C’è da restare esterrefatti per la scelta operata dal MUR licenziando il secondo passo della procedura ASN 2021-23 con il D.D. n. 553 del 26 febbraio 2021. Una delle prime manifestazioni amministrative del dicastero guidato dalla neo Ministra Messa, nel normare la procedura per le domande della nuova ASN, è stata quella di imporre che i candidati alle procedure possano produrre pubblicazioni redatte in lingue diverse dall’italiano e/o dall’inglese solo allegando, a pena di mancata valutazione, la traduzione giurata della pubblicazione in unico file. Nell’intervento che proponiamo Paolo Liverani sottolinea magistralmente tutte le assurdità legate all’inserimento di questo requisito nel decreto partorito dalla burocrazia ministeriale. Si può solo aggiungere che la patente illegittimità di questo requisito, che potrà essere agevolmente rilevata dalla giustizia amministrativa per violazione (come minimo) degli artt. 3, 33 e 97 Cost., pone a serio rischio di rinvio alle insondabili calende dei ricorsi giurisdizionali tutta la procedura che si è voluta così improvvidamente avviare, con buona pace di una generazione di aspiranti professori che ha già dovuto subire ritardi del tutto ingiustificati per l’irrompere del COVID in una procedura pensata fin dall’origine per essere svolta in via telematica. L’auspicio è che a Viale Trastevere si ricordino che hanno il potere di ravvedersi in autotutela amministrativa prima che sia troppo tardi. 

* Addenda del 5 marzo 2021: questa volta la Maledizione dell’ASN ha trovato il suo antidoto nel provvedimento in autotutela adottato in data odierna dal Ministero, come riportiamo in questo articolo.


È stato pubblicato il bando per concorrere alla nuova tornata dell’Abilitazione Scientifica Nazionale (Decreto Direttoriale n. 553 del 26-02-2021). Per chi lo scorra anche rapidamente, salta immediatamente all’occhio una novità: all’art. 2 comma 4, lett. b), infatti, si prescrive che i candidati debbano caricare sulla piattaforma ministeriale il pdf delle pubblicazioni e “ove la pubblicazione sia redatta in lingua diversa dall’italiano e/o dall’inglese, la traduzione giurata della pubblicazione in un unico file. Non saranno valutate le pubblicazioni di cui non sia stato inserito il relativo allegato.”

Non si capisce chi sia riuscito nell’impresa di condensare in sole quattro righe una tale massa di mostruosità per violentare le norme, la logica, gli aspetti tecnici e – ma questo probabilmente preoccuperà meno – la cultura e il buon senso.

Il primo sospetto è che l’idea venga da chi pensa di avere dimestichezza con le scienze dure, dove l’inglese è lingua franca. Sottolineo: pensa di avere, che è cosa differente dall’avere. Perché anche il più convinto assertore dell’inglese come lingua franca – ma con un minimo di confidenza con le problematiche universitarie – si sarebbe ben guardato dal formulare una tale becera norma per le sue conseguenze devastanti.

Innanzitutto è chiaro che tutta la ricerca nell’ambito vastissimo e frastagliato delle scienze umane ha esigenze e competenze linguistiche assai superiori a quelle che immagina l’estensore ministeriale.

Per muovere da quel che conosco, un docente di archeologia che non sappia almeno leggere, oltre all’italiano e all’inglese, anche il francese, il tedesco, lo spagnolo e – possibilmente – il greco moderno (se si occupa di Grecia), non può certo godere della stima della comunità nazionale e internazionale. Una tale osservazione è generalizzabile in termini simili per la maggior parte dei settori della ricerca umanistica, dove la lingua non è semplicemente un mezzo neutro e intercambiabile, ma incarna prospettive metodologiche e tradizioni di scuola fondamentali, quando addirittura non costituisca l’oggetto stesso della ricerca, come nel caso degli studi letterari, culturali o linguistici. Come potrebbe uno storico affrontare un tema di una qualche rilevanza europea senza poter frequentare le sue fonti nelle lingue originali?

Questo per cominciare dagli aspetti culturali, ma proseguiamo ora su quelli di buon senso: come si pretende che l’Italia attiri cervelli dall’estero se poi chiede, per esempio, a un germanista di madre lingua tedesca di non presentare i suoi titoli nella lingua e nella cultura di cui si occupa, se non attraverso una goffa traduzione? Perché – si badi bene – si chiede una traduzione giurata, quella cioè richiesta per documenti e atti pubblici (per esempio, un certificato di matrimonio) per cui esistono traduttori specializzati, ma che purtroppo nulla capiscono di letteratura tedesca, di archeologia greca, di storia medievale.

Il Ministero dell’Università è gentile a preoccuparsi che i commissari dell’ASN capiscano quello che leggono, ma non è forse questo uno di quei casi ben noti alla psicologia in cui si proiettano sugli altri le proprie preoccupazioni e limiti? Se io fossi commissario, sporgerei immediatamente querela per diffamazione: il ministero ritiene forse che non sia all’altezza di valutare nella mia materia contributi scritti nelle principali lingue europee?

E come la mettiamo in un contesto europeo? In base a quale criterio si ammettono titoli scritti in una lingua extraeuropea (l’inglese) e non in una delle altre lingue riconosciute dell’Unione? Ha pensato il solerte estensore alle possibili condanne europee o alle ritorsioni per reciprocità da parte degli altri paesi dell’Unione?

Facciamo ora un caso semplice, terra terra. Perché alla fine, per farsi capire, si deve sempre arrivare a questo: a parlare di soldi. Prendiamo un dottorando, anche italianissimo, che fa il dottorato all’estero o in co-tutela e lavorando – per esempio – a Parigi scrive la sua tesi in francese, traendone poi la sua monografia. È un caso del tutto comune, come sa chiunque sia del ramo (Ministero a parte ovviamente). Che cosa dovrà fare il nostro neo dottore di ricerca per concorrere a un’abilitazione che nemmeno gli garantisce un posto? Davvero dovrà pagarsi una traduzione giurata che – calcolando a spanne trenta euro a cartella (ma per calcoli più precisi, ecco quanto serve per ottenere una traduzione giurata in base a quanto divulga il Tribunale di Milano) – potrebbe costargli anche 10.000 euro? Dopo la stucchevole retorica della meritocrazia cambiamo verso e vogliamo punire i migliori? [Bastonando, si potrebbe aggiungere, i tanti cervelli in fuga che legittimamente anelano a qualificarsi per la docenza universitaria in patria, N.d.R.].

Aggiungo in coda, ma è l’ultimo dei rilievi critici rilevanti, una considerazione sulle competenze informatiche dell’estensore ministeriale, che pare non sappia nemmeno che cosa è un pdf e quali siano le sue caratteristiche.

Che cosa significa infatti che il candidato deve caricare “l’intero prodotto da esaminare in formato elettronico (pdf) e … la traduzione giurata della pubblicazione in un unico file”? Se l’italiano ha un senso, significa che io prendo il pdf editoriale del mio articolo o libro (puta caso) in tedesco, gli aggiungo in coda la traduzione per formare un unico file, quindi carico il tutto sulla piattaforma.

Ora – a parte il possibile peso eccessivo del file – chiunque abbia un minimo di dimestichezza con queste cose sa perfettamente che l’editore fornisce (se li fornisce) pdf protetti, che dunque NON possono essere uniti ad altri files, né essere modificati in alcun modo.

Dunque alla beceraggine culturale, agli assurdi logici, alla penalizzazione dei migliori, alla ignoranza degli obblighi derivanti dal contesto europeo, si aggiunge una trappola esiziale che impedirà – all’atto pratico – di caricare la traduzione secondo quanto ottusamente prescritto.

Forse la norma si giustifica alla luce della premessa evocata poc’anzi: “se l’italiano ha un senso”. Non sarà che l’estensore – oltre a ignorare le lingue europee – non padroneggia nemmeno l’italiano?

Decreto Direttoriale n.553 del 26-02-2021

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6 Commenti

  1. Assurdo. Asn dovrebbe essere abolita. Chiamati a giudicare solo specialisti. Come può chi è di un settore diverso (con i macrosettori ora si può) giudicare lavoro serio di anni? La norma contestata significa che i commissari, poniamo di francesistica, non conoscono il francese? E poi la traduzione in inglese! Quanti millantano di conoscere l’inglese e non lo conoscono affatto!!!


  2. L’articolo di Paolo Liverani è stato citato anche da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera che ha gustosamente commentato questa assurdità, degna di qualche burocrate dai “mustacchi a manubrio”:
    _______________
    Saranno accettati solo i lavori «stranieri» tradotti in italiano o in inglese. C’è chi dirà: una seccatura, dover tradurre le proprie pubblicazioni che altrove sono un segno di distinzione. Macché, non basterà una traduzione «casalinga»: le traduzioni dovranno essere giurate. Come si trattasse di atti catastali recuperati in archivi bulgari o indonesiani. Lo dicono, dopo un diluvio di «visto… visto… visto…», le regole del bando per il concorso della nuova tornata dell’Abilitazione scientifica nazionale fissate dal Decreto direttoriale n.553 del 26 febbraio del Miur. Dove, come ha denunciato il professor Paolo Liverani sul portale roars.it, «salta immediatamente all’occhio una novità: all’art. 2 comma 4, lett. b), infatti, si prescrive che i candidati debbano caricare sulla piattaforma ministeriale il pdf delle pubblicazioni e “ove la pubblicazione sia redatta in lingua diversa dall’italiano e/o dall’inglese, la traduzione giurata della pubblicazione in un unico file”.
    […]
    Ma per favore! Chi se l’è inventata un’assurdità così? Porta i mustacchi a manubrio, usa il calamaio e va in ufficio col velocipede? Maria Luisa Catoni, docente di Archeologia alla Normale di Pisa, già presidente di commissione dell’European Research Council e teaching fellow al Wissenschaftskolleg di Berlino («prima di avere una sola pubblicazione in tedesco»), è basita: «Ci sono almeno tre punti inaccettabili. Primo: l’esclusione in un’università italiana delle principali lingue europee. Secondo: l’asservimento totale all’inglese. Terzo: il rovesciamento sulle spalle dei ricercatori e dei docenti, pur riconoscendo le difficoltà di tante commissioni nella valutazione di lavori in lingue meno diffuse, di tutta la fatica e di tutte le spese». Vermondo Brugnatelli, tra i massimi studiosi di lingua berbera e docente alla Bicocca, ha fatto i conti: «Per un lavoro fatto per la Sorbona in francese (quella è la lingua del mio settore) dovrei pagare di traduzione giurata 25.416 euro. Più le marche da bollo, una ogni 100 righe! E quando mai?».
    https://www.corriere.it/cronache/21_marzo_04/universita-strapotere-dell-inglese-bandi-follia-traduzioni-giurate-e3699f76-7d2d-11eb-a8b8-332e1131cc2c.shtml

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