ha un ISEF di 1,19 e un Indicatore Spese Personale del 67% è uno “stipendificio” e quindi deve assumere di meno?

    A parte queste dichiarazioni francamente inaccettabili dell’anonimo dirigente, mi sarebbe piaciuto una posizione “politica” esplicita del Ministro o del vice-Ministro., dato che la questione è “politica”, non meramente tecnica.

  2. Dalla tabella del MIUR si capisce dove sta l’inghippo. Ovvero perché pur avendo indicatori peggiori Udine si prende più (in relazione ai pensionamenti) di Napoli. Il Delta premiale è totalmente slegato dal numero di pensionamenti. Quindi ci perdono di più le università che nell’anno 2017 hanno avuto un numero maggiore di pensionamenti. Per assurdo un’università senza pensionamenti (ovvero senza nuove esigenze didattiche) di troverebbe con un turno over infinito. La logica è sbagliata dato che un maggior numero di pensionamenti mette a rischio la sopravvivenza di insegnamenti. Slegare totalmente la parte premiale al numero di pensionamenti è una stortura. Spero che il MIUR corregga il tiro con i punti organico aggiuntivi promessi….

    • “Per assurdo un’università senza pensionamenti (ovvero senza nuove esigenze didattiche) di troverebbe con un turno over infinito.”
      _______
      Questa università esiste: è lo IUSS di Pavia.

  3. Articolo di David Matthews su Times Higher Education:
    https://www.timeshighereducation.com/news/alarm-over-exodus-professorships-southern-italy



    Italian academics have warned that the south of the country could be turned into a higher education “desert” because of an exodus of professor positions to richer northern regions. In 2018, southern and central Italy lost the equivalent of 280 researchers, according to calculations from a group of reformist academics, Return on Academic Research (Roars). Beniamino Cappelletti Montano, an associate professor of mathematics and computer science at the University of Cagliari, and a member of Roars, said that, since 2012, about 1,300 professor positions had moved from south to north. Since then, Italy’s funding system has meant that, when an academic retires, half the money for their position stays with their institution but the other half is redistributed across other Italian universities according to a range of criteria. These include the financial situation of the university and how much it raises from student fees. Critics argue that this disadvantages institutions in the much poorer south. […] A petition against this “succession of the rich” from the rest of Italy has been launched by Gianfranco Viesti, professor of economics at the University of Bari, capital of southeastern coastal region Apulia. He also warned in a 2016 book that a “new gap” had emerged between universities in the north and south of the country. In 2017, Lombardy, whose capital is Milan, had a gross domestic product per capita of €38,212 (£34,320) – close to twice that of Apulia, where average income was just €17,994. A spokeswoman for Italy’s Ministry of Education, Universities and Research pointed out that northern universities had fewer professors per student compared with institutions in the south. The rules had not been set to take positions from the south and move them north, she argued, and some southern universities had done well from the formula in 2018. The system gives “more full professor budget points to those universities that have fewer staff and more funds available”.
    ==========
    Interessante anche il commento sul sito di THE, postato da freelikeabird:



    ____
    A parte la considerazione che discriminare sia giusto perché i meridionali sono notoriamente più corrotti, la tesi che il Sud produca più laureati del Nord è ovviamente falsa:


  4. Si registra la prima presa di posizione ufficiale di un deputato del Movimento 5 Stelle sulla distribuzione dei punti organico.

    E’ l’On. Melicchio, membro della Commissione Cultura della Camera, ad intervenire con un post su Facebook:

    https://www.facebook.com/alexmelicchio/posts/1603845283441613?__tn__=K-R

    Il deputato del M5S difende l’operato del Governo, sostenendo che la colpa è dei governi precedenti, su cui graverebbe la responsabilità dei “criteri imposti da PD e Forza Italia ai tempi del governo Monti”.

    In realtà, come spiegato in questo articolo e chiaro leggendo il DM firmato da Bussetti, è Conte che il 28 Dicembre 2018 ha firmato il nuovo DPCM disciplina i criteri di distribuzione dei punti organico, e che è la fotocopia dei “criteri imposti dal PD e Forza Italia ai tempi del Governo Monti”, peggiorati dall’assenza della clausola di salvaguardia. Con quel DPCM il Governo avrebbe potuto modificare, anche radicalmente, i criteri di distribuzione dei punti organico, per esempio garantendo un turn-over del 100% agli atenei virtuosi e redistribuendo su base premiale (con penalizzazione per gli atenei fuori-legge sulle tasse agli studenti) i punti organico non assegnati agli atenei non-virtuosi.

    Il deputato continua dicendo che il DM Bussetti non ha penalizzato gli atenei del Sud, in quanto essi avrebbero ottenuto un numero assoluto di punti organico superiore a quelli ricevuti con i Governi Renzi e Gentiloni.
    Anche questa informazione è errata. Infatti il deputato effettua confronti non omogenei tra anni nei quali le norme prevedevano un turnover nazionale differente. Non sono le università del Sud ad avere ottenuto pi punti organico, ma è il numero totale di punti organico distribuiti nel 2018 ad essere molto superiore rispetto a quello relativo agli anni 2017 e 2016. E non per merito dei criteri adottati o per merito del Governo Conte. Semplicemente perché, in virtù di quanto stabilito dalle Legge Stabilità 2014, il turnover nazionale per l’anno 2018 è stato del 100%, mentre per l’anno 2017 era del 80% e per l’anno 2016 del 60%. Inoltre nell’anno 2018 si è registrato un vero e proprio boom dei pensionamenti del personale universitario, che ha fatto ulteriormente aumentare la torta da suddividere.

    Infine, in una riposta ad un commento su una eventuale modifica dei criteri, il deputato Melicchio dice che “ci sono diverse possibilità di intervento. Il dibattito sulla modifica è aperto e stiamo puntando ad un miglioramento nella distribuzione delle risorse economiche ed assunzionali”. Ci permettiamo di dire che basterebbe riscrivere il DPCM appena firmato da Conte. Nulla più.

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