INVALSI domanda ai dirigenti scolastici: “Ci sono studenti con cittadinanza non italiana? Ci sono gruppi di studenti che presentano caratteristiche particolari (es. studenti nomadi, studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate, ecc.)?” I dirigenti scolastici rispondono: “Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana”; “Non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate”; “Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”. Il tutto finisce nelle presentazioni degli istituti alle famiglie sul sito MIUR “Scuola in chiaro”. La Ministra Valeria Fedeli dapprima stigmatizza quelle frasi, invocando l’intervento degli ispettori. Poi aggiusta il tiro e precisa che quei documenti sono “utili a livello interno,… non andava[no] resi pubblici nella presentazione della scuola”. Le frasi ignobili restano tali anche se chiuse nel cassetto di qualche dirigente scolastico. Le domande INVALSI restano nei documenti ministeriali. Domande e risposte sono il frutto avvelenato di un decennio di politiche scolastiche che hanno dimenticato l’articolo 3 della costituzione in nome della fede nelle virtù taumaturgiche del mercato e della concorrenza.

“Non posso dunque che stigmatizzare il linguaggio utilizzato da alcune istituzioni scolastiche, e riportato dalla stampa, nella compilazione del Rapporto di autovalutazione (RAV), uno strumento di trasparenza che viene pubblicato […] sul portale ‘Scuola in chiaro’ per fornire alle famiglie e a chi si iscrive elementi di conoscenza […]. Quando, nella sezione dedicata al contesto in cui opera la scuola, si inseriscono, frasi che descrivono come un vantaggio l’assenza di stranieri o di studentesse e studenti provenienti da zone svantaggiate o di condizione socio-economica e culturale non elevata, si travisa completamente il ruolo della scuola. Si negano i contenuti dell’articolo 3 della nostra Costituzione.”

Con queste parole la Ministra del MIUR Valeria Fedeli ha commentato la pubblicazione su La Repubblica di frasi tratte dai RAV (Rapporti di AutoValutazione) di alcuni licei romani e di altre città italiane. Tutte le scuole italiane sono tenute a compilare i RAV seguendo le indicazioni dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI) che li ha anche messi a punto. I RAV sono uno dei tasselli dei processi di assicurazione della qualità della didattica, che sono stati adottati in Italia come risultato di politiche scolastiche ampiamente bipartisan perseguite da oltre 10 anni nel nostro paese.

Se il lettore avrà la pazienza di seguire un paio di passaggi tecnici, mostrerò che le frasi riportate dalla stampa e stigmatizzate dalla ministra, rispondono a espliciti quesiti posti da MIUR-INVALSI alle scuole.

Per cominciare. I RAV sono pubblicati dal 2015 sul portale del MIUR, Scuole in chiaro. Lo prevede la circolare 47/2014 del MIUR.

Il MIUR presenta il portale come “uno strumento utile, soprattutto per le famiglie che, in occasione delle iscrizioni online, devono orientarsi nella scelta della scuola e del percorso di studi dei propri figli.”

Per ogni scuola vengono pubblicati dati relativi al contesto ambientale e sociale, alle performance degli alunni e agli esiti occupazionali e universitari degli allievi. Sulla base di questi dati la Fondazione Agnelli produce addirittura classifiche che dovrebbero aiutare le famiglie a scegliere le scuole migliori.

[Il tweet con cui la Fondazione Agnelli precisa, confermando quanto scritto nel post]

Le frasi incriminate contenute nei RAV sono riferite ai commenti obbligatori che le scuole devono fornire in riferimento al contesto in cui la scuola opera. Le dimensioni del contesto definite da INVALSI sono due:

  1. “Status socio economico e culturale delle famiglie degli studenti”. Da alcuni documenti disponibili in rete (si veda per esempio qui), si ricava che INVALSI usa una classificazione sintetica di tale status in “Alto, Medio-alto, Medio-basso, Basso”.
  2. “Composizione della popolazione studentesca”. Il primo indicatore numerico fornito a ciascuna scuola da INVALSI-MIUR è la “quota di studenti con cittadinanza non italiana”, per il quale sono indicati come “benchmark” i dati provinciali, regionali e nazionali nella stessa tipologia di scuola.

INVALSI-MIUR non si limita a fornire alle scuole gli indicatori, ma ha predisposto anche le domande guida per i commenti dei dirigenti scolastici. Se vediamo insieme domande guida INVALSI e risposte dei dirigenti pubblicate dalla stampa, si scopre che queste ultime non sono poi così fuori dalle righe.

Domanda guida INVALSI: “Qual è il contesto socio-economico di provenienza degli studenti? Qual è l’incidenza degli studenti provenienti da famiglie svantaggiate?”

Queste le risposte riportate dalla stampa: “Il contesto socio- economico e culturale complessivamente [è] di medio-alto livello [la classificazione vista sopra]” “Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi”; “la percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente”.

Domanda guida INVALSI: “Quali caratteristiche presenta la popolazione studentesca (situazioni di disabilità, disturbi evolutivi, ecc.)?”

Queste le risposte riportate dalla stampa: “nessuno è diversamente abile”; “si riscontra un leggero incremento dei casi di Dsa”.

Domanda guida INVALSI: “Ci sono studenti con cittadinanza non italiana? Ci sono gruppi di studenti che presentano caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza socio economica e culturale (es. studenti nomadi, studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate, ecc.)?”

Risposte riportate dalla stampa: “Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana” “Non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate”; si rileva “l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate)”

[Ecco le domande INVALSI. Carlo Stasolla su FQ ha suggerito un esperimento che vale davvero la pena di leggere.]

A domande esplicite, risposte esplicite, verrebbe da dire. Ma fermarsi a questa considerazione sarebbe un modo per togliere rilevanza ad una vicenda che dovrebbe invece interessare a tutti coloro che hanno a cuore il destino della scuola pubblica di questo paese.

A mio parere le domande di INVALSI e le risposte dei dirigenti scolastici stigmatizzate dalla Ministra, sono il frutto avvelenato di un decennio di politiche scolastiche, largamente condivise, basate sull’idea che le famiglie dovrebbero “votare con i piedi”, indirizzando i loro figli (e le quote di finanziamento loro spettanti) verso le scuole preferite/migliori.

Per oltre un decennio si è detto che le scuole devono farsi concorrenza tra loro per attirare studenti, che il sistema deve essere organizzato come un quasi mercato: una ampia autonomia delle scuole, accompagnata da un sistema centralizzato di valutazione che ruota attorno ai test INVALSI e ai processi di autovalutazione (RAV) [qui].

Il portale del MIUR “Scuola in chiaro” è il luogo dove le famiglie trovano tutte le informazioni per poter esercitare le loro scelte.

Come fanno le scuole a competere tra loro e attirare gli studenti “migliori”? Devono fornire informazioni alle famiglie sulle loro performance. E lo fanno su “Scuola in chiaro”. Accade così che i rapporti di autovalutazione, resi pubblici per decisione di INVALSI-MIUR, diventano strumenti di marketing per le scuole.

Non c’è quindi da meravigliarsi, come fa la Ministra, se qualche dirigente scolastico, nella foga di attrarre studenti, scrive che la sua scuola è frequentata da una clientela selezionata, con pochi stranieri e disabili. D’altra parte è ben noto, visto che lo scrive anche il Corriere della Sera, che le scuole con ‘clientela selezionata’ hanno indicatori di performance più elevati: i risultati nei test INVALSI degli alunni stranieri sono peggiori rispetto a quelli degli italiani.

Quale famiglia preferirebbe mandare i propri figli in una scuola piena di stranieri e persone a basso reddito, con molti studenti disabili e performance scolastiche peggiori? Ecco allora l’informazione che un dirigente scolastico ha deciso di pubblicare per rassicurare i propri clienti potenziali:

“Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”

Per la ministra è facile mostrarsi indignata e inviare gli ispettori. Molto più facile che ripensare criticamente alle politiche scolastiche del suo partito.  Le frasi ignobili scritte da qualche dirigente sono l’esito non voluto, ma prevedibile, di politiche che hanno dimenticato l’articolo 3 della costituzione in nome della fede nelle virtù taumaturgiche del mercato e della concorrenza.

Aggiornamento.

Il 19 febbraio la ministra Valeria Fedeli corregge il tiro e dichiara a Repubblica:

“Quel documento è utile a livello interno, ma non andava reso pubblico nella presentazione della scuola per le famiglie sul sito degli istituti”

Ci permettiamo di ricordare alla ministra che le frasi ignobili restano tali anche se chiuse nel cassetto di qualche dirigente scolastico; che le domande INVALSI restano nei documenti ministeriali; che la competizione non è lo strumento più efficace per attuare la Costituzione.

[Articolo già apparso in forma abbreviata su Il Mulino il 12 febbraio 2018]

 

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5 Commenti

  1. Caro collega, ancor prima di leggere quest’articolo che leggerò più tardi, il titolo mi suggerisce già uno sfogo – chiedo scusa delle veemenza – in linea col concetto di “liceo classista”. In base alla mia esperienza e anche di una mia amica, distante di anni dalla mia, abbiamo constatato la stessa cosa in relazione a un cosiddetto liceo eccellente, dove erano stati iscritti i nostri figli, un maschio e una femmina. E’ successo molti anni fa. Quel liceo era classista, eccome. Soprattutto avveniva la ripartizione degli alunni a seconda della famiglia di provenienza, grosso modo. Nella E, mettiamo, c’erano soprattutto figli della borghesia bene della città. Quando a un colloquio io ho detto alla professoressa che non capivo come si assegnavano i voti ( ++, –, a matita, poi si correggeva …) perché venivo dall’estero, dove si valutava diversamente, mi è stato risposto che potevo portare mio figlio all’estero, a scuola, se non mi piaceva il loro sistema. La mia amica, più intelligente di me, ha trasferito la figlia in un’altra scuola, dove non c’erano i fighetti. Questo per dire che il razzismo è strisciante e insidioso anche ai livelli minimi, e non sa quante manifestazioni supra o subliminali ne ho avute (ho il sesto senso per queste cose), perché sono un’ungherese della Romania, cosa che nessuno riesce a capire, ora meno che mai, dopo l’estensione dell’UE anche ai paesi dell’Est. Una volta tanto queste cose bisogna dirle. Quel che succede adesso, nell’attuale situazione demografica ed economica, è soltanto una pianta più rigogliosa cresciuta da semi semigermogliati esistenti, che ora hanno soltanto un terreno più fertile, concimato dallo scivolamento verso destra dell’intera politica europea e non europea.

  2. ricordiamoci che ci troviamo a questo punto dopo un 10-20 di quasi inesistente selezione (non si boccia più: dal cinese che non sa una parola di italiano in 2a media al bullo che va a scuola solo per pestare i compagni ).
    inoltre, il titolo di studio è sempre meno apprezzato e valutato sul mercato del lavoro (ricordiamo ci anche la propaganda ‘cuneese’).
    poi, obbligo scolastico fino a 18 anni, così ci portiamo dietro un sacco di ragazzi svogliati che avrebbero fatto meglio a cercare lavoro.
    ancora, gli studenti con deficit cognitivi devono poi avere accesso agli studi superiori (un po’ come se si fosse obbligati a convocare me nella nazionale di lotta libera…) altrimenti non si è ‘politically corect’.
    come si fa in questo clima ad avere aule dove gli studenti seri e motivati (indipendentemente dalla loro provenienza) siano incoraggiati a imparare qualcosa?
    si possono poi davvero biasimare le famiglie cosiddette ‘borghesi’ (con mutui e tasse da pagare) che, disperate, fanno ‘commenti classisti’?

    • MaxStirner è abberrante quello che scrivi! Hai figli? Credo di no! Bene, io ne ho due e la mia può essere definita una famiglia “medi-alto borghese”. Sono docente universitaria e mio marito insegnante. Abbiamo un figlio (con buone capacità) al liceo e l’altro, che ha qualche difficoltà cognitiva (che non ha certo scelto, nascendo!) – è alla scuola “media”. Tu pensi che entrambi loro non abbiamo lo STESSO diritto di accedere agli studi superiori? …La scuola – secondo la Legge – dovrebbe eliminare le diseguaglianze sociali, ma mi sembra che nella tua visione sia ancora quella che “cura i sani e respinge i malati” (Don Milani, Lettera a una professoressa). Mi auguro che se sei un docente tu possa riflettere sul senso della scuola (e sul suo ruolo sancito dai documenti legislativi) prima di assumere punti di vista disinformati!…

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